IL SILENZIO DI UNA STORIA NELLA STORIA
Premessa storica necessaria e doverosa: sul finire della II Guerra Mondiale, La Venezia Giulia, in qualità della sua posizione di territorio di frontiera, divenne una regione “contesa”, oggetto, ossia, delle aspirazioni contrastanti di due Paesi, nella fattispecie l’Italia e la Jugoslavia, nel periodo intercorrente la ricostituzione degli equilibri politici delle zone europee liberate dall’occupazione tedesca.
La Regione in questione, divisa in due zone d’occupazione (anglo-americana e jugoslava), assunse, quasi, il valore di merce di scambio diplomatico delle Grandi Potenze aventi potere decisionale; e il nuovo confine giuliano divenne, pertanto, non solo la frontiera tra i due Paesi adriatici limitrofi, ma la linea di demarcazione tra due zone d’influenza logistica: l’una controllata dai paesi dell’Europa occidentale e l’altra da uno Stato, come quello jugoslavo, ritenuto satellite dell’Unione Sovietica.
Un confine, quindi, volto a costituire quella “cortina di ferro” churchilliana che avrebbe bipolarizzato l’Europa, determinando il nuovo assetto del Vecchio Continente turbato e colpito dall’aggressione nazista.
Le due Nazioni direttamente interessate, l’Italia e la Jugoslavia, assumevano, di conseguenza, nello scacchiere globale i connotati di Paesi-pedina, subordinati ad esigenze diplomatiche e politiche prioritarie. Tuttavia, il negoziato di pace determinava un compromesso ultimo sulla Venezia Giulia e su Trieste che non riuscirà ad impedire una lunga e disperata crisi nell’area del bacino dell’alto Adriatico e che cesserà, serpeggiando tra silenzi, violenze e pretese deluse, solo col Trattato di Osimo.
Alla fine del 1946 le Grandi Potenze accettarono una soluzione ritenuta accomodante, ma internamente assai insoddisfacente e precaria, dividendo la Venezia Giulia tra l’Italia e la Jugoslavia secondo la linea di demarcazione francese (tra quattro linee divisorie proposte: la britannica, l’americana, quella sovietica e quella, di fatto scelta, francese) e facendo di Trieste e della fascia costiera, intercorrente tra Duino e Cittanova d’Istria, un territorio libero posto sotto il controllo internazionale.
Ma dopo negoziati vari, urti diplomatici, accordi in semi-sordina, una data su tutte assunse un rimarchevole e specifico significato: il 10 febbraio 1947, quando a Parigi venne firmato il Trattato di Pace.
Le parti direttamente interessate nella questione, vale a dire l’Italia e la Jugoslavia, non avevano realmente avuto alcun peso durante i negoziati; erano state le grandi potenze a sostenere le soluzioni che ritenevano più opportune al fine di un nuovo equilibrio globale, che soddisfacesse anche i propri personali interessi. Tuttavia, già prima della firma del Trattato di pace, migliaia di uomini si presentavano davanti al confine della zona “A” per chiedere asilo: già nel 1944, dalla Dalmazia; nel 1945, dall’Istria interna; negli anni successivi da Pola, Fiume, Capodistria e Istria settentrionale; ma solo quando il 10 febbraio del 1947 i rappresentanti del governo italiano accettarono di firmare quel Trattato di pace che privava ufficialmente l’Italia dell’Istria e dell’enclave di Pola, iniziò un reale, disperato, tenace, esodo.
Di questo esodo, che nel tempo acquisì quasi i caratteri di una diaspora nazionale, e che si stima numericamente sulla soglia difettiva delle 350.000 unità, la Grande Storia se ne è sempre occupata relegandolo in un angolo silenzioso, buio, di pagine privilegiate da avvenimenti di spessore mondiale.
