Pollock Donald Ray

Le strade del male

Autore: 
Pollock Donald Ray

“Quello che voglio dire è che quando si arriva al dunque, alla fine soffrono tutti”, si legge a pagina 19 de “Le strade del male”, primo romanzo del cinquantenne scrittore statunitense Donald Ray Pollock, che aveva incantato e colpito nel profondo con la sua raccolta di racconti “Knockemstiff” - una raccolta ambientata in una cittadina dell’Ohio che sembrava uscita dall’inferno.

Immaginare quale sarebbe stato il capitolo successivo di quel libro poteva destare più di una perplessità perché dopo un libro di quel genere un autore corre il rischio di perdere lo smalto, di indugiare nella ripetizione, di voler forse eccedere in rappresentazioni ancora più violente, estreme o magari ripiegare su toni più dimessi alla ricerca di nuovi e infelici sbocchi ma nel profondo, se uno aveva letto con attenzione quei racconti, era possibile distinguere l’anima del narratore di razza, quello che difficilmente si piega ad esigenze commerciali, colui che scrive di quello che conosce a menadito, senza mai trasformarsi nella controfigura di stesso come forse è accaduto col trascorre degli anni a Chuck Palahniuk e per questo "Le strade del male" (anche se il titolo originale "The Devil All the Time" è di gran lunga migliore) non fa che confermare di trovarsi di fronte a un autore che rimarrà, anche se la sua carriera dovesse malauguratamente interrompersi con quest'opera. 

Ne “Le strade del male” i personaggi, le case, il putridume, il sangue, la religione, l’America profonda di quei racconti si fondono in una narrazione compatta, esplosiva che ti fa divorare le 250 pagine che compongono questo romanzo. Siamo sempre dalle parti del paesino di Knockemstiff in Ohio e questa volta l’autore costruisce una storia con un inizio e un finale, seppur aperto e sorprendente, riempiendola di personaggi che s’imparano a conoscere nello scorrere degli anni, in un’unità d’insieme che ti fa sprofondare ancora una volta negli abissi di un mondo che ci sembra quasi irreale ma che invece sentiamo dentro di noi, nascosto in quell’angolo buio che tutti noi esseri umani conserviamo. Pur delineando una storia apparentemente lineare Pollock mantiene così una struttura corale che ruota attorno a un protagonista, Arvin Russell, che per intere sezioni svanisce nella narrazione, come a ricordarci che le nostre vite non sono un’unità singole ma si costruiscono con e sulle vite degli altri. Nelle prime pagine del romanzo Pollock ci fa conoscere il padre di Arvin, Willard, un reduce della Seconda Guerra Mondiale che vive d’incubi a causa di ciò che ha vissuto nel Pacifico e si è sposato con Charlotte, una donna bellissima conosciuta in un bar. Arvin viene cresciuto seguendo i dogmi di una religione cristiana che ha il sapore di un culto tribale, secondo le regole del “se vieni colpito reagisci e fatti rispettare, meglio se lo fai con le cattive”, una religione di vita che sfocia nella follia quando la madre s’ammala di cancro e allora si prega Dio per la sua guarigione offrendogli sacrifici inchiodati a delle croci, agnelli, cani, animali, persino un uomo, in una delle pagine più crude dell’intero libro. 

“Un paio di giorni dopo, Willard cominciò a raccogliere animali morti lungo la strada: cani, gatti, procioni, opossum, marmotte, cervi. Alle croci e ai rami più robusti dell’albero accanto al ceppo appese i cadaveri troppo rigidi e ormai troppo in là per poter sanguinare. La calura e l’umidità li decomposero rapidamente. Il fetore costringeva Arvin e lui a trattenere i conati di vomito mentre in ginocchio imploravano a gran voce la misericordia del Salvatore. Le larve colavano dagli alberi e dalle croci come gocce impazzite di grasso bianco. Il terreno intorno al ceppo era inzaccherato di sangue. Il brulichio degli insetti era ogni giorno più denso. Padre e figlio si ritrovarono coperti di morsi di mosche, zanzare pulci.” (pag.46-47)

