Pincio Tommaso

Intervista a Tommaso Pincio - Seconda parte

Autore: 
Pincio Tommaso

[seconda parte dell'intervista a Tommaso Pincio. La prima si può recuperare consultando questa pagina. Buona lettura]

Prendendo spunto da questo libro che non riesco a definire fantascienza perché non lo è completamente e sapendo che di fantascienza un po' te ne intendi, non so se convieni con me sul fatto che la fantascienza sia decaduta come genere, stentano a decollare nuovi film, romanzi se ne vedono ma non sono di grande spessore, sembra avere molto successo lo steampunk ma nulla di più. Solo i telefilm americani mostrano qualcosa di divertente e interessante ma in maniera sporadica. Secondo te quali sono i motivi? Perché non si è avverato nullo di quanto si pensava? Perché non c'è più niente da scrivere? Perché alla fine è molto meglio un gioco della Playstation? O perché non si riesce più a sognare e immaginare nulla guardando lo spazio? [I]

Le speranze tradite della fantascienza è un vecchio motivo cui non credo più tanto. Negli '50 e '60 del secolo scorso, che corrispondono al periodo più fortunato di questo genere narrativo, la fiducia umana nelle possibilità della scienza era certamente sfrenata e stuzzicava la fantasia. Si dava per scontato che superata la fatidica soglia del 2000 avremmo trascorso le nostre vacanze sulla Luna anziché al mare o in montagna. È andata come sappiamo. Tra i viaggi a velocità curvatura dell'astronave Enterprise e la realtà che abbiamo sinora esperito c'è uno sconfortante abisso. La nostra avventura si riduce a un paio di timide escursioni sul nostro satellite, dove abbiamo piantato un bandiera con stelle e strisce, scattato qualche foto e raccolto un po' di sassi. Periodicamente vengono annunciate missioni su Marte. Ma sono quaranta anni che dicono che tra quaranta anni andremo sul pianeta rosso. Probabilmente non ci andremo mai. E non perché non ne saremmo in grado, semplicemente perché il gioco non vale la candela. Tanti soldi, tanto tempo, tanti rischi per cosa? Per piantare un'altra bandiera? Le sonde bastano e avanzano. Lo spazio non è più uno scenario credibile. Sappiamo bene che il nostro immediato futuro è sulla Terra, e infatti gran parte della fantascienza che si produce oggi non riguarda più i viaggi interplanetari. Ma per venire al nocciolo della tua domanda, io credo che il problema sia più complesso. In primo luogo, va considerato la specificità dei contesti culturali. La fantascienza è un genere prettamente anglosassone. Discende dalla letteratura gotica, che è stata anch'essa un fenomeno estraneo alle nostre latitudini. Italo Calvino, certamente gran conoscitore di questa particolare forma di narrazione, sosteneva che il fantastico è un genere assolutamente minore nella letteratura italiana, e aveva ragione. Da noi la fantascienza è sempre stato un genere d'importazione, non ha mai davvero attecchito nel nostro immaginario. Gli scrittori “seri” che si sono cimentati nel genere si contano sulla punta delle dita, e lo hanno sempre fatto senza sporcarsi troppo le mani ovvero confondendo la favola con la fantascienza. Quanto a quelli più dichiaratamente di genere (come Valerio Evangelisti, per intenderci) non sono più numerosi. Negli Stati Uniti, non è così insolito che un autore mainstream faccia propri temi e motivi del genere. Infinite Jest è di fatto un romanzo di fantascienza. L'ultima fatica di Rick Moody è un altro romanzo di fantascienza.     

Hai scritto anche un saggio sugli abitanti dell'altro mondo, “Gli alieni. Dove si racconta come e perché gli extraterrestri sono giunti fra noi” dove racconti di come gli alieni siano stati fatti arrivare fra noi con il cinema, la letteratura, il giornalismo. Di questi tempi si moltiplicano i programmi televisivi che narrano di atterraggi, avvistamenti, rapimenti. Come mai secondo te tutto questo interesse?

Qualche tempo fa mi è capitata sotto gli occhi una dichiarazione di Antonello Venditti. Asseriva di aver visto un disco volante da bambino. Un disco volante che lanciava manna. Con tutto il rispetto, mi viene da ridere. Temo che la quasi totalità delle presunte testimonianze sugli UFO siano panzane. Non nego la buona fede, ma di fatto panzane rimangono. Gli alieni esistono ma non sono certamente quella roba là, rapimenti, autopsie di esseri con la testa da insetto, Area 51 e compagnia cantante. L'idea che i governi nascondano sconvolgenti verità è semplicemente ridicola. E non perché i governi non facciano simili porcherie. Le fanno eccome, è il loro mestiere. Solo, questa particolare sconvolgente verità è troppo grossa da tenere nascosta, persino per un governo attrezzato come quello americano. I veri alieni sono quelli che vediamo nei film e nelle serie TV di  fantascienza.  Sono gli ultracorpi, i lucertoloni mascherati da homo sapiens di Visitors. Credo in questo tipo di alieni, prodotto del nostro immaginario. Credo nelle creature che creiamo in forma di immagine e a nostra dissomiglianza. Berlusconi una volta dichiarò: “Per tutti sono un alieno”. Ecco, lui sarebbe un alieno più credibile, se solo milioni non gli somigliassero tanto. Quanto alla possibilità che nel cosmo siano presenti altre forme di vita, ci credo perché lo impone la statistica. Diciamo che in linea di principio sono anche disposto ad ammettere che possano disporre di un qualche sistema di trasporto che gli consenta di colmare quelle distanze insormontabili denominate “anni luce”, sebbene al riguardo sia piuttosto scettico. Quel che non posso accettare se non come cartina di tornasole del nostro bisogno di angeli e mostri, è che rappresentanti di civiltà così straordinariamente evolute da attraversare mezza galassia si comportino alla maniera insensata che si evince dalle testimonianze di chi pretende di averli visti o addirittura incontrati.

