GO TO THE MIRROR!
Progressive rock. Vinile. Stereo 4. Stereo 8. Vinile, sempre. Vhf, Uhf. Radio libere. Collettivi. Manifestazioni. Libero amore eterno amore, di poeta adolescente, estremo e sregolato. Rovescio della Medaglia. Evasione dalla realtà. The Who. La Tolfa. King Crimson. Fumetti. Ganja. La Roma di Ago Dibba. Demis Roussos. Dario Bellezza. I compagni incazzati e i compagni che sbagliano. Un disco che rivela Edgar Allan Poe. Magliette psichedeliche. I compagni incasinati e i compagni clandestini. Santa Maria in Trastevere. La droga che ammazza il sogno. Il sogno che s’addormenta, incapace di dissoluzione. Una generazione entra adesso nella Letteratura italiana: quella che ancora stenta a essere rappresentata nella nostra narrativa. 1977.
È rock. È lirico. È innocente. Il romanzo d’esordio di Enrico Pietrangeli è il canto della generazione che non ha avuto luce: torniamo indietro di quasi trent’anni. Quando la rivoluzione non sembrava poi lontana. Difficile cristallizzare l’adolescenza, sospenderla per eternarla: perché l’adolescenza di quei rivoluzionari era più irriverente, più sfrontata e oltraggiosa ancora, e le loro prime volte sembravano non finire mai. La ricerca della verità era sperimentazione di tutto – s’andava a cancellare gli ultimi limiti, sognando liberazione e rigenerazione. L’etica coincideva con l’utopia. Ma l’utopia è una madre che trascura i figli. Disinvolta, sempre.
Questo è il libro di un innamorato. Di un innamorato di Roma, del rock, della poesia: un ragazzo che aveva fede. Ideale, arte, sentimenti: (r)esistenza.
Lorenzo ritrova Lucia. Lucia ha uno sguardo azzurro intenso, è volubile e sfuggente; quindi scende a precipizio e s’incide. Amando, s’eterna. Lucia è fragile e inquieta, e il suo capriccio decisivo sembra quasi un gioco; svicolare dalla realtà per cercare vita nuova; deragliare, deflagrare, e tornare solo se.
È una discografia dei sensi e della memoria. See me, feel me, touch me, heal me. È un romanzo che si lascia leggere e ascoltare: alta fedeltà d’un personaggio e d’una generazione che non ha piegato la testa. Nemmeno nella sconfitta, nemmeno nelle sconfitte: s’è azzuffata con se stessa, piuttosto, per non voler ammettere che “quelli più veri, gli idealisti, sono, perlopiù, deceduti nella logica spietata della violenza politica (…)” o se ne sono andati per “un altro tipo di morte, più lenta e silenziosa (…): quella da eroina”.
Memoria. Adesso, viva.
“I often wonder what it is he’s feeling. / Has he ever heard a word I’ve said? / Look at him, now in the mirror dreaming. / What is happening in his head? / What is happening in his head?” Oh, I wish I knew. Allora, in un tempo andato con biglietto di ritorno, mi ritrovo a vivere, da anarchico di destra classe 1978, quel che sto respirando nei dischi d’un decennio irripetibile, e qualche film comincia a rievocare: Pietrangeli scrive con intelligente immediatezza, perché ha scardinato la porta del rimpianto, e non ha paura di rappresentare quel che è stato senza negare né malinconia, né gioia; suggestiva archeologia del presente, libro partigiano d’un mondo già sparito. L’idea, tuttavia, l’idea è rimasta intatta. Banco del Mutuo Soccorso: da qui, messere, si domina la valle. Ciò che si vede, è.
C’è un angelo che appare a Lorenzo. È quella musa pallida e solare che guida la scrittura di Pietrangeli, per lacrime e rabbia (potremo un giorno dominare l’idea, rapirne l’essenza, per non più sentire?). Quando sorride, sprigiona versi.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Enrico Pietrangeli (Roma, 1961), scrittore, poeta e traduttore.
Enrico Pietrangeli, “In un tempo andato con biglietto di ritorno”, Proposte Editoriali, Roma, 2005. Prefazione di Claudio Comandini. Postfazione di Gianfranco Franchi.
Approfondimento in rete: Sito ufficiale dell’artista / Kult Virtual Press
Gianfranco Franchi, aprile / maggio 2005. Prima pubb: Lankelot.com
Pietrangeli in archivio Lankelot
Commenti
"Questo è il libro di un innamorato. Di un innamorato di Roma, del rock, della poesia: un ragazzo che aveva fede. Ideale, arte, sentimenti: (r)esistenza".
Piacevole davvero.
Assolutamente!
Beh ecco questa non è proprio una recensione del libro, più che altro è un piccolo monologo scaturito dalla lettura del libro di Enrico, per pura associazione di idee:
La ragazza è carina, se ne sta li con l'aria assorta e il bicchiere di birra ciondolante nella mano, seduta sulla panchina di legno del centro sociale , il concerto inizierà molto più tardi, c'è ancora poca gente in giro, così Maurizio va a sedersi accanto a lei, anche lui con la sua brava birra in mano, le fa un sorriso come per dire posso sedermi qui, e lei annuisce distratta. Lui non si rende conto che sta ascoltando il suo lettore mp3, e comincia a parlarle: Cioè, ma lo sai che ti vesti proprio come se venissi dritta dritta dagli anni '70? Massì, ciai sta gonna lunga da zingara, le scarpe tipo clarks e la borsa di renna...e invece scommetto che tu negli anni 70 non eri ancora nata, non è così?
