“Un grido si avvicina, attraversando il cielo. E’ già successo prima, però niente di paragonabile ad esso” così si apre “L’arcobaleno della gravità” di Thomas Pynchon e così è stato per me scoprire Tommaso Pincio. Un’emozione indescrivibile, una gioia pura, un invito a continuare a scrivere, a leggere, a vivere. Sfidando la mia naturale ritrosia ai contatti con gli scrittori e alle interviste e sfidando la solitudine di Tommaso, è uscita questa intervista che spero offra spunti interessanti a tutti voi.
Ciao Tommaso, so già che fra chi ti legge o anche solo fra chi intravede il tuo nome in una libreria la domanda che sorge spontanea è “Perché ti sei voluto chiamare come il famoso autore americano?” e credo che te l'avranno chiesto così tante volte che ne avrai la nausea e faresti volentieri a meno di riceverla.
È quel che pensano in molti e ne comprendo le ragioni. Tuttavia io non ho voluto affatto chiamarmi come il famoso autore americano. Tommaso Pincio è un bambino che fa un'apparizione tutt'altro che fugace nel mio romanzo d'esordio, M. È a questo bambino che ho sottratto il nome. Peraltro Pincio è un toponimo legato ai miei ricordi d'infanzia: su quel colle sorge infatti il parco dove andavo a giocare da piccolo. A ciò potrei aggiungere che Pincio è un termine scollacciato di cui si è perso l'uso, ma che nell'italiano di secoli addietro veniva adoperato per indicare il sesso maschile. Pinco Pallino, sinonimo popolaresco di “qualcuno” e spesso adoperato con accezione ironica e spregiativa, discende giustappunto da pincio. Su wikipedia parlano addirittura di un'origine yiddish, ma si dicono tante cose. Quanto a Tommaso, l'apostolo, in greco veniva chiamato anche Didimo ovverosia “gemello”, perché a quanto pare aveva una straordinaria somiglianza con Gesù. Non ci si fermasse alle apparenze, dovrebbe saltare evidente che Tommaso Pincio sta dunque per un “Doppio del cazzo”. È infine sorprendente che nessuno abbia mai notato che letteratura nipponica vanta un precedente simile. Edogawa Rampo, iniziatore del genere poliziesco nel Sol levante, è la trascrizione fonetica del modo in cui i giapponesi pronunciano Edgar Allan Poe. Edogawa Rampo ha però anche un suo significato ovvero “quattro passi lungo il fiume Edo”. Se i più preferiscono pensare che mi sia ispirato allo scrittore americano facciano pure. Non sarò certo io a impedirlo. Del resto, sapevo bene a cosa andavo incontro. L'essenziale è che sia chiaro che si tratta di un nome inventato: mi basta questo.
Come si riesce a convivere con un nome che porta con sé così tanti significati? Il nome reale scompare? Ci si trasforma? Ci si nasconde? Ci si vuole nascondere? Te lo chiedo perché sono sempre rimasto affascinato dagli scrittori che celano, con motivazioni diverse, la propria identità che vivono fuori dal mondo, scrivono sotto uno pseudonimo, penso a Thomas Pynchon, J. D. Salinger o anche ad un autore che amo molto come Torsten Krol. Tu non sei uno che si nasconde ma non sei nemmeno uno scrittore molto visibile. Come è nata questa cosa? E come ci si convive?
