“Dunque è deciso, io sono già condannata. Se cerco di salvarmi, io faccio la vostra rovina: mi arrendo e accetto la mia sorte. Ma permettetemi almeno di disobbedire, una volta soltanto, al vostro ordine di non scrivervi più. Tollero qualsiasi pena fuorché un falso giudizio, specialmente dato da voi, e quello che voi pensate è così orribile che non è umano proibirmi un tentativo di difesa. Voglio che sappiate da me ciò che è veramente avvenuto. Metterò finalmente una confessione totale nelle mani dell'unica persona che ha dimostrato di intendermi, almeno in parte” (Piovene, “Lettere a una novizia”, Lettera XXII, p. 117).
Primo romanzo di Piovene, apparso a dieci anni di distanza dalla raccolta di racconti “La vedova allegra” (1931), libro poi rinnegato, il dramma (molto) piccolo borghese ed esistenzialista “Lettere di una novizia” è strutturato in una prefazione e 42 lettere. “Testo più fortunato di Piovene” secondo Ernestina Pellegrini, poggia sul paradigma delle “Relazioni pericolose” di De Laclos (p. XVI). La protagonista Rita, “monaca per forza”, è – secondo la critica – “l'erede della Religieuse di Diderot, della Monaca di Monza del Manzoni, della Capinera di Verga, delle carmelitane di Bernanos (…), della suora soprano del Peccato di Boine, del frigido abate Mouret di Zola” (p. XIX). È una figura malinconica e morbosetta, piagata dal clima culturale dell'epoca, dall'ipocrisia del monastero e dei religiosi e dalla menzogna che ogni cosa sporca e corrode, vita famigliare, sentimentale e monacale; un personaggio maligno senza essere malvagio, capace di uccidere forse senza cattiveria, capace di menzogna forse senza accorgersi della gravità del suo comportamento. È una che sembra vivere come per errore, e che tutto vive sbagliando. Un paradosso vivente.
Piovene, nella prefazione, diceva di non potere che amare la sua protagonista: “essa che sembra raccogliere in un miscuglio di sentimenti evasivi il più caro e molle paesaggio della mia vita, il Veneto di terraferma, i suoi colli che spuntano nel mezzo della pianura, e vi rimangono sperduti, guardando tutto all'intorno, con prati, selve, vigne, giardini a balcone (…) Potrei non amare Rita, che riassume questo paesaggio e lo conduce nel ricordo?” (p. 4).
Probabilmente non a caso, a questo punto, sono proprio le descrizioni del Veneto uno dei momenti più felici di questo romanzo epistolare: sentite qua: “Crescevo sana, i pomelli arrossati dall'ignoranza e dall'aria dei monti, verso i quali guarda il collegio, a differenza della casa dei nonni che guarda la pianura. È un Veneto dimagrito e rozzo, che mostra lo scheletro rustico di questa terra malinconica, dissimulato altrove da colori e luci; i palmizi, le case vi sembrano appoggiati al suolo; solo la nebbia colorata e la luna hanno una triste opulenza” (p. 22). Passo davvero molto riusciuto.
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Contestualizziamo l'opera sempre con l'aiuto della curatrice dell'edizione Bompiani, Ernestina Pellegrini: “Nella produzione narrativa di Piovene si distinguono un primo e un secondo tempo, divisi da un intervallo di quattordici anni di silenzio, dedicati interamente al giornalismo. Il primo tempo (1931-1949) è legato alle grandi opere psicologiche, ai romanzi confessione (Lettere di una novizia, Pietà contro pietà, I falsi redentori), ai racconti della sincerità (le raccolte della Vedova allegra e della Gazzetta Nera), mentre il secondo tempo appartiene ai complessi romanzi metafisici, di alta densità filosofica (Le furie, Le stelle fredde, Verità e menzogna), alla ricerca terribile e disumana della 'verità'” (p. XV).
A distanza di quasi 70 anni dalla prima pubblicazione, questo romanzo invecchia dignitosamente. Non tanto per il genere prescelto, quello epistolare, che già all'epoca si avviava con una certa stanchezza ad essere esausto; né per la lingua, decisamente letteraria e per questo, in qualche misura, al di là del tempo. È la società descritta e rappresentata che non più esiste, è mutata in buona parte e per questo ha ragioni di fascino; se l'ipocrisia, la falsità e la menzogna non possono conoscere fine, stessa cosa non si può proprio dire delle costrizioni a prendere i voti per volontà famigliare, o dell'incapacità della Chiesa di leggere nel cuore dei suoi giovani preti e delle sue giovani monache. A quanto pare, negli anni Quaranta le cose erano differenti. Abbastanza pazzesco, a ben guardare.
