Pontiggia Giuseppe

Nati due volte

Autore: 
Pontiggia Giuseppe

“Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde ‘razza umana’, non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera. È questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza”.

(Giuseppe Pontiggia, “Nati due volte”, capitolo “Che cosa è normale).

 

Paolo cammina ondeggiando come un marinaio ubriaco. Il padre è stremato e infelice, e stanco degli sguardi morbosi dei passanti. Paolo lo avverte: se si vergogna, può camminare a distanza. Questo l’incipit dell’ultimo romanzo del grande letterato Giuseppe Pontiggia, “Nati due volte”: storia dell’anomalia, della sofferenza e delle piccole gioie derivate dalla nascita di un figlio diverso, e delle inevitabili trasformazioni nella vita di ogni singolo membro della famiglia.

La vicenda è narrata, a partire dalla nascita del figlio, in prima persona, dal padre, il professor Frigerio: un uomo estremamente equilibrato, già padre del piccolo e “normale” Alfredo, che si trova ad affrontare, forse per l’incompetenza dei medici, il dramma d’un figlio nato con un parto distocico, rischiando l’anossia e pagando le complicazioni con una lesione cerebrale.

Tetraparesi spastica distonica: questa la diagnosi.

I familiari, dapprima increduli, iniziano a mostrare segni di crescente nervosismo: si passa dalla disperazione al rifiuto totale dell’handicap del bambino, si va dalla fiducia alla speranza. Poco a poco, si fanno largo i sensi di colpa: il professor Frigerio s’incontra con la sua amante, manifestando tutto il suo rimorso per aver tradito la moglie proprio nel periodo della gravidanza, certo che dal dolore per l’adulterio siano nate le prime difficoltà della puerpera.

Non c’è tempo per cercare un senso a quel che è avvenuto: bisogna trovare soluzioni. Si consultano specialisti, fisiatri e psicologi, si prega in chiesa domandando una guarigione totale che pure si sa che sarà impossibile: il ragazzo svilupperà correttamente la sua intelligenza, tuttavia dovrà imparare a muoversi e a camminare con grande fatica e grande sacrificio.

 

La storia di Paolo, delle sue piccole conquiste quotidiane e del suo lento percorso di recupero è accompagnata dalla storia dei suoi famigliari, come si diceva: del fratello maggiore, Alfredo, che impara ad odiarlo per via delle troppe attenzioni che ruba ai suoi genitori, e irride e umilia ogni sua caduta; della madre, che pare avvizzirsi e avvilirsi irrimediabilmente, sforzandosi di mantenere una dignità che la frequente assenza dalla narrazione pare rifiutarle; del nonno materno, che continua a essere convinto che i problemi del nipote saranno superabili, e rifiuta l’idea che non possa diventare atletico e vigoroso come lui; del padre, il professore, che inizia a vedere segni della presenza dei diversi e degli anomali in ogni momento della sua vita; sviluppa una ipersensibilità alla situazione dei portatori di handicap, e rilegge integralmente il suo passato e interpreta il suo presente con un nuovo atteggiamento. Dalla sua attività di insegnante in avanti, ogni momento della sua vita riflette quel che soffre per via dei problemi del figlio.

 

È una storia drammatica narrata con semplicità e naturalezza, giostrando tante vite attorno al sapiente filo tessuto e retto dall’artista: la lingua adottata sa essere cruda, ma non è mai cruenta; pregevole l’adesione al parlato in più d’una circostanza, mentre impressiona l’autocontrollo del narratore, che sembra sapersi correggere in corsa, quasi fosse un sognatore in grado di vivere un sogno lucido, di direzionarlo e di modificarlo.

In più d’una circostanza infatti, che si tratti della rappresentazione di un dialogo o di un amaro flusso di coscienza, l’adozione delle parentesi investe il lettore della responsabilità di ascoltare con cautela le parole del narratore; per ricostruire assieme significati, plasmare in maniera più netta la visione del personaggio(o dei personaggi).