Se qualcuno mi chiede cortesemente di intervistarmi, come fai tu, non mi sottraggo per principio, sebbene la tentazione di farlo sia forte. In questo senso è possibile dire che non mi nascondo. Conduco però una vita estremamente ritirata, e non soltanto dalla comunità letteraria. Possono passare intere settimane nel corso delle quali le uniche parole che mi succede di scambiare sono quelle con la ragazza cinese del bar dove vado a fare colazione. Possono passare giorni senza che il telefono squilli. Non è una motivazione poetica, etica, ideologica o che so io a muovermi verso un simile stile di vita. È che mi viene da vivere così, in solitudine. E non ne faccio un vanto. Anzi, considero le mie limitatissime interazioni col genere umano un difetto. Qualcosa che col tempo finirò per pagare salato. Spesso mi sorprendo a pensare che se mi capitasse di morire in casa, il mondo comincerebbe a preoccuparsi solo per via della puzza del cadavere. Di quando in quando mi dico che dovrei fare qualcosa al riguardo e allora mi impongo di fare vita sociale, vado a una presentazione, accetto un invito a cena. Ma non dura a lungo. L'inclinazione a rinchiudermi finisce per prevalere. In un certo senso sono un tossicodipendente. Qualcuno, non ricordo chi, sosteneva che la droga peggiore siamo noi stessi perché non necessita di pusher e la si può consumare in solitudine. Tossicodipendente in quel senso lì. Ma per non proseguire con questo tono lugubre e patetico, torno al quesito di partenza. Sì, il nome reale scompare. Scompare al punto che quando mi capita di vederlo scritto, quando ricevo la bolletta del telefono, per esempio, ho come un sussulto di estraniamento. C'è poi un altro problema: la relazione tra identità del narratore e la narrativa in sé. Gli scrittori sono la categoria che più frequentemente ricorre agli pseudonimi. È un fatto antichissimo. Credo sia una specie di espiazione. Nella tradizione ebraica gli scrivani erano i soli a essere esclusi a priori dal Mondo Nuovo e questo perché venivamo preventivamente ritenuti responsabili degli errori commessi nel trascrivere la storia del popolo. I dettami erano chiari: non aggiungere nulla, non togliere nulla, non interpretare nulla. Limitati a trascrivere. A riportare la storia per come ci è stata tramandata. All'apparenza niente di più facile. In pratica, un racconto che passa di generazione in generazione, per quanto meccanicamente trascritto, è soggetto a sviluppare dei punti oscuri. Alcune parole potrebbero scomparire dall'uso o assumere significati diversi così da non rendere immediatamente comprensibile il testo. A quel punto, pur non volendo, si è costretti a interpretare. Si intende una cosa e quella si crede di copiare, mentre il testo voleva dire altro. Per questo gli scrivani venivano puniti a prescindere. Costituivano una casta al contempo eletta e reietta. Qualcosa di simile accade anche nella narrazione romanzesca. Lo scrittore modella una storia in base alla visione che ha sviluppato di quella storia. Nella migliore delle ipotesi si tratta di una forzatura. E non importa che la storia sia inventata o no. Gli uomini hanno bisogno di credere nelle storie che gli vengono raccontate. Eliminato il narratore, eliminato l'imbroglio. La storia diventa vera perché senza narratore appartiene alla collettività. Non è più la versione di uno, ma una storia di tutti.
Sei nato nei primi anni '60, hai frequentato l'Accademia di Belle Arti, ti sei trasferito negli Stati Uniti, poi ho letto che hai mollato la pittura a favore della letteratura e che hai poi ripreso la pittura realizzando ritratti di scrittori. Come è stata la tua avventura negli Stati Uniti? E quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a ritornare a dipingere?
La successione dei fatti è un po' diversa. Prima ho abbandonato le mie ambizioni d'artista e poi, proprio perché non mi riusciva di elaborare il lutto di questa rinuncia, mi sono trasferito negli Stati Uniti. Pensavo di trovare qualcosa, una nuova possibilità, e infatti ho scoperto la letteratura, una cosa che avevo sempre tenuto a distanza perché ritenevo che quello dello scrittore fosse un mestiere da sfigati. Non che abbia cambiato molto opinione. Diciamo che sono giunto a più miti consigli con l'ipotesi di essere io stesso uno sfigato. Comunque è accaduto per caso. Un giorno ho visto una macchina per scrivere elettronica nella vetrina di un negozio. Mi è sembrata un bell'oggetto da avere e l'ho acquistata. In casa, un piccolo monolocale tra la Ventesima e Fifth Avenue, non c'era nulla, a parte la cucina e un futon, per cui era fatale che cominciassi ad usarla. E così è stato. Ho usato quella macchina fino a quando non acquistato il mio primo pc. New York mi piaceva da morire. Vivevo alla giornata, facendo l'assistente per un artista. Anche i tempi erano affascinanti. C'era Twin Peaks, nasceva il web, moriva il grunge, dilagava l'heroin chic. Poi le cose sono molto cambiate, un po' per via dell'11 settembre, un po' perché l'America ha cominciato a soffrire l'emergere della Cina. È sempre un grande paese, ma accusa i primi sintomi da fine dell'impero e questo l'ha portato a chiudersi in se stesso. Torno sempre a New York con estremo piacere, tuttavia ora mi viene più naturale partire per il sud-asiatico, e non soltanto perché ci vive la mia famiglia. Posti come l'ex Saigon o Singapore sono il futuro. Viaggiano a una velocità che persino l'America ha perso. Quanto alla pittura, ho ripreso a dipingere solo recentemente. Da un paio di anni. È andata un po' come per la scrittura. Un giorno, non potendone più di stare seduto davanti a un monitor, ho pensato di dotarmi di un elemento di distrazione. Sono andato in un negozio d'arte e ho acquistato un cavalletto. Quindi ho comprato una tavola, dei colori, qualche pennello, e ho realizzato il dipinto che ha fatto da copertina per Cinacittà. Ritrarre gli scrittori mi è sembrato naturale. Ma non voglio limitarmi a loro. Col tempo spero di allargare lo spettro dei soggetti, rimanendo comunque fedele al genere del ritratto. Sono comunque obiettivo riguardo a questo mio passatempo. Non penso affatto di sfornare capolavori. Mi piace dipingere persone, tutto qua. E mi piacerebbe anche fare qualche mostra prima o poi.
