Pontiggia Giuseppe

La grande sera

Autore: 
Pontiggia Giuseppe
Assenze. Convergenze su quello che manca, è mancato, mancherà. E se non manca, deficita. Un lungo encomio sulla carenza. Affettiva, sentimentale, spirituale o semplicemente della volontà. Una accurata e quasi dissennatamente misurata illustrazione di una disfatta esistenziale, di un torpore languido e crudelmente asettico, ibrido, frigido.
Nel romanzo “La grande sera” di Giuseppe Pontiggia, vincitore del premio Strega nel 1989, non appare speranza, non c’è sorriso, non c‘è luce, è un crepuscolare ed irrimediabile tramonto senza nemmeno troppo malinconici effetti da cartolina romantica anche postdatata. Un titolo azzeccato, dunque, stante ad indicare neanche troppo metaforicamente il preludio ad una notte dell’anima, con tutti i personaggi avviati verso la vecchiaia, alla disperata ricerca di un senso e di una direzione a volte blandendo una altra vita o radicali svolte che puntualmente rimangono irretite nelle paure a.
Una decadenza non solo morale e non solo fisica, un marcire di sogni e velleità, in un’ aspra lotta che anima ogni protagonista tra quello che si è e quello che si voleva o credeva di essere.
“L’uomo che non c‘era” si potrebbe intitolare la recensione, perché si tratta di una scomparsa. Un uomo, benestante, inafferrabile, dedito con sorda e virile bramosia al successo, scompare. Benché la vita gli sorrida , le donne si innamorino e gli affari vadano a gonfie vele. Suo fratello, la moglie, le amanti, i compagni di imprese più o meno losche, saranno gli estensori allora di un testamento. Più del loro che di quello dello scomparso. 
Il quadro che viene delineato infatti è  radicalmente marcato da un essere costantemente alla ricerca di una verità ultima, di un appiglio definitivo, di un’isola che non c’è o si vorrebbe che ci fosse.
 
Trattasi dunque di un’ accurata e mirabile dissertazione su un’assenza che però è fortemente presente e rende palpabili quelle rimosse o annichilite identità dimidiate e vilipese di tutti gli alti protagonisti, efferatamente deboli e dai tratti ridicoli per quanto quasi tutti dotati di una lucida e cinica autoconsapevolezza del deterioramento delle proprie presunte virtù e dei propri agognati e mai realmente inseguiti sogni. E la narrazione non intende celiare o tergiversare, con un’ironia dissacrante a volte dai tratti quasi crudeli, procede senza indugi o remore di sorta.
L’assenza dell’uomo scomparso allora diventa giocoforza uno specchio ed un fantasma con cui combattere, discutersi e discutere gli altri, assomigliare o divergere, emulare o denigrare.
Un romanzo riuscito, compatto, con abili e sapienti procedimenti mimetici, con il narratore che saggiamente lascia parlare i protagonisti senza mai intervenire, ma intessendo un ordito narrativo di rara e sobria eleganza.
Sotto la superficie, una quasi sadica riluttanza a compatire, nel senso più kunderiano del termine, i vari protagonisti, che vengono brillantemente illustrati in questa sorta di galleria narrativa, con un contesto sociologico che non rifiuta la contestualizzazione nell’era coeva alla narrazione, che riutilizza l’abusato anche se non forse totalmente usurato clichè del mondo alto borghese con uomini e donne immersi e quasi affogati nell’abbondanza. E’ comunque un romanzo d’interni, interni dell’anima e del pensiero, interni di appartamenti, pied-a -terre, uffici semibui dall’aria misteriosa e vagamente concupiscente, simboli di amori coltivati, illusi se non derisi fino alle estreme conseguenze.
Ne emerge una distillata ma non rarefatta esemplificazione di rapporti umani specie amorosi in particolare, tutti riletti alla luce di una visione pessimistica dell’essere umano, il quale peraltro è anche spesso ingannato o si autoinganna con la propria forma di comunicazione, il linguaggio, oggetto di acutissime pagine di riflessione, messo alla gogna e condannato per le sue intime aporie e dissoluzioni, per le sue ardite pretese che poi vengono costantemente rese impossibili dalla stessa natura di significati e significanti.
 