Arvin cresce così in un ambiente devastato e devastante e una volta rimasto solo è costretto ad affrontare la vita imparando a farcela con le proprie forze e trovando nella nonna e in un prozio le sole persone fidate, se così si può dire. Intorno a questo ragazzino che diventa adulto si muovono personaggi a tutto tondo e mai secondari capaci di costruire nell’insieme una storia dal retrogusto noir: lo sceriffo corrotto Bodecker, due killer, Carl e Sandy, che sembrano usciti dal film Natural Born Killers e che si prendono le ferie solo per girare le strade d’America e uccidere giovani autostoppisti da immortalare poi con una macchina fotografica, predicatori folli che giocano con i ragni o che ingravidano ragazzine imberbi come Lenora, la sorella acquisita di Arvin, bifolchi puzzolenti e violenti che trascorrono la propria giornata al bar rimediando scopate o andando a cacciare e tutti inevitabilmente faranno una fine che non è augurabile a nessuno. 

“Le strade del male” diventa così un groviglio di storie di vita dolorosa che s’intrecciano e si confondono costruendo un affresco desolato, quasi post-apocalittico, come un “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy ambientato cent’anni dopo (uno come il giudice Holden si troverebbe a suo agio dalle parti di Knockemstiff), negli anni ’60, gli anni della contestazione, con hippy e recluti pronti a partire per il Vietnam che girano per quelle strade che dovrebbero rendere liberi ma che invece conducono alla morte, altro che stagione dei fiori verrebbe da dire.

Raccontare la trama di questo libro toglierebbe il piacere di leggerlo e l’unico appunto che si potrebbe rivolgere all’autore è quello di aver costruito un meccanismo a scatole cinesi forse eccessivamente ad orologeria... ma è l’unico appunto che gli si può rivolgere perché in tutto il libro si respira una libertà espressiva senza paragoni e non c’è mai la minima traccia di violenza pop gratuita, quel genere insomma di violenza codificato ormai nelle forme e nei contenuti dai vari telefilm americani che inondano le nostre televisioni: qua c’è una violenza che sa di terra, di sangue, di corpo, di odore, di liquidi corporei, di ancestrale.

Detto tutto questo Donald Ray Pollock, da grandissimo autore, ci ricorda che la vita non è solo morte, degrado, violenza e così dà vita a un pugno di personaggi che, seppur uccidendo e vivendo come bestie, nascondono risvolti inaspettati, si distinguono dagli altri, che non si piegano, che cercano di mantenere la retta via pur se quella via è difficile da comprendere per anime candide... e perché seppur in molti casi la nostra vita è già segnata, abbiamo comunque la possibilità di plasmare la qualità delle nostre scelte e allora Arvin non dimentica l’umanità e gli insegnamenti forse più semplici e banali che i suoi genitori gli hanno insegnato, non smette di mantenere quel barlume di sensibilità che gli altri intorno a lui sembrano aver perso e che gli permette di combattere per la giustizia e di non piegarsi pur se questo significa rimanere solo e andarsene via. 

Sono arrivato all’ultima pagina sfinito e circondato dai personaggi di questo libro e tanto sembravano reali che li potevo quasi toccare, potevo può quasi sentire nelle narici il fetore emanato dalle loro carni e solo uno scrittore di sangue come Pollock poteva riuscire a portare l'Ohio nel mio appartamento. Sarà difficile farlo scomparire.

Edizione esaminata e brevi note:

Donald Ray Pollock (Knockemstiff, Ohio, 1954), scrittore americano, ex operaio e macellaio. Ha pubblicato racconti in The New York Times, Third Coast, The Journal, Sou’wester, Chiron Review, River Styx, Boulevard, Folio e The Berkeley Fiction Review.

Donald Ray Pollock, "Le strade del male", Elliot, Roma, 2011. Titolo originale "The Devil All The Time", 2011. Traduzione di Giuseppe Maugeri.

Sul web:

Sito ufficiale dell'autore:

Donald Ray Pollock su Lankelot:

Andrea Consonni, ottobre 2011

ISBN/EAN: 
9788861922174

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[pollock] qui la scheda del Cabaret Bisanzio, http://www.cabaretbisanzio.com/2011/09/28/strade-male-ray-pollock/

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["The Devil All the Time"] torna in home! gran pezzo.

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