Legandomi al discorso della pittura e dell'arte visiva più in generale: frequenti il mondo delle mostre? Segui gli artisti contemporanei? Qual è secondo te lo stato in cui versa attualmente l'arte pittorica in Italia e non? Se ne parla poco e se ne parla solo a proposito di artisti che danno scandalo o molto più spesso in occasione di mostre itineranti dedicate a pittori molto noti.
Seguo il lavoro degli artisti contemporanei ma non con la capillarità di un tempo. Sino a pochi anni fa essere informato era parte integrante del mio lavoro: dirigevo una nota galleria che aveva una base a Roma e la sede centrale a New York. Per la stessa ragione, frequentavo mostre e fiere in giro per il mondo. Ora mi sono un po' distaccato, ma ho ancora una qualche contezza di quel che succede. Effettivamente, fuori dei circuiti deputati, di arte contemporanea si parla poco se non nelle sue manifestazioni più eccessive. Immagino sia dovuto al fatto che a differenza di cinema e letteratura, l'arte contemporanea non ha un immediato bisogno di raggiungere il grande pubblico. Quando si acquista un libro o si va a vedere un film si contribuisce al successo di uno scrittore o di un regista, ed è un contributo nelle possibilità di chiunque, perché basta investire una decina di euro o poco più. Le opere d'arte contemporanea costano decine di migliaia di euro ed è ovviamente un acquisto elitario. Certo, chiunque può visitare una mostra, ma credere che artisti e galleristi abbiano in mente quel tipo di pubblico è un'ipocrisia o, al meglio, un'ingenuità. Il pubblico a cui pensano è quello dei collezionisti privati e dei curatori museali, dunque una ristretta fascia di persone. Questo ha fatalmente determinato il formarsi di un linguaggio per così dire esoterico, distante da quello comunemente usato. È un lusso che cinema e letteratura non possono permettersi, a meno di non accettarne le conseguenze. Premesso questo, direi che l'arte di oggi soffre meno condizionamenti. Ai miei tempi, a cavallo tra gli anni 80 e 90, la pittura era gravata da pesanti pregiudizi, veniva considerata un'espressione retrograda, di cattivo gusto, se non propriamente reazionaria. Fortunatamente non è più così. La scena è molto più fluida, convivono vari linguaggi con una naturalezza che a mio avviso è figlia della rete. Internet ha cambiato il modo di pensare all'immagine, e dunque di come è possibile dipingere un quadro.
La tua avventura letteraria comincia con “M.” uscito nel 1999. Come è stato il tuo ingresso nel mondo della letteratura? Quali sono stati i tuoi maestri? Ti dico che in questi giorni ho finito di leggere la graphic novel di Jiro Taniguchi “Uno zoo d'inverno” dove l'autore racconta proprio il suo apprendistato nel mondo dei fumetti. Un apprendistato faticoso, fatto di insegnamenti, lezioni, errori e che dà i suoi primi frutti nella combinazione di talento, volontà e amore per una ragazza malata.
