LOGOMACHIA
“Ogni parola è un mondo e non ci si può permettere distrazioni”.
In quest’unica frase sembra essere racchiusa l’essenza stessa dell’intero testo: un giallo psicologico che si pone come grande metafora della scrittura, attenta riflessione sulle norme del linguaggio, sul romanzo e le sue strutture.
Pontiggia memore di quanto colto in Dumal, alla cui opera aveva peraltro dedicato un saggio comparso in apertura de “Il giardino delle Esperidi”, conferma, quindi, con la stesura de “Il giocatore invisibile”, la sua “fede nella potenzialità enigmatica di un linguaggio chiaro”, consapevole sia il solo in grado di recuperare quella “significazione intenzionalmente complessa” alla quale la narrativa contemporanea, sulla scia di quanto la parola poetica del Novecento ha già attuato, deve saper tendere mediante un perfetto rigore espressivo ed una forte tensione sintattica, capaci di garantire una concentrazione ininterrotta sui significati delle parole. Una concentrazione alla base della quale occorre riscontrare una coscienza anche etimologica dei vocaboli, un recupero della loro originaria potenza e ricchezza.
Non a caso, infatti, il motore, la causa scatenante da cui prende avvio la vicenda di questo libro, al quale l’autore lavorò per sette lunghi anni, dal 1971 al 1977, affonda le sue radici proprio in un’etimologia così come era avvenuto precedentemente ne “L’arte della fuga”. Dalle colonne della rivista letteraria “La parola agli Antichi” viene sferrato un attacco inaspettato e violento ai danni di chi, vittima “di un’architettura immaginaria delle cose”, al pari del professore protagonista del romanzo, ha fatto della cultura il proprio baluardo, vivendola falsamente come uno schermo per nascondersi a se stesso e agli altri attraverso una visione suicida del sapere, privo di quel coraggio mentale con cui riuscire non tanto ad affermare la verità, quanto a porsela come meta.
La scelta di basare lo scontro sull’analisi del termine “ipocrita”, pertanto, appare particolarmente acuta. L’ipocrita, del resto, non è soltanto il simulatore, ma anche l’uomo stolto e cieco in contraddizione oggettiva con se stesso ed è in quest’ottica che la parola diventa la goccia che scava la pietra, l’ariete i cui colpi si rivelano in grado di sgretolare le mura della fortezza di finta conoscenza e di inautentico linguaggio, eretta dal professore.
Crollano, dunque, le certezze effimere, crolla l’illusione di poter pianificare il proprio destino, crolla la vanità di ogni progettazione e, come nel gioco degli scacchi caro allo scrittore classe 1934, si prende coscienza della tragica inevitabilità con cui si scontano gli errori. Si smette finalmente di fuggire la morte raggiungendo una percezione lucida della realtà, all’interno della quale la vita appare crudelmente come distruzione progressiva delle aspettative, disfacimento di tutto ciò che si costruisce.E i personaggi del romanzo, lasciati spesso anonimi con intento puramente ironico, si riconoscono vittime del paradosso pirandelliano secondo il quale si scopre solo ciò che si vuol credere, incapaci di afferrare la verità, destinati ad inciampare inesorabilmente nelle apparenze e a fare di esse veri e propri dogmi attorno ai quali lasciar ruotare l’intera esistenza per poi cadere prede del panico di fronte all’imprevisto, alla mossa dell’avversario che svela tutta la fragilità, tutta la vacuità delle convinzioni fino ad allora perseguite e paralizza rendendo impossibile ogni tentativo di adattare il proprio gioco al suo attacco in una corrispondenza biunivoca tra vittima e colpevole.Pontiggia si muove, abile e beffardo, lungo la scacchiera della sua scrittura distaccata, essenziale, elegante, più volte definita voltairiana e ne smussa gli incastri attraverso la perentorietà degli aforismi e la splendida lucidità dei dialoghi, elementi chiave del suo stile ironicamente disincantato e tecnica privilegiata di cui si serve al fine di fornire uno specchio in grado di riflettere il mondo interiore dei protagonisti delle storie nate dalla sua penna, smascherandoli senza pietà e presentandoli al lettore nei loro comportamenti più gretti mediante una continua “messa a fuoco esterna”.Trasparente nella costante ricerca di quella che è possibile definire come verità oggettiva e fedele al principio secondo il quale “la banalità riguarda sempre l’occhio di chi guarda, mai le cose che vede”, l’autore comasco veste egli stesso i panni del giocatore invisibile per poi cedere il testimone a quanti si immergono nella sua narrazione enigmatica, spigliata e mordente, svelandoci “la ricchezza algida della nostra condizione esistenziale: un profluvio di ambizioni, illusorie conquiste e inutili sogni. Sotto si apre un vuoto: e la sua pagina scarna, tagliente, ritaglia questa porzione di avvelenata certezza”.EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.Giuseppe Pontiggia, narratore e saggista, nacque a Como nel 1934. Prese parte fin dalla fondazione alla rivista d’avanguardia “Il Verri”, diretta da Luciano Anceschi. Nel 1959 esordì come narratore pubblicando nei “Quaderni” il lungo racconto autobiografico "La morte in banca”.Successivamente pubblicò:“L'arte della fuga”(1968; seconda edizione, 1990).