Dopo “M”. arriva “Lo Spazio Sfinito”, a cui io sono particolarmente affezionato e in cui descrivi un mondo che è il nostro ma che non lo è, che potrebbe diventarlo o che è già stato, con personaggi i cui nomi sono noti a tutti, come Norma Jeane-Marilyn Monroe, Jack Kerouac e tanti altri. Giochi con un immaginario che fa parte di tutti noi. Perché scrivere un libro del genere dove non succede nulla ma ci si emoziona? E cos'è questo Spazio Sfinito?

È il mio secondo romanzo, anche se definirlo così è forse troppo generoso. E non tanto per la sua mole ridotta, quanto per il suo andamento erratico, per il modo in cui è concepito. Una sorta di piccolo poema in prosa. Ecco, io preferisco chiamarlo “romanzetto”. Segna il mio passaggio definitivo alla letteratura, perché in fondo M. era pensato ancora come un'opera d'arte. Con Lo spazio sfinito inizio a muovermi verso la narrazione, che è cosa diversa dall'arte. Appartiene anche al periodo in cui vissi alla maniera di un vagabondo del Dharma. Smisi di andare negli Stati Uniti e presi a esplorare l'Oriente e le porte della percezione. Facevo l'hippy e immagino che l'aria un po' stralunata dipenda dalle abitudini insalubri che avevo contratto allora. So che è idiota dirlo, ma era un periodo in cui credevo di vivere alla maniera di un Kerouac o di un Burroughs. Quanto al libro in sé, misi a fuoco quella che sarebbe poi diventata la mia cifra principale: tentare di risolvere il conflitto tra realtà e finzione rendendo i due estremi inscindibili. In sostanza, il principio consiste nello scegliere qualcosa a tutti notissimo, per esempio Marilyn Monroe, per poi innestarvi una serie di elementi estranei se non incompatibili. Lo scopo non è quello di creare un corto circuito né di violentare un immaginario già dato, bensì di cercare di armonizzare i due piani, mischiarli al punto di renderli indistricabili. Dice: perché lo fai? Potrei trovare tante spiegazioni più o meno coerenti, ma la risposta più semplice e sincera è che risponde al mio istinto, alla mia sensibilità. Se davvero sapessi perché vado in una certa direzione, probabilmente non ci andrei. È un po' come un vizio. L'alcolista può raccontarti tante storie sul perché bere gli sia indispensabile. Probabilmente sa anche che bere gli fa male. Nondimeno lo fa, e lo fa perché, per quanto sbagliato, è il suo sentire.

In questo “romanzetto” disegni un mondo dove anche i libri scompaiono dalle librerie e assistendo oggi alla digitalizzazione dei libri e alla mancanza di fondi per le biblioteche, non sembra poi un futuro così lontano. Tu come la vedi questa trasformazione? Io ne ho una paura tremenda. E' come se questo segnasse definitivamente una cesura con la storia dell'uomo, oltre che con la mia personale storia di lettore.

Negli Stati Uniti, la lettura digitale è già presente e comincia a costituire una parte cospicua del mercato editoriale. Da noi tarderà ad affermarsi perché i lettori forti sono pochi e non giovanissimi. Non appena i prezzi dei reader diventeranno ragionevoli il fenomeno dilagherà anche in Italia. È questione di anni, non decenni. Paura? Non so. Credo abbiano più paura gli editori. Di certo, cambieranno molte cose, ma chi può dire che ne verrà? Accetto il mistero, ma per il prossimo romanzo sto pensando a un supporto alternativo tanto al cartaceo che al cosiddetto e-book.

Arriviamo ai due romanzi che forse ti hanno reso più noto, pur se non facilissimi da leggere, “Un amore dell'altro mondo” e “La ragazza che non era lei”, dove ti confronti rispettivamente con Kurt Cobain, pur se il protagonista è il suo amico immaginario Boda, e con gli anni '60, la controcultura e il mondo hippie. Cosa ti ha affascinato di questi due argomenti? Cosa ti ha spinto a scrivere di uno dei cantanti più famosi della storia del rock e del suo amico a cui indirizzò l'ultima lettera, e del movimento che sembrò sul punto di capovolgere il mondo? E come è stato il processo creativo per questi due romanzi? Documentazioni, musica, libri? Nei due libri si respira una profonda tristezza, quasi un sensazione di rassegnazione, di stordimento, di promesse tradite, quel terrore che esce da “Black Hole” di Charles Burns [II].

È vero, in entrambi è presente un senso di impotenza, di aggressività passiva. Credo sia in parte frutto del clima che le persone della mia generazione hanno respirato negli anni '90. Un amore dell'altro mondo è partito da un'idea molto diversa dal romanzo che poi ha visto luce. Volevo scrivere la storia di una coppia, un uomo e un donna che a poco a poco cominciano a sospettare uno dell'altra fino ad arrivare a convincersi che il partner è un estraneo nel senso più estremo del termine ovvero un alieno, un extraterrestre. Doveva dunque essere una storia di follia e tristezza. Kurt Cobain è saltato fuori in un secondo momento, quando ho preso in considerazione lo stato di Washington e gli anni '90 come spaziotempo in cui ambientare la storia.

