L’OMBRA DEL VUOTO
Storia di una scomparsa. Storia di un’assenza profondamente presente. Storia di un’eclissi che oscura il protagonista per illuminare il vuoto intorno al quale gravitano i personaggi, più o meno convenzionalmente, legati al “fuggitivo”. Storia di un autore che scardina la struttura classica del romanzo, finalmente non più inteso come mero esercizio di stile o artificio puramente combinatorio, per regalarci, attraverso il linguaggio attentamente studiato e misurato, un viaggio all’interno dell’uomo e della vita, nei suoi aspetti meno rassicuranti.
Mediante le pagine del suo libro, vincitore del premio Strega 1989, infatti, Pontiggia pone dinanzi agli occhi del lettore i volti più autenticamente sgradevoli dell’esistenza: il dolore, l’inganno, il tradimento, l’abbandono, l’aridità, l’ipocrisia, senza nascondere al suo sguardo un’analisi lucida e spietatamente realistica della società contemporanea.
La letteratura, pertanto, diventa “modo di dire e strumento per dire”, il romanzo si fonde con il saggio trasformandosi in lente di ingrandimento per l’indagine sull’uomo, sui suoi comportamenti, le sue contraddizioni, le sue immancabili sconfitte e si passano a rastrello mente e cuore di quanti emotivamente coinvolti dall’assenza del protagonista, che “si fa sensibile presenza nella loro interiorità affettiva e morale”.
Del resto, differentemente da quanto avveniva ai primi del ‘900 con “Il fu Mattia Pascal”, dove l’attenzione di Pirandello si concentrava sull’autore della fuga, desideroso di spezzare le catene delle convenzioni con le quali la vita ci imprigiona, ma ancora troppo legato al falso e vano gioco delle apparenze, ancora troppo nostalgico nei confronti della trappola per affermare, di fatto, la propria libertà, ne “La grande sera”, Pontiggia focalizza l’obiettivo sul vuoto e sugli effetti devastanti che esso procura sui suoi contorni.
L’improvvisa scomparsa di quello che, di volta in volta, ci viene presentato come il fratello, l’amante, il marito, il dipendente, il socio e lo zio, diventa, quindi, un pretesto per osservare, descrivere e sviscerare le diverse reazioni di fronte ad un dolore imprevedibile. E si assiste ad una carrellata di personaggi: ognuno con un ruolo specifico, ognuno unico, espressione di un proprio mondo, della propria singolarità. Ma al tempo stesso, ognuno simile all’altro, tutti, o quasi, incapaci di accettare quanto vivere significhi veder fallite le proprie attese, posti dinanzi ad un’incognita e man mano, proporzionalmente alla consapevolezza delle proprie sconfitte, scoperti sempre più assenti dai propri giorni.
Lo scrittore comasco, dunque, mediante la fotografia di questi inetti senza qualità, ci offre il ritratto variopinto e disincantato dell’Italia anni Ottanta. L’Italia del finanziere con la passione per l’aldilà; l’Italia del cinico investigatore con la visione zoologica del mondo; l’Italia dell’amante che cerca nel proprio compagno/a la figura del padre/madre; l’Italia del manager con la vocazione per la menzogna; l’Italia della quarantenne che rispolvera il sogno dimenticato della poesia; l’Italia dello psicanalista improvvisato; l’Italia del critico cinematografico col perenne blocco dello scrittore: in definitiva un’Italia di falliti, incapaci, eccezion fatta per Andrea e pochi altri, di comprendere che sofferenza e sconfitte sono prove autentiche dell’essere esistiti.
Uomini e donne così ciechi da confondere la vita con la stanca sopravvivenza o, peggio, con l’ostentato vitalismo pubblicizzato dai media.
Un’Italia sapientemente bacchettata ed ironicamente smascherata tra le pagine di questo testo-gioiello, i cui protagonisti, se è vero che non arrivano a “destare orrore” (diversamente da quanto, invece, avviene in Kraus), riescono, tuttavia, a suscitare il riso del comico.
