Opera prima di Flavia Piccini da Taranto, classe 1986, “Adesso tienimi” è un drammatico romanzo di (de)formazione, che scolpisce la storia d’un amore proibito tra una giovane maturanda e un suo professore. La vicenda – narrata in prima persona dalla studentessa – è una tragica catabasi: un sentimento troppo intenso e troppo vivo trascina nella disperazione chi aveva perso il suo segreto amore, inspiegabilmente (così ognuno pensa, sempre) suicida.
È un esordio promettente: la Piccinni dimostra, in particolare, tre capacità interessanti. La prima, come vedremo più avanti, è quella di proporre un'efficace lettura del suo territorio d’origine, attraverso la narrazione di diversi aspetti e differenti dinamiche della quotidianità tarantina e diverse commistioni di lingua e dialetto; la seconda è quella di non aver paura di massificare e generalizzare condizioni e comportamenti dell’alterità, rischiando il precipizio del luogo comune; il sentiero della pura egolatria è sterrato, s’avanza senza difficoltà, potrà rivelarsi fertile e – paradossalmente, forse – più generoso di altri nei confronti del prossimo.
La terza è la dedizione alle emozioni e alle sensazioni, la capacità di descriverle e di vederne, in questo caso, i rovinosi effetti. È una dedizione che potrà figliare nuovi romanzi sentimentali e che senza dubbio sosterrà l’autrice, nel tempo, nella delicata fase dello studio dei personaggi.
Limite del libro: la terrificante scelta della colonna sonora, fortunatamente molto laterale sino a un tratto (cfr. incresciosa apparizione de “La dura legge del gol” di Max Pezzali, diegetica!, a enfatizzare un momento difficile vissuto sugli spalti, pensando al passato amore). Sembra onestamente difficile che una maturanda del Liceo Classico possa ascoltare gli 883, domandarsi che fine abbia fatto Mauro Repetto e al contempo mostrare diffidenza a proposito degli esordi di Tiziano Ferro. D’accordo, voleva forse essere un indice della scarsa circolazione di riviste specializzate o dello stentato segnale delle radio indie, chissà?, in ogni caso l’esito è fatiscente e non credibile. È musica da sottoproletariato culturale, indegna d’altro media che non sia catodico.
In seconda battuta, glisserei ma non posso proprio, registriamo diversi nomi di marchi e griffe che fanno capolino, come flash pubblicitari (quindi non appariranno da queste parti): c’è qualcosa da registrare, in questo senso; la luce del logo, e non di un gioiello, per dire, non deve guadagnare questo posto in altra carta stampata che non sia free-press, o al limite in colorate pagine tabellari d’un bel periodico. La disinvoltura non basta.
Si tratta, intendiamoci, di aspetti non fondamentali ma caratterizzanti; almeno, irritanti per una determinata fascia di lettori in cui mi riconosco. Una adeguata scelta sonora, estranea al più deteriore kitsch mainstream, avrebbe naturalmente accompagnato il romanzo alla conclusione senza stridere così fastidiosamente: la pioggerellina episodica di marchi non avrebbe richiesto la citazione (inevitabile) di “No Logo” di Naomi Klein, a poche pagine dalla fine (p. 165: e appare comunque un marchio).
Ciò detto, in considerazione della giovanissima età dell’autrice e degli ampi margini di miglioramento, torno decisamente a parlare d’altro, ossia degli aspetti interessanti e apprezzabili dell’opera. Non mancano.