Credi che ci sarà ancora qualcosa del genere in futuro? Qualcosa di così spaventosamente trascinante come l'aria degli anni '60 di cui si dice la musica grunge sia stato il suggello finale? Io rileggendo “Vineland” di Thomas Pynchon continuo a credere che alla fine sia ancora bello crederci, non so tu.

Vineland è ambientato nel 1984, un anno simbolicamente terminale per almeno un paio di ragioni, penso ovviamente al romanzo di Orwell e all'inizio della seconda amministrazione Reagan. Pynchon lo portò a compimento sul finire degli anni Ottanta, proprio mentre il grunge andava prendendo forma in quella fascia d'America compresa tra Los Angeles e Seattle, che per molti versi è la stessa fascia che fa da scenario al malinconico destino di Zoyd Wheeler. Con ciò voglio dire che un'epoca è definitivamente tramontata, e al momento mancano le condizioni perché qualcosa di simile possa ripetersi. Già la mia generazione, che è per l'appunto quella dei nipotini dei fiori, la stessa di Cobain e compagnia, è stata una generazione sconfitta, ha finito per ripiegata in se stessa malgrado potesse tirare a campare di rendita grazie alle conquiste dei padri. Mi astengo dall'esprimere un giudizio sulle successive, ma che dominino sfiducia e disincanto mi pare oggettivo. Il tuo credere che alla fine (e sottolineo “alla fine”) sia bello crederci è abbastanza significativo. Non che sia brutto crederci, ovviamente, ma è il tono da nostalgia preventiva a tradire che “alla fine” nemmeno tu ci credi più tanto. Ci credi più per affezione all'idea che per convinzione. Come vaga speranza. Alla maniera in cui, seppure in maniera diversa, altri credono che il mondo verrà salvato dagli alieni o che nel 2012 ci sarà l'apocalisse positiva. Sia chiaro, non sbagli a usare, foss'anche inconsapevolmente, questo tono, perché questo tono è lo spirito dei tempi. Che schifo di tempi, mi dirai, e potrei convenire con te non fosse che a me interessa più andare al cuore della faccenda, risalire alle cause, alle responsabilità. E la colpa non è dei giovani, della loro presunta mollezza o indifferenza o ignoranza o via dicendo. La mia formazione paranoica mi induce a pensare che si è giunti a questo stato di cose in seguito a un disegno studiato a tavolino basato su un principio semplicissimo: dividi e impera. I pensatoi non erano certo qui, ma nelle università americane dove già sul finire degli anni Settanta si ragionava sulle possibilità di inculcare nelle nuove generazioni inclinazioni conservatrici. Qui ci si è arrivati un po' per inerzia, un po' per via di operazioni di intelligence, un po' grazie al fiuto di un imprenditore brianzolo con la passione per le barzellette e un po' perché è quello che gli italiani hanno voluto, perché, va detto anche questo, l'Italia è sempre stato un paese più cattofascista che cattocomunista. Con quali strumenti si applica il principio Dividi e impera? Il principale negli scorsi decenni è stato la televisione, ma il futuro della repressione morbida, come la chiamo io, è internet. La rete offre enormi possibilità di emancipazione e aggregazione, è una fonte preziosissima di informazioni e un mezzo per diffondere le proprie idee a costo zero. È però anche un micidiale arma di controllo di massa. Ti faccio un esempio banale: per ragioni di fede sportiva visito spesso il sito di una squadra di calcio della quale non farò il nome. Puoi immaginare la natura complessiva dei contenuti nonché il tono delle persone che vi postano commenti. Ebbene, quando vi accedo vedo regolarmente scorrere banner che reclamizzano libri, alcuni di autori non esattamente commerciali. Una volta, allo stadio, la simpatica e brava Martina Testa ha udito proferire queste parole da un vicino di spalti: “Che palle 'sta partita, me pare di leggere un romanzo”. Ciò per significare che quei banner non sono certamente rivolti al visitatore tipo del sito di una squadra calcistica. Sono algoritmicamente confezionati per me e solo per me, che lascio tracce dei miei gusti su Amazon o chissà dove. Non c'è mezzo migliore della rete per chiudere un individuo nel cerchio della propria esistenza, della propria cultura, delle proprie passioni, per restringergli le vedute anziché allargagliele. Moltissime persone scoprono contenuti solo perché un amico li ha linkati nella bacheca di Facebook; un controllo a monte di quei contenuti (controllo peraltro già operante) può avere ricadute tutt'altro che irrilevanti.

Ed infine sei arrivato a scrivere di Roma, la tua città natale, con il romanzo “Cinacittà”, in quella camera poi che ricorda il tentativo di suicidio di Kurt Cobain. Confesso che l'ho trovato sorprendente, mi aspettavo qualcosa di molto più fantascientifico, molto più Blade Runner, ed invece l'ho trovato un romanzo, che se è vero gioca sempre sul futuro/presente, deve molto alla cinematografia italiana, a Fellini, alla letteratura classica, non so perché ma io ho pensato a Kafka e a un Dostoevski smontato. Come se questo romanzo aprisse delle nuove strade per te.