 

Storia peraltro narrata con una fluidità e una scorrevolezza encomiabili: romanzo capace di affrontare un tema così doloroso e delicato non con dolcezza, né con compassione, ma con serenità ed equilibrio. Difficile rinvenire frammenti che possano anche soltanto parere artificiosi o esasperati: non si vuole “movere”, né tantomeno “delectare” o “docere”. L’intento è quello di raccontare un altro mondo che spesso rifiutiamo di conoscere; perché è sempre più evidente che davvero vediamo non soltanto ciò che vogliamo vedere, ma ciò che già conosciamo.

L’esperienza del professor Frigerio si riflette, a questo proposito, anche nel linguaggio: sua sfera di studio d’elezione, che d’un tratto gli sembra sconvolta dai nuovi significati che tante parole sono andate assumendo. 

Non è un altro mondo, quello dei Nati due Volte. È un mondo. 

 

“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita. Questa almeno è la mia esperienza. Non posso dirvi altro”.

(Giuseppe Pontiggia, “Nati due volte”, capitolo “La sfera di cristallo”).

 


 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

Giuseppe Pontiggia (Como, 1934 – Milano, 2003), narratore e saggista italiano.

Prese parte fin dalla fondazione alla rivista d’avanguardia “Il Verri”, diretta da Luciano Anceschi. Nel 1959 esordì come narratore pubblicando nei “Quaderni” il lungo racconto autobiografico "La morte in banca”.

Successivamente ha scritto:

“L'arte della fuga” (1968; seconda edizione, 1990).

“Il giocatore invisibile” (1978).

“Il raggio d'ombra” (1983; seconda edizione, 1988).

“La grande sera” (1989; seconda edizione, 1995).

“La morte in banca”(terza edizione, ampliata e revisionata, 1991).

“Vite di uomini non illustri” (1993).

“Nati due volte” (2000).

“Prima persona” (2002).

 

All'attività di romanziere affiancò un costante impegno critico con una serie di saggi su temi della narrativa classica e moderna (Pindaro, Lucano, Sallustio, Borges, Gadda, Sinisgalli), raccolti nel 1984 nel volume “Il giardino delle Esperidi”. Da segnalare anche le successive raccolte di scritti saggistici: “Le sabbie immobili” (1991) e “L'isola volante” (1995) e “I contemporanei del futuro” (1998), opere da cui emerge la stretta connessione tra le due attività, narrativa e saggistica, dello scrittore.

Ex lettore di Adelphi, a lui va ascritto il merito della pubblicazione delle opere di Guido Morselli.

 

Giuseppe Pontiggia, “Nati due volte”, Mondadori, Milano, 2000.

Il libro è strutturato in trentotto capitoli, ciascuno provvisto di titolo e non numerato. L’edizione esaminata non ospita prefazioni, bibliografie o documenti critici.

 

Lankelot, G.F., luglio del 2003. Prima pubb: Lankelot.com

 

PONTIGGIA in LANKELOT:

 

ISBN/EAN: 
9788804539384

Commenti

Libro che ho letto e che tratta un tema delicato e importante. La storia mi ha coinvolto, il modo di scrittura di Pontiggia meno. In ogni caso è uno raro esempio di narrativa italiana che tocca il tema di questa particolare diversità. Una ragazza che ho amato, in un momento ispirato, mi disse queste parole: " i bimbi nati diversi, probabilmente, sono angeli scesi su questa terra per ricordarci il valore della vita". Io sono convinto di una cosa, che i nati diversi li si si dovrebbe amare come, se non ancor di più, dei nati "normali". E chi mi conosce sa bene che il mio è tutto fuor che facile buonismo.

Ti conosco e so che non è facile buonismo. So altrettanto che senza dubbio apprezzeresti il Pontiggia critico - immenso - e il narratore de "La morte in banca". Dà un'occhiata alle altre recensioni su GP di Angela, magari te ne fanno innamorare.
Saluti romani.
gf

(p.s. se non sbaglio tu non hai ripubblicato tutte le oldies di Lankelot.com. Ti mancano proprio quelle che nel web in lingua italiana non esistono, quelle delle band d'area. Ti prego, rimedia)

Giusto! Me ne ero dimenticato. Le band di area, è vero. Devo revisionarli quei pezzi. Poi li metto su Lanke;) Leggerò i pezzi di Angela. Più tardi, quando torno. Sai che Angela la leggo sempre volentieri, a prescindere.

