Leggo questo romanzo e penso: tu hai già letto questo romanzo. Male. Come è possibile, mi chiedo? Eppure è possibilissimo. Alessandro Piperno ha trentacinque anni, vive e lavora a Roma, dove insegna letteratura francese all'università di Tor Vergata. (Questo è anche scritto sulla quarta di copertina). Con le peggiori intenzioni è il suo primo romanzo. (Anche questo è scritto dietro). Ma allora dove averlo già sentito? Aspetta, perchè Alessandro Piperno è anche ebreo - tombola! - e perdippiù è un ebreo scrittore. Non uno scrittore ebreo, non è la stessa cosa.
Sì, perchè Alessandro Piperno scrive da dio, o almeno esattamente come ci si aspetterebbe da un esponente della letteratura ebraica. E allora ecco che quella domanda ha una risposta, ed è per giunta una risposta immediata. Si ha infatti l'impressione di leggere un'ottima traduzione di Philip Roth o di Mordecai Richler, il primo ebreo anti ebreo per eccellenza, il secondo mecenatizzato in Italia dal talent-scout Giuliano Ferrara. Non che il buon Giulianone non abbia smosso tutta la sua parata pubblicitaria per l'uscita di Con le peggiori intenzioni: un'intera puntata di 8 e 1/2 dedicata ad un esordiente! Come precedenti ricordo solo la buonanima della Fallaci. Ma l'ambaradàn pubblicitario non si ferma a Ferrara: pubblicità su riviste specializzate; anticipazioni su rubriche letterarie televisive; numerosi blog creati durante il periodo pre-pubblicazione.
E' la storia dei Sonnino, storica famiglia ebrea di Roma ed esponenente di quella borghesia che odia la sua stessa essenza, lo status stesso di borghese. E' molto più di una carrellata di personaggi affascinanti e snob, a cominciare dal mitico nonno Bepy, patriarca sessuomane e goliardico scampato ai nazisti per un capriccio del destino; i suoi figli Luca e Teo Sonnino, reduci anche loro dalla bancarotta di Bepy e catapultati nel mondo - eccitante e crudele allo stesso tempo - degli adulti, il primo che fa i conti con la difficile eredità paterna, il secondo con la scoperta della propria omosessualità; i nipoti di Bepy, tra i quali Daniel, il protagonista: tutto filtra attraverso i suoi nuovi occhi da adulto (trentenne di belle speranze). Cleptomane, podo-feticista incallito, onanista ossessivo, Daniel ricorda la storia della sua famiglia con un misto di sdegno e ammirazione, il che lo fa sembrare lievemente distaccato, forse troppo freddo. Il personaggio di nonno Bepy (riuscitissimo, uno di quei personaggi che vorresti davvero conoscere) è straordinario: traboccante di vitalismo e di carica sessuale, riesce a far ridere anche con la sua morte, anche quando sfiora il cinismo senza mai arrivarci del tutto. Rispetto a lui, gli altri personaggi sono sfuggenti proprio per sottolineare al meglio la figura del patriarca Bepy.
Ci vuole coraggio anche a raccontare di un certo sfarzo, di un lusso fine a se stesso, autocompiacente come quello nutrito dai maschi della famiglia Sonnino. Veri e propri dandy, pariolini come pochi, immersi in una Roma che chiamarla bene sarebbe - oltre che banale - riduttivo: non ci vuole molto a farseli stare sulle scatole. Ma la bravura di Piperno sta in questo: farti amare un personaggio totalmente nudo, mentre lui ti mostra la sua vera essenza. La narrazione di Daniel è un misto - come già detto - di emozioni diverse, ma la sua analisi dei movimenti interni dei Sonnino è quantomai accurata.
La prosa di Piperno è fresca, scorrevole, con un senso molto limpido della frase e di dove questa debba arrivare. Tutta la prima parte del romanzo, divisa tra Roma e Israele, è costruita con sapienza e quella magia propria dei bei romanzi. Dopo le prime centocinquanta pagine il tono cambia leggermente insieme all'ambientazione, che si sposta oltreoceano, a New York, per seguire le vicende di Gaia, segreta infatuazione adolescenziale di Daniel. La storia dei Sonnino è tutta scritta lì: Porsche nuove di zecca, balconi della borghesia romana doc, amori spregiudicati e attrazioni morbose, una dose di tenera malinconia nelle parole di Daniel, erede di una duplice cultura, quella ebraica e quella - non meno preziosa - della sua famiglia.