Si diceva dell’espressione del territorio. Molto bene: il dialetto campionato in diversi dialoghi è fresco e immediato; le riflessioni sulla distanza dialetto-lingua senza dubbio interessanti. Ad esempio, qui: “È solo che mi viene, a casa come a scuola, di fare così. Il tarantino mi piace solo sentirlo, con quelle bocche che si aprono e si chiudono velocemente, con le labbra che si plasmano armoniosamente per produrre suoni sgraziati e gutturali (…). Il dialetto è una questione di pelle. O ce l’hai o non ce l’hai. E io, anche se sono cresciuta fra la lingua e l’ho assimilata e la capisco, non riesco a esprimerla. Per molti sono una menomata, una che non riesce a dire attraverso il linguaggio della città, ma non mi importa. Mi accontento di essere capita” (p. 20). – passo che non ha bisogno di essere glossato, direi, in considerazione dell’esperienza d’ognuno di noi e della nostra reale diglossia, chiamiamola così questa necessità di passare dalla lingua al dialetto col variare dei contesti, in molte città.
Notevoli le descrizioni delle processioni (pp. 118-120) durante la Settimana Santa. Come qui: “Quando la Madonna scende da San Domenico, un dolore atroce invade chi osserva. La banda è marcia funebre. Le donne vestite a lutto, bizzocche dei tempi che erano, si lacerano rivelando la morte del cuore” – seguono riflessioni sull’assurdità di scene del genere nel duemila e via discorrendo, quindi: “Le voci che, di disapprovazione e tormento, si confondono in una nenia funebre che per tutta la ‘nanzicata, due passi avanti e uno ret’, attraverserà la città vecchia e la città nuova” (p. 120) – dove registriamo questi appassionanti “’nanzicata” e “ret’” a infiammare e contaminare la lingua letteraria dell’autrice, migliorando le suggestioni del lettore. Quanto alla vedovanza e al periodo di lutto: “Le vedove della città vecchia portano il lutto tutta la vita. Non importa quanto fossero ubriaconi e selvaggi i loro mariti, come le facessero soffrire e quante volte le avessero tradite. Importa solo, nella morte, vestirsi di nero, tenere il velo schiaffato sugli occhi, fare finta di soffrire” (p. 14). A proposito di alcolici, registriamo la prevedibile fortuna della birra popolare pugliese, la Raffo.
Passiamo allo slang cittadino. Scopriamo il misterioso tipo dell’ibrido tarantino: “Non è abbastanza coatto per essere definito cozzaro, né sufficientemente raffinato per essere un daquino” (p. 80) – i corsivi sono miei. Naturalmente non ho la minima idea di cosa significhino questi termini, ma ne immagino il significato. Intanto mi contento di memorizzare due parole gergali locali, nuove. Il cozzaro torna più avanti, in un discorso sui tatuaggi: lei si voleva tatuare l’eroe greco fondatore (il termine corretto sarebbe “eponimo”, ma coerentemente la narratrice non se ne serve: detesta il Greco. Plausibile quindi la semplificazione) fondatore, dicevo, della città, Taras, o forse la bandiera della città. E lui a dire che “era una cosa da portuali, cozzari e zelate. Insomma, da poco di buono” (p. 147) – i corsivi sono miei. Chi saranno mai queste zelate?
Taranto è descritta con amore e con desolazione e rammarico – tendenzialmente quando s’accenna alle periodiche tragedie dell’Ilva, ai programmi di Cito, ai debiti e alla povertà della città, alla diossina. Positiva, a differenza dei loghi, la ripetizione del nome “Ilva” associata sempre a morti sul lavoro: il concetto arriva, stavolta, con chiarezza e aiuta a sensibilizzare il lettore; dovremmo saperne di più. Grazie, quindi, all’autrice, per aver raccontato colori, profumi e voci d’una città non eccessivamente conosciuta, nel belpaese: se non per gli antichi fasti. Testimonianza importante.
Passiamo ora a discutere dei personaggi. I genitori della studentessa si ritagliano uno spazio molto ridotto; spesso vengono considerati ombre, sembrano mostrare chiare difficoltà di dialogo e le interazioni, non di rado, sfociano nel grottesco. Ad esempio, confido che leggendo le prime pagine avevo appuntato “padre e matrigna”, salvo scoprire che di madre si trattava.