Un umorismo corrosivo che denuncia la sofferenza e la visione pessimistica della società e dell’esistenza, da parte dell’autore in grado non solo di raccontare e scandagliare la dimensione più intima dei personaggi, ma anche straordinariamente capace di stabilire, attraverso il suo scritto, una comunicazione morale, perché, secondo quanto afferma la Marcheschi nella postfazione: “la verità attorno alla quale si arrovella il suo lavoro trascende i limiti dell’enunciato linguistico per diventare piuttosto la sostanza etica di cui si alimenta e dovrebbe alimentarsi l’esistenza degli uomini”.
Pontiggia, quindi, rende omaggio alla grande letteratura consegnandoci un romanzo atipico, basato su una struttura più volte definita anulare, attraverso la quale, parallelamente a quanto avveniva nelle arti figurative durante il periodo del manierismo toscano, quando la composizione pittorica si articolava lungo i margini ed il centro risultava un vuoto, muta la visione dello spazio che finisce col diventare quasi illusionistico. Un’opera, dunque, quella dello scrittore classe 1934, di respiro internazionale che riporta meritatamente l’attenzione sui troppo spesso bistrattati e dimenticati autori nostrani contemporanei, costretti a subire l’ostilità di un pubblico in più di un’occasione disorientato dalla mediocrità delle scelte delle case editrici, pronte a spalleggiare e pubblicizzare saltimbanchi affossando la vera arte, o peggio, come nel mio caso, di un pubblico distrattamente e colpevolmente ignorante.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Giuseppe Pontiggia, narratore e saggista, nacque a Como nel 1934. Prese parte fin dalla fondazione alla rivista d’avanguardia “Il Verri”, diretta da Luciano Anceschi. Nel 1959 esordì come narratore pubblicando nei “Quaderni” il lungo racconto autobiografico "La morte in banca”.
Successivamente pubblicò:
“L'arte della fuga”(1968; seconda edizione, 1990).
“Il giocatore invisibile”(Premio Campiello 1978).
“Il raggio d'ombra”(1983; seconda edizione, 1988).
“La grande sera”(Premio Strega 1989; seconda edizione, 1995).
“La morte in banca”(terza edizione, ampliata e revisionata, 1991).
“Vite di uomini non illustri”(1993, Premio Super Flaiano 1994).
“Nati due volte”(2000, Premio Campiello 2001).“Prima persona”(2002).
All'attività di scrittore affiancò un costante impegno critico con una serie di saggi su temi della narrativa classica e moderna (Pindaro, Lucano, Sallustio, Borges, Gadda, Sinisgalli), raccolti nel 1984 nel volume “Il giardino delle Esperidi”. Da segnalare anche le successive raccolte di scritti saggistici: “Le sabbie immobili” (1991, Premio Satira Politica Forte dei Marmi 1992) e “L'isola volante” (1995, Premio Palazzo al Bosco 1996) e “I contemporanei del futuro” (1998, Premio Brancati e Premio Rhegium Julii 1999), opere da cui emerge la stretta connessione tra le due attività, narrativa e saggistica, dello scrittore. Giuseppe Pontiggia è morto a Milano il 27 giugno 2003.Giuseppe Pontiggia, “La grande sera”, Mondadori, Milano, 1995.PONTIGGIA in LANKELOT:
Pontiggia Giuseppe - Il giocatore invisibile - AngelaMigliore
Pontiggia Giuseppe - La grande sera - baol70
Pontiggia Giuseppe - La grande sera - AngelaMigliore
Pontiggia Giuseppe - La morte in banca - franchi
Pontiggia Giuseppe - Nati due volte - franchi
Pontiggia Giuseppe - Vite di uomini non illustri - baol70
Angela Migliore.
Una prima versione di questa recensione, revisionata e ampliata nel luglio del 2003 per Lankelot.com, è apparsa originariamente su ciao.com nel novembre del 2002.
Recensione dedicata a Franco con profonda amicizia, nella speranza di non aver deluso le sue aspettative massacrando oltremodo questo splendido capolavoro.