Questa di Blade Runner è stata una specie di maledizione. Quasi tutti hanno accostato il romanzo a quel film, quando i riferimenti erano invece quelli che tu hai notato. In superficie c'è Fellini, ovviamente, ma al fondo ho attinto a certa commedia all'italiana, in particolare a Dino Risi. Quanto alla letteratura classica, Kafka è sempre presente in me. Lo rileggo ciclicamente. È una musica, anche letto in traduzione. Per Dostoevskij il discorso è diverso, il romanziere è immenso per temi e indagini sull'animo umano, ma la prosodia è discontinua e non potrebbe essere altrimenti perché scriveva o, per meglio dire, dettava i suoi libri in fretta e furia, con fiato sul collo. È incredibile che riuscito a tenere insieme simili universi nelle condizioni in cui li ha concepiti. Ho riletto Delitto e castigo mentre scrivevo Cinecittà, perché mi interessava il tema dell'espiazione, del bisogno di raccontare la propria colpa. Il romanzo è concepito come una sorta di lunga confessione nel corso della quale la voce narrante dovrebbe spiegare perché accetta di subire la condanna per un omicidio che non ha commesso. Dico “dovrebbe” perché quando costui arriva al punto elude bellamente e non spende una sola parola di rincrescimento per la sua vera colpa. L'idea era quella di mettere in mostra un'attitudine tipicamente italiana e cattolica: concepire la confessione non come la porta che apre all'espiazione bensì la tabula rasa delle proprie nefandezze. Devo avere scavato troppo a fondo in questa attitudine perché nessuno si è finora accorto qual è la vera colpa che il protagonista di Cinacittà omette bellamente di rimarcare.

Come è stato accolto questo romanzo?

A parte una veemente stroncatura di Andrea Cortellessa, mi è parso che abbia goduto nel complesso una buona accoglienza. È stato anche opzionato da un produttore, sebbene le difficoltà in cui versa l'industria cinematografica non ne aiuteranno certo il passaggio al grande schermo.

E come mai questa decisione di spostarti da un mondo che guardava all'immaginario statunitense per calarti nella tua città, in una metropoli piena di storia e contraddizioni?

La voglia di scrivere un romanzo romano mi ha accompagnato fin dall'inizio della mia carriera di scrittore. Se ho aspettato tanto a lungo è proprio perché si trattava della mia città. Da sempre, coloro che meglio hanno raccontato Roma non sono romani. Pensa a Caravaggio, Pasolini, Gadda, Fellini. Certo, ci sono figure come Moravia o Sordi, ma sia Sordi che Moravia si sono limitati a un certo carattere dei suoi abitanti, a quella sorta di indolenza morale in cui si crogiola il romano. E pure io, alla fine, mi sono limitato a questo. Volevo evitarlo, per questo ho aspettato tanto. Nondimeno ci sono cascato. Evidentemente non si scappa da quel che si è.

Il ritratto che esce di Roma e dell'Italia in generale è quello di un Paese in decadenza, allo sbando più totale, che mira esclusivamente alla mera sopravvivenza e più che una penisola l’Italia sembra pronta a trasformarsi in un'isola che va alla deriva per il Mediterraneo, destinata a scomparire come Atlantide. E' questa l'Italia che vedi e che t'aspetti? Quali sono le contraddizioni che vedi a Roma e quali sono i possibili margini di miglioramento, sempre che ne esistano?

I protagonisti di Lost non parlano dell’isola come di un  luogo in cui sono finiti, non la vedono come un pezzo di terra conficcato nel nulla dell’oceano. La chiamano l’Isola e si rivolgono a lei in terza persona. L’isola è questo, l’Isola fa quello. E quello che l’Isola è e fa è invariabilmente di natura malevola o comunque ambigua, sfuggente, anche quando sembra fare del bene ai suoi ospiti. Ho le sensazione che noi italiani ci rivolgiamo al nostro paese in maniera analoga. La percepiamo come un altro da noi, un'entità aliena da denigrare o dalla quale guardarsi o addirittura fuggire. È una vecchia storia, un tempo eravamo un popolo di navigatori e migranti, adesso siamo un popolo di cervelli in fuga. Non meno antica è la scarsa propensione a identificarci in maniera completa con il nostro paese, a cominciare dalle sue istituzioni. Si dice spesso che il problema è la mancanza di una storia davvero condivisa. Ma credo ci sia qualcosa di ancora più profondo, lo scetticismo che lamentava Leopardi nel suo discorso sul carattere degli italiani. Per un concorso di cause, a cominciare da cosiddetto Berlusconismo, questo vizio latente è ormai diventato la norma. Non crediamo più in niente. Siamo animati da un disincanto supremo, che l'imperante fanatismo per la documentazione del reale non fa che aumentare. Non dico che siamo senza speranza. Dico però che dobbiamo imparare a credere anche a ciò che non abbiamo sotto gli occhi. Un mio professore dell'accademia mi diceva sempre: “Non mettere limiti ai tuoi sogni, perché tanto ci penserà la vita a farlo”. Pensare di cambiare il mondo, lo stato delle cose, può anche essere un'illusione, ma se pensi che è tutto uno schifo per cui tanto vale arraffare quel che si può, non è che vai tanto lontano. Al massimo credi nei condoni fiscali e nelle escort, ammesso che abbia i soldi per crederci.