La novizia di Piovene è una ragazzina languida (l'aggettivo non è speso casualmente: si ripete spesso nel corso dell'opera) cresciuta – in questo, involontariamente, è molto moderna – senza padre: orfana, allevata dai nonni e da una madre ancora troppo innamorata della vita (e dell'amore), più rivale che amica ed educatrice, si ritrova a scoprire la sua femminilità in un intervallo tra una detenzione (chiamiamola così) educativo/religiosa e l'altra; l'esito rovinoso della sua storia d'amore con un ragazzotto, con tanto di (grottesco) omicidio, sembrano trascinarla nel buio. Piovene confonde il lettore assimilando la tragedia di (Marghe)Rita alla confusione mentale e comportamentale della madre, e del confessore della novizia, responsabile delle micidiali dinamiche della “fuga” della ragazza dal monastero; la sensazione è che l'artista veneto abbia voluto suggerire che non c'erano vittime, ma solo carnefici, in questa vicenda. Dove – all'italiana – viene da dire che “il più pulito c'ha la rogna”. Il confessore forse s'è innamorato della novizia; la madre forse ha più di un altarino; il primo, giovane seduttore della novizia voleva comunque tagliare la corda, prima d'essere ucciso; la Chiesa tutto voleva fuorché uno scandalo, e per questo era pronta a giocare l'infame carta dell'omertà. E via dicendo.
Libro cupo, ottocentesco e borghese, vale oggi come morbosetto divertissement snob, per lettori forti in cerca di scandaletti di provincia. D'antan.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Guido Piovene (Vicenza, 1907 – Londra, 1974), giornalista, scrittore e critico letterario italiano, discendente da antiche famiglie aristocratiche. Esordì pubblicando la raccolta di racconti “La vedova allegra” (Torino, 1931). Si laureò in Filosofia con una tesi sull'Estetica di Vico.
Guido Piovene, “Lettere di una novizia”, Bompiani, Milano 2005. A cura di Ernestina Pellegrini. Collana Romanzi e racconti. Tascabili Bompiani, 388.
Prima edizione: 1941.
Adattamento cinematografico: “Lettere di una novizia” di Alberto Lattuada, 1960.
Approfondimento in rete: Luigi De Bellis / Corriere della Sera / Compagnia del Giardinaggio / Via delle Belle Donne / Citazioni
In Lankelot:
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2009
Commenti
Primo romanzo di Piovene, apparso a dieci anni di distanza dalla raccolta di racconti ?La vedova allegra? (1931), libro poi rinnegato, il dramma (molto) piccolo borghese ed esistenzialista ?Lettere di una novizia? è strutturato in una prefazione e 42 lettere. ?Testo più fortunato di Piovene? secondo Ernestina Pellegrini, poggia sul paradigma delle ?Relazioni pericolose? di De Laclos (p. XVI). La protagonista Rita, ?monaca per forza?, è ? secondo la critica ? ?l?erede della Religieuse di Diderot, della Monaca di Monza del Manzoni, della Capinera di Verga...
www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2945.0
SPECIALE PIOVENE! (In progress...)
Vista l'associazione alla monaca di Monza e alla Capinera, sono contenta di aver letto il Piovene successivo. ("Le relazioni pericolose", aspetta ancora pieno di polvere sullo scaffale della mia libreria).
(Laclos è un po' tutta un'altra cosa, credo:) )
mi hai preceduto,questo dovevo farlo io entro fine anno e pensavo di mettermi a brevissimo...
saprai dare una lettura molto più intensa e precisa della mia;)
De Laclos era in programma quest'estate, ne avevamo accennato in qualche altra discussione...ma mi sono fatta prendere la mano da altri. Pensa un po' era vicino a Lettere di una novizia, nella biblioteca dei miei e Storia di una capinera. No...non è un caso, è che c'è stato un tempo in cui mi ero fissata sull'argomento.
De Laclos vediamo se lo recupero al prossimo viaggio...
una bella analisi eh ..:)
;)
Volevo recensire, ma me ne manca forse più la voglia che il tempo, un romanzo contemporaneo e autobiografico molto interessante per la confusione della protagonista (Veronika Peters, I miei anni in monastero, Bompiani 2008) che racconta della scelta (poi non mantenuta comunque) di una trenetnne contemporanea (ragazza normalissima, con fidanzato e grande passione per il rock) di entrare in un monastero cattolico. Interessante, ripeto, più come esperimento che come vera storia di vita.
Grazie della bella pagina su Piovene. Certo, le cose allora erano molto diverse. Ma non sempre e non dovunque. Non prendiamo i romanzi come paradigmi di verità, mi raccomando, neppure nel passato...
al di là dell'argomento, ho la sensazione che nel caso di questa Peters la differenza la faccia la scrittura... sbaglio?
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Grazie a te, Ilde. Sottoscrivo il tuo approccio, con l'unica cautela delle reazioni della critica d'antan; di norma, in caso di trasfigurazione di eventi improbabili, si tendeva - figuriamoci nel 1941... - a ribadirlo. La Pellegrini, nel (ricco) apparato introduttivo, si sofferma invece molto sul legame esistente tra Piovene e "il male", sulla sua capacità di raccontare "il male", sul suo rapporto derivativo da Dostoevskij, etc.
Posso dirti la verità? Il libro della Peters è scritto (meglio: tradotto) molto bene, ma è la cronaca di un fallimento. Come se un divorziato scrivesse - da divorziato - la storia del suo (primo)matrimonio, rotto per colpa sua.
Ci si chiede (mi chiedo) a che scopo. Da tutta la storia a me pare chiaro solo che questa donna non ha MAI capito a cosa stesse andando incontro. Salvo poi ammirarsi nello specchio del "coraggio" di essere andata fino in fondo (nella scelta di tornare sui suoi passi).
Ed è davvero triste.
capisco...