“Spesso, quando si cerca di convincere gli altri, si tenta solo di placare i propri dubbi e non c’è da stupirsi se si fallisce in entrambi gli intenti”. (Giuseppe Pontiggia)
Commenti
(solito dramma-foto. Ci appare un enorme bill gates)
Ma che strano... Aspè ora la cambio
perfetto;)
avevo letto tantissimo tempo fa "Vite di uomini non illustri", e ne avevo apprezzato lo stile e la struttura sui generis di questo autore. Si vede che ha continuato su una buona strada. della recnsione sobria ma acutissima trovo bello molto il paragone pittorico, mi intrigano i parallelismi esemplificativi
"autori nostrani contemporanei, costretti a subire l?ostilità di un pubblico in più di un?occasione disorientato dalla mediocrità delle scelte delle case editrici". E già. Continuiamo a proporre romanzi realisticamente nulli
Storia di un?assenza profondamente presente. Storia di un?eclissi che oscura il protagonista per illuminare il vuoto intorno al quale gravitano i personaggi, più o meno convenzionalmente, legati al ?fuggitivo?. Bello!
Uomini e donne così ciechi da confondere la vita con la stanca sopravvivenza o, peggio, con l?ostentato vitalismo pubblicizzato dai media.
Un?Italia sapientemente bacchettata ed ironicamente smascherata tra le pagine di questo testo-gioiello, i cui protagonisti, se è vero che non arrivano a ?destare orrore?, riescono, tuttavia, a suscitare il riso del comico. Vero!
La scomparsa della protagonista è una morte che è solo assenza, anche perché spesso uomini e donne ?si scarnificano finché morte non tanto li separi, come dice la formula, ma finalmente li unisca?.
Grazie
Raffaella
Baol
Son contenta la recensione ti sia piaciuta, capisco poco di pittura e storia dell'arte in genere, ma lì il paragone ci stava tutto.
Cosa intendi quando scrivi: "Continuiamo a proporre romanzi realisticamente nulli"?
Raffaella
Grazie a te per i commenti sempre preziosi.
Concordo con te, a volte la morte unisce più di quanto la vita non separi.
Intendo che una predominante corrente del "consolante" e "rassicurante" (categorie sociologiche rapportate a letteratura) iniettato di sentimentalismo innerva le presunte "scritture" e domina logiche editoriali. Disposto, con il tempo, a darne esempi concreti (datemi tempo, appunto).In poche parole, se si dà uno sguardo alla produzione nostrana, siamo in tema, ed in contemporaneità con Manzoni. Cioé ad inizio ottocento. Come indirizzo di massa e di confine. Tranne occasionali e splendide smentite
Grazie per la spiegazione, non avevo colto, scusami. Al di là del consolante e del rassicurante, il problema principale, secondo me è che oggi contano il nome e le famose conoscenze di chi scrive, non la qualità del testo. Scrivono tutti e pubblicano i peggiori, credo sia questa la cosa più negativa.
Vabbè commento pessimo, il mio: una marea di ripetizioni. Ma spero di essere riuscita a spiegarmi.
Chiarissima. E' esattamente come la penso io e purtroppo esattamente come funziona il mondo italico al di là della letteratura. Speriamo che qualche testo (magari questo insieme ad altri) ci restituisca mondi paralleli in cui aspirare
Già, speriamo. E nel frattempo leggiamo libri trascurati dai più.
su Pontiggia: http://transfinito.net/article.php3?id_article=769
"Pontiggia, quindi, rende omaggio alla grande letteratura consegnandoci un romanzo atipico, basato su una struttura più volte definita anulare, attraverso la quale, parallelamente a quanto avveniva nelle arti figurative durante il periodo del manierismo toscano, quando la composizione pittorica si articolava lungo i margini ed il centro risultava un vuoto, muta la visione dello spazio che finisce col diventare quasi illusionistico. "
> splendido questo rilievo. L'avevo dimenticato. Danke, Angela.
Pontiggia-Day su Lankelot.eu, come 3 anni fa sul .com.
E andiamo.
