Chi era Ettore Petrolini? Scommetto che non tutti lo sanno. Eppure fu uno straordinario, glorioso attore-autore comico, un grande uomo di teatro che il cinema ancora immaturo del suo tempo non era in grado di rendere immortale. Attraverso la lettura di alcuni trai suoi scritti, comprensivi di farse, commedie, filastrocche, macchiette, memorie e amenità varie, cercherò di ricostruirne la personalità, e di omaggiarne la grandezza.
La commedia “Gastone”, praticamente priva di trama, descrive l’andazzo e la miseria morale e materiale dell’ambiente del teatro di varietà, il vivacchiare di guitti più o meno tutti colle pezze al culo. Il protagonista Gastone Durville fa il comico, si crede d’ una bellezza micidiale e porta il frac. Il suo repertorio consiste in un mucchio inesauribile, impietoso di spudorate scempiaggini, doppi sensi, giochi di parole sparati a raffica, ché uno tira l’ altro, in un flusso di parole vorticoso, demenziale e desolante. Gastone è un idiota di statura colossale, riscattato da una lodevole autocoscienza ( “Non ho niente nel cervello”, “La mia grande facoltà è quella di non pensare, sono il divo dello spensiero” ), che in realtà è la coscienza dell’ autore, come dichiara esplicitamente il prologo: “troverete che il protagonista, il quale ha un cervello incapace di pensare, dice talvolta, nella commedia, battute amare, ironiche e anche umoristiche che esulano dal personaggio”. Così Gastone, in mezzo a un mare di fregnacce, gli riesce pure di dire qualche verità, come accade pressappoco a tutti i buffoni. Buon osservatore della commedia umana, irride indiscriminatamente la fragile virtù di taluna soubrette(“Tutta la notte non ha fatto che piangere, io la sentivo dalla mia stanza; tra un singhiozzo e l’altro diceva: voglio un commendatore, datemi un commendatore!” ), e l’inutile e rara costumatezza di talaltra ( “Questa vostra eccessiva moralità vi guasta il successo” ). Dandy decadente, scadente ma non ignaro dei paradisi artificiali, che elargisce e condivide tanto con le amiche( “Rina, lei per me la cocaina se la prende a colazione, pensando a Gastone” ) quanto con l’ avventore occasionale ( “A lei dunque non piace la nivea, la portentosa, la stupefacente? ” ). Ricercato nel vestire, ricercato nel parlare, ricercato… dalla questura. Piccoli furti, per carità, istigati da quella fame che è stata il motivo ispiratore d’innumerevoli generazioni di comici. La fame di Gastone, tuttavia, non è del tipo comune, e reclama un carburante degno del gran divo che lui è: “Lo sa tutto il mondo che non si vive di solo pane: si vive anche di cocaina… Ventidue lire al grammo, l’ho pagata ieri sera! Sessantasei lire per vivere tre ore! Ci mancava anche la crisi della cocaina! ”. Trascinato via dalla polizia per la sottrazione d’un braccialetto, tenta un’ estrema, patetica autodifesa: “Sono cleptomane, con l’attenuante del cocainomane!”. La stupidità di Gastone è una cosa abnorme, monumentale, mostruosa. Talvolta non è neanche divertente: è sconfortante; o, quanto meno, spiazzante; o, se non altro, volge il riso in ghigno. Petrolini utilizza la frivolezza e l’insensatezza del personaggio in chiave provocatoria: praticando la strada del nonsense, si ritrova nel vuoto di senso. Gastone ci parla di sua madre, un genio dell’ economia che lo chiamava Tone per risparmiare il gas; racconta di quando ha attraversato la Via Lattea, e l’elica dell’ astronave, frullando il latte, ha causato una panne di burro; infine, malinconico, sospira sulle sue aspirazioni frustrate: la carriera londinese, mai decollata per colpa della guerra. E pensare che gli inglesi lo avevano chiamato per musicare l’orario delle ferrovie… Tanta surreale inconsistenza doveva suscitare nel pubblico un comprensibile smarrimento. In tutto questo, Petrolini sembra goderci. Cinicamente, corre incontro al nulla: infatti, come dice sempre lui, “più stupidi di così si muore”. D’altra parte, il tema dell’ idiozia è una costante della poetica petroliniana. Parlando in difesa della macchietta Salamini, l’attore pronuncia una sentita, intelligentissima apologia della stupidità, che si può sicuramente estendere a Gastone: “mi sono accorto che, da quel piedistallo di incommensurabile imbecillità, potevo contemplare dall’ alto parecchi sterminati stagni d’intelligenza inacidita […] Salamini somiglia, con il vantaggio di essere fantastico, e quindi infinitamente più grande, a quei meravigliosi tipi di idioti della strada che la società partorisce di quando in quando, col preciso intento di sintetizzare in essi tutta l’imbecillità di questa o quella città; a quei grotteschi multicolori, sghignazzanti, foschi e malinconici accattoni divinamente camuffati dalla miseria, eterni zimbelli di tutti i passanti. […] Chi ride in faccia a questi zimbelli viventi, ride in faccia a Salamini, vivente anche lui come loro; ride di se stesso, e ride amaro.