Lei non lo sente proprio, ma continua ad annuire, tanto per dargli corda. Lui si sente incoraggiato e continua:
?Beh comunque mi sa che ti piacciono molto gli anni 70, sai io ero già in circolazione allora, avevo 15 anni nel 77, e me lo ricordo ancora il movimento, eccome...Eh già, ma tu probabilmente non ne sai niente...beh forse la musica un po la conosci, no? Led Zeppelin, Jethro Tull Genesis roba forte, gruppi cosi non ce ne sono più, sapessi che concerti mi sono visto...eravamo in 70.000 a vedere Patti Smith al comunale di Firenze, l'unica volta che ho dovuto comprare il biglietto, sennò in genere si scavalcava, e chi ce l'aveva i soldi per la musica, eppoi era una questione di principio, la musica doveva essere gratis, oddio certo che la Siae con noi sarebbe fallita da un pezzo... cioè...sai che mi ricordi una tipa che conoscevo, una femminista di quelle toste, eravamo amici, ma una volta lei mi buttò fuori da un corteo di compagne, perchè non era posto per maschietti quello. Io ci rimasi parecchio male, anche perchè nel corteo qualche maschietto alla fine c'era, ma mi ritirai in buon ordine. A quel tempo guai a contraddire le compagne, si rischiava l'accusa di essere fallocratici, ti gridavano dietro che eri un compagno in piazza e un fascista a letto. Qualche anno più tardi l'ho incontrata tutta impellicciata, mi ha salutato cordialmente, e mi ha detto che faceva l'attrice. ?Sai adesso sto con un regista della RAI...?Come no, parecchi di quelli che hanno fatto il 77 poi si sono sputtanati alla grande, adesso molti fanno i pubblicitari, mentre noi allora la disprezzavamo la merce, anche se devo dire che i primi a vendersi alla merce e per la merce sono stati quelli che facevano i duri e puri. Io no, ho sempre fatto parte dell'ala creativa, mentre gli altri tiravano le molotov io facevo esercizi di improvvisazione teatrale. Però, sai, nel 77 la passione politica era davvero molto forte, oddio tutte le emozioni erano più intense, i colori molto più accecanti, violenti, non c'erano tutte le sfumature che ci sono oggi, o eri compagno o eri fascio, certo che a guardarsi indietro adesso uno non se ne capacita, ma a quei tempi non si andava tanto per il sottile, fascio non do te pio te lascio non era solo uno slogan era la realtà quotidiana, prima si sprangava e poi si facevano domande. Io non ero certo tra i più violenti, eppure mi ricordo di aver avuto una discussione con alcuni vecchi militanti del PCI nel corso della quale ho detto, testuali parole: "le sedi del MSI si chiudono col fuoco, con i fascisti dentro, sennò è troppo poco..." la violenza la respiravi nell'aria appena uscivi di casa, ogni giorno si sentiva di compagni ammazzati, di fasci sprangati... ricordo che una notte un gruppo di amici miei andò a far saltare una sede dell'MSI, solo che si sbagliarono e fecero saltare in aria la drogheria accanto...e noi che pensavamo di fare la rivoluzione con gente del genere... eravamo sempre strafatti, pensa che una volta stavamo in una villa a S. Marinella a fare una specie di riunione di autocoscienza, e a qualcuno venne in mente di fare una seduta spiritica per rievocare lo spirito di Jimi Hendrix e chiedergli se davvero era morto soffocato dal suo stesso vomito... eppure c'era un fortissimo senso di appartenenza, c'era una solidarietà tra compagni che adesso non te la immagini neppure. Comunque credo che la differenza principale tra i nostri fratelli maggiori, quelli del 68, e noi del 77, fosse nel fatto che noi volevamo cambiare il mondo a partire da noi stessi, noi dicevamo il privato è politico, e infatti non volevamo ripetere gli errori dei nostri padri, uomini autoritari nei confronti delle donne, forti con i deboli e deboli con i forti, e soprattutto non volevamo andare a lavorare sotto padrone, non volevamo sfruttare ne essere sfruttati, teorizzavamo il rifiuto del lavoro, il salario garantito, la promozione garantita a scuola per tutti i proletari, contro la selezione della scuola dei padroni -10 100 1000 occupazioni - pensa che io quell'anno, il 77, a scuola feci l'80% di assenze, mi bocciarono, ma non me ne fregava niente.Adesso, a ripensarci mi vengono ancora i brividi. Eravamo pazzi? Non lo so, forse, però era bello lo stesso. Rifiutavamo la famiglia, la scuola, i rapporti di potere tra le persone, volevamo costruire una società di eguali, più libera e più giusta... e soprattutto credo che la cosa migliore del movimento del 77 fosse che non ci importava soltanto di noi stessi, credevamo di poter stare bene soltanto se anche gli altri stavano bene... beh insomma che ne pensi, ti sto annoiando? La ragazza si toglie gli auricolari del lettore mp3, lo guarda con la faccia un po' perplessa e gli fa: "Mah, che te devo di, a me sta storia der 77 nun me convince... cioè nun s'è mai sentito... secondo me pè annà a Colli Albani te ce vole l'87..."
Claudio Petrangeli (reduce del 77).
riconosco perfettamente l'atmosfera che descrivi, anche se io del movimento non ho fatto parte e non ho mai sprangato nessuno, l'atmosfera era questa, era nell'aria e comunque la si percepiva.
"oddio tutte le emozioni erano più intense, i colori molto più accecanti, violenti, non c?erano tutte le sfumature che ci sono oggi,": è vero che gli schieramenti erano netti, però attento,è anche il passare del tempo che ci mostra quegli anni con più intensità, perché erano gli anni della formazione, dell'adolescenza. Non so, certe esperienze fatte allora o certi libri letti mi sono rimasti a vita, penso perché proprio in quell'età tutto è più vivo.
Adesso è tutto cambiato, basta, è necessario prenderne atto e fare i conti con altra realtà e altri giovani. Non sono né meglio nè peggio di come eravamo noi (mi permetto di usare il noi, dovremmo essere circa coetanei), sono diversi e vanno accettati così.
Sì, e non solo. Una generazione che non s'è servita di spranghe, che non ha pensato a bruciare sedi di partito e non s'è sentita incaricata di propagandare il verbo d'un'ideologia come fosse il vangelo, beh... non solo non è inferiore, ma è distante, nell'intelligenza, anni luce da quella del '77.
Ma è comprensibile la nostalgia dell'adolescenza. Anche quando si macchiava di scelte sbagliate.
In ogni caso, in questo libro non si sente parlare di falò di sedi e di spranghe. Era una delle ragioni della sua grandezza.
esatto, il libro come sai mi è molto piaciuto anche per quello, non è viziato dall'ideologia secondo me.
Le distanze generazionali crescono senpre più in fretta, Gf, già i miei figli vedranno la tua generazione come molto diversa probabilmente. Non si tratta poi di considerare una generazione superiore ad un'altra, errore in cui spesso purtroppo s'incorre col passare degli anni. Questo lo sento in giro tra i miei coetanei, ma se si fa così un dialogo non s'instaurerà mai.
Si tratta di scelte, di errori differenti o di elementi positivi, ciascuna generazione fa le sue e la successiva esprime il suo parere, magari non ripete certi sbagli, ma ne compie altri.
