Petronio Arbitro

Così muore Petronio Arbitro, vero "porco del gregge di Epicuro"

Autore: 
Petronio Arbitro

 Battaglie Filologiche sul Satyricon:

 Così muore Petronius Arbiter,
vero “porco del gregge di Epicuro”*

   Ai primi del Novecento, fra gli studiosi dì cose classiche, ritornò in auge la questione se Petronius Arbiter fosse da ritenersi uno scrittore realista oppure no (1). A dire il vero, negli studi successivi, a partire da Erich Auerbach, a nessuno è poi passato per la testa che Petronio potesse essere considerato un autore men che realista. Tuttavia, il realismo petroniano, come dicevamo, non convinse tutti; per esempio, agli inizi del Novecento, il professor C.W. Mendell rilevava di essere “skeptical” circa la definizione di “realistic” data al Satyricon (2). Comunque, sopravviveremo anche allo scetticismo del professor Mendell, perché siamo profondamente, radicalmente e svisceratamente convinti che Petronio non è solo un grande realista, ma anche un critico letterario di valore indiscutibile. Credo che pochi, anche oggi, saprebbero sottrarsi ai suoi strali. La tecnica letteraria, secondo Pertronio, era stata dimenticata dagli scrittori del suo tempo: bastava, diceva lui, essere capaci di mettere in croce due versi, e un sacco di gente pretendeva d’essere annoverata fra gli allievi delle Muse (3). Come uomo di mondo, e lo si legge in filigrana in tutto il Satyricon, e attraverso Encolpio, che ne costituisce il suo alter ego, Petronio non solo ci dà un’immagine assolutamente veritiera dei parvenu della nuova società dei liberti, dei nuovi ricchi, un massiccio ceto rafforzatosi proprio sotto Nerone: un po’ ignoranti, ma, nel complesso, anche abbastanza ricchi di una certa umanità ( si pensi al cenno di Trimalcione sugli schiavi), e altresì ci dà una pittura d’ambiente che poche opere nella storia della letteratura mondiale hanno saputo uguagliare .

Trimalcione è un liberto ricco sfondato dopo anni di lunga e intensa attività: come tutti i nuovi ricchi conserva i suoi modi plebei; è un po’ asino, molto pieno di sé, ma ha del buon senso, e lo dimostra quando ricorda ai suoi commensali che tutti «gli uomini, ricchi, poveri e schiavi sono di carne e bevvero lo stesso latte» (4).

« Amici — inquit Trimalchio — et servi homines sunt, et aeque unum lactem biberunt.».

    Trimalcione sprizza cattivo gusto da tutti i pori, come quando si presenta con la testa fasciata da un mantello di porpora e di una tovaglia senatoria tutta ornata d’oro, con le frange che pendevano da ogni parte, per ostentare il suo rango sociale; o come quando intrattiene gli amici, tutti più o meno della stessa pasta. Pianta una lagna, mostrando di essere dispiaciuto che non ci fosse ancora un pezzo di terra da comprare per soddisfare i suoi capricci da milionario; un vecchio amico di casa, Abinna, si mette a sedere nel posto pretorio , e domanda subito vino ed acqua calda. Trimalcione gli chiede che cosa abbia mangiato , ed egli incomincia (traduco qualche punto in romanesco, e che i «Romani de Roma» me la passino per buona, e il Belli non abbia a rivoltarsi nella tomba. Per quelli che non digeriscono il romanesco, riporto in nota la traduzione in italiano):

 « Ao' se semo magnàti de tutto, mo' ce mancavi solo te! ». Poi s'avvede che fra i convitati manca Fortunata , la moglie di Trimalcione , « Oo', Gaio, dimme ‘n po', ma com'è che FFortunata, tu’ moje, nun se mette a séde ? ».