Che bello trovare un libro così! Non delude le aspettative pur essendo stato così sgarbatamente pubblicizzato; non enfatizzata eccessivamente sul già scritto, pur producendo echi significativi di Saul Bellow, Marcel Proust e i già citati Richler e Roth. Soprattutto, riesce a farti amare la materia trattata anche senza voltare le spalle al realismo, quella sporca eredità del secolo scorso che adesso si ha tanta fretta di mandare a casa senza alcun rispetto. Brutta cosa lo snobbismo...
Alessandro Piperno:
è nato a Roma nel 1972. Vive ancora nella Città Eterna e lavora a contratto all'Università di Tor Vergata come docente di Letteratura francese. E' redattore per la rivista "Nuovi Argomenti". Questo è il suo esordio letterario in grande stile. Pubblica per Mondadori.
Commenti
Un bel giorno analizzerò a dovere questo libro, che in tanti avete letto e in diversi frangenti amato. Personalmente obbietto sul discorso legato al "realismo", perché era vincolato all'ideologia e quindi destinato a essere arte macchiata - una buona creazione a fronte di cinquecento para-documenti cari al partito. Al di là di questo, direi che l'ambizione, se non ho compreso male, era quella di dar vita a un grande romanzo borghese; tutt'altro che realista, a ben guardare, se non nella "sintesi delle voci e delle storie di una classe sociale e di un popolo".
Quanto ai precedenti di Ferrara, sostituirei "Fallaci" con "Richler". La Fallaci era idolo per tanti cittadini da tanto tempo.
"Sì, perchè Alessandro Piperno scrive da dio, o almeno esattamente come ci si aspetterebbe da un esponente della letteratura ebraica"
> Ehilà! Sarai mica fautore della teoria del "popolo eletto", eh? Suvvia. Vado sempre in crisi di fronte ai popoli eletti.
E lo dico da amico del popolo ebraico.
Addirittura Proust. Che dirti: "sontuoso".
1. Bisognerebbe allora star qui a definire per bene il termine "realismo" e la natura sociologica di questo. Sono sempre stato dell'idea che il relativismo resti sempre un ottimo metodo d'interpretazione. In molti comunque hanno sputato sul ventesimo secolo con troppa superficialità.
La Fallaci era di casa a 8 & 1/2 dopo ogni nuova pubblicazione. Richler, se non sbaglio, ha fatto innamorare l'intera redazione de Il Foglio per un mese. O era una leggenda - leggasi pubblicità?
2. Nononono! I popoli eletti mi fanno ridere. "Scrive da dio" vuol dire che ho adorato la prosa di Piperno, mentre la questione della letteratura ebraica era intesa come un accostamento ai "grandi" come quelli citati nel testo.
3. Proust lo cita direttamente l'autore, forse un po' gratuitamente...
Piperno è anche autore del saggio "Proust antiebreo".
Sarei davvero davvero curioso di sapere cosa ne pensi, Franco.
Ed è un invito esteso a tutti, va da sé. ;)
Non l'ho comprato volutamente, aspettavo si spegnesse il gran battage pubblicitario. Poi, però, me ne sono completamente dimenticata. Leggendo il tuo pezzo ho trovato una certa familiarità con l'atmosfera che si respira tra le pagine del "Lamento di Portnoy" di Roth...
Richler l'hanno spacciato per una loro scoperta, dimenticando che Longanesi l'aveva pubblicato venticinque anni prima (cfr., qui su lankelot, "Richler out" nel motore di ricerca) ;)
Ho atteso, prima di leggere, per due ragioni; la prima è che purtroppo è uscito proprio mentre stavo smettendo di leggere; la seconda è che parla di amici di amici. Succede;)
- la seconda è che parla di amici di amici. Succede;) -
:)))
:) E' molto divertente accorgersi che i gradi di separazione, come in quella vecchia teoria sociologica, sono sempre davvero pochissimi, passati i venticinque anni. E poi da ragazzi il mondo dei letterati sembrava lontanissimo, aveva qualcosa di magico. Curiosamente la lontananza diventa un desiderio, nel tempo. Perché vuoi davvero che tutto torni a essere incomprensibile, segreto, indecifrabile...