So bene, quindi rinnovo l'invito con sicurezza.
E a parte le band d'area - che ci appartengono e dobbiamo rivendicare - non dimenticare di ripubblicare tutto.
A noi, semper.
gf

?Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita. Questa almeno è la mia esperienza. Non posso dirvi altro?.

(Giuseppe Pontiggia, ?Nati due volte?, capitolo ?La sfera di cristallo?).

?Paolo cammina ondeggiando come un marinaio ubriaco. Il padre è stremato e infelice, e stanco degli sguardi morbosi dei passanti. Paolo lo avverte: se si vergogna, può camminare a distanza?.

E? un scena dipinta su carta, la tua Gianfranco, eccellente.

?romanzo capace di affrontare un tema così doloroso e delicato non con dolcezza, né con compassione, ma con serenità ed equilibrio. Difficile rinvenire frammenti che possano anche soltanto parere artificiosi o esasperati: non si vuole ?movere?, né tantomeno ?delectare? o ?docere?. L?intento è quello di raccontare un altro mondo che spesso rifiutiamo di conoscere; perché è sempre più evidente che davvero vediamo non soltanto ciò che vogliamo vedere, ma ciò che già conosciamo?. E? vero!

Il grande merito dell?autore è che, pur trattando un tema così toccante, non cade mai nel patetico e nel commiseratorio. Si impone piuttosto il tono duro, il dolore chiuso, la rabbia impotente, mai separata però dalla volontà di superare, per quanto è possibile, gli ostacoli, soprattutto quelli che la società frappone tra il critico punto di partenza e gli obiettivi possibili da raggiungere.

Un grazie particolare.

Raffaella

"è sempre più evidente che davvero vediamo non soltanto ciò che vogliamo vedere, ma ciò che già conosciamo".Quanto è vero!
Sempre bravo Pontiggia: mai una riga superflua, mai una stonatura. Bella l'idea di ripubblicare tutti i pezzi su di lui, in contemporanea.

Ps: Grazie per la segnalazione delle mie pagine a Léon. Entrambi troppo generosi nei miei confronti.

Onesti, Angela, onesti;). Dai, ripubblica tutto che si riparte, forza;). E se si riesce si va in simbiosi e sincronici, con le ripubblicazioni. Come 4,3,2 anni fa, come sempre.

"Si impone piuttosto il tono duro, il dolore chiuso, la rabbia impotente, mai separata però dalla volontà di superare, per quanto è possibile, gli ostacoli, soprattutto quelli che la società frappone tra il critico punto di partenza e gli obiettivi possibili da raggiungere".

A te, grazie, RB. Anche per lo speciale dono che sto ascoltando adesso con la mia compagna. Opera di genio, dono splendido. Riconoscenza pubblica.

Trascrivo questa frase: "Una volta, mentre lo guardavo come se lui fosse un altro e io un altro, mi ha salutato. Sorrideva e si è appoggiato contro il muro. È stato come se ci fossimo incontrati per sempre, per un attimo". Potremmo sinceramente attribuirla ad ogni essere umano, perchè questo è il dramma dell'handicap: l'incomunicabilità. E' l'incomunicabilità che scava come le parole di Pontiggia. L'ho abbandonato molte volte questo libro, con il rifiuto uterino di chi vuole partorire sempre perfezione. E l'ho ripreso ancora, con quel senso vischioso di fazzolettini pieni di muco asciugato, di fatica. Con quell'irritazione femminile di vedere una madre appiattita, ma vera, terribilmente vera. Una lettura dolorosa contrapposta alla levità stupida di una pellicola d'Amelio. Solo dopo ti accorgi di aver letto qualcosa di grande. Di averlo incontrato e conosciuto quello sguardo. Per un attimo.