« Si nun à riposto l’argenteria, e sì nun à ffinito de comannà a li servi, nun assaggia ‘na goccia d'acqua, ‘sta bbenedetta donna! », risponde Trimalcione. E poi « Si er vino nun ve piace, lo fo cambià subbito subbito ; Per grazia de li dii, io nun lo compro, e tutt’ a quello che bbevete vié d’un campetto mio, che mò manco so ‘ndo sta’. Me dicheno che deve sta’ tra Terracina e Taranto: ammazza, mejo! Si me va d’annàre in Africa, ce vo’ ppé le terra mia» . Ubriaco fradicio, Trimalcione s’addolcisce, piange e fa piangere tutti: « M’arrecordo d’un cocchiere che quanno tornava a casa imbriaco, se faceva attornià da la famija sua co’ moje e fij mezz’assiderati e affamati e se metteva a frignà pe’ la su’ morte prossima : aò, che ve devo di’, piagnéveno tutti, pure la moje!» (5) . Poi, il finale da “grand guignol”, una trovata veramente grande, con un trambusto pauroso creato dallo stesso Trimalcione che, tornato nel triclinio dopo il bagno salutare, sbotta:

 « Mettémo — disse— che sso' morto: sonàteme quarcosa de bbello!». I suonatori di corno intonano una marcia funebre ; ma uno di essi dà una strombazzata così potente, da mettere in allarme il vicinato: accorrono i vigili, i quali, credendo che fosse scoppiato un incendio, buttano giù pure la porta.

    Petronio, qua e là, a sprazzi e con la nonchalance del vero esperto, ci ha ammannito anche una breve lezione di ciò che egli intendeva per critica letteraria; la sua posizione sembrerebbe propendere per i temi grandiosi, epici e sublimi, e per l’apprezzamento negli scrittori del duro ma fruttifero “labor limae”. Petronio parla e scrive anche con estrema naturalezza; aveva ragione Auerbach: materia umile, sermo humilis; equazione che si concretizza in un lessico molto popolareggiante, il lessico di un «gran signore», che però fa un po’ il verso al popolo. Il tono del linguaggio è infatti perfettamente aderente al genere romanzesco e pertanto è decisamente discorsivo e popolareggiante. Petronio - Encolpio non vuole avere l’aria del critico di mestiere: parla con «sprezzatura» signorile di un mondo di parvenu, e lo fa con la lingua di chi sa di star parlando con gente che altrimenti non lo comprenderebbe. Sermo plebeius il suo? Sì, ma con la consapevolezza di chi lo fa apposta, in dispregio a tutti i conformismi. Se questo è lo stile dell’uomo e questa la sua lingua, forse, e qui, perfidamente, lo confesso, voglio riaprire una secolare polemica, che ha visto falangi di filologi darsi battaglia per dimostrare, da un lato dello schieramento, che il Petronius Arbiter tanto discusso è quello di cui ci parla Tacito, l’ Arbiter cioè della corte di Nerone; dall’altra parte della trincea coloro che negano: no, giammai!, il Petronius Arbiter autore del Satyricon non è quello di Tacito, ma… un altro, un misterioso essere, che si chiama anch’egli Petronio…, ma non si sa chi diavolo sia. Su questo punto della «questione petroniana» si sono immolate molte vittime, e sono volati anche insulti di un certo peso tra gli esperti. Ma siccome in Letteratura schierarsi è pochissimo pericoloso; quasi per niente, io mi schiero impavido dalla parte di chi crede che il Petronio Arbitro di cui si discute da oltre duemila anni … è quello di cui parla Tacito, e nessun altro! E’ difficile pensarne altri: a volte la verità è lì, di fronte a noi, e solo i bizantinismi la possono offuscare. Il «gran signore», l’intellettuale «plebeo» che dice «io» nel Satyricon è, mi spendo sino al limite della temerarietà, solo l’uomo di cui discorre Tacito. Sermonis puris non tristis gratia ridet, diceva di se stesso l’astuto e sorridente Petronio. Cerchiamo di tradurre all’altezza del Maestro:  «Me la rido sotto i baffi della purezza della lingua». E allora andiamocelo a rivedere il Petronio di Tacito, e facciamo finta di leggercelo per la prima volta, senza le incrostazioni stratificatesi sopra per colpa degli studi eruditi; proviamo anche qui, come sopra, a fare un’operazione altrettanto «temeraria»: una traduzione in un romanesco «alla Alberto Sordi». «… E adesso annamo a di’ du’ parole su un omo che nun c’ha bisogno de tante presentazzioni. Ragazzi, sto a parlà de Petronio. S’addormiva tutt’er santo ggiorno, e magnava, beveva, lavorava e ffaceva tutte le su’ zozzerie solo de notte: inzomma, era ‘n tipaccio: ahò!, te lavorava come ‘n negro co l’aria de uno che nun c’aveva voja de ffa niente; e quanno magnava, magnava a quattro ganasce, ma da gran signore, che manco t’accorgevi, tanto t’imbriagava co ‘stì discorsi che manco li capivi. Ahò, Quello sì che ssapeva vìve, faceva er tutto co’ ‘na naturalezza che t’era pure simpatico. E mica era ‘na mezza carzetta: proccònsolo in BBitìnia e ppuro cònsolo era, ammazza! Quer porcone de Nerone lo voleva sempre cco lui, ‘sto bburino: “ Vié qqua – je diceva -: da oggi in poi, te nomino Arbitro de tutte le zozzerie tue e mie: arbitro de le imperiali, eleganti zozzerie de l’imperatore tuo. Nun me mòvo de qua si nun me dici tu che ddevo fa’! Che ddevo ffa, Arbitro? Dimmelo un po’? Ma eccollolà, lo vedi quello? Quello che sembra 'n beccamorto! Alla larga: quello è er Tigellino. Chè è più zozzo anco de te, Petronio, ma è ‘n ignoramte quello, lassàmolo pèrde…» (6).

