Romanzo fantasatirico, antiromano e anticinese al contempo, “Cinacittà” si ambienta in un futuro non troppo distante dal nostro: soltanto, come avverte il colophon, qualora vi sembri che persone, occorrenze e cose si spingano al di là della finzione narrativa (in senso stretto), in ogni caso si tratta di chimere. “La realtà non è di questo mondo”, a quanto pare. Nel futuro prossimo raccontato da Pincio l'euro è stato sostituito dai globi: da non troppo tempo, a quanto pare (cfr. p. 48). E il narratore, Pincio, è uno che si presenta così:
“Ho perso tutto. La mia anima è evaporata, svanita insieme a quel poco che c'era dentro. Mi restano solo i fatti, e che sia romano è un fatto. Qui a Roma ho sperperato la mia esistenza e qui sono rimasto dopo l'inizio di quell'enorme e famosa estate che non è mai finita. Sono rimasto quando, infischiandosene del calendario, le colonnine di mercurio sono schizzate oltre i quarantacinque gradi” (p. 6). E' l'ultimo dei veri romani, stando a quel che la stampa scrive: la città, svuotata (emigrazione a Nord post apocalisse climatica) è abitata e dominata dai cinesi. La minoranza della razza originaria è malridotta: esempio classico l'avvocato Trevi, caotico e trasandato, sciattone e pressappochista. Roma è diventata “un luogo di morte e dell'assurdo” (p. 45): di giorno si rimane chiusi in casa a dormire, sognando – come vampiri, scrive Pincio – che cali il sole; finalmente di notte si va a lavoro. Come se non bastasse, l'Eterna è stata massacrata da un'epidemia: la febbre romana (p. 205). Sembrava un raffreddore particolarmente aggressivo, diventava una malattia invalidante – spossatezza, febbre, prostrazione – e permanente.
Pincio, rinchiuso sin dalle prime battute a Regina Coeli (omicidio), racconta (nelle ultime battute scoprirete perché) come è arrivato a uccidere, e per quale ragione. Racconta di quando viveva in un relitto del passato: un albergo di via Veneto. Proprio quello dove Kurt Cobain aveva tentato il suicidio (la leggenda, ormai, lo dava per avvenuto a Roma) negli anni Novanta (cfr. pp. 38, 39, 149; cfr. “Un amore dell'altro mondo”). Racconta dei rimpianti della sua giovinezza: la capacità di sognare, in prima battuta, a vent'anni (p. 111): non rimpiange la frequentazione dei giovani, invece. Racconta il magnifico momento del lancio delle monetine al fu Bettino, presto esule ad Hammamet. Racconta l'amore per una ragazza cinese, un amore intossicante. Racconta come vede i cinesi.
Hanno tutti – scrive – un'espressione più vuota dell'aria (p. 8); hanno uno spiccato senso del brutto, e sono il popolo più materialista dell'universo (p. 81); hanno una sinistra fissa per le scatole (p. 99: “I cinesi dovrebbero baciargli i piedi, all'uomo che ha inventato le scatole. Non so come farebbero senza”); hanno una visione del mondo terribilmente fatalista.
“Hanno una parola per questo, tianming. Tian è il cielo, mentre ming significa ordine, comando. Per cui tianming è l'esecuzione di un ordine proveniente da altezze insondabili, il destino. Nel mio caso, però, sarebbe più giusto coniare un nuovo termine, wangming, perché il fattaccio che mi riguarda è farina del saggo di Wang” (p. 14).
Sinceramente, non mi sembra che il protagonista del romanzo si sia mostrato particolarmente razzista o classista come altrove ho letto. La sensazione d'essere stati invasi, in certi quartieri – proprio come l'Esquilino – da un popolo straniero (in tutto e per tutto) è limpida e condivisa, con sconcerto, fastidio e preoccupazione, dalla maggioranza assoluta della città. In certe zone della città, stiamo smarrendo popolazione e tradizione romana: tutto questo ha del grottesco, e del minaccioso al contempo. Pincio poteva essere molto più radicale e netto. A questo livello di satira, siamo dalle parti del buffetto amicale, non certo della sassata.
Le sassate, invece, si riversano sulla nostra stupenda e misera città. Qualche esempio da sangue al cervello: “Il tratto distintivo dell'autentica romanità è proprio la sublime ignoranza. Conosco bene il fenomeno. In virtù del semplice fatto di essere nato a Roma, il romano è convinto di sapere tutto quel che c'è da sapere mentre invece non sa un fico secco. E semmai se ne rende conto, la sua reazione immediata è di totale indifferenza (…). Niente lo commuove, nulla lo smuove (…). Non potrebbe fregarmene di meno: così si esprime il vero romano” (p. 12). Questa è quella che chiamerei sociologia da due scudi, ma andiamo avanti:
“Molli e sfiancati all'apparenza ma pronti al coltello e al sangue, diceva Stendhal dei romani” (p. 15): “A Roma prima o poi ci scappa il morto: è scritto nel codice genetico di questa città. (…) Prima si discute, poi ci si scanna” (p. 27): segue divertente omaggio a Romolo e Remo. Ma non finisce qua. L'Eterna è un troiaio (p. 27): la lupa capitolina era semplicemente “la moglie baldracca di un pastore cencioso (…) aveva l'abitudine di appartarsi nei boschi con tutti i giovinastri che le capitavano a tiro”. E via dicendo.Sì, l'obbiettivo è ridicolizzare l'antica grandezza di Roma, dell'impero e della Civiltà Romana. Obbiettivo fallito.