Alla tua professione, se si può definire in questi termini, di scrittore unisci anche quella di recensore e di autore di bellissime introduzioni ad alcuni romanzi, l'ultima per esempio che ho letto è quella in “Prigionieri del Paradiso” [III] di William Gass (un romanzo eccezionale a mio modo di vedere). Più che recensioni sembrano articoli che spaziano fra varie tematiche e che riescono ad instillare nel lettore la voglia di correre in libreria per almeno sfogliare quel libro. Noto invece come spesso la critica dimentichi questo aspetto e finisca per trasformarsi o in un puro esercizio retorico oppure in una semplicissima pubblicità. Tu come vedi la situazione attuale della critica? E come vivi tu da scrittore il rapporto con i critici?

Un tempo ero molto attento al giudizio della critica. Attendevo con ansia le recensioni. Rovistavo nel Web per sapere quel che si diceva sul mio conto. A poco a poco questa curiosità è andata scemando fin quasi nell'indifferenza. Talvolta mi capita di ringraziare persone per aver scritto articoli su di me che non ho mai letto. Non che disdegni la critica in generale, anzi. È che sono poco interessato alla critica dei miei romanzi, positiva e negativa che sia. E questo perché avverto sempre più forte la discrasia tra le mie ragioni poetiche e quel che gli altri vedono nei miei libri. Non mi lamento. Penso sia giusto così: i lettori hanno tutto il diritto di amare o detestare un testo per quel che credono di leggervi. Anch'io ho però il diritto di seguire le mie inclinazioni. Col tempo, ho individuato una strada, il corso che voglio dare alla mia scrittura, e sono giunto anche ad accettare che questa mia strada sia lontana dai gusti imperanti, qui e ora. E siccome lo scalatore delle classifiche non è il mio sport preferito penso sia giusto concedermi il lusso di non dover scendere a patti con niente o con nessuno. Questo non significa che sia sordo alle critiche. Le ascolto, ma alla fine preferisco fare di testa mia. Quanto al panorama generale, dipende dai contesti. Ormai la critica si è diversificata in mille rivoli molto diversi tra loro. Direi che sta diventando sempre meno importante, in alcuni casi inesistente, quella praticata sui giornali, dove gli articoli sono sempre frettolosi e macchiati dai difetti che tu lamenti. In ogni caso, alla cosiddetta critica militante, spesso abbagliata dalla faziosità, preferisco i ragionamenti distesi sulla letteratura, tanto contemporanea che passata. Mi annoia invece il vizio sempre più dilagante della battuta a effetto, della stoccata sadica, del non sapere resistere alla tentazione di mostrarsi superiori all'autore. I critici che credono di saperla lunga non sono credibili. Ogni libro, per quanto infimo, è un mondo a sé e andrebbe maneggiato con umiltà. Il che non significa che non si possa stroncare, ma come diceva il compianto Beniamo Placido a un più giovane collega che si andava facendo un nome a forza di critiche feroci, “il problema non è che stronchi, ma che stronchi male”. E il problema è proprio questo: si stronca male perché prevale la faziosità e i vizi di cui sopra. Lo stesso vale per le critiche positive. Ho l'impressione che le scelte siano spesso condizionate dal bisogno di affermare la propria presa di posizione, di essere o pro o contro qualcosa. Il sano esercizio del dubbio è sempre meno praticato e certe volte mi verrebbe quasi voglia di rivalutare Pilato.

Fra i dibattiti che s'aggirano fra rete e giornali ce ne sono alcuni a proposito della salute del romanzo italiano e del ruolo dello scrittore. Che ruolo ha lo scrittore nel panorama odierno secondo te? C'è ancora l'ipotesi che una città possa essere in futuro ricordata per uno scrittore, come per esempio la mia Lecco che sarà per sempre legata a Alessandro Manzoni? E da quello che ne sai, c'è differenza fra il nostro paese e il resto del mondo? Io come l'impressione che gli scrittori passino più tempo ad interrogarsi su cosa sia uno scrittore piuttosto che diventare degli scrittori. Ovvero si sentano scrittori pur insomma non avendo combinato un granché. Come se tutto questo dibattito, alla fine sia svolto fra scrittori che non saranno mai grandi scrittori proprio perché non hanno le carte giuste per diventarlo. E ricollegandomi a questo discorso, ritengo che negli ultimi anni fra le opere di autori italiani, quelle che più ho apprezzato e che mi sembrano anche di grande valore siano quelle che hanno avuto poco a che fare con l'immaginario prettamente italiano, penso ai tuoi libri, all'Actarus di Claudio Morici o anche all'ultimo romanzo di Marco Mancassola, “La vita erotica dei superuomini”. Romanzi che giocano con l'immaginario straniero e riescono a trasmettere grandi emozioni. A me capita spesso che leggendo romanzi italiani che vorrebbero dare un quadro della nostra realtà; mi risultino più lontani dei racconti scritti da un autore americano che parla della sua provincia sperduta. Come se io in quei racconti statunitensi, a differenza di quelli italiani, trovassi un modo per comprendere meglio la mia realtà. Stessa cosa mi succede nella musica indipendente italiana. Non so a te.