Guarda, io credo che come al solito posso parlare per una minoranza e non per una generazione. La minoranza intelligente di questa generazione ha raccolto i cocci di 50 anni di DC, 10 tra Ulivo e Forzismo; intervallati da inaccettabili estremismi rossi e neri. Personalmente ho sempre guardato con chiara preoccupazione agli estremismi rossi, perché dogmatici e pericolosamente propagandisti. Noi abbiamo il compito di provare a creare qualcosa di radicalmente diverso - qualcosa di nuovo. I difetti e i vezzi li abbiamo ereditati, adesso bisogna vedere se ci lasciano almeno la possibilità di fondare quel che è necessario. Il dialogo esisterà per sempre. Il problema è che a volte non serve che a confermare la complessità di certe questioni, e la tendenza di qualcuno a non voler capire. Nonostante i morti in piazza e i morti per droga, che giustamente Pietrangeli ricordava, con dolore, nel suo libro.
Non posso resister(gli). Inutile incensare il tono e il ritmo della recensione, sarei superfluo. Reperibilità del libro?
http://xoomer.alice.it/enr2/index.htm questo è il sito di Enrico;
(Enrico è anche qui su Lankelot: http://www.lankelot.eu/?biografia=152 - dopo anni tra Wunderwagen e Lankelot.com, c'è sempre stato)
*
questo: http://www.proposteditoriali.com/ è il sito del suo editore. Ave Baol!
ognuno eredita dai predecessori anche i difetti (prima della mia generazione le donne erano sottomesse e non avevano quasi diritto allo studio, idem per le classi meno abbienti, anche se avevano cervello. Questo è solo il primo esempio che mi viene in mente). A noi sono arrivati i residui del'68, le Brigate Rosse e dosi equine di droga per imbambolarci. Adesso tocca a voi e vedremo cosa lascerete ai miei figli e cosa faranno loro.
Tutti gli estremismi per me sono preoccupanti, di tutti i tipi.
In ogni caso, è perfettamente vero, tu rappresenti una minoranza, tanto quanto lo ero io al tempo mio, che alle bombe non ho mai creduto.
e alla droga ho creduto meno ancora, anche se lo spinello faceva molto "politico", per me faceva perdere lucidità e spesso apriva le porte alle siringhe di eroina.
Questo non so dirtelo. Conosco molte decine di persone che hanno fumato spinelli - ne ho fumati anch'io - ma nessuno che sia passato all'eroina. Le droghe sono diverse, e diverso è il passaggio da a a b a c. L'eroina è stato un dramma di quel periodo, purtroppo. E ha ammazzato diverse persone.
Questo libro - torno a valanga - ha parecchi meriti indiscutibili. Uno di questi è aver saputo restituire memoria e centralità a un periodo piuttosto trascurato dalla nostra Letteratura - meno dal cinema, come Petrangeli ricordava altrove.
Ho sempre creduto fosse fertile di dibattiti. Rinnovo ogni migliore auspicio per le opere di Enrico.
thanks a lot. Ave Gianfranco :-)
Ave a te. E buona lettura.;)
13. infatti ho detto "spesso" non "necessariamente", però ti assicuro che è successo, forse a chi era più vulnerabile o meno accorto.
Io (e pure mio marito veramente)le canne non me le sono fatte e forse mi sono persa qualcosa, chissà? Un mio amico mi dissuase, quella volta.
Comunque giustamente fine alle divagazioni, il libro meriterebbe di circolare ancora e meglio.
chiudo l'OT. No, non ti sei persa niente. Niente di diverso dall'alterazione alcolica o dall'alterazione derivante dall'eccesso di caffeina; soltanto, più sonnolenta, tendenzialmente.
Torniamo al libro:)
Trovo delizioso Together, tra i titoli seventy citati da Petrangeli. Lì emerge la rivoluzione del privato, le contraddizioni? Da vedere, per chi non l?avesse già fatto. Gli anni Settanta, anche se a qualcuno può dar fastidio ammetterlo, sono anni fricchettoni e libertari, interclassisti e sovversivi. Capaci d?infrangere una cultura perbenista e bigotta insita tanto nella classe operaia quanto quella borghese del nostro paese. Di questo, a dire il vero, in Italia si tende a parlar poco, cinema incluso. ?Compagno in piazza e fascista a letto? rende bene l?idea della portata dei fatidici anni Settanta?
Che quegli anni mi sembrino tuttora molto vivi e emozionanti in confronto al presente, e che questa senzazione sia legata al fatto che allora ero un adolescente alle prime esperienze in politica e in società, mentre adesso sono un quarantenne neanche tanto splendido, beh sarei sciocco a negarlo. Ognuno rimpiange, e perlopiù con ragione, la propria giovinezza. Eppure, rispetto al 68 se ne parla molto meno, e non lo trovo giusto, c'erano molte cose positive, a parte l'assurda violenza per cui non c'erano avversari politici ma nemici da eliminare. Enrico mi chiedeva in cosa mi sono riconosciuto nel protagonista del libro, beh sicuramente nella passione per il rock, progressivo e non solo. C'ero anch'io a Villa Pamphili per quel concerto del Banco del Mutuo Soccorso... indimenticabile. Che anno era, il 75 o il 76? A proposito di film, anche Velvet Goldmine trovo che renda bene l'atmosfera del periodo.
Io nel 77 avevo 9 anni e all'inizio del 78 qualcuno mise una bomba sotto casa mia e alcuni ragazzi ferirono per strada la mia sorellina, perché mio padre era un (giovane) professore poco mallelabile nei confronti della realtà che sento descrivere da Claudio... Questa cosa ha spezzato la mia infanzia, ha generato delle conseguenze molto tristi per la mia famiglia e nonostante gli anni trascorsi siano tanti e io abbia fatto tutti gli sforzi per capire lo "spirito" di cui era pervaso quel movimento, non ce la faccio a prendere le distanze, etiche soprattutto, ma anche personali, da quelle vicende.
Riprendendo un commento di Franco "Una generazione che non s?è servita di spranghe, che non ha pensato a bruciare sedi di partito e non s?è sentita incaricata di propagandare il verbo d?un?ideologia come fosse il vangelo, beh? non solo non è inferiore, ma è distante, nell?intelligenza, anni luce da quella del ?77." Posso aggiungere? Meno male.
Senti, mi dispiace per quello che ti è successo, ma ti assicuro che la violenza non veniva da una sola parte, spesso era soltanto una reazione all'inpossibilità di modificare il quadro politico con mezzi democratici. Anche i fascisti erano violenti, anche la polizia sparava sui dimostranti, ti ricordo ad esempio Giorgiana Masi, venuta a dimostrare pacificamente per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio, e ammazzata a 19 anni su ponte Garibaldi, il 12 maggio del 1977, da un poliziotto in borghese, mai trovato. Quindi bisogna condannare tutta la violenza, non quella di una parte sola.