Un esodo volontario, ricordiamolo, deciso dalla popolazione, non dal Governo centrale che, anzi, frappose ostacoli con fini politici: un simile passaggio-flusso di cittadini che politicamente diventavano una minoranza evoluta e cosciente avrebbe reso difficile, in futuro, le rivendicazioni di quei territori italiani rimasti oltre il confine; a tale considerazione seguirono ostacoli logistici, legati ad esigenze di bilancio che ridussero, quantitativamente e qualitativamente, i mezzi da mettere a disposizione al Comitato per l’Esodo e al Comitato di Liberazione Nazionale, da cui lo stesso era stato emanato.
Dunque, il governo italiano e quello militare alleato non sono non incoraggiarono l’esodo degli Istriani, ma ne consigliarono vivacemente il ripensamento una volta che la decisione era stata presa, e l’esodo dichiarato aperto da parte del Comitato di Liberazione Nazionale (dopo che lo stesso, invano, si era adoperato nel 1945/1946 nel chiedere che il Governo reclamasse un plebiscito), perché ciò avrebbe inevitabilmente reso impossibile ogni futura rivendicazione territoriale.
L’esodo, pertanto, non fu una manovra politica indirizzata dal Governo centrale, né tanto meno il frutto di una suggestione collettiva, ma una valutazione sofferta e ritenuta necessaria da una popolazione che, con un grave moto popolare, espresse una scelta dal forte significato storico.
Nessuna retorica, nessun trascinamento delle coscienze, solo una dolorosa urgenza come reazione a un recente passato inciso dalle realtà di foibe e deportazioni e a un futuro di snazionalizzazione certa, che avrebbe seguito l’ufficiale occupazione jugoslava dei territori.
L’attuazione dell’esodo venne concretizzata in due tempi: il trasferimento di masserizie, mobilio e attrezzature; e successivamente quello delle persone.
Come reagì l’Italia occupata, nel frattempo, a una strenua revisione di ogni atteggiamento che potesse essere letto in Europa in chiave nazionalistica?
Assolvendo all’esodo come un dovere d’ufficio e rispondendo, alle richieste che giungevano, con inadeguati mezzi assistenziali, ricoveri numericamente inferiori al previsto e una diffidenza stratificata nella pubblica opinione.
La stampa di matrice comunista aveva imbastito una propaganda che tendeva a bollare gli Istriani, irrimediabilmente senza distinzione di classe o fede politica, come “fascisti” o “nemici del popolo” che fuggivano senza necessità alcuna dalla vicina e amica Jugoslavia. E, sebbene gli episodi d’inciviltà furono abbastanza circoscritti, non si può sostenere la tesi che i profughi istriani vennero accolti in Patria con accettazione solidale; diversamente, la loro condizione divenne presto quella di stranieri nazionali, e indesiderati.
L’evacuazione dai territori italiani passati alla Jugoslavia impressionò diversamente la stampa estera che mandò nei luoghi in questione decine di inviati speciali; colpì, maggiormente, per la sua compattezza l’esodo di Pola: un’intera città che si spopolava, rimanendo deserta, abbandonando beni, pur di salvare la propria identità nazionale.
Gli esuli vennero sistemati provvisoriamente in caserme abbandonate, scuole, centri di raccolta sparsi lungo la penisola che dispersero una comunità che, in quel clima di abbandono e di grande incertezza, aveva come unico bene il legame che l’univa, il culto della memoria comune, delle radici, del proprio passato.
Negli anni che seguirono l’esodo, la questione giuliana continuò ad essere discussa in sedi internazionali. Il 20 marzo 1948 nella Dichiarazione tripartita, che vedeva scendere in campo Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, si affermava che “il miglior modo di venire incontro alle aspirazioni democratiche del popolo e rendere possibile il ristabilimento della pace e della stabilità nella zona è il ritorno del Territorio Libero di Trieste alla sovranità italiana”: una proposta che tendeva chiaramente a influire sulle elezioni del 18 aprile, quando gli italiani sarebbero stati chiamati a scegliere tra il comunismo e la democrazia. Ma la rottura tra Tito e Stalin e la risoluzione del Cominform mutarono nuovamente gli equilibri politici nello scacchiere europeo: gli Alleati dovettero ammorbidire le prese di posizione con la Jugoslavia, una volta che questa si era estromessa dalla sfera sovietica, e, in conseguenza a ciò, la frontiera italo-jugoslavia divenne meno “calda”; la stampa comunista italiana si scagliava, ora, contro i “traditori titini”; il Governo italiano chiedeva a gran voce l’attuazione della Dichiarazione tripartita; e le manifestazioni in piazza dei triestini, spesso duramente represse, dimostravano inequivocabilmente la volontà di essere annessi all’Italia.