Trastevere? “Votato all'espansività, caciarone e cialtrone, il trasteverino, per fortuna razza estinta da tempo, alimentava la propria immotiva autostima ripetendo a chiunque la sua rozza visione delle cose: 'Perché io so' io, e voi nun siete un cazzo'” (p. 129): Pincio scrive “sò” e non “so'”, ma sospetto non abbia capito un cazzo per altre ragioni. Imbastisce una storiella sull'antica natura di Trastevere: altro che parte della città ,come si studia nei libri di Storia Romana, popolata dai lavoratori del fiume e dagli operai... “Un regno di mucche e contadini: era questo il Trastevere” (p. 129). Questa è fantastoria: ed è favoloso che nessuno a Trastevere sappia chi è Pincio, a meno che il nostro americanino non voglia restarsene rinchiuso nell'Esquilino sognando la California per qualche anno ancora. Del resto, l'Esquilino “è un luogo malsano e malfamato, lugubre addirittura. Lo è dai tempi dei nostri antenati fondatori, quando era teatro di esecuzioni capitali e discarica di carcasse umane e animali (…). Molte volte si è cercato di riqualificarlo, ma per una ragione o per l'altra è sempre ripiombato nel degrado” (p. 100).
D'altra parte, quando uno sostiene che Polidori abbia scritto “Il vampiro” dimenticando Byron (cfr. p. 208), può starci che non abbia le idee chiare sulla città in cui vive, “ultimo romano” in mezzo ai cinesi. Capita.
Superata l'irritazione per aver sentito parlare male della nostra città da uno che ha adottato lo pseudonimo di uno yankee invisibile e mostruosamente sopravvalutato, e sempre tra gli yankee ambientava la sua scrittura, sino a oggi (strano...), rimane la sensazione di aver sfogliato un romanzo fantascientifico atipico, mezzo allegorico e mezzo sporcato dal noir, facile alle cadute di stile e... americano. Questa non è letteratura italiana. Questa è la solita pappa yankee, facilotta e disimpegnata. Caustica come la coca-cola. Unta come le patate del macdonald. Intelligente come un discorso di Obama.
Di romano Pincio non ha neanche il dialetto. E dell'Eterna sospetto non abbia capito troppo. Magari il prossimo libro lo firma “Sallustri”, e tutto cambia. Ambientarlo a Trastevere sarebbe ideale.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Tommaso Pincio, pseudonimo di Marco Colapietro, (Roma, 1963), scrittore italiano. Ha studiato all'Accademia di Belle Arti. Ha fatto l'assistente per vari pittori, italiani e americani. Ha esordito pubblicando “M.” nel 1999. Collabora con “Repubblica”, “Manifesto” e “Rolling Stone”.
Tommaso Pincio, “Cinacittà”, Einaudi, Torino 2009. Collana Stile Libero Big.
Approfondimento in rete: Sito ufficiale di Tommaso Pincio / Myspace di Tommaso Pincio / Blog di Pincio / Tommaso Pincio / Blackmailmag: intv / Veronica Lago su “Un amore dell'altro mondo” / Lo specchio di carta / Reti Dedalus / Gioia Spina su “M.” / Carmilla / Festival Letteratura / Wiki en / L'Espresso / Corsera / Wittgenstein.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Aprile 2009.
Commenti
Piacerà ad Alberto Fortis, e a Borghezio.
Avevo una grande curiosità su questo romanzo, ti confesso. Arriveranno altri punti di vista sul punto?
Ma come ti è saltato in mente Fortis?:)
Perché proprio non lo mando giù, da quando ero ragazzino, per colpa di quella canzone che sai - un incubo. :)
*
Andrea Consonni dovrebbe scriverne. Spero ne scriviate anche voi. Servono punti di vista meno romani(zzati) del mio, sospetto:)
http://www.youtube.com/watch?v=Oi4x4g9cYSw ecco la canzone del bastardo fortis.
4 ahahhahaha
Be' Franchi - e credo molti siano d'accordo con me -, penso proprio che un romanzo in risposta a "Cinacittà" lo possa scrivere soltanto tu...
certo non ambientato all'Esquilino :)
Mi chiamo Frank Delillo, sono nato a Green Hill. Qualcosa forse ho già dato e qualcosa ancora darò;).
Fin da quando l'ho letto, sapevo che non avresti trovato di tuo gusto la rappresentazione che Pincio dà di Roma. Per uno come me che non ci abita, molte cose vengono date per buone oppure non si notano o molto più semplicemente non si conoscono. Per esempio leggendo La vita agra mi è stato molto più semplice girare Milano alla ricerca di quelle pagine, trovandole o non trovandole non era poi importante.
In questi giorni abbastanza difficili, lunghi e pensosi, ho riguardato tutti i libri letti, etc etc, le tue recensioni, pieno di dubbi.
Continuo a rimanere "fedele" (parola che non amo moltissimo) a Pincio, forse perchè è il solo scrittore italiano che ha in sè argomenti, immaginari, stili mutuati dalla letteratura statunitense ma non solo. (è un grande amante di un certo tipo di letteratua sudamericana ma anche di tante altre, visto i suoi gusti che spaziano fra generi e latitudini diverse).
Il punto su cui m'interrogo da settimane è: non è che Pincio è molto meglio come recensore/corsivista che come narratore?
(mi sa proprio di sì. Ma aspetto i tuoi pezzi per dichiarare il game over sul dibattito;) )