Però in fondo in fondo il pubblico li ama, i propri zimbelli, e talvolta li ammira e li stima; e ne assapora certe sentenze apparentemente scipite. Li ama e li stima perché senza saperlo riconosce in essi ancora una volta se stesso; perché sente che essi posseggono quella sublime idiozia che è la sola intelligenza capace d trionfare su certi problemi insolubili e di rispondere a certe domande”. Petrolini non disprezza i cretini che rappresenta, pur dipingendoli con innegabile ferocia. Li guarda, insomma, con una pietosa, agrodolce rassegnazione, ben sapendo che la loro cretineria è anche un po’ la sua, e dell’umanità tutta.
La commedia “Chicchignola” è una beffarda storia di vendetta. Chicchignola si guadagna da vivere fabbricando giocarelli, per lo più palloni e lanternoni utilizzati per le feste e le fiere. I suoi magri profitti non gli consentono di soddisfare le smanie della moglie Eugenia. Ma veramente non è sposato, convive more uxorio. Eugenia, indelicatamente, lo chiama “pallonaro”, e si lascia sedurre dalle sostanze di un uomo senza sostanza, il ricco bottegaio Egisto (nome da amante più tragico che comico). I due lo credono un capo ameno, un ingenuo, ma in realtà Chicchignola sa, e tollera. Falso marito, vero cornuto che si finge fesso e si mostra contento, l’uomo possiede invece un senso amarissimo dell’ esistenza e un orgoglio troppo sottile per essere compreso e manifesto. Scrive Petrolini: “conclude tutto con quell’apparente gaiezza che in sostanza non è altro che una feroce ironia”. L’intelligenza del poveraccio viene costantemente fraintesa, e scambiata per il suo opposto. Eppure il suo ingegno si rivela fulgidamente tanto nella pratica del neologismo ( “ti disturba la questione tattile? Soffri il tattilismo?” ), quanto nelle massime genuinamente filosofiche che tira fuori ( “il pensiero è l’ unica proprietà; tutto il resto non è mai completamente nostro” ). Dopo un anno di sopportazione Chicchignola decide che è arrivato il momento del riscatto: organizza un’astuta simulazione, si traveste da ladro e penetra in casa propria, dove sa di trovare la moglie col drudo. E così è. E senza fatica mette in fuga il vile Egisto. Dunque svela la sua identità ad Eugenia che, pentita, gli chiede perdono. Ma è troppo tardi. Chicchignola la rifiuta e, ridendo amaro, esce di scena. L’atto finale vede la condizione di Chicchignola profondamente mutata. Egli non è più il venditore ambulante di palloncini, il pallonaro: dopo la separazione ha messo su un bel laboratorio di giocattoli, e ha fatto un po’ di soldi. Il suo iniziale “ingegnaccio bizzarro” si è notevolmente raffinato, raggiungendo quasi una dignità artistica. Le parole rivoltegli da Eugenia nel loro ultimo, infruttuoso incontro, completano precisamente la morale della commedia: “per tanto tempo hai voluto provare la voluttà di mascherarti da uomo insignificante, credendo di fare l’uomo di spirito”. Chicchignola rappresenta, metaforicamente, l’artista, e più precisamente l'artista comico, del quale incarna la leggendaria, grottesca malinconia.
In Chicchignola, torna l’ambiguità della figura di Gastone: sebbene qui si faccia salva la coerenza psicologica del personaggio, è sempre l’autore che parla dietro la maschera. Questa sovrapposizione è evidente in diverse battute, ne citerò una per tutte: “Io in fondo sono un sentimentale, se vuoi anche un cinico a sfondo morale”.