Durante questa confusa fase interlocutoria s’inserì la morte di Stalin e la misurata pacificazione tra URSS e Jugoslavia che portò a nuove pretese da parte del governo di Belgrado. In una nota del 28 agosto 1953 si dichiarava che la Jugoslavia progettava di inglobare la zona B in risposta alla “fredda annessione della zona A” operata da parte italiana. Roma reagì con una reazione incontrollata: il tiepido Alcide De Gasperi venne sostituito da Giuseppe Pella e truppe italiane si mossero a difesa della frontiera orientale. Tito rispose con una demagogica manifestazione popolare a Oktoglica, città posta solamente a sei chilometri dal confine: era il 6 settembre del 1953. Seguirono note di polemica e protesta da ambo le parti, e Giuseppe Pella rispose a Tito, parlando in Campidoglio, il 13 settembre successivo, rivendicando la realizzazione della Dichiarazione tripartita.
L’8 ottobre dello stesso anno, Londra e Washington resero noto l’intento di affidare definitivamente la zona A al governo italiano, rassegnando gli italiani ancora residenti nella zona B. Come si legge nella ricostruzione puntuale di Arrigo Petacco: “Giuseppe Pella replicò che ‘l’eventuale accettazione da parte italiana non avrebbe potuto in alcun modo significare rinuncia alla rivendicazione di tutto il Territorio Libero di Trieste’. Tale dichiarazione mandò Tito su tutte le furie. Minacciò di reagire con le armi se le truppe italiane fossero entrate a Trieste e si rivolse all’ONU (di cui l’Italia non faceva ancora parte) riuscendo in tal modo a bloccare l’iniziativa angloamericana”.
Seguirono altri discorsi infuocati, disordini a Trieste e scontri, con morti e feriti, tra i dimostranti e gli agenti della “Venezia Giulia Police”, comandati dal generale britannico John T.W. Winterton, governatore del TLT. Ne seguì un ultimo grande esodo, registratosi tra il 1953 e il 1955. Giuseppe Pella lasciato solo dal suo partito, la Democrazia Cristiana, si era dimesso e il presidente Einaudi aveva chiamato Mario Scelba a guida del governo, le priorità nazionali erano altre e la “questione Trieste” e il dramma degli esuli istriani passavano in secondo piano; in queste limitazioni si giunse al Memorandum d’intesa siglato a Londra il 5 ottobre del 1954 tra Stati Uniti, Gran Bretagna, l’ambasciatore d’Italia, Manlio Brosio, e quello jugoslavo, Vladimir Velebit. In base al suddetto Memorandum, si stabiliva che non appena lo stesso “sarà parafato e le rettifiche alla linea di demarcazione da esso previste saranno state eseguite, i governi del Regno Unito, degli Stati Uniti e di Jugoslavia porranno termine al governo militare nelle zone A e B del Territorio. I governi del Regno Unito e degli Stati Uniti ritireranno le loro forze armate dalla zona a nord della nuova linea di demarcazione (ossia dalla zona A, NdR) e cederanno l’amministrazione di tale zona al governo italiano. Il governo italiano e il governo jugoslavo estenderanno immediatamente la loro amministrazione civile sulle zone per la quale avranno responsabilità”.
Il dibattito che seguì il Memorandum rimase acceso negli anni successivi poiché sia il carattere teoricamente provvisorio del documento, sia la mancanza di qualsiasi riferimento circa la sorte futura della zona B, non mancava di rinnovare rimostranze e contestazioni.