Naturalmente, sì. Sacrosanto. Tutta.
Salve! Sono l?autore del libro ed ho apprezzato molto questo tuo intervento: ildelaura Dice: 22/10/2006 alle 09:22:25 . Vorrei ancora sottolineare che questo non è un libro ideologico. Il mio è un tentativo di rendere spessore ad una generazione che si è data completamente, nel bene e nel male. Il tuo ?meno male? è ben riposto nei confronti di un clima di tensione e violenza pressoché costante ma, per il resto, nonostante i tanti morti, auguro ancora vivida intelligenza ai troppi morti viventi oltre quella generazione. Aggiungo che la mia è una storia priva di risvolti politici pur rappresentando il periodo per quel che è stato, con tanto di scontri e manifestazioni. Questa non è la narrazione di un ex brigatista o politicizzato, qui agiscono persone comuni, immerse in quel patrimonio collettivo e ben più esteso che sono stanco di sentire associato solo a politica e violenza. Questo libro è un tentativo di ridare dignità ed adeguato peso ad una generazione che, di fondo, è stata tradita proprio da chi si considerava più duro e puro, non di certo da chi era ed è rimasto dialettico. Questa generazione, se sapremo ancora valorizzarla e non mitizzarla, scarna dell?intolleranza indotta ed enfatizzata nei sbocchi più ideologici, è il più grande punto di riferimento per ricostruire il nostro paese: memoria di dopoguerra viva ed uno sguardo sincero verso il futuro
Ah Enrì, e quanno ciai raggione ciai raggione. Non se ne può più di sentire parlare soltanto di anni piombo, c'era una fioritura culturale che poi è stata dimenticata o sacrificata all'altare del compromesso storico. Comunque io non sono un nostalgico, non penso che i giovani di allora fossero migliori di quelli di adesso. Vorrei soltanto che si cercasse di comprendere le nostre ragioni, per non buttare il bambino insieme all'acqua sporca. In questo senso il tuo libro mi sembra un ottimo contributo al dibattito, sarebbe ora di analizzare nuovamente quel periodo storico eculturale senza i paraocchi della contrapposizione politica.
Sì, Claudio, ma la politica l'hai messa in mezzo tu. Anche quella mia postfazione era un tentativo di spurgare da certo deficit di intelligenza il '77, esaltando quanto di pulito, vivo e incandescente - intellettualmente dico - esisteva in quel periodo.
Lunga vita al libro di Enrico. Vado allo stadio, è ora.
Leggerò il libro. Avevo comunque capito dalla recensione di Franco che qui si parla d'altro. Purtroppo la storia personale brucia sempre più di quella collettiva. E' un limite umano anche mio. Un giorno spero di poter spiegare a quella bambina di 9 anni le cose con il necessario distacco, perché faccia pace con il passato che non ha capito. Grazie a ENR per quello che ha scritto, forse si può cominciare da lì...
Essì, in effetti noi reduci del '77 ce l'abbiamo questo vizietto di mettere la politica a mò di prezzemolo, ovvero dapertutto. Ad esempio, io sono un mangiaspaghetti ma solo se c'è il sugo rosso, quelli in bianco non li sopporto... comunque prima o poi farò un elenco delle cose belle del '77. Ad esempio, avete mai sentito parlare degli indiani metropolitani?
Ti dico di sì, ma dico altrettanto che preferisco se sei tu a riparlarcene e a raccontare la tua verità. E questo vale per tutto.
(mejo ajo ojo peperoncino, fidate)
Grazie ildelaura , mi hai commosso ed averti come lettore dà forza e vitalità alla mia opera più di qualunque altro addetto ai lavori: non esiste intellettuale senza cuore (escluso Claudio altrimenti polemizza subito?)
Ho ripreso il ?77 smontandolo dei più nefasti luoghi comuni: storie di gang, pentiti, ex politicizzati poi corrotti e l?anatema: anni di piombo. Del ?77 resta la capacità di sognare, creare, peraltro comune a molti, anche da chi si fronteggiava in opposta barricata. Il ?77 è fermento, rottura, progressione verso l?umano e l?innata necessità espressiva. Il ?77 è condivisione, apertura, osmosi tra pubblico e privato, flusso di coscienza attivo in seno alla società. Non tutto odora di marcio in quel periodo se non quanto di avariato si decide di tenere in frigorifero? Resta il dolore, la capacità di confrontarci, partecipare e comprendere insieme le assurdità cui troppa purezza può condurre. Nel mio romanzo muore Lucia, anonima ragazza tossicodipendente, mentre nel pubblico di una manifestazione si ricorda la morte del giovane Valerio. Questo è solo un tratto della trama che, implicitamente, omaggia tutti quei caduti più o meno noti, e a qualcuno comunque cari, al di là di collocazioni e bandiere. Del ?77, nelle mie intenzioni più profonde, c?è quello di lasciare la fragranza dell?entusiasmo dei sogni, un immaginario collettivo anticonformista e comunicativo, ben radicato in valori. Valori per (r)esistere. Questo è un patrimonio di cui è stata mutilata la nostra società che, dopo il caso Moro, nel clima di emergenza nazionale, si è privata di così massicce forze espressive dal basso e tutte insieme. Lorenzo, compagno di Lucia, altro ignoto protagonista del romanzo è un esempio di tutto questo che si racconta e confronta. Ora tocca a voi, Claudio per primo?
Ok mi sto documentando, non vorrei ricorrere soltanto ai miei ricordi personali - anche se temo non ve li risparmierò - ad esempio il nostro comune amico Sandro Disegni mi diceva ieri sera che uscirà a breve un volumone di 800 pagine sugli Autonomi del 77, in occasione del trentennale del movimento. Magari lo recensisco appena riesco ad averlo. Clau.