Forse è una questione di formazione culturale. Anch'io ho la tua sensazione, nondimeno constato che molti scrittori vanno in una certa direzione e che molti lettori vi si riconoscono. In tutta sincerità, non me la sento di affermare che siano nel torto solo perché i miei gusti differiscono da loro. Dobbiamo accettare il fatto che la finzione narrativa da grande romanzo non è esattamente il piatto forte della nazione. Siamo un paese di verismi e neorealismi, tanto in letteratura che in cinematografia. Siamo portati a credere che entrare nel corpo vivo della realtà sia la forma più nobile e ammirevole di scrittura. È giusto? È sbagliato? Ho qualche idea al riguardo, ma conta poco. Il punto è che per via di questo discrimine morale capita che in quanto scrittori ci si senta monchi, in dovere di ridefinire costantemente il proprio ruolo. Va però detto che da qualche anno le cose stanno cambiando. Il romanzo italiano si è fatto molto più vivo e variegato di quanto non lo fosse in passato e sono convinto che con l'emergere di nuove generazioni avremo belle sorprese.

Per chiudere questa intervista, vorrei chiederti, se Tommaso Pincio ritraesse Tommaso Pincio cosa ne uscirebbe sulla tela?

Non c'è bisogno di parlare al condizionale. La tela, o meglio la tavola, è già in cantiere e lo studio è visibile sul mio blog: 

http://tommasopincio.splinder.com/post/22904148/autoritrarsi.

Ho raffigurato me stesso nell'atto di voltare le spalle all'arte e alla fantascienza, visivamente simbolizzati da una tela bianca sistemata su di un cavalletto, una fanciulla che amoreggia con un alieno e un oblò da navicella spaziale antidiluviana che inquadra gli spazi siderali. La mia espressione è più tenebrosa di quanto non appaia in realtà, ma si tratta di un effetto non voluto.

Grazie di cuore Tommaso per la disponibilità e la cortesia dimostrata in questi mesi.

[I] Per completezza è giusto far notare come di film di fantascienza ne usciranno eccome nel 2011, a questo link potete trovarne alcuni: http://blastr.com/2010/06/the-20-most-anticipated-sci-fi-movies-of-2011.php

[II] “Black Hole” di Charles Burns, Coconino Press.  http://tommasopincio.splinder.com/post/20015337

[III] “Prigionieri del paradiso” di William Gass, Minimum Fax, 2008. Traduzione di Bruno Oddera.


(La tela in cantiera di cui parla Tommaso Pincio è quella che apre l'intervista)

Per approfondire: tutto PINCIO in Lankelot.

ISBN/EAN: 
1

Commenti

[Pincio] Seconda parte. 

[Pincio] Seconda parte. 

[seconda parte intervista

[seconda parte intervista pincio] aspetta che l'impaginazione è esplosa, sempre causa "ancore" con link interno.. rimedio

[pincio parte seconda] ci

[pincio parte seconda] ci siamo quasi...

[pincio, atto secondo,

[pincio, atto secondo, intervista totale] in home. grazie ancora a tutti e due per questo lavorone.

[pincio-kerouac] qui c'è un

[pincio-kerouac] qui c'è un bellissimo ritratto fatto da Tommaso  di Keroauc: http://tommasopincio.splinder.com/archive/2010-09

 

[Pincio - William Gass]

[Pincio - William Gass] Rivolgo il mio invito a coloro che se la sentono di affrontare un libro complicato, difficile ma bellissimo di leggere "Prigionieri del Paradiso" di William Gass.  

[pincio-gass-and] ora mando

[pincio-gass-and] ora mando una mail a te e a 3 persone papabili...

[cortellessa-pincio] qualcuno

[cortellessa-pincio] qualcuno sa dov'è uscita questa stroncatura di Cortellessa? Se l'ho letta l'ho rimossa, ma sono curioso di leggerla. cortellessa è un enorme conoscitore di letteratura italiana, in tutti i sensi "enorme".

[Cortellessa - Pincio] Io

[pincio-cortellessa] ammazza

[pincio-cortellessa] ammazza come scrive cortellessa. Forse non è questo che dovrei pensare, rileggendo il suo articolo: il senso della critica dovrebbe essere spingere il lettore a dire "ammazza quanto sono d'accordo" o "ammazza quante cose in più ho capito". In questo caso non è così. E quindi l'articolo è bello ma non mi piace. Preferivo il mio:)

[pincio-cortellessa] Cavolo

[pincio-cortellessa] Cavolo se scrive bene... Bell'articolo, sì, peccato che ancora non ho letto il libro in questione. Molto "decisa", come stroncatura, eh?


Comunque la tua intervista a Pincio è fantastica. Davvero preziosa, Andrea. Con Pincio mi sono fermato a "La ragazza che non era lei" dopo azzeccato consiglio di Gianfranco. Scrive così Pincio. Sembra d'essere sospesi nella metafisica del racconto, non si sa mai quando e quanto credergli. Per me ha molto fascino ma, ripeto, mi sono fermato a "La ragazza...". Per ora.


William Glass lo fiuto da un po' e credo che, salvo imprevisti, lo recupero in settimana. Vi dirò.

[Pincio-Cortellessa] Sì, la

[Pincio-Cortellessa] Sì, la stroncatura è abbastanza netta, però concordo con te Franco, è migliore la tua. Su Gass, ti aspetto Paolo. Tutta la collana dei Classics della Minimum Fax è davvero bella e diversificata. Onore a loro che l'hanno ideata.  

[cortellessa-minimum fax]

[cortellessa-minimum fax] Piace molto anche a me. Grazie a loro ho recupato Barth, Barthelme e Stanley, autori che non avrei trovato tanto facilmente in giro.