Nel mio caso parlare di maestri è un po' improprio. Ci sono naturalmente degli scrittori a cui faccio riferimento e affidamento. Ma per maestro si intende anche una figura che ti ha indicato una strada, una possibilità nel momento più formativo della tua vita. Ho trascorso la fase formativa pensando all'arte e alla pittura. In quel periodo, le mie letture preferite erano Kafka, Conrad, Eliot e Nietzsche. Tuttavia i miei maestri li cercavo nell'arte, e il mio punto di riferimento all'accademia era Giorgio de Chirico. C'era poi il contesto. In quegli anni si andava affermando la cosiddetta Transavanguardia per cui seguivo con una certa partecipazione il lavoro di gente come Francesco Clemente e Sandro Chia in Italia, e Julian Schnabel in America. Quasi contemporaneamente è emersa la tendenza chiamata Neo-Geo, una sorta di rimasticazione pop di certi temi modernisti. In particolare, ero attratto da Peter Halley, che praticava un'astrazione minimale alla Josef Albers ma in modo ironico, convertendo forme geometriche elementari come il quadrato in celle di colori fluorescenti. C'erano poi Haim Steinbeck, Ashley Bickerton, Robert Gober e il più famoso di tutti, Jeff Koons. Molte delle opere di quegli anni le trovo indigeste per la mia sensibilità attuale. Tuttavia è quello il contesto in cui sono cresciuto. Una sorta di avant-pop dell'arte figurativa, se mi passi l'espressione. Anche l'artista presso il quale ho lavorato come assistente a New York apparteneva a quella tendenza, si chiama Jonathan Lasker. Il suo lavoro seguita a piacermi. Quanto alla letteratura, ho cominciato a cercare maestri appena ho deciso di fare lo scrittore. E qui debbo dire che la responsabilità di questo mio passo va imputata a Gabriel Garcia Marquez. È stato infatti leggendo L'amore al tempo del colera che mi è parso di intravedere che il romanzo poteva essere una forma d'espressione alternativa alla pittura. Fino ad allora i romanzi erano stati per me puro passatempo o al massimo fonte di suggestione e ispirazione per l'arte. A quel punto ho cominciato a guardarmi intorno e siccome ero giunto a una fase nella quale l'intero assetto della mia vita era messo in discussione, fatalmente propendevo verso figure che potessi emulare anche sul piano esistenziale come Philip K. Dick o Jack Kerouac. Insomma, mi ero trasformato in una specie di hippy, se non è chiaro. Solo in un secondo momento ho iniziato a guardare gli scrittori come maestri di scrittura. E qui le influenze possono essere inaspettate. Per esempio, sono un grande ammiratore di George Simenon e Graham Greene, anche se leggendo i miei libri non si direbbe. Comunque sto scrivendo un libro su quel che ho imparato dalla letteratura. Si intitola L'hotel a zero stelle e, salvo imprevisti, uscirà la prossima primavera.
Hai esordito non giovanissimo con “M.” uscito per una casa editrice molto piccola come la Cronopio. Ho letto da qualche parte che ti senti un po' lontano da “M.”, tra l'altro ormai introvabile, mentre invece io l’ho trovata un'opera spassosa, singolare nel nostro contesto letterario, che mostra già alcune tue caratteristiche come l'unire il dato reale, la verità storica alla finzione, mandandola in collisione oppure il giocare coi nomi dei protagonisti. C'è molto “Blade Runner”, molto Philp K. Dick, secondo me, molto fumetto apocalittico. Come è nato “M”? E cosa non ti soddisfa più di questo romanzo?