    E lo sapete come morì Petronio? Quando gli comunicano che Nerone l’aveva condannato a morte, mica si mette a piangere: si taglia le vene e se ne sta lì, con gli amici, a ridere e a scherzare com’aveva fatto sempre. E quando lo imploravano: «Dai piantala, chiudi ‘ste vene!», lui le chiudeva e poi se le apriva di nuovo, e, tra una risata e l’altra, mica ti andava scovare i detti saggi dei filosofi per consolarsi, ma si faceva leggere certi versi scherzosi. Era matto, ve lo dico io!Prima di morire, racconta ancora Tacito, chiama ad uno ad uno i servi e dice: «A te cento sesterzi; e a te, che me ssei stato sempre antipatico, cento nerbate sur groppone, così t’impari!». «A un certo punto, se mette sur triclinio a magnà e poi se fa ‘na dormitina; e fra 'n sonnellino e l’artro, lo senti bofonchià, rivorto ar servo suo: ‘Tu vié qua, e scrivi er testamento mio. A Tigellino e a Nerone jé possi pijà ‘n colpo secco, jè possi, brutti zozzi, a loro e pure alle mignotte che je stanno appresso, che sò tante! Hai scritto? Dai, sigilla er tutto che poi firmo!’…. Alla fine rompe l’anello col sigillo…» (7).

   Uno che ha avuto in dono una vita e una morte così non è il Petronio di Tacito? Non ci credo, e credo anzi che ce ne vorranno di bravi e di forti, di filologi, intendo, per farmi cambiare idea…

                                            Enzo Sardellaro

* L’espressione è di Orazio, Epistole, I, 4, vv. 12 sgg.

Note

1) Per tutta la bibliografia riguardante la “questione petroniana” e il problema che qui si tratta, ovvero se Petronio Arbitro sia il Petronio vissuto ai tempi di Nerone e di cui parla Tacito oppure un altro autore più tardo, si rinvia al saggio pubblicato qualche tempo fa su «Lankelot». Il presente articolo è solo un puro e semplice divertissement, scaturito da uno spunto offertomi dal dott. Franchi, che qui ringrazio.

2) C.W. Mendell, Petronius and the greek romance, in Classical Philology, January-october 1917, vol. XII, p. 158: «I am skeptical of the propriety of calling Petronius work a realistic romance…».