Intrigante questa tua lettura di un romanzo che, comunque, non ho letto. C'è un punto che tocchi solo in superficie e che mi piacerebbe chiarissi meglio:
"Del resto, differentemente da quanto avveniva ai primi del ?900 con ?Il fu Mattia Pascal?, dove l?attenzione di Pirandello si concentrava sull?autore della fuga, desideroso di spezzare le catene delle convenzioni con le quali la vita ci imprigiona, ma ancora troppo legato al falso e vano gioco delle apparenze, ancora troppo nostalgico nei confronti della trappola per affermare, di fatto, la propria libertà, ne ?La grande sera?, Pontiggia focalizza l?obiettivo sul vuoto e sugli effetti devastanti che esso procura sui suoi contorni".
Nel senso, è cosi evidente, cosi marcata la differenza tra i personaggi pirandelliani e quelli di Pontiggia? Si evince subito? E da cosa? E soprattutto, secondo te, è un segno dei tempi o è una prerogativa di questo libro in particolare?
ahhaahahh! La caricatura fa troppo ridere!
"Pontiggia pone dinanzi agli occhi del lettore i volti più autenticamente sgradevoli dell?esistenza: il dolore, l?inganno, il tradimento, l?abbandono, l?aridità, l?ipocrisia, senza nascondere al suo sguardo un?analisi lucida e spietatamente realistica della società contemporanea". Andiamo bene... :)
"l?Italia del critico cinematografico col perenne blocco dello scrittore: in definitiva un?Italia di falliti, incapaci, eccezion fatta per Andrea e pochi altri, di comprendere che sofferenza e sconfitte sono prove autentiche dell?essere esistiti". Mmm... Mi consolo guardando la caricatura.
E'più divertente questo "La grande sera" o il Pirandello del "Fu"?
"Lo scrittore comasco, dunque, mediante la fotografia di questi inetti senza qualità, ci offre il ritratto variopinto e disincantato dell?Italia anni Ottanta"
La figura dell'inetto in letteratura, dell'uomo senza qualità: sbaglio o è un topos ricorrente? penso a Zeno di Svevo, a Musil ...e chissà quanti altri che adesso non mi vengono in mente.
Pontiggia attualizza e li analizza nel contemporaneo, allora.
Leon
A mio avviso la distanza tra i personaggi pirandelliani e quelli di Pontiggia è abbastanza evidente. Se paragoniamo "La grande sera" a "Il fu Mattia Pascal", si manifesta sin dal titolo. Pontiggia costruisce il suo romanzo attorno all'assenza del protagonista. Pirandello focalizza tutta la sua attenzione su Mattia Pascal, è addirittura lui stesso a scrivere la propria storia. Pontiggia adopera la messa a fuoco esterna, con Pirandello invece il lettore non dispone di una visione superiore, ma è sempre indotto a vivere gli avvenimenti con il personaggio. Non so quanto sia prerogativa dei tempi, certo il periodo storico influisce notevolmente, ma sono più propensa a pensare si tratti di scelte individuali dei due autori: due prospettive diverse per rendere sfaccettature plurime della crisi dell'uomo moderno.
Luca
A me è piaciuto di più "La grande sera", la prospettiva da cui Pontiggia guarda all'inetto è più interessante rispetto a quella adoperata da Pirandello. L'architettura costruita sul vuoto ha qualcosa di particolarmente affascinante. Diciamo che il comasco è meno standard e questo è sicuramente un vantaggio ai miei occhi. Quanto alla foto, ho un debole per le caricature. Volevo aggiungere ironia ad una pagina poco divertente, date le considerazioni niente affatto leggere che vi ho inserito.
Marina
Topos ricorrente, sì. Cambia l'angolazione da cui si guarda. Cambia il momento storico. Pontiggia è più vicino e più sottile. Evidenzia l'inettitudine partendo dall'assenza: analizza le conseguenze. Il dopo e non il durante.
Per rispondere meglio alle vostre domande:
http://www.lankelot.eu/?p=1063
memore di questa bella pagina,una delle prime lette su Lanke, l'ho appena finito. Poiché mi è piacuto molto più di "abbastanza", mi è venuta voglia di tornare sull'argomento prennunciando che ne farò anche io un pezzo, sperando di integrare questo, già molto esauriente.
Ottimo!! Aspetto con curiosità.
(aggiornato l'archivio!)