“M” è un romanzo in bilico tra due vite, quella in cui l'aspirazione repressa di diventare un artista mi rodeva ancora l'anima e quella in cui ho fatto della scrittura la mia strada. Ci sono certo le influenze cui fai riferimento, peraltro esplicitamente citate nel romanzo stesso. Ma vi sono presenti moltissimi riferimenti all'arte contemporanea, forse meno evidenti a chi non mastica l'argomento. Il Grande Vetro che fa da tetto a Neue Berlin, per esempio, è un riferimento a una famosa opera di Duchamp. Chi mi ha scoperto con M. seguita a considerarlo la mia opera migliore, probabilmente perché la trova più audace, più sperimentale. Non sta a me giudicare se col tempo sia migliorato o peggiorato. So però che ho scelto una direzione precisa, tesa a una prosodia diversa, che all'apparenza è meno letteraria, tant'è che molti hanno parlato di lingua neutra, un italiano anonimo, anodino, simile a quello che si legge nelle traduzioni dei romanzi stranieri. Naturalmente, io la vedo in maniera diversa e, sebbene possa sbagliare, il mio italiano è meno scontato di quel che possa sembrare. Tende a una sorta di invisibilità, è vero, ma questo non significa che non abbia carattere, una sua voce. Le ragioni che mi hanno portato a questa scelta sono molte; fra queste il fatto di non distogliere troppo l'attenzione del lettore dall'oggetto del racconto. Nei miei romanzi, vengono spesso presentate situazioni che non incoraggiano la cosiddetta sospensione dell'incredulità. Una lingua barocca o sperimentale rischierebbe di far crollare il mio castello di carte, oltre a scoraggiare un lettore che già mi deve concedere la gentilezza di seguire le avventure di un personaggio inesistente, come avviene in Un amore dell'altro mondo, o che so io. A me interessa, invece, giocare proprio sul contrasto che oppone una lingua pacata, piana, scorrevole, senza troppa personalità, alla smaccata implausibilità delle storie che con questa lingua vengono raccontate. E comunque, ripeto, la mia prosodia è solo apparentemente piatta. Guardandola in controluce, saltano fuori parole incongrue, costruzioni sintattiche che nonostante la loro semplicità hanno un che di strano, stonato. Non dico che debba piacere per forza, ci mancherebbe, ma è quel che ho inteso fare da un certo momento in poi. In M. è ancora presente la presunzione di poter scrivere in una lingua per eletti, d'avanguardia. La mia lontananza da quegli esiti si spiega così.
* E’ interessante notare come Jeff Koons, insieme a Damien Hirst, appaia come soggetto di un dipinto non terminato nell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq “La carta e il territorio” (Bompiani, 2010)
Andrea Consonni, novembre 2010.
Continua...
Per approfondire: tutto PINCIO in Lankelot.
Commenti
[intervista a PINCIO - parte
[intervista a PINCIO - parte prima] magnifico contributo di Andrea Consonni. Prima parte. Buona lettura!
[reimpagino]
[pincio] adesso va meglio:).
[pincio] adesso va meglio:). Era l'ancora che faceva impazzire tutto. 'sti software, a dispetto delle promesse, rimangono un covo di bug:)
intanto... Per approfondire: tutto PINCIO in Lankelot.
[pincio] e carico in prima;).
[pincio] e carico in prima;). [memorabile momento!].
viva andrea e viva pincio.
[Pincio] Grazie, c'è anche la
[Pincio] Grazie, c'è anche la seconda parte. Come promesso. Più tardi commento due cose.
[Pincio] La quasi totalità
[Pincio] La quasi totalità del merito di questa intervista va a Tommaso, che si è reso disponibile fin da subito e che ha dedicato tanto tempo, fra i suoi tanti impegni, alle mie domande.
Questa intervista è un dono per tutta Lankelot e i miei ringraziamenti non vanno solo a Tommaso ma a tutti voi (noi), a questa splendida comunità, a chi si sbatte ogni giorno per tenerla in piedi, a chi scrive, a chi commenta, a chi legge, a chi simpatizza.
W Lankelot.
[pincio, andrea] e viva
[pincio, andrea] e viva consonni. lavoro splendido, infinita riconoscenza da parte mia, assolutamente. Intervista capolavoro. Inchino a entrambi.
[Pincio] Gran bella
[Pincio] Gran bella intervista! E colgo l'occasione per linkare questo pezzo di Pincio su minimaetmoralia (uscito stamani): http://www.minimaetmoralia.it/?p=3234
(Pincio) Ma che bella
(Pincio) Ma che bella intervista, Andrea, e che personaggio intertessante Pincio, del quale a questo punto mi dispiace di non aver letto ancora nulla. In futuro dovrò recuperare. Davvero complimenti, a tutti e due!
[Pincio - Leon] Grazie Fede,
[Pincio - Leon] Grazie Fede, grazie di cuore.
[intervista TP, atto I, primo
[intervista TP, atto I, primo rilievo] Proprio nelle prime battute, Pincio ti racconta qualcosa di buio ma credibile e vero e archetipico. Leggendo sono tornato con la memoria all'imprint adolescente che Tiziano Sclavi ha dato a molti tra noi, trasfigurando e raccontando la sua vita, e la sua sofferenza. Ma non solo. Vedrai.