Tutto parve acquietarsi in un clima di rassegnata coscienza il 1° ottobre 1975 col Trattato di Osimo che sanciva l’italianità di Trieste e la cessione delle città istriane e dalmate alla Jugoslavia, la quale, già dal Memorandum, si era vista attribuire una ventina di villaggi precedentemente inclusi nella zona A per via delle correzioni apportate alla linea Morgan, mirate a permettere alla Slovenia uno sbocco sul mare.
Rimanevano in quelle terre senza voci, senza croci, le storie della Storia con le sue pagine di silenzi, le sue memorie.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Arrigo Petacco (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1929), giornalista e scrittore italiano.
Arrigo Petacco, “L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia”, Mondadori, Milano 1999.
Approfondimento in rete: Sito ufficiale dell’autore.
Maria Laura Caroniti
Petacco in archivio Lankelot
Commenti
(fondamentale.)
In argomento ho letto il libro di Gianni Oliva, di cui ho inviato una recensione anche in questa sede.
Non conosco L'esodo ma so che Petacco si legge bene; e sicuramente sarà un'opera validissima anche solo per integrare precedenti letture.
L'impressione, almeno a leggere questo pezzo, è che L'esodo, almeno rispetto al saggio di Oliva, inquadri con maggiore precisione il contesto internazionale.
"La stampa di matrice comunista aveva imbastito una propaganda che tendeva a bollare gli Istriani, irrimediabilmente senza distinzione di classe o fede politica, come ?fascisti? o ?nemici del popolo? che fuggivano senza necessità alcuna dalla vicina e amica Jugoslavia. E, sebbene gli episodi d?inciviltà furono abbastanza circoscritti, non si può sostenere la tesi che i profughi istriani vennero accolti in Patria con accettazione solidale; diversamente, la loro condizione divenne presto quella di stranieri nazionali, e indesiderati."
> A breve, per Il Foglio, nella collana di Giubilei, uscirà un racconto di Sozi che ho avuto la fortuna di accompagnare con una postfazione. Queste sono le tematiche.
Da leggere...
"Tutto parve acquietarsi in un clima di rassegnata coscienza il 1° ottobre 1975 col Trattato di Osimo che sanciva l?italianità di Trieste e la cessione delle città istriane e dalmate alla Jugoslavia, la quale, già dal Memorandum, si era vista attribuire una ventina di villaggi precedentemente inclusi nella zona A per via delle correzioni apportate alla linea Morgan, mirate a permettere alla Slovenia uno sbocco sul mare.
Rimanevano in quelle terre senza voci, senza croci, le storie della Storia con le sue pagine di silenzi, le sue memorie".
> ... ed ecco che la Repubblica si sporca del sangue di un popolo innocente, e di una memoria mai più condivisa.
Quel che è accaduto sulle nostre spalle è atroce e imperdonabile.
"Era passato un anno e la miseria sovrastava sempre più grande. Ancora la gente non aveva altro scopo di vivere che quello di procurarsi il cibo per non morire. Ognuno doveva lottare per quel cibo, fare in modo che se qualcuno doveva restar senza, non fosse lui a restar senza. E intanto veniva un nuovo inverno, e tutti sapevano che in quel nuovo inverno molti avrebbero dovuto morire di fame e di stenti e di malattie che non si potevano curare. Eppure la guerra era finita, da diversi mesi ormai. Eppure si era tanto parlato, prima, del bene che sarebbe venuto dopo la guerra.
A poco a poco la gente capiva. Non era più una guerra da sopportare, era una guerra perduta. Malgrado tutto quello che si diceva, bisognava pensare che quella era una guerra perduta. Ed essi erano stati lasciati soli a sopportare il peso di quella disfatta, un peso troppo grande per un popolo povero, in un paese devastato e isterilito dalla guerra. E non si poteva neanche prevedere quando sarebbe finito il peso di una disfatta"
Berto, "Il cielo è rosso". Longanesi
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=letteratura&k[]=Trieste