Quasi alla stregua di un pensatore votato alla dimensione tragica della modernità, Umberto Piersanti con questo suo libro riporta improvvisamente indietro le lancette dell’orologio all’estate del 1939, individuando in quella data uno snodo essenziale della storia che aprirà uno squarcio non ricomponibile sulla tranquillità della vita di una comunità di giovani e sullo scenario a lui caro di Urbino e delle Cesane. Il mondo del ’39, che certo non era bello perché quella guerra l’aveva voluta e preparata, ma insomma quel mondo dove ancora non esisteva l’atomica, finito, finito per sempre.
Diversamente dalle sue precedenti opere poetiche La Breve Stagione, Il tempo differente, Passaggio di sequenza, I luoghi persi, e dal romanzo L’uomo delle Cesane, in questa circostanza i personaggi, muovendosi all’interno di un contesto storico ben delineato, escono dall’aura fiabesca del borgo rinascimentale e dall’incantevole e consueto scenario naturale che ben conoscono i suoi affezionati lettori, per essere catapultati in un percorso non già di formazione ma di duro scontro con la realtà esterna che ne segnerà profondamente il destino.
Mentre la rovinosa disfatta nel deserto di El Alamein spezzerà con la morte la gioia di vita spensierata e gaudente, il coraggio e l’eroismo di Ettore Venanzi, la feroce e crudele campagna di guerra nei Balcani legherà i destini di Marco Petroni, poeta malinconico e studente di Urbino travagliato da amore non corrisposto per la bella aristocratica Laura Albani, e di Franco Duranti, contadino ben radicato alle tradizioni e ai sapori delle Cesane, con un filo che congiunge città e campagna, splendore architettonico rinascimentale ed incanto naturale atavico.
Seguendo il tragitto di Marco, autentica coscienza etica del libro, l’autore ci conduce con rara accuratezza di dettagli attraverso i muri, la ragnatela di vicoli angusti, le abitazioni, il Caffè Grande al centro della piazza con quell’orologio che gli Urbinati ritengono essere il centro dell’universo, lungo i torrioni, nell’elegante cortile e nella Sala delle Veglie del Palazzo ducale, costruito nella seconda metà del quattrocento da Luciano Laurana, facendoci assaporare quell’atmosfera sospesa e metafisica in cui la città è rimasta assorta come per incanto nelle tele di Piero della Francesca, Raffaello e Barocci. E qui il protagonista ritornerà alla fine della guerra e dell’esperienza partigiana riuscendo a portando con sé il pesante fardello del dolore, la coscienza amara dei sogni infranti ed un senso di impossibilità al riadattamento sociale.
Restando fedele alla sua innata vocazione rievocativa di cantore di un mondo rurale ormai scomparso, anche in questo romanzo il grande poeta marchigiano adotta il linguaggio dell’oralità contadina tipico del parlato pesarese, mescolandovi talvolta espressioni dialettali per dare vita ad un lessico del tutto originale nell’ambito della letteratura italiana, consegnandoci un’opera tra le più evocative che mi sia capitato di leggere.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Cantore di un mondo rurale ormai perduto che evoca mediante il linguaggio dell’oralità contadina venata di suggestioni della tradizione classica italiana.
Umberto Piersanti, "L’estate dell’altro millennio", Marsilio, Venezia 2001
Approfondimento in rete: Sito ufficiale dell'autore / Non Leggere / Italian Poetry / Italia Libri / Wikipedia / Progetto Babele
Gian Paolo Grattarola
14.10.2007
PIERSANTI IN LANKELOT
Commenti
Bentornato, Gian Paolo!
Articolo on line. Ho inserito tutta una serie di link per l'approfondimento nel web. A presto per i commenti,
gf
"Il mondo del ?39, che certo non era bello perché quella guerra l?aveva voluta e preparata, ma insomma quel mondo dove ancora non esisteva l?atomica, finito, finito per sempre."
> Negli ultimi anni - penso anche ad "Ali di sabbia" di Aiolli, che torna sulle orme tracciate in narrativa solo da Flaiano e si dedica al colonialismo - si sta registrando una sorta di "riassemblamento" della memoria; quelle memorie che sembravano proibite, a meno che non fossero totalmente ideologizzate ed epico-resistenziali, tornano a essere narrate e condivise. Che sia il viatico per un ricompattamento morale del Paese. Altrimenti il Paese muore.
"E qui il protagonista ritornerà alla fine della guerra e dell?esperienza partigiana riuscendo a portando con sé il pesante fardello del dolore, la coscienza amara dei sogni infranti ed un senso di impossibilità al riadattamento sociale."
> Interessante. Partigiano, già: ma partigiano come? Liberale, monarchico, comunista, qualunquista o solo idealista? La distinzione era - è - fondamentale.