E' un passo di franchezza micidiale, questo:
"Possono passare giorni senza che il telefono squilli. Non è una motivazione poetica, etica, ideologica o che so io a muovermi verso un simile stile di vita. È che mi viene da vivere così, in solitudine. E non ne faccio un vanto. Anzi, considero le mie limitatissime interazioni col genere umano un difetto. Qualcosa che col tempo finirò per pagare salato. Spesso mi sorprendo a pensare che se mi capitasse di morire in casa, il mondo comincerebbe a preoccuparsi solo per via della puzza del cadavere. Di quando in quando mi dico che dovrei fare qualcosa al riguardo e allora mi impongo di fare vita sociale, vado a una presentazione, accetto un invito a cena. Ma non dura a lungo. L'inclinazione a rinchiudermi finisce per prevalere. In un certo senso sono un tossicodipendente. Qualcuno, non ricordo chi, sosteneva che la droga peggiore siamo noi stessi perché non necessita di pusher e la si può consumare in solitudine. Tossicodipendente in quel senso lì."
> Mi torna in mente un libro studiato una decina d'anni fa, uscendo dalla facoltà di Lettere. Si chiamava "Che cos'è l'estetica", l'autore era Modica, Editori Riuniti.
Ti spiego perché. I, 6, "L'artista e il suo genio", pp 64-65. "E' nella cultura rinascimentale che nasce la figura del genio, dell'artista scosso da quell'interiore tempesta che è l'ispirazione [...]. E' soprattutto con Michelangelo che si delinea,come è stato scritto, 'il primo artista moderno, solitario, posseduto dal demone, il primo ossessionato dalla sua idea, che sola esiste per lui'; il primo artista, insomma, che si senta profondamente impegnato di fronte al suo genio e che nelle proprie facoltà riconosca una superiore potenza, che s'impone alla sua stessa volontà'. Da queste parole dello storico e critico d'arte Arnold Hauser traspare il carattere eccezionale della personalità di Michelangelo [...]. "
"[...] In effetti già da qualche tempo si andava dicendo di quel certo non so che di 'pazzia e selvatichezza' nella vita e nel carattere degli artisti. La solitudine, la distrazione, l'irritabilità,la tristezza, la profonda melanconia, l'ossessione del lavoro, alternata a periodi di ozio totale, l'indifferenza per il cibo e la pulizia, per la famiglia e i comuni affari, sono i tratti che caratterizzano la vita di Michelangelo e di Leonardo, di Masaccio (1401-1428) e di Donatello (1386-1466), di Paolo Uccello e di Piero di Cosimo [...]. Ricordati nella letteratura del tempo in riferimento ai soli artisti fiorentini, tali tratti psicologici furono ben presto considerati tipici di ogni temperamento artisticio, ben al di là dei confini toscani". Seguono memorie degli scritti dello storico dell'arte Roberto Longhi sulle "Vite" di Vasari e via dicendo.
Il classico, insegnava Modica, per studiare la coincidenza tra melanconia e genio, era "Saturno e la melanconia" di Klibansky, Panofsky e Saxl. Einaudi, 1983.
[intervista pincio, parte
[intervista pincio, parte prima, reminiscenza pop] Altro momento di grande intensità. A un tratto, raccontando il ritorno alla pittura e la stanchezza da monitor e da scrittura (gran cosa considerando quel che sta dipingendo adesso, mi pare), Pincio scrive: "Un giorno, non potendone più di stare seduto davanti a un monitor, ho pensato di dotarmi di un elemento di distrazione. Sono andato in un negozio d'arte e ho acquistato un cavalletto. Quindi ho comprato una tavola, dei colori, qualche pennello, e ho realizzato il dipinto che ha fatto da copertina per Cinacittà. Ritrarre gli scrittori mi è sembrato naturale. Ma non voglio limitarmi a loro."
> Max Gazzè, qualche anno fa:
"Poveri pennelli abbandonati / dietro la televisione / non vi scorderemo mai / con le vostre impertinenze di macchie colorate / rimaste sulle dita / una sublime eredità / non vi scorderemo mai"
Il pezzo si chiamava "Preferisco così". Si può ascoltare qui: http://www.youtube.com/watch?v=-U9L5wuuBK0
[intervista pincio, parte
[intervista pincio, parte prima, anteprima!] Attenzione... "Comunque sto scrivendo un libro su quel che ho imparato dalla letteratura. Si intitola L'hotel a zero stelle e, salvo imprevisti, uscirà la prossima primavera. "
> Editore? Einaudi o Minimum Fax?
