L’ILLUSIONE D’ESSERE REALI.
Commedia fondata sulla contrapposizione tra finzione e realtà, “Sei personaggi in cerca d’autore” si ambienta all’interno d’un teatro, dove una compagnia sta iniziando le prove dell’opera pirandelliana Il giuoco delle parti; ad un tratto, l’usciere presenta al Capocomico sei signori che domandano di lui – si tratta, incredibilmente, di creature di fantasia: di Sei personaggi che sostengono d’essere in cerca d’un autore, giacché dopo averli creati il loro autore originario non ha potuto o voluto “metterli al mondo dell’arte”. Il Capocomico presta loro ascolto, dapprima indispettito, quindi affascinato e infine persuaso a divenire l’autore del loro dramma. Ognuno dei Sei inizia, confusamente, a parlare, procedendo in un certo senso per brevi “frammenti di coscienza”, inscenando così la sua parte: vogliono che la loro esistenza trovi compimento in un’opera d’arte.
Proprio nelle primissime pagine della prefazione possiamo rinvenire un paragrafo fascinoso: discutendo dei “Sei personaggi”, Pirandello evoca alcuni dei topoi della sua ricerca, “L’inganno della comprensione reciproca fondato irrimediabilmente sulla vuota astrazione delle parole; la molteplice personalità d’ognuno secondo tutte le possibilità d’essere che si trovano in ciascuno di noi; e infine il tragico conflitto immanente tra la vita che di continuo si muove e cambia e la forma che la fissa, immutabile”.
Ad una prima analisi, merita d’esser brevemente discussa la prima affermazione dello scrittore: la comprensione reciproca è un inganno (e dunque la comprensione di se stessi è destinata a non esserlo? Particolarmente problematica mi sembra, in ogni caso, la scelta dell’aggettivo “reciproca”: quasi a voler lasciare uno spiraglio sulla capacità di poter comprendere almeno se stessi): ed è un inganno fondato sulla “vuota astrazione delle parole”. Potremmo dedurne, dunque, che il primo artificio risieda – al solito – nella stessa natura artificiosa delle parole: e, in seconda istanza, nella velleitaria credenza in una comprensione reciproca.
Non è forse un caso, allora, che il Padre risponda al Figlio, in presenza del Capocomico: “Frasi! Frasi! Come se non fosse il conforto di tutti, davanti a un fatto che non si spiega, davanti a un male che si consuma, trovare una parola che non dice nulla, e in cui ci si acquieta!”
Il conforto nasce e deriva dalla “parola che non dice nulla”, e che “acquieta”: la nominata vuota astrazione delle parole, allora, ha un rovescio della medaglia: conforta e acquieta. L’inganno e l’artificio sono necessari per la sopravvivenza: o, almeno, per la sopportazione dell’esistenza. L’inganno è non-naturale, ma naturalmente accettato. Del resto, il Padre dirà al Capocomico: “La natura si serve da strumento della fantasia umana per proseguire, più alta, la sua opera di creazione”.
L’essere vivente “creato”, l’uomo, si fa creatore ogni giorno: infinito appare il divenire d’ogni cosa. Il linguaggio è strumento dell’immaginazione e della fantasia: creazione della creazione per la creazione.
È importante constatare come nell’opera si proponga che sia più reale l’esistenza dei “sei personaggi” rispetto all’esistenza degli “attori stessi”: trascurando l’inevitabile cortocircuito, dacché in sostanza allo sguardo del lettore risulta che dei personaggi inesistenti o, almeno, immaginifici, sostengano di essere più reali di altri personaggi inesistenti ed egualmente immaginifici, può esser utile ricordare questo passo dell’opera:
“Il Padre:
Oh, niente signore. Farle vedere che se noi oltre la illusione non abbiamo altra realtà, è bene che anche lei diffidi della realtà sua, di questa che lei oggi respira e tocca in sé, perché – come quella di ieri – è destinata a scoprirlesi illusione domani.