Dunque, date un' occhiata qui: http://web.tiscali.it/settanta7/libere_associazioni_logiche_.htm -
tanto per riassumere, la tesi di questo tipo è che il movimento del 77 sia stata l'ultima avanguardia, diretta discendente del movimento situazionista degli anni 50, a sua volta formatosi da una scissione del movimento surrealista degli anni 30. Affascinante, no? In effetti l'idea di rendere la propria vita essa stessa un'opera d'arte era presente in molti di noi, anche se a livello non del tutto consapevole. Io ad esempio avrei dovuto diplomarmi all'istituto tecnico industriale e finire per fare l'operaio specializzato, o perlomeno questo era il sogno di mia madre, ma io avevo progetti diversi, avevo la fissa del lavoro creativo, come del resto quasi tutti all'epoca. E cosi mi sono fatto bocciare al Galilei e mi sono iscritto a un liceo linguistico. Guardate che allora non era per niente facile sognare una vita diversa: la disoccupazione era al 20%, l'inflazione anche, si parlava di sacrifici e rinunce da tutte le parti, a partire dal PCI, mentre si susseguivano gli scandali che coinvolgevano la classe politica (la DC, più che altro). Eravamo un paese a sovranità limitata, l'ingresso del PCI al governo era fortemente osteggiato dagli americani, e questo impediva il ricambio delle forze politiche al governo, generando impunibilità e corruzione. Adesso, vivaddio, almeno la possibilità di mandare a casa un governo che non ci piace per sostituirlo con un altro ce l'abbiamo. Comunque dicevo che non era facile inventarsi una vita diversa, specialmente se venivi da una famiglia povera. Eppure, sono riuscito a realizzare quasi tutti i miei ideali di allora: faccio un lavoro che mi consente di vivere bene senza farmi sfruttare e senza dover sfruttare nessuno (ho un bed and breakfast), giro, faccio cose, vedo gente... vabbè, questa non è mia, è di Nanni Moretti. Anche un film come Ecce Bombo aiuta a capire come eravamo in quegli anni...
mi ero pesro tutto il saporito dibattito. Qualcuno ha letto "l'orda d'oro" di Balestrini-Moroni (feltrinelli) a proposito di storie e storia dei movimenti?
Beh, se eravate come in "Ecce bombo", siamo meglio noi eh :)
ahahahaha! Ecce bombo! Dai, non proprio sempre così!!!! Però quella scena dell'esame di maturità è fortissima, oppure quella dove vanno in riva al mare per vedere l'alba e poi scoprono di esser girati dalla parete sbagliata!!!!! Insomma, non si tratta di esser meglio o peggio, si tratta di ricordi diversi e altre mentalità e contesti sociali.
Ciao Baol70, no purtroppo il libro "L'orda d'oro" non l'ho letto, ma appena mi capita lo compro. Quanto al tema se eravamo meglio noi o i giovani di oggi... boh, io ad esempio mi sono riconosciuto anche in Notte prima degli esami, e quelli sono degli anni 80, forse che gli adolescenti in fondo hanno tutti gli stessi problemi e gli stessi sogni?
Non lo so. "Notte prima degli esami" a mio modesto e perituro parere è una commedia niente male. Ballestrini, anche se in discordanza politica su alcuni aspetti, lo consiglio in generale. I romanzi "Vogliamo tutto" e "Gli invisibli" mi sembrano narrativamente esemplari, sulla questione. Discordo su analogie fra '70 e '80, partendo dal presupposto che io sono nei secondi. Ma ci tornerò :-)
ah, ovviamente ciao anche a te :-)
Il fatto stesso che in questo blog si confrontino diverse generazioni ed altrettanti diversi orientamenti politici è di per sé un notevole stimolo e apporto se pensiamo che stiamo parlando del ?77?. Grazie Claudio per l?interessante pagina recuperata in rete. L?idea di ritrovare una comune valenza in una generazione, quella della vita intesa come opera d?arte aperta, dove interagire creando, eleva ad una condizione che oserei definire traguardo esistenziale dell?uomo. Se la nostra società, oltre ad essere scaltra, fosse un po? più attenta, ritroverebbe propulsione etica nei suoi vitali processi produttivi. Purtroppo, spesso e volentieri, si diffida della creatività e più sommariamente dell?intelligenza stessa. Non a caso siamo e restiamo un paese dalle immense risorse gestite tra i più mediocri timori. Quindi, nella tua pur comprensibile e motivata scelta del bed & breakfast, bisognerebbe incominciare a guardare oltre?
"propulsione etica nei suoi vitali processi produttivi" > splendido auspicio, Enrico. Grazie per questo dibattito che state animando, e per la sua assoluta libertà e franchezza.
http://www.lankelot.eu/?p=1061 contribuisco con Ecce Bombo.
È rock. È lirico. È innocente. Il romanzo d?esordio di Enrico Pietrangeli è il canto della generazione che non ha avuto luce: torniamo indietro di quasi trent?anni. Quando la rivoluzione non sembrava poi lontana. Difficile cristallizzare l?adolescenza, sospenderla per eternarla: perché l?adolescenza di quei rivoluzionari era più irriverente, più sfrontata e oltraggiosa ancora, e le loro prime volte sembravano non finire mai. La ricerca della verità era sperimentazione di tutto ? s?andava a cancellare gli ultimi limiti, sognando liberazione e rigenerazione. L?etica coincideva con l?utopia. Ma l?utopia è una madre che trascura i figli. Disinvolta, sempre.
Questo è il libro di un innamorato. Di un innamorato di Roma, del rock, della poesia: un ragazzo che aveva fede. Ideale, arte, sentimenti: (r)esistenza.
***
Questo scritto è una vera bellezza, Gianfranco.
Sul finire degli anni Sessanta la stagione del 1968 vide bloccare con gli scontri nelle piazze, ma soprattutto con le bombe e le stragi la crescita e la maturazione di un movimento eminentemente studentesco e la sua possibile alleanza con un solido movimento operaio impegnato in un autunno di rivendicazioni non solo salariali.
Nove anni dopo un nuovo movimento, del tutto diverso dal precedente subì la stessa fine: il movimento del ?77, l?ultimo tentativo di aggregazione politica giovanile di massa in Italia venne sconfitto con l?identico sistema: la repressione più indiscriminata, ancora una volta con la polizia e i carabinieri chiamati a tenere le piazze con le armi e ad aprire il fuoco: l?11 marzo 1977 a Bologna cadeva lo studente Francesco Lorusso. Il 12 maggio 1977 a Roma la studentessa Giorgiana Masi. Il movimento del ?77 finì con il rimanere schiacciato tra il martello dell?insorgente terrorismo delle Brigate rosse e l?incudine della repressione statale. E si dissolse.