“Il giocatore invisibile”(Premio Campiello 1978).“Il raggio d'ombra”(1983; seconda edizione, 1988).“La grande sera”(Premio Strega 1989; seconda edizione, 1995).“La morte in banca”(terza edizione, ampliata e revisionata, 1991).“Vite di uomini non illustri”(1993, Premio Super Flaiano 1994).“Nati due volte”(2000, Premio Campiello 2001).“Prima persona”(2002).All'attività di scrittore affiancò un costante impegno critico con una serie di saggi su temi della narrativa classica e moderna (Pindaro, Lucano, Sallustio, Borges, Gadda, Sinisgalli), raccolti nel 1984 nel volume “Il giardino delle Esperidi”. Da segnalare anche le successive raccolte di scritti saggistici: “Le sabbie immobili” (1991, Premio Satira Politica Forte dei Marmi 1992) e “L'isola volante” (1995, Premio Palazzo al Bosco 1996) e “I contemporanei del futuro” (1998, Premio Brancati e Premio Rhegium Julii 1999), opere da cui emerge la stretta connessione tra le due attività, narrativa e saggistica, dello scrittore. Giuseppe Pontiggia è morto a Milano il 27 giugno 2003.Giuseppe Pontiggia, “Il giocatore invisibile”, Mondadori, Milano, 1978.PONTIGGIA in LANKELOT:
Pontiggia Giuseppe - Il giocatore invisibile - AngelaMigliore
Pontiggia Giuseppe - La grande sera - baol70
Pontiggia Giuseppe - La grande sera - AngelaMigliore
Pontiggia Giuseppe - La morte in banca - franchi
Pontiggia Giuseppe - Nati due volte - franchi
Pontiggia Giuseppe - Vite di uomini non illustri - baol70
Angela Migliore, luglio del 2003. Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
"Pontiggia si muove, abile e beffardo, lungo la scacchiera della sua scrittura distaccata, essenziale, elegante, più volte definita voltairiana e ne smussa gli incastri attraverso la perentorietà degli aforismi e la splendida lucidità dei dialoghi, elementi chiave del suo stile ironicamente disincantato e tecnica privilegiata di cui si serve al fine di fornire uno specchio in grado di riflettere il mondo interiore dei protagonisti delle storie nate dalla sua penna, smascherandoli senza pietà e presentandoli al lettore nei loro comportamenti più gretti mediante una continua ?messa a fuoco esterna?.
Angela, non so più se ho cominciato a leggere Pontiggia quando ho scoperto che era un letterato puro, o quando ho scoperto che era un lettore di Adelphi, o quando ho scoperto che fu il primo ad approvare Morselli (e forse poteva salvarlo. Ma lasciamo stare). So che quando l'ho letto ho provato quella gioia che non torna, che ti spinge a cercare l'opera omnia, a ordinare tutto ma proprio tutto, a nutrirti delle recensioni dei romanzi dei saggi - di tutto - di un autore. Cosa che purtroppo non mi succede da anni, ma una volta capitava e ripetevo: miracolo, miracolo. Incontro un altro simile. Insomma, grazie.
E' un vero miracolo, sì. E riempie, conforta. Spero possa ripetersi presto. Io so come ho cominciato a leggere Pontiggia, so che ho un bel debito con te. Grazie sempre.
Ma grazie a te, amica mia, per migliaia di enormi ragioni che non dimenticherò mai.
sai ormai mi manca "Nati due volte" e "La morte in banca" ed ho completato o quasi l'opera omnia. Pontiggia, assieme a Veronesi, é stata la vera e folgorante scoperta di questo mio 2007 di letture. Nel sottolineare la solita acuta pagina di Angela, un paio di passi li faccio miei.
"Pontiggia si muove, abile e beffardo, lungo la scacchiera della sua scrittura distaccata, essenziale, elegante, più volte definita voltairiana e ne smussa gli incastri attraverso la perentorietà degli aforismi e la splendida lucidità dei dialoghi, elementi chiave del suo stile ironicamente disincantato e tecnica privilegiata di cui si serve al fine di fornire uno specchio in grado di riflettere il mondo interiore dei protagonisti delle storie nate dalla sua penna, smascherandoli senza pietà " >> chissà se gli costasse dolore o invece un sorriso questa sua lucida e talvolta cinica spietatezza.
"E i personaggi del romanzo, lasciati spesso anonimi con intento puramente ironico, si riconoscono vittime del paradosso pirandelliano secondo il quale si scopre solo ciò che si vuol credere" >> già in La grande sera l'intreccio ed alcune riflessioni mi riportavano a mente Pirandello
(aggiornato l'archivio!)