3) Cfr. Petronius Arbiter, Satyricon: «La poesia, o giovani — disse Eumolpo — molti allettò; giacché, non appena uno ha messo insieme i piedi di un verso ed un sentimento tenerello ha chiuso in un giro di parole, crede, ad un tratto, d'aver toccato la sommità dell'Elicona». Un po’ prima Petronio tira un po’ gli orecchi a tutti gli artisti del suo tempo, colpevoli, a suo modo di vedere, di essere assolutamente superficiali e di dedicarsi all’arte solo per denaro. Più o meno, per quello che può valere, questo è anche il mio pensiero: non è che diventi più bravo o un “artista” solo perché ti pagano bene. Se uno è una schiappa, tale resta anche se ben pagato. Ma ascoltiamo Petronio:   «Riconfortato da questi sermoni, cominciai ad interrogar quel savio intorno all'età dei quadri e circa certi soggetti a me oscuri, e, ad un tempo, cominciai a ricercar I'origine della presente svogliatezza, essendo morte le belle arti, e non avendo la pittura, tra esse, lasciato nemmeno il minimo vestigio. Allora egli, « La brama del denaro — disse — ha prodotto questo cambiamento. Nei tempi antichi, infatti, quando piaceva ancor nuda la virtù, fiorivano le arti belle, e gran contesa era tra gli uomini , affinché a lungo non rimanesse ascoso ciò che poteva giovare ai secoli a venire. Quindi Democrito spreme i succhi di tutte le erbe, e, perché il poter delle pietre e delle piante non fosse ignoto, passò la vita tra le esperienze. Eudosso ancora invecchiò sulla vetta di un altissimo monte per sorprendere il moto del cielo e degli astri , e Crisippo, per bastare a nuove scoperte, tre volte purgò la mente con l’elleboro. Ma per tornare agli scultori , Lisippo , intento ai lineamenti di una sola statua , morì nella miseria; e Mirone , che aveva infuso quasi al bronzo l’anima degli uomini e delle fiere, non lasciò eredi. Ma noi, sdraiati tra il vino e le sgualdrine , nemmeno le arti belle osiamo apprendere; ma, accusatori dell’antichità, i vizi soli impariamo, trasfondendoli agli altri. Dov’è la dialettica ? dove I'astronomia ? dove la bella via della saggezza ? Chi mai va nel tempio e fa voti per conseguire l’eloquenza ? chi per attingere al fonte della filosofia ? … E nemmeno l’ingegno o la salute si domanda, ma, prima di toccare la soglia del Campidoglio , uno promette un dono, se arriva a togliersi di torno un ricco parente , un altro se arriva a scavare un tesoro , e un altro se , senza pericoli , arriva a mettere insieme trecentomila sesterzi. Lo stesso senato, precettore del buono e dell'onesto , suole promettere al Campidoglio mille libbre di oro ; e perché alcuno non esiti a bramare il danaro, anche Giove carica di quattrini. Non ti meravigliare, dunque, se la pittura è finita, quando agli dei ed agli uomini sembra più bella una massa di danaro, che quelle che fecero quei pazzi di Apelle , di Fidia e dei poveri Greci.»

La traduzione così bella e poetica, con qualche lieve modernizzazione, è di Vittorio de Simone, Petronio Arbitro, Napoli, F. Gianni e figli, 1894, pp. 21-23.

4)«Amici – inquit Trimalcio – et servi homines sunt…» ( «Amici – disse Trimalcione – anche gli schiavi sono uomini…»).«… Il Satyricon di Petronio – scrive Santo Mazzarino – è il romanzo dei liberti, scritto da un senatore… Anche per ciò che riguarda la questione sociale, l’apostolo Paolo aveva visto assai meglio, egli giudeo-romano, dei reazionari senatori romani che nel 56 avevano addirittura pensato ad un revoca delle manomissioni. Egli vedeva sul serio, negli schiavi, degli homines. Diceva: “ o schiavi, obbedite ai vostri padroni nella carne; o padroni, date agli schiavi giustizia e comprensione…». Cfr. S. Mazzarino, L’Impero Romano, Bari, Laterza, 1973, vol. I, p. 224.