[Pincio] Lo teniamo segreto?
[Pincio] Lo teniamo segreto? :)
[pincio, nuovo libro] massì.
[pincio, nuovo libro] massì. :)
[Pincio - nuovo libro] Visto
[Pincio - nuovo libro] Visto che è stato scritto altrove, allora diciamolo anche qui: la casa editrice sarà Laterza.
[pincio - nuovo libro -
[pincio - nuovo libro - laterza] colpaccio di Laterza!
[scrittura & scrittore che
[scrittura & scrittore che parla di scrittura] altro momento clou dell'intervista è questo, secondo me. Qui c'è qualcosa di veramente poetico:
"A me interessa, invece, giocare proprio sul contrasto che oppone una lingua pacata, piana, scorrevole, senza troppa personalità, alla smaccata implausibilità delle storie che con questa lingua vengono raccontate. E comunque, ripeto, la mia prosodia è solo apparentemente piatta. Guardandola in controluce, saltano fuori parole incongrue, costruzioni sintattiche che nonostante la loro semplicità hanno un che di strano, stonato."
> Bello.
[Scrittura] Anche per me
[Scrittura] Anche per me questo è un bel passo, perchè proprio ha svelato il suo stile, che è poi una delle sue caratteristiche che più mi hanno fatto amare i suoi romanzi.
[Pincio - atto primo] Grazie
[Pincio - atto primo] Grazie per i passi che hai riportato e anche io ho pensato immediatamente a Sclavi mentre leggevo quella risposta. Quelle frasi mi hanno toccato nel profondo perchè mi ci sono specchiato. Succede anche per me, esattamente così. In realtà internet un po' mi salva e nello stesso tempo peggiora alcuni lati del mio carattere. Faccio due esempi per spiegarmi meglio: 1) festa di Lankelot, uno come me sarebbe capace di prendere un treno per venire chessò a Roma, arrivare fino al posto, poi camminare per un altro chilometro, poi tornare indietro e alla fine non entrerei, ritornerei alla stazione, prenderei un treno e tornerei indietro. 2) le presentazioni. Da una parte le ritengo inutili, completamente inutili, dall'altra c'è una profonda insofferenza a vedere facce, corpi, sentire la mia voce, quella degli altri, spiegare, rispondere, ascoltare. Vado in pezzi, sto proprio male. Non è una posa, è una condizione da sempre.
Alcune volte sogno davvero di abitare in un posto isolatissimo, in mezzo alle montagne o in un luogo magico come la Cornovaglia. Quando vivo così riesco a fare molte cose, anche camminare. Dove c'è gente, molto meno.
[cornovaglia] per me è più
[cornovaglia] per me è più magica Consonno, ma sarai tu a spiegarci perché, ne abbiamo già parlato...
[Pincio - Pittura]
[Pincio - Pittura] L'intervista poi mi ha lanciato a cercare alcuni degli artisti che cita e mi sono detto "Sarebbe bello che qualcuno ci provasse su Lankelot a parlare di mostre o di arte figurativa".
[pittura] il problema è che
[pittura] il problema è che non abbiamo più la cornice adatta, come nelle versioni 1 e 2.0 del sito. Potremmo pubblicare solo recensioni di studi sulle arti figurative, o schede di libri scritti da pittori. Per dire. Uno che scrive di arte contemporanea alla grande è il nostro Simone Buttazzi:
http://www.unwort.blogspot.com/ ma come ben sappiamo spesso svuota le sue case:). Bisogna fare un po' di archelogia del presente, con lui...
[Tommaso Pincio - Speciale
[Tommaso Pincio - Speciale Minimum Fax] A chi interessa segnalo lo speciale dedicato da Minimum Fax in occasione della nuova edizione de Lo spazio sfinito. La trovate qui:
http://www.minimumfax.com/libri/speciali/170
E se qualcuno dovesse infilarsi in quel regno malefico che è la fiera di roma e per caso dovesse incontrarlo, gli porti i miei saluti.