La pellicola di Gianni Amelio? Immagino tu intenda "Le chiavi di casa". Ho trovato il film tutto fuor che stupido, anzi me lo ricordo come intenso e toccante (certo, con alcuni buchi di sceneggiatura). Tra l'altro il film di Amelio trae la sua ispirazione proprio da questo testo.

Lalla, quando cominci a pubblicare da queste parti? Mi sembra sia ora (intanto rispondi a Leon. Ma sappi che aspetto con discreta euforia).

Lèon, ti faccio un esempio banale banale. Se io fossi un commissario e vedessi Distretto di polizia lo troverei inadeguato, con buchi enormi, di una "levità stupida". Le chiavi di casa sta all'handicap, a chi ha quei graffi sulla pelle come Distretto di polizia sta a un commissario vero. Diversissimo il caso di "Nati due volte", credimi. E' solo un'angolo distorto della visuale.
Per GF: sono ancora troppo anarchica e terrorizzata dal vostro valore per pubblicare. Piano piano, con pazienza. Intanto vi leggo, ed è un'euforia per me entrare qua dentro.

Non so che dirti, Lalla. So di per certo che il film è stato ideato da Amelio insieme al suo piccolo protagonista, il bimbo portatore di handicap. Io ho lavorato con bimbi "diversi", ma un conto è lavorarci, altro è viverci insieme. Pertanto, nell'apprezzare la pellicola, il mio giudizio non poteva che essere emotivamente "distante", ancorchè empaticamente ravvicinato. Non voglio entrare nel tuo privato, ci mancherebbe, ma immagino che nel dare un giudizio cosi netto sul film di Amelio, del tema in questione tu devi saperne molto. Certamente, da più vicino di me.

Lèon in effetti ne so molto, e non è un segreto. In casa nostra l'handicap non è nato, si è abbattuto come un fulmine su una persona di 23 anni della mia famiglia. Non abbiamo avuto il tempo di "crescere" con la diversità, ce la siamo trovata un bel giorno, come quando nel film L'esorcista trovi nel letto un alieno. Ma la militanza giornaliera e notturna sviluppa altri occhi, che per quanto complementari ai tuoi (ci lavori, lo sai) sono necessariamente diversi. E un po' più acidi aggiungerei. Grazie per aver risposto

Di nulla, grazie a te per aver esemplificato attraverso la tua personale esperienza, lallacare. Di fronte a ciò, mi taccio sull'attendibilità del film di Amelio. L'esperienza quotidiana vale più di mille film, riusciti o meno che siano.

"È una storia drammatica narrata con semplicità e naturalezza, giostrando tante vite attorno al sapiente filo tessuto e retto dall?artista: la lingua adottata sa essere cruda, ma non è mai cruenta; pregevole l?adesione al parlato in più d?una circostanza, mentre impressiona l?autocontrollo del narratore, che sembra sapersi correggere in corsa, quasi fosse un sognatore in grado di vivere un sogno lucido, di direzionarlo e di modificarlo. "

Mi arresto qui. Mi attengo a quello che avrei detto (meglio o peggio chissà). Ero a leggerla solo per Letteratura. Al di là del tema (toccante e ben proposto) e al di là del film (che non ho visto anche se di primo acchitto non amo Amelio, ma si sa, sono amori che vanno e vengono), direi che complessivamente l'operazione romanzesca è ben costruita ma non era (non fu) il solito Pontiggia, di solito ben più caustico e distante da temi che (scusatemi) sono ben chiari a tutti. Anche se per esempio Leon ne sa più di me, ma molto.Pparlavo di sviluppo narrativo, di contenuti, e di capacità formali (notevoli nell'autore in questione). Forse stavolta, nonostante il successo, non era adatto a. Ecco.

aggiornato l'archivio!

Questo è uno dei più bei romanzi che abbia mai letto. Quando uscì scrissi una recensione per il Secolo. Se la trovo nel mio archivio ,gianfri, te la mando

magari!

Anche io inserisco questo libro tra i più bei romanzi che abbia mai letto.