Pontiggia Giuseppe

La morte in banca

Autore: 
Pontiggia Giuseppe

“Cambiava umore con facilità estrema, i giudizi e i commenti degli altri lo trovavano più indifeso e contribuivano ad aumentare il suo smarrimento.

Tutto era forse accaduto troppo in fretta e bisognava ricominciare da capo. Ma ora che erano cadute tante premesse, non aveva più una meta e niente che ne colmasse l’assenza; adattarsi gli sembrava una resa, la sua crisi non poteva finire così.

Trovava assurda la sua vita, ritornava su certe constatazioni con una fissità che lo stancava e gli faceva talvolta desiderare di evadere, di tornare a muovere, di distrarsi”.

(Giuseppe Pontiggia, “La morte in banca”, capitolo Dodici).

 

Carabba si diploma al Classico appena diciassettenne: le difficoltà economiche impongono che s’avvii presto al lavoro. Può contare su un piccolo appoggio in banca: e così, ancora interdetto tra la facoltà di Lettere e quella di Lingue, si predispone intanto a integrarsi nel sistema lavorativo, ripromettendosi di adeguarsi alla grama vita universitaria del non frequentante, oggetto di feroci rappresaglie di una buona parte dei docenti oggi come cinquanta anni fa.

Nel corso dei primi colloqui con il Segretario del Personale non evita qualche menzogna: asserisce d’essere propenso a iscriversi a Lingue, ricordando quanto gli era stato suggerito da un compagno già avvezzo a certi meccanismi e già sottomesso a certe logiche, e assicura di non trovare alieno dai suoi interessi un lavoro tanto distante dalla sua formazione liceale.

Assunto dopo una serie di colloqui, si trova così a essere il più giovane impiegato della banca: in un mondo che sente distante e soffocante, ripetitivo e tutto meccanico e automatico come gli appare.

Non è un romanzo di formazione, è un romanzo di “accettazione” o di “constatazione”: il contrasto insanabile tra l’amore per la Letteratura e la necessità di inquadrarsi in un’attività che possa garantire la sopravvivenza economica rimane, in fin dei conti, insanabile; e questo è certo dovuto al particolare periodo esistenziale attraversato da Pontiggia nel momento della stesura del romanzo.

L’esperienza è ampiamente autobiografica: impiegato presso il Credito Italiano per dieci anni, per necessità economica, Pontiggia dovette effettivamente affrontare sensazioni di estraniamento e frustrazione perché vedeva sfuggirgli via l’amata adesione al mondo delle Lettere.

Questo libro non è però soltanto la rappresentazione dell’amarezza o della rassegnazione di un giovane letterato costretto a vivere una vita che non sente propria; è una riflessione sull’ingresso nel mondo del lavoro, sulla quotidianità e sulla routine, sulla variopinta umanità che forma piccoli gruppi negli uffici. È opera di grande attualità: incarna alla perfezione dubbi e insicurezze di chi si trova dapprima a cercare lavoro, e quindi a cercare di adattarsi al cambiamento occorso nella propria vita. Le parti dedicate ai colloqui e i frangenti riservati a raccontare le prime, modeste interazioni con i colleghi sembrano quelle obiettivamente più indovinate: e se non può che destare tenerezza il ruolo della madre, che ascolta quotidianamente i bilanci e le considerazioni del figlioletto, magnificamente si va invece a rappresentare il divario esistente tra l’alter ego del narratore e i suoi coetanei, per via delle scene ambientate nel Liceo. Che ha smesso di essere la struttura portante della vita di Carabba, trattenendo ancora i suoi compagni in un limbo che pure non riesce a invidiare.

Carabba entra nella società degli adulti perdendo il nome: in nessuno dei dodici capitoli viene nominato altrimenti che per il cognome. E se non è questo un elemento sufficiente ad attestare la cristallizzata estraniazione, può valere la pena almeno segnalare che le scarne e infrequenti descrizioni paesaggistiche sono sempre filtrate da un contesto-gabbia: una finestra in ufficio, mentre si avvicina l’orario di chiusura, un vetro in autobus, mentre si torna in casa, e via discorrendo. Non esiste una figura femminile in grado di restituire brillantezza e umanità al giovane impiegato: l’unica consolazione è il pensiero del rifugio nella biblioteca, nell’utopistica ricerca d’un equilibrio tra una prima vita, tutta puntualità e precisione in una professione detestata, e una seconda vita, tutta immaginazione e fantasia in un mondo che non c’è. Il mondo letterario.       