Prova insomma di uno spessore e di una incisività rare, nel panorama italiano degli anni ottanta, esempio della maturità stilistica e narrativa di Pontiggia, un narratore che  riprendendo una “antica” ed a mio parere azzeccata partitura elaborata da Moravia (1),  è più “scrittore” che “romanziere” in quanto abile inventore di uno stile, linguaggio e forma, più che confezionatore di una storia convincente ma in cui non emergono spiccate qualità di originalità e personalità letteraria.
Qui infatti notiamo una lingua non corposa ma solida e strutturata, esigente e stilizzata non con evoluzioni barocche o peripezie a carattere sintattico-grammaticale ma con una raffinata, lucida e fortemente voluta letterarietà, frutto e fulgido esempio della maniacale revisione posta in essere da Pontiggia dei propri testi, rarissimo se non unico autore che tornava costantemente sui suoi passi, come peraltro attesta la sua nota introduttiva a questa edizione   "rivista e corretta per oltre un anno".
La passione per l’etimologia delle parole, mai sconfinante nel mero ed irritante “accademismo” fine a sé stesso, il gusto per ossimori, paradossi e per la costante ricerca del quasi aforisma completano una connotazione autoriale credo di indubbia levatura.
Sorprendente la maturità raggiunta dall’autore, protagonista certo di brillanti successi editoriali ma che reputo francamente meritevole di ben più ampia condivisione, considerando che nell’arco della sua lunga attività seppe dare vigore stile e dignità alla scrittura senza mai perdersi nel banale o nel ripetitivo, seppur vincitore di vari premi e pubblicante per la maggiore casa editrice italiana.
Si segnala infine, nell’edizione commentata, la brillante ed esauriente postfazione di Daniela Marcheschi.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Giuseppe Pontiggia, narratore e saggista, nacque a Como nel 1934. Prese parte fin dalla fondazione alla rivista d’avanguardia “Il Verri”, diretta da Luciano Anceschi. Nel 1959 esordì come narratore pubblicando nei “Quaderni” il lungo racconto autobiografico "La morte in banca”.
Successivamente pubblicò:
“L’arte della fuga”(1968; seconda edizione, 1990).
“Il giocatore invisibile”(Premio Campiello 1978).
“Il raggio d’ombra”(1983; seconda edizione, 1988).
“La grande sera”(Premio Strega 1989; seconda edizione, 1995).
“La morte in banca”(terza edizione, ampliata e revisionata, 1991).
“Vite di uomini non illustri”(1993, Premio Super Flaiano 1994).
“Nati due volte”(2000, Premio Campiello 2001).
“Prima persona”(2002).
 
All’attività di scrittore affiancò un costante impegno critico con una serie di saggi su temi della narrativa classica e moderna (Pindaro, Lucano, Sallustio, Borges, Gadda, Sinisgalli), raccolti nel 1984 nel volume “Il giardino delle Esperidi”. Da segnalare anche le successive raccolte di scritti saggistici: “Le sabbie immobili” (1991, Premio Satira Politica Forte dei Marmi 1992) e “L’isola volante” (1995, Premio Palazzo al Bosco 1996) e “I contemporanei del futuro” (1998, Premio Brancati e Premio Rhegium Julii 1999), opere da cui emerge la stretta connessione tra le due attività, narrativa e saggistica, dello scrittore.
Giuseppe Pontiggia è morto a Milano il 27 giugno 2003.
 
Giuseppe Pontiggia, “La grande sera”, Mondadori, Milano, 1995.
 
(1) Il richiamo è tratto dalla postfazione di Raffaele La Capria a Sandro VeronesiGli sfiorati”, Milano, Mondatori 2001, p. 373.
 
Pontiggia su Lankelot.
 
 
Paolo Pappatà, su Internet Baol70, per Lankelot.eu, maggio 2007
ISBN/EAN: 
8804524308

Commenti

ringrazio pubblicamente Angela, perché la lettura della sua recensione mi ha permesso di scoprire (e riscoprire) un autore a mio parere meritevole e probabilmente " snobbato". Inedita, per Lanke :-). prima o poi seguirà "Vite di uomini non llustri" che ho visto mancante in archivio. Saluti

"Un uomo, benestante, inafferrabile, dedito con sorda e virile bramosia al successo, scompare. Benché la vita gli sorrida , le donne si innamorino e gli affari vadano a gonfie vele. Suo fratello, la moglie, le amanti, i compagni di imprese più o meno losche, saranno gli estensori allora di un testamento. Più del loro che di quello dello scomparso."

