La lettura del libro di Domenico Petrolino, Qualcuno uccida mio padre, che le edizioni Il Foglio hanno pubblicato nel gennaio 2007, assume i contorni di un’attualità drammatica e sconcertante alla luce dei recentissimi pronunciamenti della Cassazione sulla possibile interruzione dei trattamenti a pazienti in coma irreversibile. Prima di affrontare tuttavia l’argomento delicatissimo e controverso dell’eutanasia occorrono alcune premesse.
La prima è dell’Autore ed è fondamentale, antiporta al suo scritto, specie di avvertenza, dedica, epitaffio alle intenzioni:
“Non giudicate, Vi prego prima d’aver letto. / Sa, chi v’ha camminato attraverso. / Chi no, taccia e ascolti./ Io sono colpevole”.
Sottoscrivo. Le strade di certo dolore si devono percorrere per poter anche solo esprimere un pensiero e probabilmente sono talmente soggettive che in ogni caso sembra arroganza perfino cercare di comprenderle. E questa è la seconda premessa: il libro di Petrolino è un grido che travolge come un’onda di piena, un pugno in pieno viso che fa male e fa venire voglia di piangere.
Chi ha perduto, in qualsiasi modo, un genitore, lo sa. E’ importante la precisazione: non si tratta di una “persona cara”, ma di coloro (colei o colui) che ci hanno dato la vita, che ci hanno cresciuto, che abbiamo amato e detestato con eguale intensità, che abbiamo probabilmente elevato a mito in un qualche momento dell’esistenza ritrovando poi la persona vera, fragile e imperfetta verso cui abbiamo guardato nella nostra prima alba. La morte di un genitore è nell’ordine delle cose, si deve accettare come parte della nostra esistenza misteriosa: e tuttavia essa è, quasi sempre e quasi a qualunque età, uno strappo difficile da ricucire.
Ma cosa accade quando la morte è preceduta da una malattia sfiancante, da un’agonia infinita e degradante, dall’ ”omicidio assistito” di terapie inutili che vanno a sommare dolore con dolore fino a far invocare la fine al malato stesso (e a chi lo assiste) come l’unica liberazione possibile?
Petrolino racconta il calvario del padre, e lo racconta da spettatore della tragedia che si consuma nel corpo di un uomo di cui non ci vengono offerti i pensieri, le paure, le speranze. E’ il figlio che grida, che piange e che prega, è il figlio che soffre della sofferenza paterna e si sente impotente ad alleviarla, quando ore di lamenti atroci spengono ogni razionalità, ogni capacità di comprensione, lasciando il posto al desiderio di por fine – in un modo o nell’altro – a un dolore insopportabile e inconcepibile.
Prendere coscienza della malattia di un genitore è già un percorso difficile per un figlio: ne sono stata testimone e so che non accettiamo, generalmente, di vedere scritto sul viso di nostra madre o di nostro padre il verdetto di una fine lenta e atroce (e che sia cancro piuttosto che morbo di Alzheimer non ha importanza: per sentito dire – lo evidenzia anche Petrolino – rabbrividiamo all’idea di ciò che ci aspetta e quel che immaginiamo non è neppure un decimo dell’abisso in cui sprofonderemo).
E poi l’esordio del male, le cure cui ci si affida con la speranza di debellare la malattia (siamo nel duemila, la scienza e la medicina hanno fatto passi da gigante…e via di illusione in illusione) e i primi fallimenti, la paura, il male che avanza ed è – chiaramente – il vincitore.
E poi lo spettacolo del dolore, osceno e lancinante, cui si è costretti ad assistere e quella pena dell’anima che soffoca e stritola, le bugie pietose al malato (o più che altro a noi stessi), l’attesa spasmodica di una fine che liberi lui dal male e noi dall’impossibilità straziante di alleviarglielo.
La fine arriverà, è indubbio. Sarà la pietà di un Dio che per la verità l'Autore non rinnega mai, non accusa di nulla (“Non è Dio che vuole la nostra sofferenza e il nostro dolore”) e al quale anzi si rivolge con fiducia ammirevole o sarà la mano altrettanto pietosa di un figlio che si arroga il diritto di decidere che la misura del dolore è colma?