Il Capocomico:
Ah, benissimo! E dica per giunta che lei, con codesta commedia che viene a rappresentarmi qua, è più vero e reale di me!
P: Ma questo senza dubbio, signore! (…)
C. Più reale di me?
P: Se la sua realtà può cangiare dall’oggi al domani…
C: Ma si sa che può cangiare, sfido! Cangia continuamente; come quella di tutti!
P: Ma la nostra no, signore! Vede? La differenza è questa! Non cangia, non può cangiare, né essere altra, mai, perché già fissata – così- <<questa>> - per sempre – (è terribile, signore!)realtà immutabile, che dovrebbe dar loro un brivido nell’accostarsi a noi!”
Assistiamo ai prodromi dell’Uno, Nessuno e Centomila: l’identità di ogni individuo corrisponde alla sua realtà, ma la realtà vive di inarrestabili trasformazioni. Come negare il diritto ad una “realtà più reale” a chi vive, inderogabilmente, di una ed una sola realtà, senza poter mai cambiare nessun aspetto della propria esistenza? Si tratta di un paradosso: ma fondato su una provocatoria constatazione di ciò che è.
Può essere interessante concludere l’analisi dell’opera estraendo questo breve paragrafo tratto dalla Teoria del dramma moderno di Peter Szondi.
Szondi ricorda questo monologo del Padre, sottolineando come vi si neghi la possibilità d’intendersi mediante le parole, e affermando: “Contro il postulato fondamentale della forma drammatica, che considera il dialogo e l’azione, proprio nella loro definitività, come espressioni adeguate dell’essere umano, Pirandello vi scorge una limitazione indebita e nociva della vita interiore, infinitamente varia e molteplice”.
Ecco il passo pirandelliano esaminato: “Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci, non c’intendiamo mai”.
La verità risiede in ciascun individuo: l’esistenza è una convergenza inarrestabile e convulsa di singole verità. La comprensione, pertanto, è puramente utopistica: la comunicazione rischia di precipitare in una sovrapposizione di monologhi paralleli, nei quali ogni individuo afferma una sua verità che può esser smentita, fraintesa o rifiutata. Nell’opera, il Capocomico intenderà creare un’illusione di quella che è l’unica realtà dei Sei personaggi: gli attori della compagnia rappresenteranno l’illusione della realtà per il pubblico, i Sei personaggi cercheranno di convincere il Capocomico ad aderire con la maggior efficacia possibile alle loro richieste. Fino all’epilogo paradossale: il Capocomico rifiuta di procedere con le prove del dramma dei Sei Personaggi, domanda che si accenda la luce in sala e d’un tratto i Sei scompaiono. Grande stupore nella compagnia: i Sei strani individui si sono come dissolti, gridando che quel che rappresentavano era realtà, mentre gli attori ribadivano fosse finzione. Spente le luci, sul palco il pubblico vedrà i personaggi, come “forme trasognate” immobili: uno di loro, la Figliastra, rimarrà a osservare i personaggi, ridendo, fino a fuggire al di fuori della sala. La finzione abbandona il teatro per prendere possesso della realtà: o era forse la rappresentazione delle nostre illusioni d’esser reali ad essere inscenata? Se la supposta realtà dei Sei è destinata ad essere trasfigurata in una illusione della loro realtà operata dalla Compagnia, la verità viene senza dubbio falsificata.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Luigi Pirandello (Agrigento, 1867 – Roma, 1936), romanziere, novelliere, drammaturgo e poeta siciliano. Premio Nobel nel 1934.
Luigi Pirandello, “Sei personaggi in cerca d’autore – Enrico IV”, Mondadori, Milano, 1984
La commedia Sei personaggi in cerca d’autore esce in prima edizione presso Bemporad nel 1921; negli anni successivi seguono due ristampe con modificazioni limitate. L’edizione definitiva appare nel 1925, accompagnata da una prefazione dell’autore, ed è piuttosto rinnovata rispetto alla prima stesura.