Gli amici e le amiche non sono memorabili; si tratta di figure tratteggiate giocando per superficie profonda, rimangono inevitabilmente sullo sfondo. Sono funzionali alla narrazione, sono interludi, stop. C’è chi un po’ ci prova, c’è l’ex rancoroso, c’è chi offre spinelli per non pensare e rilassarsi; segnalo una rarità, in questo libro si va all’ippodromo a scommettere (non sono in grado di decifrare la centralità o la lateralità dell’ippodromo, nell’economia cittadina tarantina). La scuola – a dispetto della prossima Maturità – la nostra protagonista la vive male, e non solo per via della recente tragedia del suicidio dell’amato. In generale, le parole spese nei confronti dell’istituzione scolastica sono depressive, si accenna a canne fumate prima del pasto, a docenti che sembrano soltanto offendere la mediocrità degli allievi, al greco incomprensibile (al Liceo Classico? Al Liceo Classico), all’alienazione, in generale. Allo studio per la sufficienza, per sfangarla. La protagonista sembra essere lì per accidente. Tuttavia è attenta all’estetica e al ceto dei compagni. Critica gli alternativi modaioli che pogano, vestiti di stracci, considerandoli figli di borghesi – mi sembra accostando la categoria dei “figli di medici” alla sorprendente “figli di insegnanti”: beata gioventù, ti mostrerei le buste paga per farti capire. Lasciamo stare, ma l’errore di valutazione è abbastanza stravagante.
Protagonista ulteriore dell’alienazione è – naturalmente – in secundis la televisione, con robuste carrellate per le centinaia di vuoti canali di Sky; e non il web, in assoluto (che pure la narratrice accenna estraneo ai suoi compagni. Al Liceo Classico? Al Liceo Classico. Basisco), ma il sito di eBay, oggetto di aste per un feticcio che ricorda il perduto amore.
L’amore per il suicida Vianello si tinge, poco a poco, di proibito; l’autrice è intelligente nel non rivelare subito che si trattava d’un suo professore, sposato e con figlio in arrivo. L’indagine sulle ragioni del suicidio è d’una tristezza lancinante, e onestamente risulta credibile e sconfortante. Non può appassionare, se non nella misura in cui si va auspicando, invano, che la giovane riesca se non a dimenticare almeno ad andare avanti.
In conclusione, saluto positivamente l’esordio di Flavia Piccinni, che proprio sul nostro vecchio Lankelot pubblicò qualche racconto anni fa, prima dei vari riconoscimenti conquistati, dal Campiello Giovani alla pubblicazione in antologia per Minimum Fax. Sono convinto che ci sia stoffa e nell’adesione allo spirito del proprio territorio, e nell’indagine sulla psiche e sui sentimenti. Quella è la strada da battere. Se serve, mi dichiaro pronto a masterizzare opportuna legione di dischi veri: immagino sia necessario. Questo il mio (con)tributo.
In bocca al lupo.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Flavia Piccinni (Taranto, 1986), scrittrice italiana. Questo è il suo primo romanzo. Il racconto “Manco un po’” è apparso nell’antologia “Voi siete qui” di Minimum Fax (2005).
Flavia Piccinni, “Adesso tienimi”, Fazi, Roma 2007
Approfondimento in rete: Traspi / Libero / Booksblog (intervista) / Girl Power / Rassegna Stampa (in progress)
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Luglio 2007
Commenti
Opera prima di Flavia Piccini.
A voi!
Insieme al primo caffè, un'ottima lettura. Avevo letto qualcos'altro ma non so dove. Credo che l'autrice in questione debba esserti grata per ogni appunto regalato: ha tempo per crescere e scrivere, direi.