Petrolino ci lascia con questo terribile interrogativo, aperto tuttavia alla speranza che sia possibile – in modo legale – semplicemente non procedere inutilmente con terapie che allungano solo la sofferenza di chi comunque è ormai sulla soglia della vita.
Il discorso è difficile, tortuoso, pieno di implicazioni. Non so se sia più giusto che a parlarne sia la serenità di chi non ha mai visto soffrire atrocemente qualcuno o la disperazione di chi si è trovato a dover assistere una persona cara che chiedeva di morire.
L’Autore correda il suo scritto di alcune riflessioni sulla fede e su aspetti etici imprescindibili quando si parli di eutanasia: lo fa forse con qualche leggerezza (non è possibile comparare una trasfusione, un intervento di rimozione di massa cancerosa o un trapianto di organi al suicidio assistito per dimostrare che nessuno di essi alla fin fine è “secondo natura”, e dunque se accettiamo i primi dovremmo accettare anche l’ultimo), ma nella sostanza il discorso – condivisibile o meno – è chiaro: certi accanimenti terapeutici sono forme di tortura e contro di essi dovrebbero esserci leggi atte a evitare almeno il prolungamento inutile della sofferenza per chi comunque è condannato irrevocabilmente.
Al di là delle convinzioni di ciascuno, questo libro ha l’indubbio merito di proporre in modo dolorosamente limpido una questione seria e per la verità poco sentita (o verso la quale c’è un evidente imbarazzo anche politico).
Ciò che in ultima analisi Petrolino chiede allo Stato, alla Chiesa, ai suoi simili è almeno di voler discutere il problema, di rendersi conto che esiste e che coinvolge tanta gente: ciò che offende Dio – dice – non è una legge sull’eutanasia, ma “il menefreghismo e l’indifferenza verso tutto ciò che si allontana più di un centimetro dalla punta del nostro naso”.
Credo che questo offenda anche la dignità di ogni essere umano.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Domenico Petrolino è nato a Rivoli (TO) l’8 ottobre 1972. Laureato in Economia, svolge un’attività imprenditoriale. Qualcuno uccida mio padre è la sua prima opera.
Domenico Petrolino. Qualcuno uccida mio padre. Edizioni Il Foglio, Piombino, 2007
(Collana Instant book), 121 p.
Approfondimenti in rete:
Ilde Menis, ottobre 2007
Commenti
Recensione che dedico a Gordiano Lupi per avermi segnalato questo libro oserei dire necessario. Grazie.
(volo a segnalarla a Gordiano; ti leggo tra un momento. Grazie, intanto, per la nuova condivisione. Come sempre;) )
"La lettura del libro di Domenico Petrolino, Qualcuno uccida mio padre, che le edizioni Il Foglio hanno pubblicato a gennaio,"
> Aggiungerei l'anno. Qui nel web restiamo on line anche per cinque, dieci anni:). Dobbiamo precisarlo sempre. Che dici?
Stupenda la saggezza e l'umanità di questo passo:
"E? importante la precisazione: non si tratta di una ?persona cara?, ma di coloro (colei o colui) che ci hanno dato la vita, che ci hanno cresciuto, che abbiamo amato e detestato con eguale intensità, che abbiamo probabilmente elevato a mito in un qualche momento dell?esistenza ritrovando poi la persona vera, fragile e imperfetta verso cui abbiamo guardato nella nostra prima alba. La morte di un genitore è nell?ordine delle cose, si deve accettare come parte della nostra esistenza misteriosa: e tuttavia essa è, quasi sempre e quasi a qualunque età, uno strappo difficile da ricucire."
"Sarà la pietà di un Dio che per la verità l?Autore non rinnega mai, non accusa di nulla (?Non è Dio che vuole la nostra sofferenza e il nostro dolore?) e al quale anzi si rivolge con fiducia ammirevole o sarà la mano altrettanto pietosa di un figlio che si arroga il diritto di decidere che la misura del dolore è colma?"
