Piovene Guido

Le stelle fredde

Autore: 
Piovene Guido

“Non voglio essere interrogato, e non voglio nemmeno spiegartene il perché. Ti dovrei parlare di me, spiegarti me stesso, e non voglio, soprattutto non so, forse non c’è materia”.
Ha smesso di ascoltare, il protagonista de “Le stelle fredde”, e non sente alcun desiderio di parlare. Ricerca una solitudine capace di mettere distanza. Abbandona il proprio lavoro di pubblicitario, la donna che ha amato, il padre. Si lascia alle spalle l’intera vita, arrivando ad allontanarsi persino da sé stesso. Le pagine iniziali riportano un’insolita visita medica, volta ad accertare una presunta ipoacusia. Ma non c’è alcuna deficienza della facoltà uditiva, è la mente che si rifiuta di avvertire l’alterità, concentrata in un isolamento che sfocerà poi in un vero e proprio letargo emotivo. E allora il ritorno alla casa paterna, come pure l’omicidio da cui scaturirà la fuga, si palesano chiaramente come espedienti narrativi. Piovene non ha alcun interesse a raccontare, la trama è striminzita e le vicende occorse all’uomo che ci parla in prima persona, non sembrano destare la sua attenzione. Sappiamo di una relazione interrotta, sappiamo dell’eredità e delle ostilità col genitore, ma sono soltanto accenni. È evidente come la storia sia secondaria rispetto alla volontà dell’autore di concentrarsi sull’analisi introspettiva del protagonista, nel quale non pochi critici hanno riconosciuto lo stesso scrittore in conflitto col proprio passato, ritenendo la questione dell’onore e della vergogna assolutamente non esaurita con “La coda di paglia”, ma anzi qui dilatata.
“Tutt’a un tratto mi accorsi di avere cominciato a piangere. In realtà non piangevo, mi scendevano lagrime, e il loro sgorgo subitaneo, anziché provocare una crescita di commozione, mi aveva come assiderato. Erano fredde, e il freddo che mi portavano sul viso agiva su di me come un’anestesia. Ero stato raspinto indietro, ed ancora una volta mi chiudevo dall’altra parte. Non sentivo più come mie quelle immagini del passato e non riuscivo più a viverne la verità (…). Non ero sceso in quella conca a ricordare, ma a togliermi ogni illusione di poterlo fare, perché ogni ricordo era morto, com’ero quasi morto anch’io, eccettuata un’irrequietezza spettrale senza il vigore della vita. L’obbligazione che mi ero proposto forse era proprio quella di veder morire con me tutti i residui del passato”.
Questo frammento racchiude, allora, il vero significato dell’intero libro, il cui fulcro ruota attorno alla caparbia ricerca della morte in vita da parte di un uomo senza alcuna pietà verso sé stesso e che preferisce “essere sordo per poter essere anche muto”, alienandosi da quanto resta del mondo umano e dai suoi ultimi avanzi: simulacri. Il protagonista di Piovene sceglie di chiudersi nel solipsismo, vivendo ogni cosa come estranea. Non c’è nulla che arrivi a coinvolgerlo, niente sembra destare il suo interesse. È presente in maniera passiva, irrimediabilmente lontano da tutto, come immerso in un’altra dimensione. Gli squarci descrittivi sulla campagna che fa da sfondo al romanzo, non rivelano appartenenza. C’è un profondo distacco dalla realtà che osserva, verso la quale appare indifferente. Solo il vecchio ciliegio sembra stargli a cuore, penetrando nello stanco silenzio interiore che lo avvolge. Distante come una stella fredda finanche al cospetto del fantasma di Dostoevskij, il protagonista non si lascia abbagliare dalla promessa di un eventuale aldilà e affida al russo il compito di darne immagine fumosa quanto sterile, giacchè questi, tornato dall’oltretomba, non riesce a ricavare un’idea precisa dalla propria esperienza. La sua memoria annaspa nella confusione di percezioni contraddittorie, tanto che “vorrebbe essere convinto di ciò che gli sembra. E non ingannarsi e scoprire (o magari non scoprire mai) che quella è una trasformazione teatrale del mondo dove stava” in precedenza. Tuttavia il ricordo resta nebuloso.
In quest’ottica, quindi, risulta evidente come l’idea di Piovene circa la condizione post-mortem non trovi corrispondenza né nella concezione religiosa, né in quella laica. Il suo resta un dubbio irrisolto che non pare preoccuparlo troppo. Ma l’aspro confronto con l’arciprete, non manca di ribadire la critica feroce alla mentalità bigotta ed oppressiva della società vicentina, che costituì argomento centrale delle sue prime opere.
A trent’anni di distanza, Piovene non smette di analizzare mirabilmente la morale, mediante un’indagine psicologica dei personaggi che arriva ad offrirsi come specchio dei suoi stessi pensieri, nell’ambito dei quali “il mondo finisce con l’esistere solo per essere catalogato”. In un archivio sempre crescente, dove schedare ogni cosa per cancellare la soggettività dei propri ricordi e vedere tutto in maniera diversa, non senza passione ed amore, ma “giocando su un altro scacchiere”, quello dei fatti.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Guido Piovene nacque a Vicenza nel 1907. Appartenente ad una famiglia nobile, conseguì la laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Milano. Da subito si avviò alla carriera giornalistica, ricoprendo il ruolo di inviato fin dalla sua prima assunzione per il quotidiano "L’Ambrosiano," dalla Germania. Passò successivamente al "Corriere della Sera" per cui lavorò come corrispondente estero a Londra e Parigi. Piovene non condannò mai il regime fascista e fu un acceso sostenitore della campagna per la difesa della razza. Collaborò più avanti con La Stampa. Nel 1970 ottenne il Premio Strega per il romanzo “Le stelle fredde”. Morì a Londra il 12 novembre del 1974.