 

Oltre al romanzo breve “La morte in banca”, il libro ospita sedici racconti, d’argomento spesso analogo al primo: particolarmente condivisibile quanto scrive in proposito Barenghi nella postfazione, allorché sostiene che “la progressiva espansione del testo d’esordio ne conferma il carattere seminale e germinativo”. Infatti il libro, suddiviso in quattro parti, è stato più volte rimaneggiato e alterato dall’autore, sin dalla seconda edizione, apparsa nel 1979. Le prime due parti del volume, composte dal romanzo breve e dai cinque racconti iniziali, costituivano la prima edizione, edita nel 1959. Il romanzo breve eponimo era stato scritto addirittura tra il 1952 e il 1953, quando Pontiggia era appena ventenne. La terza parte ospita sei racconti composti tra il 1960 e il 1978 e rivisti nell’edizione del 1991.

La quarta parte, infine, è costituita da cinque racconti scritti tra il 1979 e il 1985.

 

“Non poteva trattenersi dal parlare, dal raccontare le sue giornate in ufficio. E ogni giornata lo sorprendeva, lo stupiva.

Alcune cose l’avevano colpito fin dalla prima volta e ancora adesso non lo lasciavano indifferente: le volgarità, ad esempio, le continue battute oscene dei suoi colleghi erano le stesse che si dicevano a scuola; ma qui stavano diminuendo la sua fiducia in un vago ideale di ritegno, che gli era sembrato finora una conquista dell’età matura”.

(Giuseppe Pontiggia, “La morte in banca”, capitolo Sei).

 


 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

Giuseppe Pontiggia (Como, 1934 – Milano, 2003), narratore e saggista italiano.

Prese parte fin dalla fondazione alla rivista d’avanguardia “Il Verri”, diretta da Luciano Anceschi. Nel 1959 esordì come narratore pubblicando nei “Quaderni” il lungo racconto autobiografico "La morte in banca”.

Successivamente ha scritto:

“L'arte della fuga” (1968; seconda edizione, 1990).

“Il giocatore invisibile” (1978).

“Il raggio d'ombra” (1983; seconda edizione, 1988).

“La grande sera” (1989; seconda edizione, 1995).

“La morte in banca” (terza edizione, ampliata e revisionata, 1991).

“Vite di uomini non illustri” (1993).

“Nati due volte” (2000).

“Prima persona” (2002).

 

All'attività di romanziere affiancò un costante impegno critico con una serie di saggi su temi della narrativa classica e moderna (Pindaro, Lucano, Sallustio, Borges, Gadda, Sinisgalli), raccolti nel 1984 nel volume “Il giardino delle Esperidi”. Da segnalare anche le successive raccolte di scritti saggistici: “Le sabbie immobili” (1991) e “L'isola volante” (1995) e “I contemporanei del futuro” (1998), opere da cui emerge la stretta connessione tra le due attività, narrativa e saggistica, dello scrittore.

Ex lettore di Adelphi, a lui va ascritto il merito della pubblicazione delle opere di Guido Morselli.

 

Giuseppe Pontiggia, “La morte in banca”, Mondadori, Milano, 2003.

L’edizione ospita una esauriente nota bibliografica e un’eccellente postfazione di Mario Barenghi.

 

PONTIGGIA in LANKELOT:

Lankelot, G.F., agosto del 2003. Prima pubb: Lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788804513001

Commenti

"ancora interdetto tra la facoltà di Lettere e quella di Lingue, si predispone intanto a integrarsi nel sistema lavorativo, ripromettendosi di adeguarsi alla grama vita universitaria del non frequentante, oggetto di feroci rappresaglie di una buona parte dei docenti oggi come cinquanta anni fa". Fotocopia perfetta del mio percorso...L'effetto immedesimazione col protagonista del libro è tremendo.

:). bene. Vuol dire che dovrai analizzare lo stesso libro. Forza e onore. Animo;).

(e presto, dico)

Analizzare il libro? No, non occorre e non sarebbe sano. In certi specchi è meglio non guardare.

Ne deriva sempre buona Letteratura, a ben guardare. Scrivo con fiducia che attendo quello specchio.

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