"Restando fedele alla sua innata vocazione rievocativa di cantore di un mondo rurale ormai scomparso, anche in questo romanzo il grande poeta marchigiano adotta il linguaggio dell’oralità contadina tipico del parlato pesarese, mescolandovi talvolta espressioni dialettali per dare vita ad un lessico del tutto originale nell’ambito della letteratura italiana, consegnandoci un’opera tra le più evocative che mi sia capitato di leggere."
> Estremamente interessante. Preziosa segnalazione. Direi, sulla base di quel che hai scritto, che siamo dalle parti del neorealismo ancora; magari d'una ripresa neorealista. Mi auguro scevra da ideologia. Perché solo quell'intento di rappresentare la realtà, senza infilare fieno nella cascina di certo partito di massa, è destinato a essere fonte di bene e di coscienza per tutti i cittadini, e per i letterati.
Danke, salut
gf
Caro Franchi,
Marco Petroni decide di aderire alla lotta partigiana non sulla base di una scelta politica, ma su su quella di un'attenta valutazione di opportunità morale. Riteneva doveroso che anche gli Italiani dessero il loro contributo alla liberazione del paese dalle forze di occupazione nazista.
Tuttavia anche questa esperienza sarà per lui motivo di profonda delusione, in quanto non solo non condivideva né l'ideologia comunista, né l'incondizionata fiducia dei vertici del CNL nell'URSS di Stalin. Egli si conservò nell'applicazione dei codici di guerra di un ufficiale del Regio esercito nel quale ancora si riconosceva e cercò invano di salvare la vita ad un ufficiale repubblichino di vent'anni in cui riconosceva la stessa passione che avevano condotto alla morte l'amico Ettore e verso il quale provava una forma di rispetto, attribuendo alla tragica avversità della guerra civile le ragioni che ponevano due ragazzi quasi coetanei e della stessa nazione su fronti avversi.
Rappresentando Marco, come ho avuto modo di dire, la coscienza critica di questo libro, questa rivisitazione del periodo neorealista ha il merito di volerci restituire un brandello della nostra civiltà pregressa proprio nel momento preciso in cui gli orrori della guerra, in cui tutte le fazioni in lotta vengono poste su di un comune livello di efferatezza, ne hanno fermato per sempre le lancette.
Gian Paolo Grattarola
Grazie per l'utile approfondimento. Era quello che volevo capire.
E' ragione di maggiore e chiaro interesse, quel che racconti di Petroni, e delle fazioni in lotta. Prezioso contributo.
Danke
gf
Di Piersanti consiglio anche di leggere i suoi libri di poesia più prestigiosi "Passaggio di sequenze", "I luoghi persi" e "nel tempo che precede". Potrete godere dell'accurata evocazione di un mondo ormai in parte perduto, quello agricolo e pastorale delle Cesane (catena collinare tra Urbino e Fossombrone), uno spazio panico e antropologico pregno di misteri e riti antichi senza tempo, che egli ama come fosse il corpo di una donna ed a cui è legato da quello stesso senso della terra che già fu di Cesare Pavese.
Striato da case in rovina il profilo desolato, aspro e impenetrabile delle Cesane ha nella figura archetipa del pastore una costante presenza armonica al centro di immagini e leggende che l?autore trasfigura attraverso un linguaggio poetico denso, suscitando lo stesso potere evocativo di alcune tele di Bartolini e Piacesi, artisti altrettanto affini a quel territorio. Mediante una vibrazione di timbro leopardiano e l?accurata ossessione pascoliana con cui reperta nomi di ogni specie animale e vegetale, egli disseppellisce dalle rovine prodotte dagli effetti immemori della tempesta quotidiana questo estremo lembo di civiltà da cui emana un profumo di umanità diversa, più autentica. Si tratta di un?epopea sospesa tra le miti screziature di uno scenario atemporale ove il sentimento estetico del poeta si distende sistematicamente in felici sequenze di endecasillabi comuni, rivelando un trepidante bisogno di lirica.
Con la stessa forza evocativa con cui si sottrae all?amalgama massificatorio del sociale, restituendo il poeta al ruolo più consono di individuo in lotta contro il destino, egli rivendica, mediante l?impiego del metro più tradizionale, la decisività del fattore musicale nel costituirsi della poesia, schiudendo un varco salvifico e non solo consolatorio verso la bellezza.
Gian Paolo Grattarola
Affascinante.
Perché non li presenti uno ad uno? Approfondendo l'analisi per ognuna delle opere? (intanto annotiamo volentieri questi titoli; e grazie).
GpG,
ricorda di inserire il link a questo articolo, nella futura intervista.
Ave!