Il '77 è il momento in cui irrompono sulla scena i "non garantiti", che non vogliono appropriarsi del potere, ma riappropriarsi della vita. In questo senso il '77 ha un valore forte: l'autonomia in senso lato, ossia la diserzione dal capitale che ti impone di essere una rotella dell'ingranaggio produttivo. Uno degli slogan del '77 era "libertà dal salario", il sogno vero era lavorare meno e ciò nonostante aver diritto al benessere. Se non altro, con il '77 finisce l'idea leninista seconde la quale il potere si sconfigge solo prendendo il Palazzo d'Inverno, quindi sostituendosi ad esso. Gli ultimi a pensarla così sono i terroristi. Infatti tutto finisce con il delitto Moro del '78. Ma il movimento del '77 vuole essere libero, mentre i terroristi non capiscono che la scelta della clandestinità ti rende schiavo.
Dice bene Claudiopet: ?Però, sai, nel 77 la passione politica era davvero molto forte, tutte le emozioni erano più intense, i colori molto più accecanti, violenti, non c?erano tutte le sfumature che ci sono oggi, o eri compagno o eri fascio, certo che a guardarsi indietro adesso uno non se ne capacita, ma a quei tempi non si andava tanto per il sottile, fascio non do te pio te lascio non era solo uno slogan era la realtà quotidiana, prima si sprangava e poi si facevano domande.
Comunque credo che la differenza principale tra i nostri fratelli maggiori, quelli del 68, e noi del 77, fosse nel fatto che noi volevamo cambiare il mondo a partire da noi stessi, noi dicevamo il privato è politico, e infatti non volevamo ripetere gli errori dei nostri padri, uomini autoritari nei confronti delle donne, forti con i deboli e deboli con i forti, e soprattutto non volevamo andare a lavorare sotto padrone, non volevamo sfruttare ne essere sfruttati, teorizzavamo il rifiuto del lavoro, il salario garantito, la promozione garantita a scuola per tutti i proletari, contro la selezione della scuola dei padroni??
Ecco, questa è la proiezione del movimento vista da occhi ?giovani?, noi adulti avevamo occhi angosciati.
"Il ?77 è il momento in cui irrompono sulla scena i ?non garantiti?, che non vogliono appropriarsi del potere,
ma riappropriarsi della vita. In questo senso il ?77 ha un valore forte: l?autonomia in senso lato, ossia
la diserzione dal capitale che ti impone di essere una rotella dell?ingranaggio produttivo. Uno degli slogan
del ?77 era ?libertà dal salario?, il sogno vero era lavorare meno e ciò nonostante aver diritto al benessere.
Se non altro, con il ?77 finisce l?idea leninista seconde la quale il potere si sconfigge solo prendendo il
Palazzo d?Inverno, quindi sostituendosi ad esso. Gli ultimi a pensarla così sono i terroristi. Infatti tutto
finisce con il delitto Moro del ?78. Ma il movimento del ?77 vuole essere libero, mentre i terroristi non
capiscono che la scelta della clandestinità ti rende schiavo."
*********
Condivido questo tuo breve ritratto. La diserzione del capitale, tuttavia, è stato uno dei tanti evidenti
limiti e contraddizioni poi esplosi nell'evoluzione delle realtà autogestite...
il '77 vuole essere libero ed è libertario, senza logiche leniniste, tanto meno
di partito o sindacali (celebre l'episodio della cacciata di Lama... note le distanze e fratture dall'allora PCI)
Allora, eccovi un esempio diretto della prosa dell'epoca, tratto da www.nelvento.net (spero che non ci sia il copywright):
Gli Indiani metropolitani scrivono al ministro Kossiga
Karo ministro.....
con grande soddisfazione abbiamo potuto vedere, dalla scatola magica, il tuo viso pallido di stampo teutonico, udire la tua lingua biforcuta sibilare e la tua voce metallica sputare veleno contro il popolo degli uomini.
"Sappiano, questi signori, che non permetteremo che l'Universitá diventi un covo di indiani metropolitani, freaks, hippies. Siamo decisi ad usare quelle che loro chiamano le forme di repressione e che io chiamo le forme dell'ordine e della legalitá democratica".
Con queste parole ci hai dichiarato guerra.
Siamo rimasti con gli occhi fissi sulla scatola magica; non ti abbiamo consigliato di farti una pera né ti abbiamo ricordato la tua condizione psicopolitica ("sceeemo!!").
Nel nostro sielnzio c'era invece tutto l'odio che il popolo degli uomini puó esprimere per la tua sporka razza, tutto l'odio che centinaia di migliaia di giovani dai ghetti della metropoli disumana hanno urlato e urleranno contro una societá mostruosa che oggi vorrebbe costringerci con la violenza alla rassegnazione.
Ma la parola rassegnazione esiste solo nella vostra lingua, nei vostri putridi rapporti sociali, nei vostri sguardi spenti e privi di umanitá.
No, ministro Kossiga, NOI NON CI RASSEGNEREMO MAI !!!
PERCHÉ LA NOSTRA VOGLIA DI VIVERE É PIÚ FORTE DELLA TUA SETE DI MORTE, PERCHÉ NEI NOSTRI COLORI DI GUERRA E DI FESTA C'É IL ROSSO DEL SANGUE DI CENTINAIA DI GIOVANI, DI COMPAGNI ASSASSINATI NELLE PIAZZE DAL TUO ORDINE DEMOCRATICO, ASSASSINATI NELLA DISPERAZIONE DEI GHETTI DALL'EROINA, ASSASSINATI NEI POSTI BLOCCO SOLO PERCHÉ GUIDAVANO UNA MOTO SENZA TARGA E SENZA PATENTE !
Vorresti ricacciarci nelle riserve che ci avete costruito, nei ghetti della nostra condizione di emarginazione e disperazione.....
Ma ormai non é piú possibile perché é proprio da questi che é esplosa la nostra ribellione. Non é piú possibile perché mai come in questi giorni il popolo degli uomini ha ritrovato sé stesso, la sua forza; la sua gioia di vivere collettivamente, la sua rabbia e la sua sete di comunismo.
Le tue giacche blu vestite da marziani ci hanno cacciato dall'unversitá, credendo cosí di poter spezzare il nostro sogno, il nostro desiderio di trasformazione di noi stessi e del mondo.....
Ma con i vostri cervelli di latta capaci solo di ordire fame, repressione, violenza, leggi speciali e morte, non avete capito che non potrete mai piú ditruggerci, perché la nostra rabbia, la nostra fantasia urlano piú forte della vostra sete di vendetta.
