Poe Edgar Allan

Storia di Gordon Pym

Autore: 
Poe Edgar Allan

 

Ritornare a Poe passando per l’istruzione contemporanea del gusto letterario che lui medesimo ha talmente contribuito a sedimentare è un’operazione estetica non esente da frantumazioni di alcuni canoni e parametri di apprezzamento. Infastidiscono e distraggono le dettagliatissime descrizioni, manualistica marittima, dei procedimenti esatti di stoccaggio nella stiva di un bastimento, delle caratteristiche fisiologiche dei volatili e dei componenti tutti tipici di un viaggio per mare. Sembra che perda tempo, che tergiversi in attesa metodica dell’ispirazione, e che abusi incurante della pazienza del lettore. È normale e comprensibile questo disappunto, ma nell’acclimatarsi al periodo di riferimento ci si avvicina ai significati di sistema letterario e percezione diacronica del bello. Una prima metà dell’Ottocento attraversata da turbolenze per le esplorazioni ancor in atto in larga parte del Pacifico e dell’Indiano, con acrobazie della fantasia e dell’aspettativa sempre più rigogliose. In un epoca dove non esistevano i supporti mediatici visivi, l’immaginazione andava alimentata con pennellate sottili e cariche di particolari. Lunghe descrizioni erano necessarie, gradite e perciò proposte con copioso dispendio di pagine. E il romanzo era viatico primo della divulgazione geografica e scientifica, per l’alta borghesia istruita, gli stessi lettori di quotidiani fedelissimi e in anticipo dell’America dialettica con la cultura. Poe, solida formazione giornalistica, segue questi precetti con capacità didascalica inappuntabile, elencando, sezionando e nominando nel gergo adeguato. Resta conseguenza perciò la sensazione, solo odierna, che le parti descrittive siano il ritaglio che più abbia subito il peso del tempo, sopravvivendo come distrazione alla lettura invece che stampella delle immagini. Distrazione da quello straordinario artificio scandito da una attenta, assediante, costruzione dell’angoscia e dell’orrore. L’inizio è dei migliori. L’incipit “Mi chiamo Artur Gordon Pym” talmente apprezzato che verrà emulato dall’opera maggiore di Melville. Quel che svetta, come di consueto, un’esplorazione non di spazi sconfinati oceanici, come sarebbe lo svolgersi della trama, ma della psiche ombreggiata dalla disperazione, antitesi incondizionata della serenità.
 
Nell’introduzione, intrapresa soprattutto nell’analisi comparativa, di Michele Mari si propone la poetica di Poe come un costante “corteggiamento della morte”; io non sono d’accordo, ritengo questa definizione in qualche modo imprecisa. Piuttosto opterei per un “corteggiamento della follia”.
Pym è sempre ad un passo dalla morte, ma non è questa protagonista dell’orrore; ciò che l’autore vorrebbe è quello di immergerci in una palude terrificante di ciò che egli ritiene il peggio concepibile per una situazione nella quali trovarsi un uomo. Vuole estasiarci con l’angoscia e l’intrappolamento della felicità: laccio mortale che distrugge definitivamente il senso di speranza.
Seguendo queste intenzioni bisogna essere ligi nel cogliere che il male assoluto per lo scrittore non è la morte, bensì la febbrile follia della perdizione. Un perdersi nel buio, seppelliti vivi o esiliati nello spazio di una zattera lasciata alla deriva nel nulla, un lento regredire verso il delirio e infine la pazzia. La morte è breve cosa, indolore per lo più. La follia è invece l’inferno mentale perfetto, il momento nel quale l’Io non è più sorretto e si arrende al dolore puro. Questa sopraffazione psichica viene e va, ma mai i protagonisti, sottoposti a prove inammissibili, si smarriscono irrimediabilmente. Puntualmente ricircola la vita, e il viaggio può continuare.
 
Romanzo imperniato sulla figura dell’iperbole, come già notato da Giorgio Manganelli, intensificato nell’aggettivazione opulenta e ricolma. In filigrana è chiaro risalire a un largo utilizzo di una tecnica narrativa fortemente razionalizzata e schematica, controllata nei minimi particolari di lessico e ritmo, che mira a circuire, ipnotizzare per assoggettare completamente l’attenzione del lettore, fine che il maestro della suspence ante litteram riesce a mettere a segno come se fosse limpido bagliore dell’immediatezza.
 
Sarà modello questo libro anche e soprattutto per ciò che riguarderà le storie marinaresche successive. Già citato Melville, che non solo nel Moby Dick, ma anche con Benito Cereno (racconto presente in italiano nella straordinaria traduzione di Cesare Pavese), con leit-motiv palesemente ripresi, come l’ammutinamento e i rapporti labili della disciplina a bordo, ed anche i valori evocativi dei colori. Per poi menzionare Stevenson e il nostro Salgari.
 