[pincio] A completamento

[pincio] A completamento della completezza, mi pare non peregrino notare che la lista linkata alla nota [I] comprende: un film su una ragazza che si innamora di un taglialena mentre il suo villaggio medievale è tormentato da un lupo mannaro; un film sul mitico guerriero Teseo e le sue battaglie contro demoni e titani; una nuova puntata di Harry Potter; una nuova puntata della saga di Twilight, nonché una serie di adattamenti Marvel, tra cui il mitico Thor e Capitan America. Può mai questa roba essere definita fantascienza? Sempre per completezza, è bene contestualizzare la stroncatura di Cortellessa, il quale ha avuto la bontà di seguire il mio percorso fin dagli esordi, apprezzando opere come M., Lo spazio sfinito e Un amore dell'altro mondo. Un paio di sue recensioni è possibile leggerle qui: http://www.ibs.it/code/9788885414433/pincio-tommaso/.html http://www.ibs.it/code/9788806162160/pincio-tommaso/amore-dell-altro-mon... Cortellessa (e dico questo anche sulla base di varie conversazioni che ho avuto con lui al riguardo) si è sentito "tradito" dal modo in cui la mia scrittura è cambiata nel tempo, rimproverandomi tra l'altro il fatto che nelle minibografie contenute nei risvolti dei miei libri più recenti non compaiano i romanzi della prima ora, quasi avessi voluto rinneggare quel passato. Semplificando, da una posizione iniziale di autore "sperimentale", "concettuale" e "antiromanzesco", avrei finito per imboccare la strada di una narrativa più pura e convenzionale, narrativa che Cortellessa giudica ormai defunta e comunque retriva o priva di un autentico interesse letterario. Tanto per fare esempio, egli è un convinto detrattore di Niccolò Ammaniti. Ora, non sta certo a me stabilire se il Pincio sperimentale di "M." fosse davvero migliore di quello attuale, resta tuttavia che il "tradimento" che Cortellessa ha pensato d'intravedere nella mia evoluzione (o involuzione) ha condizionato non poco il tono appassionato (in senso negativo, ovvio) della stroncatura. E ancora una volta per completezza, nonché a benefico di Franchi ;), a questo link è possibile leggere un'ampia selezione delle recensioni uscite a suo tempo su Cinacittà: http://www.webalice.it/tommasopincio/COVER_STORY.html Grazie a tutti voi per l'ospitalità in questo luogo, che è tra i migliori della rete quanto a letteratura e dintorni.

[tommaso pincio] è sempre una

[tommaso pincio] è sempre una gioia ritrovarti da queste parti. Solo questo. Grazie ancora per la tua magnifica generosità e disponibilità. Non sai quanto posso apprezzare. A breve mi studio tutta l'intervista ex novo, con calma, e vado a perdermi tra i link.

 

[pincio-fantascienza]

[pincio-fantascienza] l'ultimo bel film di fantascienza l'ho visto recuperando la filmografia di Shinya Tsukamoto. "Tetsuo" rimane per me un'isola solitaria.


"A completamento della completezza, mi pare non peregrino notare che la lista linkata alla nota [I] comprende: un film su una ragazza che si innamora di un taglialena mentre il suo villaggio medievale è tormentato da un lupo mannaro; un film sul mitico guerriero Teseo e le sue battaglie contro demoni e titani; una nuova puntata di Harry Potter; una nuova puntata della saga di Twilight, nonché una serie di adattamenti Marvel, tra cui il mitico Thor e Capitan America. Può mai questa roba essere definita fantascienza?"


Effettivamente...


Buongiorno a lei, Tommaso, e grazie per la visita! :)

[Tommaso Pincio] Grazie per

[Tommaso Pincio] Grazie per essere passato da queste parti.

Finalmente qualcuno ha fatto caso alla nota, che era proprio una nota sottilmente ironica, forse non è stata abbastanza capita. Di film di fantascienza qualcosa c'è in giro ma davvero poca cosa.

Grazie ancora.

 

[Tommaso Pincio] Per i romani

[Tommaso Pincio] Per i romani e per chi può arrivare a Roma, segnalo questo appuntamento:

http://www.minimumfax.com/appuntamenti/scheda_evento/161

"Martedì 16 novembre

Tommaso Pincio presenta in anteprima "Lo spazio sfinito" alla libreria minimum fax (Via della Lungaretta 90/e).

Alle 21 festeggiamo in anteprima, alla libreria minimum fax, l'uscita del libro
 

"Lo spazio sfinito" di Tommaso Pincio.
 

 

 

 

[intervista a TP, atto

[intervista a TP, atto secondo] politicamente semplice ma esemplare: "Un mio professore dell'accademia mi diceva sempre: “Non mettere limiti ai tuoi sogni, perché tanto ci penserà la vita a farlo”. Pensare di cambiare il mondo, lo stato delle cose, può anche essere un'illusione, ma se pensi che è tutto uno schifo per cui tanto vale arraffare quel che si può, non è che vai tanto lontano. Al massimo credi nei condoni fiscali e nelle escort, ammesso che abbia i soldi per crederci."

> Sacrosanto.

[interv. pincio-andrea]

[interv. pincio-andrea] insomma, una cosa del genere merita di vedere la vita in cartaceo, è un lavoro fantastico. Complimenti alla competenza e all'intelligenza dell'intervistatore, ma più ancora alla sensibilità, alla personalità e alla disponibilità dell'intervistato. Ci sarebbero tantissime ragioni per dibattere, per approfondire. Ho la sensazione che ci siano molti semi che potranno animarsi nel tempo.