> Tertium non datur?
Il rifiuto dell'accanimento terapeutico non è la mano pietosa di un
parente e di un medico, e l'assenso della società che riconosce il diritto a morire serenamente e senza sofferenze?
La tecnologia ci ha scavalcati, e già decide per noi. Dovremmo, è vero, ricordare che noi comandiamo la tecnologia; la tecnologia non ha etica, ma ha potere. Noi siamo etica e potere.
"Al di là delle convinzioni di ciascuno, questo libro ha l?indubbio merito di proporre in modo dolorosamente limpido una questione seria e per la verità poco sentita (o verso la quale c?è un evidente imbarazzo anche politico).
Ciò che in ultima analisi Petrolino chiede allo Stato, alla Chiesa, ai suoi simili è almeno di voler discutere il problema, di rendersi conto che esiste e che coinvolge tanta gente: ciò che offende Dio ? dice ? non è una legge sull?eutanasia, ma ?il menefreghismo e l?indifferenza verso tutto ciò che si allontana più di un centimetro dalla punta del nostro naso?. "
> Io non saprei chiamare in causa Dio, non lo conosco personalmente e piuttosto l'ho sempre sognato. E ho sempre sognato che un bel giorno scendesse a spiegarci qual è il senso della sua giustizia. Non ho coraggio di dire cosa può offendere Dio, Dio è un enigma che non riesco a risolvere.
Piuttosto credo che quell'indifferenza che Petrolino ha denunciato, e tu hai con forza evidenziato, sia il nemico da sconfiggere. A ogni livello, politico-mediatico in prima battuta (cfr. questione Welby, ne parlavamo tempo fa). Purtroppo, è solo questione di una o due generazioni, la maggioranza degli individui avrà provato sulla pelle di un conoscente, un amico o un parente le meraviglie dell'accanimento terapeutico. Quando - purtroppo - sarà esperienza collettiva, allora sarà discussa. E' una delle tragedie della comunicazione di massa: non è mai decisa dai cittadini intelligenti, deriva e dipende da padroni e da partiti. Lo spazio per comunicare ogni giorno è ridotto. Quelli devono propagandare e vendere, se stessi in prima battuta. Quindi intrattenere e distorcere, e infine "informare". La realtà viene in terza o quarta battuta.
La comunicazione di massa è un gioco di prestigio.
Articolo importante, Ilde. Danke.
Sistemato l'anno, grazie per la segnalazione!
Ma grazie soprattutto per i commenti. La presenza di Dio e della fede (la Chiesa no, c'entra poco e come al solito riesce solo a fare confusione) è costante in questo libro: la cosa mi ha meravigliata e impressionata. Io sono credente e so quanto questo mi abbia aiutata a inserire in una cornice di serenità lo strappo della morte di mio padre.
Ma mio padre un mattino si è svegliato, ha bevuto il caffè, ha fatto un paio di telefonate e sorridendo a mia madre è caduto a terra e non c'era più. Inaspettata, imprevedibile, la morte è vero, ce lo ha preso così. Ma non l'ho visto agonizzante invocare la morte, né demente perdere ogni dignità.
L'ho visto addormentato dentro una bara, bello come non mai.
C'è differenza e io e i miei fratelli abbiamo ringraziato Dio per avergli donato quella morte e perfino per averlo privato della vecchiaia, sì, ma anche delle malattie e di possibili corollari che lui per primo non avrebbe sopportato.
Quindi la fede è servita, perché quella morte ha avuto lì per lì il sapore di un rapimento, ma ha risparmiato a lui e a noi quella tragedia per me inconcepibile dell'invocare la morte per porre fine alla sofferenza.
Neanch'io, Franco, so cosa può offendere Dio.
Sono profondamente convinta che la nostra vita deve avere un senso ultimo, che non siamo "caso e necessità" e che perfino la sofferenza deve essere iscritta in qualcosa di meno superficiale di un dolore fine a se stesso.
Petrolino parla del suo "buio della fede" e però quella fede non la perde un attimo, neppure quando la razionalità scompare, quella sì, inghiottita dall'impossibilità di capire.