Ma anche, e qui l’analisi si fa estremamente interessante, fondamentale è il rapporto che Poe sceglie di articolare tra i colori simbolici universali del Bianco e del Nero. Il bianco è la speranza, è la luce intravista dal sepolto vivo; oppure il colore degli uccelli liberi nel vento. La via d'uscita e il bene associato al bianco. Il nero è l’oscurità, il dominio del vuoto e dell’abisso, della violenza cieca, dello sconcerto e dall’afflizione. Questo apparirà chiaro nella parte finale del libro, dove il popolo crudele e selvaggio (il male personificato) dei tsalali avranno il terrore per il bianco, assente nella loro isola, che appellano Tekeli-li! sempre accompagnato da urla di terrore reverenziale. Il bianco è il potere misterioso della natura, il seme invincibile della potenza benefica. Salvezza: e sarà con questo passo sibillino che si concluderà il libro: “Ma ecco sorgere sul nostro cammino una figura umana infinitamente più alta di ogni altro abitatore terrestre. Era avvolta in un sudario, e il colore della sua faccia aveva il candore immacolato della neve.”
 
Storia di viaggi tra l’orrore e la tensione al limite dell’istinto di sopravvivenza, catalizzazione inaudita del Maelström: smarrimento cupo nell’eremo della follia.



 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Edgar Allan Poe, (Boston, 19 gennaio 1809 - Baltimora, 7 ottobre 1849), scrittore, poeta e giornalista americano.
 
Edgar Allan Poe, “Storia di Gordon Pym”, Bur, 2001.
Introduzione di Michele Mari. Prefazione e traduzione di Maria Gallone.
 
 
 
 
POE in LANKELOT:
 
 
Arpaeolia
ISBN/EAN: 
9788804492795

Commenti

Un passo da maestro chiosa un cappello introduttivo di grande potenza e chiarezza:

"In un'epoca dove non esistevano i supporti mediatici visivi, l?immaginazione andava alimentata con pennellate sottili e cariche di particolari. Lunghe descrizioni erano necessarie, gradite e perciò proposte con copioso dispendio di pagine. E il romanzo era viatico primo della divulgazione geografica e scientifica, per l?alta borghesia istruita, gli stessi lettori di quotidiani fedelissimi e in anticipo dell?America dialettica con la cultura. "

> E' bene ricordarsene sempre, quando riflettiamo sull'estetica e sullo Zeitgeist. Bravo Arpa.

"L?incipit ?Mi chiamo Artur Gordon Pym? talmente apprezzato che verrà emulato dall?opera maggiore di Melville.

> Non sapevo che Melville avesse plagiato l'incipit. Plausibillimo.

"fondamentale è il rapporto che Poe sceglie di articolare tra i colori simbolici universali del Bianco e del Nero. Il bianco è la speranza, è la luce intravista dal sepolto vivo; oppure il colore degli uccelli liberi nel vento. La via d?uscita e il bene associato al bianco. Il nero è l?oscurità, il dominio del vuoto e dell?abisso, della violenza cieca, dello sconcerto e dall?afflizione".

> altra enorme prova critica. L'ultima riga è un verso.

Apprezzo moltissimo la tua contestualizzazione del testo nel periodo storico in cui è stato scritto e nell'esperienza biografica di poe come giornalista. ottimo davvero.
L'ho letto molti anni fa, perciò ne serbo ricordi vaghi.

"Seguendo queste intenzioni bisogna essere ligi nel cogliere che il male assoluto per lo scrittore non è la morte, bensì la febbrile follia della perdizione."
Concordo, Poe è un magister nel creare e analizzare situazioni d'angoscia, paura, orrore, senso di claustrofobia. Avendolo letto la prima volta da ragazzina, ricordo che con Il pozzo e il pendolo, mi dovetti interrompere perché mi mancava il respiro.

2. Lo so, l'osservazione ha sorpreso anche me. Però se si confrontano alcuni fattori del Pym e del Moby Dick rimane difficile pensare che non ci siano state influenze. Sappiamo che Melville nella costruzione della sua opera diede fondo a una quantità di nozioni e informazioni enciclopediche sconfinate sulla marineria. Come avrebbe potuto ignorare un connazionale pur sempre stampato e presente probabilmente nelle grandi biblioteche? E si tratta sempre di storie marinaresche eccezionalmente somiglianti, nella prima parte del Pym. Nantucket è la città dei balenieri, dove salpa Pym e anche Achab. E poi gli ammutinamenti, il meticcio poeiano Spencer che è tale e quale a Quequeb (credo scritto così). Il Bianco, simbolo essenziale in tutte e due le opere. Curioso ma estremamente plausibile, anche per me.

1. In questo caso particolarmente, altrimenti il romanzo sembra ingenuamente (troppo) sommariamente sbagliato in più punti, e da un pignolo delle misure come Poe non ci crederei per un attimo.

Arpa stai diventando un mostro. E' bellissimo leggerti.

4. So troppo poco del privato di Poe, a parte qualche nozione biografica sparsa e insufficiente. Però credo nei volti, e quello lì in alto non è certo quello di una persona sfiorata dalla vita ;)

Gianfrà tu esageri come sempre. Mi fai arrossire e poi mi tocca offrirti qualche liquore casereccio per la gioia di mia nonna ;) (fabbione acqua di colonia, solo).

Fabione acqua e canarini, preparate un otre tutto di canarini, mi raccomando.

Ahahahha! Nel frattempo faccio finta che ti sia dimenticato del mio proposito di una recensione su Melville... sul libro avevi perfettamente azzeccato: mi ha segnato molto, e nell'intimo.

Ma io so una cosa che tu pensi che io non so. Per quello sto zitto.

E aspetto.

;)))) Vedremo l'uomore dei venti.

PYM - copertina

PYM - copertina