Torneremo nell'universitá perché vogliamo prenderci tutta la cittá, perché vogliamo trasformare le nostre riserve, i quartieri ghetto, nei COVI EVERSIVI che nessuno potrá mai chiudere perché un popolo non puó essere messo fuorilegge. L'emarginazione cui ci avete costretti é diventata la nostra forza rivoluzionaria, é la chiave della nostra rivolta !!!
Ministro Kossiga, accettiamo la tua dichiarazione di guerra, ricordandoti che la nostra ascia l'abbiamo dissoterrata giá da molte lune.
Sappi che impegneremo tutte le nostre forze, tutta la nostra fantasia affinché la battaglia contro te e il tuo governo che ti ha incaricato di reprimerci, si trasformi nella guerra per la disfatta totale della tua sporka razza.
Finché l'erba crescerá sulla terra, finché il sole scalderá i nostri corpi, finché l'acqua ci bagnerá e il vento ci soffierá nei capelli NON SOTTERREREMO MAI PIÚ L'ASCIA DI GUERRA !!!
gli indiani metropolitani di Roma-nord
Breve commento: Se questa era l'ala creativa, pensate un po' come erano gli autonomi veri e propri. Infatti nel famoso episodio della cacciata di Lama dall'Università La Sapienza (più in là vi copio e incollo un articolo tratto da Repubblica) gli Indiani Metropolitani vengono travolti dal servizio d'ordine del PCI, e allora intervengono gli autonomi (cioè quelli di Autonomia Operaia). Gli Indiani Metropolitani usavano coretti da stadio (Scemo, scemo rivolto a Lama) e striscioni ironici, gli autonomi usavano spranghe. Più in là si arriverà alle P38. La logica repressione/scontro prevale su tutto il resto. Eppure, il movimento in sè, o perlomeno le persone che io frequentavo, era molto più interessato ad esplorare la propria creatività che a scontrarsi con la polizia o con i militanti del PCI. Prima o poi vi racconterò di come entrai a far parte di un collettivo teatrale.
Tratto da La Repubblica del 19 febbraio 1977.
"Le otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli
schieramenti nell'Universitá erano giá formati, anche se la tensione era
ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d'ordine del sindacato e
del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche
giovane della Fgci, molte persone un po' attempate, due o tre tute blu,
presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e
comunisti cancellavano le scritte degli "indiani metropolitani" (l'ala
"creativa" del movimento composta essenzialmente da militanti dei circoli del
proletariato giovanile) Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai
cancelli principali dell'ateneo: "I Lama stanno nel Tibet ". Gli "indiani" dal
canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con
le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a
grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader dei
sindacati. Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi cuori. C'era
scritto: "L'ama o non Lama". "Non Lama nessuno" e altri giochi di parole del
genere. I sindacalisti e il servizio d'ordine del Pci erano perplessi,
qualcuno sorrideva bonariamente: "Sono goliardi, non bisogna farci caso"
Qualcun altro invece giá alla vista del fantoccio si era innervosito: "É una
provocazione inammissibile, Lama é un leader dei lavoratori". Il clima intanto
si andava surriscaldando. Intorno al "carroccio degli indiani" (ma c'erano
dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di
rappresentanti del Fuori), il servizio d'ordine del Pci aveva steso un cordone
sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad
affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale
dell'ironia e del sarcasmo, anche pesante. "Piú lavoro, meno salario",
"Andreotti é rosso, Fanfani lo sará", "Lama é mio e lo gestisco io", "Il
capitalismo non ha nazione, l'internazionalismo é la produzione", "Piú
baracche, meno case", "É ora, é ora, miseria a chi lavora", "Potere
padronale", "Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia",
erano gli slogan piú scanditi (...) Luciano Lama é entrato nell'Universitá con
una grande puntualitá. Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano
quasi invisibile, é passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza
della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi
d'ordine ed é arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello
spiazzo fra le aiuole della facoltá di Legge e il rettorato. Dagli
altoparlanti le note delle solite marce da comizio non riuscivano a soffocare
gli slogan ironici degli "indiani". Il clima a quel momento era arrivato quasi
al punto di rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed
estranei, quello dei sindacati e dell'ortodossia comunista e quello della
creativitá obbligatoria, non avevano trovato neanche un punto di incontro,
neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due blocchi
contrapposti e nemici: la pentola in ebollizione da un paio d'ore era ormai
sul punto di scoppiare. (...) . Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo
comizio mentre crescevano le proteste, gli slogan si facevano piú violenti.
"Il Corriere della Sera ha scritto che saremmo venuti qui con i carri armati,
si é sbagliato, noi siamo qui ... ".
Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni
di acqua colorata e vernice. Nel servizio d'ordine del Pci c'é stato un attimo
di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di
pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice é piovuta sulla testa
della gente. É partita allora una carica per espugnare il carroccio degli
indiani. Travolta "l'ala creativa" del movimento, il servizio d'ordine del
Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama, é entrato in contatto con
l'ala "militante". Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio é
tornato in mano agli occupanti dell'Universitá che lo hanno usato come ariete
per controcaricare. A questo punto uno dei capi del servizio d'ordine della
federazione romana del Pci ha usato un estintore contro i militanti dei
collettivi. La nuvola bianca di schiuma é stata il segnale di partenza della
rissa piú selvaggia. Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro
della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo avanzare e
arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltá di Lettere, contro
il servizio d'ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche
pezzo d'asfalto. Lama ha concluso il suo discorso alle 10,30, mentre nella
piazza in tumulto molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano
a guardare attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti,
qualcuno giá piangeva urlando. "Basta, basta, non ci si picchia fra compagni".
Dopo Lama saliva sul palco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma.
"Compagni" ha tuonato, "la manifestazione é sciolta. Non accettiamo
provocazioni". L'ultima parola é stata quasi un segnale. Un'ultima carica
violentissima ha spazzato via il servizio d'ordine del Pci e dei sindacati che
ha protetto il deflusso dei suoi militanti. Il camion é stato capovolto,
distrutto, poi si sono scatenate le risse. (...) (CARLO RIVOLTA "La
Repubblica", 19 febbraio 1977)
Perchè dunque ce l'avevamo con quelli del PCI (ah tra l'altro io in seguito, una volta compiuti diciotto anni, nel 1980, ho sempre votato PCI)? Perchè erano visti, non del tutto a torto, come i traditori della classe operaia, quelli che volevano far accettare ai lavoratori la logica dei sacrifici ("Più lavoro, meno salario"). Loro erano parte del sistema, noi volevamo cambiarlo il sistema, e prima di tutto rifiutavamo di integrarci in esso. Eravamo del tutto utopisti e velleitari, certo, ma eravamo in tanti, e questo ci dava la forza di credere che un cambiamento fosse possibile. Poi la stagione delle stragi di stato e della rivolta armata ha cancellato la tensione utopica, libertaria e creativa del movimento. Come dice Enrico, il problema è che un'intera generazione è stata colpevolmente dimenticata, cancellata, mentre avrebbe avuto così tanto da offrire. C'era una carica creativa enorme, che ha avuto pochi spazi per potersi esprimere... ma pensate ad Andrea Pazienza nel fumetto, ai gruppi musicali, ai nuovi gruppi teatrali, alla riforma psichiatrica di Basaglia, o anche, in un altro contesto, alla nascita del movimento punk in Inghilterra.