> e questo, nella Letteratura Italiana, ci riporta immediatamente all'illustre antecedente nel genere della scomparsa.

"Qui infatti notiamo una lingua non corposa ma solida e strutturata, esigente e stilizzata non con evoluzioni barocche o peripezie a carattere sintattico-grammaticale ma con una raffinata, lucida e fortemente voluta letterarietà, frutto e fulgido esempio della maniacale revisione posta in essere da Pontiggia dei propri testi, rarissimo se non unico autore che tornava costantemente sui suoi passi, come peraltro attesta la sua nota introduttiva a questa edizione "rivista e corretta per oltre un anno".

> notevole questa tua analisi. Sembra che parli d'un vino, nella prima riga (il che ci ricorda che gli strumenti della critica letteraria hanno avuto molta fortuna in diversi ambiti:) ).

Grande recensore e buon critico, ottimo lettore, Pontiggia avrà fortuna postuma come narratore. A dispetto della grande circolazione delle sue opere mi sembra abbia incontrato il gusto del grande pubblico solo in un caso, "Nati due volte".
Per quanto mi riguarda, è stata folgorazione "La morte in banca" e la notizia che lui era quel lettore di Adelphi che aveva promosso Morselli. Adoro le sue schede, cfr. "L'isola volante".

4. sì, devo leggerlo "L'isola", nella postfazione anche ne dicono un gran bene. Autore di parziale "successo", vero. Ma anche snobbato dai lettori forti che conosco, ho trovato.

2. pensi a Mattia Pascal? esempio calzante, anche se trovo che il Mattia è protagonista "presente", qui lo scomparso é presente attraverso altri
***

3. ahaha, dici che faccio parte della corrente critica dell' "etilismo applicato"?

"L'isola" è uno di quei libri - con "Gogol a Roma" di Landolfi, per esempio, e diverse raccolte di brevi saggi di Borges - che mi hanno convinto che solo gli autori potevano leggere gli autori e presentarli al pubblico. Vedrai che ti piacerà.
*
Come no, è vero. Ti dico, se escludi "Nati due volte" ha avuto tirature poco più che landolfiane, direi.

6.2. E la chiave è tutta lì. La variazione sul pattern. Intelligente.
6.3. :)., no, è che ho scoperto che certi manuali del vino sembrano essere stati scritti da letterati in cassa integrazione:)

7.1 ottimo Fra', ho voglia di un po' di saggistica o similia, ho letto solo romanzi da anni, me lo vado ad ordinare assime a Lupi :-).
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7. 2 la faccenda fa meditare su meccanismi miseriosi, se appunto si pensa che ha vinto premi quale lo Strega ed era "tirato" da un colosso come Mondadori

***
8.2 ahahah :))). ok, hai dato linfa al mio futuro :)

9.7.1 Gradirai molto:).
9.7.2. E' solo questione di circuiti. Il suo era quello degli addetti ai lavori, oltre la nicchia dei lettori forti:).
9.8.2. Non posso fare battute sui lavori che ho fatto in questi anni, ma ci siamo capiti:)

10. Ricevuto tutto.:-)

***
Poichè ho un po' di pace arrivano Morselli e gli altri. Oltre a riprendere letture qui, che da un po' latito. Long live a lanke :-)

Lunga vita a noi!

Addirittura i ringraziamenti pubblici!
Scrivendone ho solo provato a sdebitarmi nei confronti di Franco che a suo tempo mi consigliò il libro. Questa tua pagina è una sorta di tradizione che si rinnova: un grazie scritto, che conquisterà sicuramente altri lettori.

"Ne emerge una distillata ma non rarefatta esemplificazione di rapporti umani specie amorosi in particolare, tutti riletti alla luce di una visione pessimistica dell?essere umano, il quale peraltro è anche spesso ingannato o si autoinganna con la propria forma di comunicazione, il linguaggio, oggetto di acutissime pagine di riflessione, messo alla gogna e condannato per le sue intime aporie e dissoluzioni, per le sue ardite pretese che poi vengono costantemente rese impossibili dalla stessa natura di significati e significanti".

Ottimo paragrafo. In queste poche righe, hai saputo condensare il valore dell'intero romanzo.

13. beh, che dire. Era un mio dovere "professionale", Pontiggia l'avevo messo in soffitta ed invece... :-)

Lo sto leggendo. Pace.

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