(crescere è come guardare le lastre di una bella donna. Ti viene da dire: ma io non volevo vederla così nuda!)
In ogni caso: hai nominato artisti importanti, tuttavia nessun italiano. Richler, Roth, Proust. Mmm.
Prova a dimenticare - per un attimo - la letteratura ebraica; trovami una pietra di paragone nella letteratura italiana contemporanea.
10. E' un po' un mistero decifrato che perde parte della sua aura mistica. Quelli che un tempo consideravano eroi, mossi da meccanismi ed ispirazioni inarrivabili, poi sembrano onesti lavoratori, più semplicemente.
La lastra: mantenere le distanze pur comprendendo l'essenza. :)
Guarda, difficile trovare un corrispettivo, visto lo sfoggio di lusso e materialismo sfrenato.
Ma ti direi sicuramente - per quello che ho letto - "Gli Indifferenti" di Moravia.
Ecco, superbo. Sarebbe grande adesso se tu scrivessi de "Gli Indifferenti", da contemporaneo, integrando un'analisi comparata dell'esordio di Piperno. Hai dato una risposta micidiale, avanza e superati. Tutti ne godremo.
"La lastra: mantenere le distanze pur comprendendo l?essenza. :)"
> prendilo come motto per i tuoi eredi. Magari latinizzandolo e eliminando la sorgente (la lastra)
"Sì, perchè Alessandro Piperno scrive da dio, o almeno esattamente come ci si aspetterebbe da un esponente della letteratura ebraica"
Ma davvero, Paolo? Io mi sono rifiutato categoricamente a questo libro perchè pensavo fossse spazzatura per la massa. Ad ogni modo, perchè dici che ce lo si aspetta in particolare da un esponente della letteratura ebraica (come se fosse inscritto nel loro dna il fatto di scrivere meglio degli altri, se non ho capito male)? Lo paragoni addirittura a Proust che, pure avendomi fatto dannare con la sua "ricerca del tempo perduto", devo ammettere fu scrittore di qualità non comuni. E poi la clausola: folgorato, direi.
Federico, guarda i primi commenti:)
(a regà, ma leggete davvero tutto?)
oddio,Frà, c'ha ragione. Che dire? Mi disciolpo, ho letto il pezzo e ho sorvolato sui commenti. capita:)
(non sempre leggo i commenti subito dopo il pezzo...)
A me questo romanzo non era dispiaciuto, anche se a tratti irritante nel suo voler apparire colto a tutti i costi. Poi però quando lessi da qualche parte "il Bellow italiano", eh no, stiamo calmi, Bellow è proprio un'altra cosa (anche se lui un pochino vorrebbe assomigliargli, mi pare ;)).
Cara Goccia, festeggio il tuo primo commento nel sito invitandoti a scrivere di Bellow. Non ci crederai, ma da queste parti non è mai stato analizzato. Che aspetti?
15. Come 5., infatti ;)
19. Goccia, io ho avuto la stessa impressione leggendo proprio Bellow e Richler: voler apparire colto, molto semplicemente, credo che fosse uno degli intenti dell'autore.
Ed è stato solo per questo che parlo di una "tradizione ebraica" che abbraccia personalità tanto diverse come Roth o Bellow. Sicuramente non mi passa per la testa neanche da lontano di parlare di una capacità insita a livello genetico. No no no. Ma piuttosto Piperno ricalca i passi di questi grandi scrittori. Che, guarda un po', sono ebrei. Ma niente popoli eletti :)
mmm...letto con estrema attenzione la recensione perché me lo sono "bevuto" in poco tempo per i miei standard e con un certo piacere. L'ho trovato desueto, inconsueto per i blasfemi standard della media produzione nostrana specie in Mondadori e limitrofi. Io l'ho trovato ancora "inesperto" a contenere la sua irrefrenabile logorrea stlistica, insomma a volte perde la misura nelle sue digressioni, ma si tratta di dettagli. E soprattutto m'ha ricordato qualche romanziere russo ottocentesco (Dostoievski ovviamente). Aggiorno le mie conoscenze, visto che avevo imperdonabilmente tralasciato il suo curriculum vitae. E premetto la mia ignoranza totale su molti autori di matrice ebraica.