5)  « Abbiamo mangiato di tutto, ma ci mancavi tu ». Poi s'avvede che fra i convitati manca Fortunata , la moglie di Trimalcione , « Ohé, Gaio, dimmi un po', perché Fortunata, tua moglie, non si mette a sedere ? ». « Se non ha riposto l’argenteria, e se non ha finito di comandare i servi, non assaggia una goccia d'acqua, ‘sta benedetta donna! », risponde Trimalcione. E poi « Se il vino non vi piace, lo faccio cambire subito ; Per grazia degli dei, io non lo compro, e tutt’ a quello che bevete vine da un mio piccolo campo, che manco so dove sta. Me dicono che deve essere tra Terracina e Taranto: ammazza, meglio! Se mi va d’andare in Africa, ci vado per le mie terre». « Mi ricordo d’un cocchiere che quando tornava a casa ubriaco, si faceva attorniare dalla sua famiglia con moglie e figli mezz’assiderati e affamati e si metteva a frignare aulla sua prossima morte: ahò, che vi devo dire?, piangevano tutti, pure la moglie!»

6: «E adesso diciamo due parole su un uomo che non ha bisogno di tante presentazioni. Ragazzi, sto a parlare di Petronio. Dormiva tutto il santo giorno, e mangiava, beveva, lavorava e faceva tutte le sue sozzerie solo di notte: insomma, era un tipaccio: ahò!,lavorava come un negro con l’aria di uno che non aveva voglia di fare niente; e quando mangiava, mangiava a quattro ganasce, ma da gran signore, che manco t’accorgevi, tanto ti ubriacava con discorsi che manco li capivi. Ahò, Quello sì che sapeva vivere, faceva tutto con una naturalezza tale che t’era pure simpatico. E mica era una mezza calzetta: proconsole in Bitinia e pure console era stato, ammazza! Quel porco de Nerone lo voleva sempre con lui, questo burino: “ Vieni qua – gli diceva -: da oggi in poi, ti nomino Arbitro de tutte le sozzerie tue e mie: arbitro delle imperiali, eleganti sozzerie del tuo l’imperatore . Non mi muovo di qua se non mi dici tu che devo fare! Che devo fare, Arbitro? Dimmelo un po’? Ma eccolo là, lo vedi quello? Quello che sembra un beccamorto! Alla larga: quello è il Tigellino. Chè è più sozzo anche de te, Petronio, ma è un ignorante quello, lasciamolo perdere…» .

7) Tacito, XVI. XVIII ( traduzione mia del tutto libera )

« Dico due parole su C. Petronio: il giorno dormiva e la notte sbrigava i suoi affari e si dava ai bagordi. Come gli altri sono stimati per la loro attività, lui lo era per la dissolutezza. Era stimato per il lusso raffinato, ma non era davvero né goloso né scialacquatore; e quanto più le sue parole erano libertine,tanto più venivano accolte per una certa qual semplicità e bellezza. Proconsole in Bitinia e poi console, si mostrò energico e degno delle cariche che ricoperse. Sempre ingolfato fra i vizi, fu ammesso fra i pochi familiari di Nerone quale arbitro di raffinatezze, tanto che niente l’imperatore stimava abbastanza raffinato se non ciò che Petronio avesse approvato. Tigellino ne era gelosissimo , perché vedeva in lui un avversario più addentro nella conoscenza dei piaceri. Fece di tutto per liberarsene, fidando soprattutto nella crudeltà del principe, ed incolpando Petronio di essere un amico di Scevino, e si dice corrompesse un servo perché lo denunciasse. Gli fu impedito in tutti i modi di potersi difendere, e anzi la maggior parte dei suoi familiari fu trascinata in catene».

Tacito, XVI, XIX.