Su alcune generalizzazioni che segnali (ad esempio, quelle sulla scuola) mi permetto di osservare che è abbastanza tipica dell'età e priva di confini territoriali... :)
ottima e dettagliata analisi: e allora auguri di buon proseguimento alla promettente Piccinni!
interessante. un paio di appunti (sulla tua recensione, il libro non l'ho letto) impressioni. mi sembra che questa cosa del liceo classico, che lei faccia il liceo classico, che ci sia un liceo classico così, ti abbia un po', non so, condizionato? ripeto, non ho letto il libro. ma la tua insistenza sui gusti musicali, sul greco, sulle marche, non sono riuscito a capire bene se derivi dal "come" sono messe lì, o dal semplice fatto che le ha utilizzate. sugli insegnanti, dalle scuole materne all'università le buste paga cambiano, a quali si riferisce lei?
in somma, le marche, il greco, i gusti musicali servono a costruire, a presentare meglio la protagonista, a farci entrare nei suoi panni, per dire, o sono ininfluenti a questo fine?
la colonna sonora, immagino, sarà stata scelta per motivi particolari, per rendere una certa atmosfera, non so. non pensare al fatto che, per te, ci sarebbe stata meglio altra musica, quello che importa è all'interno del romanzo come funziona. dona alla protagonista quegli aspetti che l'autrice vuole?
non lo so.
leggendo, così, mi sono venute queste cose, e te le chiedo.
ciao;-)
Allora... Insegnanti: è scritto proprio così, generico. E' quello che mi ha sconcertato. Non so se altrove ha una connotazione diversa dal nostro uso neutro del termine, ma ne dubito.
Musica: no, l'atmosfera non può scolpirla una band lombarda ascoltata in Puglia, né il ricordo d'aver ascoltato la prima canzone di quella band diversi anni prima. Peraltro, non so te, ma non riesco a immaginare niente di drammatico assieme al volto dell'ardito sperimentatore Max Pezzali, e del suo compare Repetto. Al limite, vedo un flipper, un toast e una coca cola con limone e ghiaccio.
Il Liceo Classico lo conosco bene, almeno: conosco chi ne è uscito, conosco com'era prima dei maltrattamenti delle riforme, e ti posso assicurare che l'estraneità assoluta al greco non era contemplata. Davo lezioni private a chi andava male in greco, anni fa, non a chi non lasciava in bianco. Marche: ce n'è una sola che andava segnalata, per via d'un oggetto che legava A a B. Peccato che appare assieme a un gettone per Paris Hilton. Me lo sono fatto bastare. Questo. In generale, sono elementi dissonanti. Ma sono segni di potenzialità future:).
Intanto, mi unisco agli auspici di tutti per i prossimi libri dell'autrice. Incrociamo le dita.
grazie.
diciamo quindi che alcune parole, alcuni elementi che usa, non, per così dire, si giustificano all'interno del testo.
Credo che si tratti di elementi che, con opportuno editing, un onesto redattore avrebbe potuto risolvere, assicurando miglior coerenza, coesione e uniformità. Se il libro andrà in mano a qualche rintronato lettore, giovinastro o brizzolato, nemmeno se ne accorgerà. Magari penserà che gli 883 fanno molto giovane, cfr. interviste linkate in clausola con improbabili comparazioni sui narratori ggggiovani, etc.
Ma non riesco a immaginare un cristiano che apprezza l'inserimento de "La dura legge del gol" con intento diegetico, se lo facessi dovrei ammettere che disprezzo i contemporanei. Non fino a questo punto:).
Per la cronaca, non critico gli 883 a scatola chiusa. Fino a qualche anno fa compravo anche la musica di merda, quando potevo, per capire perché mai gli italiani la ascoltassero. Ho diversi loro dischi, di cui mi devo discolpare ogni volta che qualcuno se ne accorge. Non sempre credono alla mia teoria dell'ascoltare tutto prima di giudicare:). E ciò è imbarazzante. Questo.
Vincitrice del Premio letterario ?Campiello Giovani 2005? con il romanzo ?Non c?è tutto nei romanzi?.