(grazie per la bellissima, toccante condivisione. Davvero).
Sul discorso "comunicazione di massa" hai perfettamente ragione.
E proprio parlando del caso Welby Gordiano nei commenti alla recensione del libro di suo nipote (non riesco a ritrovarlo in archivio) parlava di questo testo di Petrolino.
E lamentava la sua scarsa diffusione.
"E? una delle tragedie della comunicazione di massa: non è mai decisa dai cittadini intelligenti, deriva e dipende da padroni e da partiti. Lo spazio per comunicare ogni giorno è ridotto. Quelli devono propagandare e vendere, se stessi in prima battuta."
Direi che questo è vero e spiega molte cose. Petrolino dice una cosa giusta, ad un certo punto: che la nostra società (Chiesa compresa!) fa di tutto per non parlare della morte, per non pensarci, per tenerla lontana. Come se fossimo eterni. Come se potessimo pretendere di esserlo.
Ecco che la morte si fa tabù, cosa da chiudere dietro la porta della casa che ne è colpita, da lasciare nelle corsie degli ospedali che ci auguriamo in cuor nostro di non frequentare mai.
Anche questo è un aspetto importante nella discussione sull'eutanasia. Possiamo essere contrarissimi all'idea di interrompere - per nostra scelta - una vita umana pur ridotta a maschera di sofferenza, ma sarebbe almeno opportuno che riconoscessimo la necessità di discutere di certe tematiche.
Ecco il punto. Questo non si fa, o non abbastanza.
Perché credo saremmo costretti a confrontarci con alcune realtà pohissimo piacevoli, davanti al pensiero delle quali preferiamo rimandare, non pensare, fare altro.
E questo fa il gioco di chi ha interessi ben diversi...
articolo molto toccante e molto valido, prima di tutto sul tema morte
-sofferenza vi segnalo due aurei libri: Enzo Bianchi, Vivere la morte, Gribaudi 2003, e Luciano Manicardi (monaco di Bose), L'umano soffrire, ed Qiqajon, comunità di Bose 2006. In questi luoghi appartati della Chiesa, minoritari, si ha il coraggio di parlare di questi argomenti scomodi e generalmente rimossi in modo chiaro e in ottica cristiana.
Veniamo all'articolo:
"certi accanimenti terapeutici sono forme di tortura e contro di essi dovrebbero esserci leggi atte a evitare almeno il prolungamento inutile della sofferenza per chi comunque è condannato irrevocabilmente."
>concordo in pieno.
"Chi ha perduto, in qualsiasi modo, un genitore, lo sa. E? importante la precisazione: non si tratta di una ?persona cara?, ma di coloro (colei o colui) che ci hanno dato la vita, che ci hanno cresciuto, che abbiamo amato e detestato con eguale intensità, che abbiamo probabilmente elevato a mito in un qualche momento dell?esistenza ritrovando poi la persona vera, fragile e imperfetta verso cui abbiamo guardato nella nostra prima alba. La morte di un genitore è nell?ordine delle cose, si deve accettare come parte della nostra esistenza misteriosa: e tuttavia essa è, quasi sempre e quasi a qualunque età, uno strappo difficile da ricucire."
> passo molto bello e toccante, direi che il lutto si ammortizza diversamente a seconda dell'età in cui un genitore muore, se è molto anziano è più "logico" farsene una ragione e recuperare il trauma.
"Sono profondamente convinta che la nostra vita deve avere un senso ultimo, che non siamo ?caso e necessità? e che perfino la sofferenza deve essere iscritta in qualcosa di meno superficiale di un dolore fine a se stesso.
Petrolino parla del suo ?buio della fede? e però quella fede non la perde un attimo, neppure quando la razionalità scompare, quella sì, inghiottita dall?impossibilità di capire."