(Fonte: Wikipedia)


Guido Piovene, “Le stelle fredde”, Mondadori, Milano, 1970
Pp. 232


Approfndimento in rete: Luigi De Bellis / Corriere della Sera / Compagnia del Giardinaggio / Citazioni

PIOVENE in LANKELOT:
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Piovene Guido - Le stelle fredde - franchi
Piovene Guido - Le stelle fredde - AngelaMigliore
Piovene Guido - Lettere di una novizia - marina monego
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Piovene Guido - Viaggio in Italia - franchi

Angela Migliore, agosto 2009

ISBN/EAN: 
9788804581130

Commenti

Mi permetto di inaugurare lo speciale su Piovene con una pagina molto incompleta. Ho voluto sottolineare la centralità dell'indagine introspettiva, trascurando altri fattori. La dedica a Bompiani, il Premio Strega, ad esempio.
Ma so che ne scriverà anche Franco, per cui mi sono concessa questo lusso.

Ecco, questo passo:

"Ma non c?è alcuna deficienza della facoltà uditiva, è la mente che si rifiuta di avvertire l?alterità, concentrata in un isolamento che sfocerà poi in un vero e proprio letargo emotivo. E allora il ritorno alla casa paterna, come pure l?omicidio da cui scaturirà la fuga, si palesano chiaramente come espedienti narrativi"

> è già estremamente affascinante.

"È presente in maniera passiva, irrimediabilmente lontano da tutto, come immerso in un?altra dimensione. Gli squarci descrittivi sulla campagna che fa da sfondo al romanzo, non rivelano appartenenza. C?è un profondo distacco dalla realtà che osserva, verso la quale appare indifferente."

> Sto pensando a quanto era capace di sprofondare nella realtà, e nell'osservazione della realtà, il narratore padre del "Viaggio in Italia". E' un contrasto molto evidente - e potenzialmente molto fertile. Leggerò e ne riparleremo;)
Grazie per aver aperto le danze

gf

(ti ha colpito o ti è piaciuto?)

2> Sì, l'incipit è singolare e affascinante. Le righe citate in apertura mi hanno particolarmente colpita, descrivono qualcosa che ho provato spesso. Il mancato desiderio di parlare di sé, più che quello di ascoltare mi è parecchio familiare.

3> Ho letto un po' la sua biografia: il contrasto è netto. Per un giornalista e scrittore di viaggi, der vita ad un romanzo del genere, è quanto meno particolare. Sono sicura saprai evidenziare a dovere la cosa. Aspetto la tua pagina con viva curiosità.
Grazie a te per aver proposto Piovene.

4> Il libro in sé mi ha lasciata un po' interdetta. Però ci sono dei frammenti bellissimi.

5, 3.
5, 4.

Ho la sensazione, da quando ho cominciato a leggere il suo "Viaggio in Italia", che sarebbe un autore amatissimo da Marina, qui dentro - anche, e apprezzato da diversi tra noi. Vediamo. In autunno cercherò di rimediare i suoi primi scritti...

sarà uno dei prossimi cui mi dedicherò infatti, ho preso impegno per Le lettere di una novizia. Inoltre è veneto, ciò influisce nella mia scelta.
Grazie Angela pe aver iniziato tra l'altro con un libro che mi sembra difficile.

bene;).

7> Sì, credo sia proprio nelle tue corde, Marina.
Grazie a te per la lettura, aspetto di leggerti anche su Piovene.

Nota sulla bio:

"Piovene non condannò mai il regime fascista e fu un acceso sostenitore della campagna per la difesa della razza[1]. Tuttavia, Ernestina Pellegrini asserisce che il Piovene partecipò alle ultime fasi della lotta partigiana, dandone diretta testimonianza in un articolo dal titolo "Non furono tetri", uscito sulla rivista romana "Mercurio" di Alba De Céspedes"

(ho provato ad aggiornare Wiki, vediamo se la tengono. La fonte è la Cronologia a cura della Pellegrini apparsa nell'ediz Bompiani di "Lettere a una novizia"

Già. Politicamente una banderuola, forse anche per un carattere non proprio granitico. Attendo smentite ma me lo ricordo simpatizzante dlla sinistra PCI tra la fine degli anni '60 e inizio '70. E poi l'ultima svolta "moderata", nuovamente liberal-conservatore con la sua collaborazione al "Giornale" di Milano.

non escludo, sarebbe eccezionalmente italiano:)

sto finendo di leggere il romanzo. Complimenti, intanto, gran bell'articolo: profondo, fedele allo spirito dell'opera, sottile. Ocio solo che alla terza riga dici che il narratore abbandona il padre; in realtà si ricongiunge al padre, come spieghi più avanti, andando a vivere nella casa del nonno, in campagna. Per ragioni amministrative/opportunistiche, era stata intestata al nipote, a suo tempo;)

13> Sì, torna nella casa che gli è stata intestata dal nonno, scavalcando il padre come erede. Ma poi finisce per abbandonare il proposito di abitarci col genitore. A causa dell'omicidio si allontana e vi ritorna dopo la morte di lui, o ricordo male? Intendevo questo, ma se vuoi correggo e cerco d'essere più precisa.

a posto;)