Leggo da uno dei link che hai proposto ma c'è qualcosa che non quadra. Perchè nel seguito della pagina accennano alla storia su cui si basa il libro premiato e sembra coincidere con quella che analizzi anche tu nella recensione. Stesso libro due edizioni diverse e quindi due differenti titoli, o cosa?
Non ne so niente... adesso glielo domando:)
"Storia d?un amore proibito tra una giovane maturanda e un suo professore", scrivi, e automaticamente io penso che manchi un bel po' di originalità. Per carità considerazione del tutto personale, però insomma la sensazione, leggendo, è che si tratti di un libro furbo, in cerca di una sorta di consenso generazionale. Perchè mi pare abbastanza semplice raccontare la scuola, le canne, i professori inetti e condire il tutto con un amore tragico. Ma può darsi che mi sbagli. Può darsi che l'autrice abbia avuto l'occhio lungo mettendo addirittura su carta ciò che io ad esempio non avrei mai scritto, reputandolo poco interessante, benchè di argomenti sul vecchio liceo classico ne avessi a iosa.
Quanto all'associazione figli di medici/figli di insegnanti, mi piacerebbe fosse fondata, ma non sta in piedi. E lo dico da insegnante, figlia di insegnanti. Dalla materna (madre) alle superiori (padre), la busta paga non è neppure lontanamente paragonabile a quella di un medico.
Già...
in generale, considerando anche la confezione, direi che il target è quello che hai individuato, ossia liceale o comunque decisamente giovanile. Mi ha colpito molto, per esempio, che due quindicenni di passaggio per il mio studio abbiano puntato, tra gli otto libri disposti sulla scrivania, proprio questo, per via della copertina.
A fianco c'era Stampa Alternativa, Adelphi, Alet, Mondadori e altro. Proprio il ditino sulla copertina, e "hai letto questo libro?", domanda abbastanza rara se fatta da uno di loro:).
Non conosco personalmente l'autrice, l'avevo letta come voi ai tempi del vecchio sito, non so dirti se ci siano astuzie in sede di studio dell'opera o meno. I limiti grossi mi sono sembrati proprio marchi e musica, e generalizzazioni scomposte. I pregi erano tutto il resto, e cioè il dialetto, le descrizioni di Taranto, il progressivo disvelamento dell'età del fidanzato morto, etc.
Nel complesso, un buon esercizio di scrittura, prodromico ad altra produzione, più matura e consapevole. Se vorrà strizzare l'occhio a certa massa... mi auguro che sappia a chi si rivolge, e cosa fa:).
Ave Angela!
francamente mi hai interessato (e non è poco) e forse ho inteso che volevi dire con 883 (ammiccamento, occhiolino, semplice sbaglio)- In ogni caso forse si farà, ormai dei nuovi che segnalate mi fido. In linea di massima abbiamo di cui parlare
a quel che so, questo romanzo si basa sul racconto che nel 2005 le ha fatto vincere il Campiello.
diciamo che nel libro appena uscito ha sviluppato quel racconto. io ho letto si trattava di racconto, e non di romanzo.
ho visto un'intervista, poi ve la segnalo. è strano. parla toscano. evidentemente il vivere da queste parti ha influito molto sulla sua pronuncia. è curioso. ha un intercalare di "cioè" che mi ha dato un po' fastidio. per quanto riguarda i contenuti, mi è sembrata una ragazza intelligente.
vabbè. ecco il link alla videointervista:
http://mottola.splinder.com/post/13236625/Incontro+con+Flavia+Piccinni
La ragazza si farà anche se ha le spalle strette, come cantava qualcuno, etc etc. In questa circostanza, firmo solo la battuta "esordio positivo" con tutti gli appunti del caso, nel male e nel bene, nel bene e nel male ("The Kingdom": presente il muso di Von Trier quando mostra croce e corna? ecco) elencati nell'articolo.