Premessa: nel 77 la mia occupazione principale era fare sega a scuola e passare le giornate ad ascoltare la radio. Ovviamente non la RAI, le radio private. Voi oggi non potete capire che sensazione di libertà dava ascoltare le radio private, allora, soprattutto quelle del movimento: Radio Citta Futura, Radio Proletaria, Radio Onda Rossa. Sentivi di non essere isolato, c'erano migliaia di persone che la pensavano esattamente come te, con la stessa rabbia, gli stessi sogni e gli stessi desideri. Rincorrere le emozioni di quegli anni è diventato un po' uno dei miei chiodi fissi, sono letteralmente affamato di libri e film che parlano di quegli anni, e poi ho anche scritto un breve testo teatrale sull'argomento. Quel che segue ne è un piccolo estratto:
DANIELE: No vabbè, è andata così: Un giorno ti sento un annuncio sui 97 e 7 di RCF, c'era questa voce di donna, misteriosa e sensuale, che diceva: "Ti interessa scoprire il tuo doppio, la tua identità nascosta? Partecipa al nostro laboratorio teatrale." Così ho chiamato la radio, ho preso appuntamento e questi subito m'hanno fatto andare in onda, la prima volta che ci siamo incontrati. Cioè capisci, non ero preparato, ero pure parecchio emozionato, mi sono impappinato, non sapevo che dire, però alla fine sono stati tutti molto carini con me, pensa che qualche ascoltatore ha pure telefonato per farci i complimenti per la spontaneità della trasmissione. Insomma c'erano questi che parlavano di Grotowski, del Living Theater, e io che non ne sapevo granchè, io al massimo avevo letto Artaud, e poi lei era seduta là, di fronte a me, mi guardava sorridente, intrigante, non bellissima, ma piena di fascino, una vera attrice di teatro, 30 anni, vestiva con roba indiana, una tipa fichissima. Una volta sono andato a vedere un suo spettacolo, ma quella sera non c'era abbastanza pubblico così l'hanno piantata lì e siamo andati al cinema insieme, da soli, io e lei, a vedere un film di Wim Wenders, L'amico americano, solo che io guardava più lei che lo schermo, così alla fine non ho capito niente del film. Con lei spesso facevo delle figuracce, ma che ci posso fare, se una m'arimbalza so anche essere brillante e spigliato, ma se una mi piace veramente divento talmente timido da sembrare handicappato. Lei se ne era accorta, altro che, però insomma, aveva il doppio dei miei anni, aveva anche un figlio, non è che avessi molte speranze, o almeno mi pareva di non averne. Comunque la storia del nostro collettivo teatrale è stata breve ma intensa, è durata circa sei mesi poi ci siamo sciolti, per via dei soliti scontri di personalità su chi doveva fare il leader del gruppo. Ovviamente io facevo il tifo per lei. Si faceva chiamare Marilù, a casa sua aveva anche un poster di Marylin Monroe. Beh comunque eravamo un bel gruppo di sconvoltoni: più che altro facevamo degli esercizi di improvvisazione corporea, sai tipo quello dello specchio, quando devi interagire con un'altra persona, e a volte eravamo seminudi, oddio era piuttosto piacevole, c'erano diverse ragazze nel gruppo, anche se io ero il più giovane, quindi non mi si filavano molto. Mi ricordo di discussioni interminabili, ci riunivamo nella cantina del Beat 72 e parlavamo per ore, cioè più che altro parlavano loro, di identità molteplice dell'attore, di rispecchiamento dell'inconscio, mi sembravano tutti matti, pensa che Marilù voleva a tutti i costi mettere in scena un testo assurdo come "Principessa Branbilla" di E.T.A. Hoffman, che parla di un attore nella Venezia del 7oo, e ci sono scene con un sacco di animali esotici come tigri, elefanti, giraffe, non so proprio come avremmo fatto, era tutto campato molto in aria ma molto divertente, perlomeno io mi divertivo molto, pensa che una volta, stavamo a casa di uno a Santa Marinella, eravamo tutti strafatti di canne e di alcool, a un certo punto a qualcuno venne l'idea di fare una seduta spiritica per evocare lo spirito di Jimi Hendrix, giusto per chiedergli se veramente era morto soffocato dal suo stesso vomito... insomma non combinavamo niente di concreto, ci si riuniva e si cazzeggiava, però eravamo un bel gruppo, stavamo bene insieme, chissa che fine hanno fatto.
ALE: E quindi non li hai più rivisti? Che peccato.
DANIELE: No, ormai il gruppo si è sciolto, anzi so che Marilù ha accettato un ruolo in un film comico con Enrico Montesano, sai robaccia tipo commedia all'italiana, poveraccia, lei che si dava tante arie da alternativa, col suo progetto sul teatro dell'identitità e delle differenze ...ma il fatto è che eravamo tutti troppo fumati, troppo presi dal gioco dell'improvvisazione fine a se stessa per realizzare qualcosa di concreto. Comunque è stata una bella esperienza, se mi ricapitasse lo rifarei al volo.
(spero che il testo teatrale venga messo in scena - e incontri le giuste attenzioni da parte di diverse generazioni;). Tienici informati sulle sue sorti, Claudio)
se mi date il permesso questa pagina me l'archivio nel cuore. Testimonianze dirette. Non perchè debba essere d'accordo o in disaccordo con tutti. Perché io comunque non c'ero. Mi sono affacciato al liceo nel 1984, non so se mi spiego, e lì noi al massimo respiravamo l'odore acre della "battaglia", ma tutto era stato spazzato via ed ammorbidito. Ma gli anni. Gli anni a venire. Ho letto tantissimo, per sapere, capire, quel profondo e incolmabile solco generazionale. Grazie.
poi