Lankelot, G.F., agosto del 2002. Revisione nell’ottobre 2003.
Commenti
Ho letto anche la tua su Enrico IV e trovo il filo conduttore in queste parole:
"La verità risiede in ciascun individuo: l?esistenza è una convergenza inarrestabile e convulsa di singole verità. La comprensione, pertanto, è puramente utopistica: la comunicazione rischia di precipitare in una sovrapposizione di monologhi paralleli, nei quali ogni individuo afferma una sua verità che può esser smentita, fraintesa o rifiutata."
Vera e fondamentale chiave di lettura di tutta l'opera pirandelliana, mi sembra, dove il focus è proprio in quella "comprensione utopistica" che ha pervaso il teatro, i romanzi e temo anche la vita del grande autore siciliano.
Direi, Ilde, che il focus sia esattamente quello. E che le dolorose vicende esistenziali di LP abbiano giocato un ruolo non insignificante (tragedia che conosce chi deve vivere con la pazzia: in forma non solo antropomorfica, ma relativamente famigliare, diciamo così).
"L?essere vivente ?creato?, l?uomo, si fa creatore ogni giorno: infinito appare il divenire d?ogni cosa. Il linguaggio è strumento dell?immaginazione e della fantasia: creazione della creazione per la creazione".
Ispirato questo passo (e non solo), per un testo, uno dei tanti di Pirandello, con cui tutti gli amanti della letteratura, prima poi, dovrebbero confrontarsi.
?Spente le luci, sul palco il pubblico vedrà i personaggi, come ?forme trasognate? immobili:
è talmente bello e vero che mi ritrovo a teatro anch?io con la compagnia De Lullo-Falck-Valli-Albani ? strepitosa ? ad applaudire la Commedia, mentre
?la finzione abbandona il teatro per prendere possesso della realtà: o era forse la rappresentazione delle nostre illusioni d?esser reali ad essere inscenata? Se la supposta realtà dei Sei è destinata ad essere trasfigurata in una illusione della loro realtà operata dalla Compagnia, la verità viene senza dubbio falsificata?
se è vero come è vero che Pirandello ha tratto la sua concezione dell'oltre, della verità dietro la verità e naturalmente del teatro-nel-teatro.
Mi balza alla mente Woody Allen ne La rosa purpurea del Cairo. Un film sul cinema-nel-cinema (e nella vita), almeno credo.
Ci sarebbe da chiedersi quanto di Pirandello viene recuperato da WA stesso.
Una rec scelta. Grazie
Raffaella
Non ho letto il testo, l'ho visto messo in scena troppo tempo fa.
?Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch?io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com?egli l?ha dentro? Crediamo d?intenderci, non c?intendiamo mai?.
Mi piace credere che esistano delle preziose eccezioni. Mi piace sperare che " la comunicazione non sia sempre destinata a precipitare in una sovrapposizione di monologhi paralleli, nei quali ogni individuo afferma una sua verità che può esser smentita, fraintesa o rifiutata".
Ti rispondo io, Raffaella. Pirandello è ripreso più volte da Woody Allen nei suoi film, come scrivo in alcune recensioni sul regista newyorchese. é uno dei suoi riferimenti letterari principali, insieme a Shakespeare, Kafka e Cechov.
Per Federico: sì, ho trovato i tuoi riferimenti nella rec di 'Ombre e nebbia' che non ho visto.
Ti ringrazio per la segnalazione più che interessante.
Raffaella
Angela > sì, è un sogno che ho sempre avuto.
Eh a volte, raramente certo, è un sogno che si fa realtà.
(a noi - e a diversi tra noi - è successo. è un miracolo che non si potrà dimenticare).
Già...
Miracolo è un termine che usato da te ha un fascino diverso...
:).
6. ottimo spunto di riflessione e lettura che m'era ignoto.
Circa il testo in argomento sarò forse troppo emotivo dicendo che pur essendo un testo tetrale ha fecondamente mutato la mia percezione delle letteratura? ai posteri l'ardua sentenza :-)