    « Per caso, Cesare in quei giorni era in Campania, ed essendo arrivato anche Petronio a Cuma, lì fu trattenuto . Non coltivò sin dall’inizio speranza alcuna di salvezza e perciò, banditi ogni timore e irresolutezza, decise di farla finita e di togliersi la vita, ma non d’un colpo: si tagliò pertanto le vene e poi le fece legare, in modo da poterle sciogliere o legare a suo piacimento. Nel frattempo non s’intratteneva con gli amici su argomenti seri e non ne voleva sapere né di dèi né dei soliti detti consolatori dei filosofi; anzi, ascoltava solo persone che gli leggevano piacevoli versi. Ad alcuni servi regalò qualcosa, altri invece li fece bastonare. Si sdraiò come ad un convito, e dormiva ogni tanto, perché la morte sembrasse la più naturale possibile. Facendo testamento, anziché adulare Nerone e Tigellino come i più, accusò Nerone di tutte le nefandezze sue e di quelle bagasce che gli stavano intorno. Sigillato il testamento, lo mandò a Nerone; dopo di che ruppe l’anello col sigillo, perché non fosse adoperato a danno d'altri. »

 Petronio Arbitro - Così muore Petronio Arbitro, vero "porco del gregge di Epicuro" di sard
Petronio Arbitro - La questione petroniana e qualche "crux" testuale di sard

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Commenti

alt!
reimpagino tutto. momento

da cosa può dipendere una simile impaginaziome?

dal file .doc originario.
Oppure: dai titoli in grassetto.
Ora è ok...

Beh, dopo sistemo un po'. Intanto un Buon Natale. Non pensavo di trovarti al lavoro anche oggi dott. Franchi. Stakanovista?

inevitabilmente:)
e poi, nei giorni di festa, approfitto per stare dietro a Lankelot, e letture & scritture arretrate

Questo su Petronio mi sono divertito a scriverlo. Mi sono buttato sul romanesco un po' a occhio: spéremo cche Dio ce la manni bbona. Pensavo in settimana di scrivere qualcosa su Arbasino.

Okey. Buon lavoro, dott. Franchi.

"Petronio non solo ci dà un?immagine assolutamente veritiera dei parvenu della nuova società dei liberti, dei nuovi ricchi, un massiccio ceto rafforzatosi proprio sotto Nerone: un po? ignoranti, ma, nel complesso, anche abbastanza ricchi di una certa umanità ( si pensi al cenno di Trimalcione sugli schiavi), e altresì ci dà una pittura d?ambiente che poche opere nella storia della letteratura mondiale hanno saputo uguagliare".

> Ottimo questo passo.

" « Avémo magnato de tutto, ma ce mancavi tu ». Poi s?avvede che fra i convitati manca Fortunata , la moglie di Trimalcione , « Ohé, Gaio, dimme ?n po?, perché Fortunata, tu? moje, nun se mette a séde ? ».

> Possiamo peggiorarlo.

"Ao', se semo magnati de tutto, mo' ce mancavi solo te". Poi (...).
"Ao', Gaio, dimme 'n po'... ma com'è che Ffortunata, tu' moje, nun se mette a ssede?" (e qui ci vorrebbe la battuta: tipo, "e che c'ha er..." etc

"Supponémo ? disse? che io ssia morto: sonàte quarche cosa de bello!»

>

"Mettemo che so' morto: sonateme quarcosa de bbello!"

(a latere, su quel bel suicidio:
http://www.lankelot.eu/index.php/2006/10/08/bondi-de-reditu/

recupera, se puoi, il gran film di Bondì là recensito. Non ha a che fare con Petronio, ma col grande Rutilio. E non manca uno stoico che chiude in bellezza, come l'Arbitro)

Ottime correzioni.

Il mio romanesco è proprio deboluccio.

Stavolta è meglio! Il mio Maestro in assoluto è stato Sordi. Certo l'allievo non è granché, ma col tempo...

Dimenticavo di ringraziare per le correzioni il dott. Franchi, che m'ha dato un paio di spunti non male. Ammàzza che faticaccia aò! Quasi quasi me vado a ffà 'n par de fettuccine, e ppoi me magno pure 'n po' d'abbacchio cche m'è avanzato... Toast? E cche è er toast? Americani!, ma annàte...