> direi che per sentire e idee sono molto vicina a questa posizione di Ilde, per quanto ora non riesca assolutamente a vedere il senso di certa sofferenza e dei peggioramenti che essa comporta nella vita non solo della persona interessanta, ma di tutti quelli che le girano attorno. Diciamo che la presenza di Cristo rende certamente non solitaria e quindi meno disperante l'esperienza della sofferenza e del dolore, che però vanno comunque attraversati. Nessuno ne è esente, i cristiani hanno un buon compagno di viaggio.
Il libro è sttao disaminato a dovere e in modo puntuale. Aggiungo solo che quando mi è arrivato l'ho divorato al pc in meno di un'ora. Non è facile che un libro mi prenda a tal punto. Il comitato di lettura è rimasto colpito in senso positivo all'unanimità. Si tratta di un buon lavoro che rispetta i parametri di contenuto e forma per meritare la pubblicazione. Il problema di questo romanzo sono le vendite, perchè i lettori non vogliono aver paura e non si avvicinano volentieri a una storia vera e molto triste.
Gordiano
www.infol.it/lupi
Tema controverso e storia che agghiaccia. Concordo sull'insieme delle tue riflessioni Ilde, per una pagina davvero bella e sentita. Ci sono passi davvero suggestivi e nella tua analisi, come questo:
" Chi ha perduto, in qualsiasi modo, un genitore, lo sa. E? importante la precisazione: non si tratta di una ?persona cara?, ma di coloro (colei o colui) che ci hanno dato la vita, che ci hanno cresciuto, che abbiamo amato e detestato con eguale intensità, che abbiamo probabilmente elevato a mito in un qualche momento dell?esistenza ritrovando poi la persona vera, fragile e imperfetta verso cui abbiamo guardato nella nostra prima alba. La morte di un genitore è nell?ordine delle cose, si deve accettare come parte della nostra esistenza misteriosa: e tuttavia essa è, quasi sempre e quasi a qualunque età, uno strappo difficile da ricucire".
Io sono per il libero arbitrio, per la possibilità - sempre e comunque - di autodeterminarsi, se tutto ciò non lede diritti altrui o alcune leggi universali non scritte (quelle scritte valgono molto meno, a mio avviso).
Ringrazio Franco, Marina e Léon per la condivisione del mio sentire e per aver arricchito il discorso. A Gordiano ancora complimenti per aver scelto di pubblicare un libro alla fin fine "impopolare" per argomento, ma come dicevo in principio dei commenti, necessario.
Marina:
"sofferenza vi segnalo due aurei libri: Enzo Bianchi, Vivere la morte, Gribaudi 2003, e Luciano Manicardi (monaco di Bose), L?umano soffrire, ed Qiqajon, comunità di Bose 2006. In questi luoghi appartati della Chiesa, minoritari, si ha il coraggio di parlare di questi argomenti scomodi e generalmente rimossi in modo chiaro e in ottica cristiana."
> Che aspetti a (ri)proporli con opportune schede? E dai.
13.
Gordiano:
"Il problema di questo romanzo sono le vendite, perchè i lettori non vogliono aver paura e non si avvicinano volentieri a una storia vera e molto triste.
Gordiano
www.infol.it/lupi "
> Com'è andata con l'ufficio stampa? Come ha circolato il libro, e quali giornalisti - quali testate, web o cartacee - l'hanno ricevuto? (se si può chiedere, dico...)
Ilde, grazie ancora a te.
Davvero.
(devi scrivere più spesso.)
Sono presa in modo "affannoso" dal lavoro, in questo periodo (ieri ero a Trieste!) e vedi a che ora passo a commentare - ma leggo tutto, sempre! Grazie Gf, appena posso scrivo! (ho fatto una promessa al professor Troisio e non so dove nascondermi per tutto il tempo che sta passando senza che l'abbia ancora mantenuta!!!!!!)
18 l'ho visto adesso, mi era sfuggito: non li ho mai proposti, mai recensiti, per il semplice motivo che secondo me è pressoché impossibile, vanno meditati personalmente. Io non riesco a parlare di libri simili come farei con testi letterari.
ops, mi riferivo al commento 16, sto di corsa!!!!
Recuperiamo - assieme a Welby - anche questa lettura. Vi assicuro che non è inutile...