“Dunque. Ma questo è il punto. Da dove? Di fronte alla radice cubica del delitto, all'uomo immobile sul marciapiede corso dal sole in fuga. Chiarità, e poi ancora luce, chiarità. Chi è stato? Chi è? Chi? Ci aiuteranno il lessico e gli integrali? La vita sotto i suoi occhi socchiusi. Finché il sangue circola caldo: solo questo (ma) volendo dimenticarlo. Volendo saperlo” (“Avvio”, p. 21).
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Balocco letterario degno di Queneau, il pretenzioso e indisponente “L'arte della fuga” (1968, 1990), secondo libro di narrativa del povero, grande Giuseppe Pontiggia, è strutturato in diciannove sequenze. Scriveva G.P. (cioè: lui stesso), nella bandella: “Che cosa incontra il lettore in questo libro? Incontra fughe, inseguimenti, delitti, insomma il meccanismo e i fatti di un giallo: però ignora non solo chi è l'assassino, ma chi è la vittima. Compie un viaggio nel passato che rende stranamente archeologico anche il presente. Frequenta un intellettuale satireggiato sotto il nome di 'clerc'. Ascolta le lezioni di un professore che ha rinunciato a insegnare. Entra in un circolo scacchistico e in una metafisica del gioco. […]. L'investigazione che coinvolge i personaggi, intravisti come se si muovessero dietro vetri smerigliati, diventa alla fine un interrogativo sul destino della nostra specie”. Detto così sembra accessibile e sensato. Non è proprio così. Non è un libro accessibile e sensato. Diciamo che sembra nato per circolare tra gli addetti ai lavori, come prosa sperimentale – sperimentale, e basta – d'un letterato di talento, in vena di provocazioni e di velleitari trasformismi. Non sempre riusciti.
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In fondo a un tunnel. Senza riuscire a gridare. Il delitto è avvenuto in un luogo chiamato “palazzo”. Il sicario è uno che ha ucciso solo per soldi, senza provare rancore. Sia indulgente, signor giudice. Pontiggia frena: niente più razionalità, per un pezzo. Frammenti di verità e di lucidità in mezzo a un delirio di prose sconclusionate, inconciliabili, più prossime al rompicapo che all'opera letteraria pura; non sempre leggibili, felici come sono di disarcionare la razionalità e il raziocinio. Presente quando David Lynch vi sta ferocemente prendendo per il culo? Ecco, siamo da quelle parti. Aspettiamo che accada il passato. In più, biancheggiamenti e codici cifrati, asterischi e scarabocchi, sprazzi di puro nonsense. Il mosaico forse non c'è e forse c'è – dipende da quello che volete voi che sia. La morte è piena di coincidenze fantastiche. La nostra libertà di lettori, a un tratto, è davvero soltanto immaginaria.
“Siamo appena al principio” - disse il clerc. “Non mi ritrovo, ma il resto? Tutto il senso ci sfugge. Per questo ci muoviamo” (p. 40).
La vittima, la sera prima, mica poteva prevederlo. Guardava l'atletica alla tv. Altri tempi, l'atletica in prima serata. La vittima non oppose resistenza. L'assassino smarrì la coscienza al primo colpo. Tutto fu solo un attimo. Il sosia della vittima uscì al tramonto e lesse la propria morte su un giornale.
“Camminò contro un sole provvisorio. I passanti avanzavano dall'orizzonte, gli uccelli risalivano sparendo” (p. 77). Il resto ve lo risparmio senza particolari scrupoli. Preferisco parlarvi di qualcosa di bello, quando scrivo di Pontiggia, e non di qualcosa di vacuo e di autoreferenziale – a dispetto delle due diverse stesure, distanti ventidue anni una dall'altra – come in questo frangente. Una delle più clamorose masturbazioni intellettuali del secondo Novecento: roba che neanche certe avanguardie potrebbero apprezzare. Ben scritto, come certe etichette dei vini. Ma commerciale come l'acqua ragia, e popolare quanto l'oricalco, e razionale come un polipo.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Giuseppe Pontiggia, “L'arte della fuga”, Adelphi, Milano 1968. L'edizione riveduta “sul piano stilistico e strutturale”, completa di parti precedentemente escluse, è apparsa nel 1990. Collana Fabula, 38.
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[pontiggia minore] Balocco
[pontiggia minore] Balocco letterario degno di Queneau, il pretenzioso e indisponente “L'arte della fuga” (1968, 1990), secondo libro di narrativa del povero, grande Giuseppe Pontiggia, è strutturato in diciannove sequenze. Scriveva G.P. (cioè: lui stesso), nella bandella: “Che cosa incontra il lettore in questo libro? Incontra fughe, inseguimenti, delitti, insomma il meccanismo e i fatti di un giallo: però ignora non solo chi è l'assassino, ma chi è la vittima. Compie un viaggio nel passato che rende stranamente archeologico anche il presente. Frequenta un intellettuale satireggiato sotto il nome di 'clerc'. Ascolta le lezioni di un professore che ha rinunciato a insegnare. Entra in un circolo scacchistico e in una metafisica del gioco. […]. L'investigazione che coinvolge i personaggi, intravisti come se si muovessero dietro vetri smerigliati, diventa alla fine un interrogativo sul destino della nostra specie”. Detto così sembra accessibile e sensato. Non è proprio così. Non è un libro accessibile e sensato. Diciamo che sembra nato per circolare tra gli addetti ai lavori, come prosa sperimentale – sperimentale, e basta – d'un letterato di talento, in vena di provocazioni e di velleitari trasformismi. Non sempre riusciti.
[speciale pontiggia] manca
[speciale pontiggia] manca poco, in ogni caso (ma caldeggio più articoli su uno stesso titolo: magari proprio in un caso come questo, se ci fossero fan di questo accrocco di libro ben vengano a smentirmi e a cantarne la genialità)...
http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=3198.0 qua per prenotarsi!
[arte della fuga] secondo
[arte della fuga] secondo Lattarulo (fonte: introduzione del "Raggio d'ombra", p.6): "Pontiggia approda, dalla narrazione ancora realistica del suo romanzo di esordio, all'universo paranoico del suo romanzo successivo, L'arte della fuga, 1968". In esso, "caduto ogni riferimento a un'esperienza unitaria e cadute dunque le condizioni che rendevano ancora possibile l'esistenza del 'personaggio-uomo', minaccia e violenza si accampano come uniche, impersonali protagoniste. Frantumata e nello stesso tempo terribilmente unitaria, nell'Arte della Fuga la narrazione ripete in ogni sequenza la medesima persuasione mortuaria, perché ogni possibile situazione ammette un unico vero soggetto sempre uguale e ovunque dominante".
Più avanti, si parla di "pulsione di morte" come protagonista dell'universo narrativo del libro.
[l'arte della fuga] secondo
[l'arte della fuga] secondo Luciano Anceschi [1970], è "qualche cosa di molto singolare e veri che porta innanzi il discoro delle nuove forme con felicissima libertà - forse uno dei tre o quattro nomi che ricorderemo nei prossimi anni, che resteranno, che agiranno".
Sul nome non ci piove;)