C'è una cosa, al di là delle mie tante curiosità di lettore e di letterato, che mi ha colpito più di tutte le altre, in questa seconda parte. Pincio scrive una gran cosa. "Ogni libro, per quanto infimo, è un mondo a sé e andrebbe maneggiato con umiltà. Il che non significa che non si possa stroncare, ma come diceva il compianto Beniamo Placido a un più giovane collega che si andava facendo un nome a forza di critiche feroci, “il problema non è che stronchi, ma che stronchi male”. E il problema è proprio questo: si stronca male perché prevale la faziosità e i vizi di cui sopra. Lo stesso vale per le critiche positive."

> Vero. Se posso aggiungere una cosa, il problema è anche un altro. Che col passare del tempo, delle esperienze e degli studi - vale a dire, semplicemente, "vivendo lucidamente" - a un tratto ti volti indietro, riguardi a ciò che hai scritto come critico, e ti accorgi che non sei più tu. Rileggi ciò che hai scritto ridacchiando, dici "ma non posso averlo scritto io", poi ti accigli, "ma come ho fatto? Ma che c'avevo?". E niente, eri tu, è vero, è successo, è così.

Ti accorgi che la persona che ha scritto quelle pagine è cambiata. Che quel sentimento, quella cattiveria o quell'entusiasmo non ci stanno più. A me capita di avere tremende e ansiose crisi di coscienza per qualcosa che ho scritto che può aver fatto del male, che può essere stata accolta come "cattiva", o può aver suggerito "bene" nella direzione sbagliata (alle persone - ai libri sbagliati), e quando ritrovo articoli vecchi in cui non mi riconosco ho l'impulso immediato di distruggerli, di cancellare tutte le tracce. Non lo faccio perché voglio capire cosa mi muoveva alla ferocia o all'entusiasmo. Adesso è diventato troppo difficile essere feroce o essere entusiasta. E' questione di umiltà? Non so. Di letture, di esperienze, di sensibilità? Non so. Paura? Non so. Non so cos'è successo. E' solo che da quando mi sono accorto di quanto male può fare quel che scrivo sono cambiato. Forse è questo il segreto di quel che diceva Placido. Che a un tratto - non è l'età, è "qualcosa" che ti capita o ti è capitato - impari che "stroncare male" è la cosa che hai spesso fatto meglio. E' da brividi. Ma è così. E non si scappa. Ma ti fa senso e ti fai senso, e non va via facilmente quel "mood". No.

Chiusa parentesi. Lavoro fantastico. E grazie ancora. Tutti a leggere la nuova edizione dello "Spazio sfinito", adesso.

[pincio - lost] a proposito,

[pincio - lost] a proposito, altra cosa che ieri volevo rilevare: l'artista capitolino scrive "I protagonisti di Lost non parlano dell’isola come di un  luogo in cui sono finiti, non la vedono come un pezzo di terra conficcato nel nulla dell’oceano. La chiamano l’Isola e si rivolgono a lei in terza persona. L’isola è questo, l’Isola fa quello. E quello che l’Isola è e fa è invariabilmente di natura malevola o comunque ambigua, sfuggente, anche quando sembra fare del bene ai suoi ospiti. Ho le sensazione che noi italiani ci rivolgiamo al nostro paese in maniera analoga."

> Ecco: ho la sensazione d'aver capito (in parte) cosa m'abbia tanto attirato di "Lost", sin qua. Sto recuperando la serie in dvd, ho appena iniziato la quinta, e siccome mi sembra tecnicamente minore rispetto a "The Kingdom" di Von Trier e a "Twin Peaks" di Lynch, eppure m'appassiona tanto, mi sto chiedendo (da mesi) "perché". Forse il perché è questo. Grande Pincio.

 

[Pincio - Lost] Quando l'hai

[Pincio - Lost] Quando l'hai finito dimmi cosa ne pensi in generale e del finale. io l'ho seguito tutto. 

[Pincio-Lost] Per la cronaca

[Pincio-Lost] Per la cronaca anche io ho seguito Lost solo acquistando i dvd. Ora sono all'inizio del secondo disco della sesta e ultima serie.

Ho apprezzato altri noti serial (penso a damages) ma questo mi ha acchiappato proprio. Abbestia!!!!

[lost] Entro fine anno

[lost] Entro fine anno potrei, dovrei, aver finito anch'io, e ne riparleremo volentieri:).

[pincio] andrea, ti segnalo -

[pincio] andrea, ti segnalo - e vi segnalo - una bella intervista di Prudenzano, apparsa su "Affari Italiani", con diversi e gentili richiami alla tua:

http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/intervista_a_tommaso_pinci...

[ottima cosa]

[Gass] C'è un intervista a

[Gass] C'è un intervista a Gass sul sito del The believer. http://www.believermag.com/issues/200511/?read=interview_gass

[Pincio - Intervista] Grazie

[Pincio - Intervista] Grazie per la segnalazione. Molto cortese l'intervistatore nei miei riguardi. 

[pincio] intervista segnalata

[pincio] intervista segnalata anche qui: http://alligatore.blogspot.com/search/label/Andrea%20Consonni

[Tommaso Pincio - Coming

[hotel a zero stelle, pincio]

[hotel a zero stelle, pincio] la prima scheda dev'essere firmata Andrea Consonni. Deve diventare una tradizione. Consolidiamola...