La canzone delle cose morte è una curiosa parodia letteraria, che rassembla e dissacra i versi immortali di Dante, Foscolo, Ariosto e compagnia bella. Eccone un passo:
Poi, la crisi:
Chiude lapidario l’inesorabile doppio senso:
Questa satira è significativa della scarsa considerazione che l’attore aveva delle cose solenni, lacrimevoli, sfacciatamente dolenti e dolorifiche. In “Abbasso Petrolini”, asserisce la superiorità intellettuale del comico sul drammatico, la maggiore difficoltà dell’ essere comico, e lancia una frecciata assolutamente velenosa ai suoi colleghi “seri”: “Per fare l’ attore drammatico occorre più che l’intelligenza una certa sensibilità, e, sembra un paradosso, ho conosciuto delle mediocrità sensibilissime”. Ma coloro che Petrolini definiva poco diplomaticamente mediocri, non dovevano rammaricarsene troppo al pensiero che il grande comico avrebbe coperto di ridicolo la sua stessa malattia, la sua stessa morte. In “Un po’ per celia, un po’ per non morir…” scrive: “ la notte, dalla finestra, entrò un ladro mascherato e, rivoltella alla mano, mi gridò: - Se lei si muove è morto!.
Gramigna 
Commenti
Tolto lo spazio vuoto in coda e aggiustato qualche refuso, cara Gramigna. Se puoi, aggiungi l'anno dell'edizione esaminata. Grazie per il contributo, godibile e accattivante.
Grazie Gramigna. Petrolini era una mancanza imperdonabile nella corte lankelottiana. Petrolini è talvolta sconosciuto o dimenticato ma è visibile in ogni stantio lazzo che le nuove generazioni di comici tentano di propinare al pubblico assorto e drogato dagli spot. Solo Gigi Proietti ne è unico efficacissimo erede (A me gli occhi, please), il resto è una triste evidenza di imbecillità, che nemmeno Petrolini avrebbe esitato a condannare.
Piccolo appunto, Petrolini ha anche il merito di essere padre nel nonsense umoristico nel teatro italano. Chiusa parentesi.
grazie drago per l'aiuto tecnico, poi vedo quella cosa dell'anno.
A proposito di Proietti, che è un ottimo dvulgatore di Petrolini, una volta lo sentii recitare la ballata delle cose morte e pensai: bel pezzo ha scritto Proietti! Invece era di petrolini! L'influenza di Petrolini sulle generazioni di attori successive spesso c'è, ma non si vede. Sordi ha sostituito il mito decadente di Gastone con quello vitalistico dell' americano a Roma, Londra con Kansas City. E Carmelo Bene? Si è ispirato allo stile recitativo di Petrolini.
Proietti lo cita continuamente. Su Bene avrei dei dubbi, lui si rifaceva principalmente all'attore lirico. Sai chi lo imita molto bene? L'attore del Bagaglino di Pingitore, Manlio Dovì - che io considero un pessimo comico comunque.
Conosco molto poco Petrolini, ma devo dire che hai fatto bene metterlo in evidenza , davvero mancava nel sito.
Anch'io locollegavo a Proietti, comunque.
Ma Dovì è quello che faceva Bossi? Comunque il plagiatore più clamoroso di Petrolini è, incredibilmente, Gino Bartali. Mi riferisco alla sua celebre frase "tutto sbagliato, tutto da rifare". sua un corno! Era un tormentone de "I salamini".
"La canzone delle cose morte è una curiosa parodia letteraria, che rassembla e dissacra i versi immortali di Dante, Foscolo, Ariosto e compagnia bella" > il paragone con le tecniche e le attitudini dei contemporanei è così depressivo che è bene glissare. Grazie per la tua presentazione, hai colmato con classe e stile una lacuna significativa.
Felipeg, il tuo commento non rispetta le regole del sito e verrà cancellato. Qui si discutono solo i commenti riguardo ai pezzi pubblicati, non a link esterni. Grazie.
Well done Charlie Brown. Felipeg può pubblicizzarsi nel forum. C'è spazio.
Ibs non riconosce il codice ean. Ho inserito quello di un altro testo di Petrolini sul teatro.
ottimo:)
Sara, quando passi:
www.lankelot.eu/index.php/2007/11/10/fano-nicola-opera-comique/
GPG su FANO
Carissima Sara,
Tu non sai con quanto piacere ho letto questo Tuo contributo. Considero Petrolini una vera icona del teatro comico. Un personaggio di altissimo spessore culturale oltre che professionale.
E Nicola Fano le attribuì, attraverso alcuni suoi saggi, il dovuto riconoscimento. Trovo molto interessante soprattutto lo studio sulla sua satira durante il ventennio fascista. Petrolini era una persona che sapeva cogliere con dotta ironia gli apsetti più meschini della natura umana, rappresentandoli con arguzia ma senza eccedere nei rigori della morale.
Grazie Sara !
Gian Paolo Grattarola
Gramigna, torna a farti
Gramigna, torna a farti sentire:)