Antonio Pennacchi torna sul sentiero difficile e stupendo della pacificazione, della battaglia estetica e culturale per la memoria condivisa, del gran romanzo popolare e non populista, consacrando il suo nuovo romanzo, Canale Mussolini (Mondadori, pp. 464, euro 20), alla storia della sua città, Latina, e della terra d'adozione della sua famiglia, l'Agro Pontino. E riesce nell'impresa. Riesce perché in questo libro si riconoscono, naturalmente, passione, onestà e dedizione; riesce perché ha saputo documentarsi con precisione e accuratezza, smentendo pregiudizi e stereotipi di tutte le fazioni; riesce perché sente, confida nella breve prefazione, che questo sia il libro per cui è venuto al mondo. E che ogni altra cosa che ha fatto in vita sua, bello o brutta che fosse, è stata interludio o preparazione a questa.
Canale Mussolini è solo apparentemente una saga famigliare; in realtà, è una ciclopica opera di storia e di memoria di un esodo rimosso dalla cultura italiana; quello dei trentamila agricoltori e operai veneti, friulani e romagnoli che, in una manciata d'anni, vennero trasferiti nell'Agro, destinati a fare l'impresa della bonifica d'una terra tormentata dalla malaria. Le loro erano famiglie proletarie, in cui i figli erano e restavano una ricchezza, perchè servivano a lavorare la terra. Erano famiglie poverissime, abbandonate dall'Italia savoiarda al loro destino: "La politica, i diritti civili, il parlamento, lo Statuto albertino" erano roba per signori; erano roba per chi aveva diritto di voto – nè poveri, nè donne. Erano famiglie predestinate all'emigrazione, come centinaia di migliaia di altre, in quel periodo storico; soltanto, poterono emigrare in Italia. Certo, "Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no? Se non era per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro. Perché dovevamo venire qui? Lì eravamo sempre stati [...]".
Pennacchi sceglie una famiglia su tutte – quella dei Peruzzi – e incrocia con intelligenza i loro destini, sin dagli anni Dieci, con quelli dei socialisti, e dei sindacalisti rivoluzionari. Così, incontriamo i loro leader dell'epoca; incontriamo il giovane Rossoni, uno capace di farsi tre comizi in un giorno, appassionato tribuno della plebe, capace di finire in carcere per l'Idea, e il giovane Mussolini, ancora carismatico e iconoclasta leader d'un socialismo radicale, nemico del capitale e delle guerre dei capitalisti. Incontriamo De Ambris, una manciata d'anni prima dell'impresa fiumana, e Pietro Nenni, romagnolo repubblicano, prima ancora d'essere socialista, una parentesi nelle patrie galere al fianco del futuro duce. Man mano che la nazione scivola nel fascismo, dopo i dolorosi anni della Prima Guerra Mondiale, i Peruzzi sembrano aderire perché hanno fiducia nei loro vecchi amici e leader, Rossoni e Mussolini; sentono di non poter essere traditi, hanno la sensazione che la strada sia giusta. "Fatto sta che nel 1920 i miei zii si erano messi col fascio di Ferrara e andavano tutti i giorni in giro per i paesi della Bonifica Ferrarese con i camioni, i 18BL avanzati dalla guerra. Tra novembre e dicembre li hanno messi a ferro e fuoco tutti. Bruciate le camere del lavoro, sezioni socialiste e leghe. Quegli altri – i rossi – non è che stessero a guardare. Sparavano. Reagivano. Si difendevano. Ma ogni giorno sempre di meno. Lo scontro era militare ormai – guerra civile – tu di qua e io di là".
Questa cieca fiducia del popolo, e della paradigmatica famiglia Peruzzi, nella buona fede e nella generosità dei vecchi socialisti diventati fascisti è la madre del romanzo, e spiega tanto di come vivevano e sentivano le cose i nostri compatrioti, nella prima metà del Novecento. Pennacchi ci racconta, con la dolcezza e la semplicità del cantastorie, quanto naturale e splendido fu il sacrificio degli emigrati settentrionali nell'Agro Pontino per animare quello che sulle prime apparve loro come un "tappeto di biliardo", "neanche più una goccia d'acqua, un filo d'erba"; Pennacchi ci ricorda, senza retorica e senza partigianerie, l'orgoglio della nascita delle città di fondazione; infine, ci accompagna nei giorni atroci e insanguinati della caduta del regime, confidando qualcosa che sui libri non s'è letto, a proposito della lealtà dei pontini. Questo romanzo è scritto per insegnare alle nuove generazioni cos'è stata la sofferenza della povera gente, in Italia, e cosa la grande illusione d'un loro riscatto. Infine, e soprattutto, è stato scritto per eternare la storia di una delle più grandi imprese italiane del Novecento. Quella della creazione della vita là dove altro non era che miseria, e morte. Memorabile.
**
Il libro è innervato da robusti inserti in un dialetto, quello veneto-pontino, estraneo – chiosa l'autore, nella nota filologica in appendice – sia a Goldoni che al Veneto odierno. Perché "Il nostro è un impasto di rovigotto, ferrarese, trevigiano, friulano eccetera – contaminato da influenze laziali – privo di strutturazione grammaticale fissa, con le vocali ora aperte ora chiuse e le desinenze che cambiano da podere a podere e da situazione a situazione, anche spesso nello stesso parlante" (p. 457). L'impatto nella narrazione è fresco, vivace, scintillante e credibile.
**
Le pagine più impressionanti sono quelle dedicate allo scenario dell'Agro Pontino, alla sua storia e agli aspetti antropologici e sociali del suo popolo. Entriamo nel vivo, campionando qualche passo. Per prima cosa, Pennacchi ci racconta che la bonifica moderna delle Paludi Pontine non è stata merito esclusivo del fascismo: ci aveva già pensato Filippo Turati assieme a Nitti, nel 1919, dopo la Grande Guerra. Il progetto naufragò trasformandosi in una miniera di corruzione, della serie "piglia i soldi e scappa" (cfr. pp. 48-49). In passato, avevano tentato l'impresa i Romani, "i papi e Leonardo da Vinci, Napoleone, Garibaldi; ma la palude aveva sempre vinto lei".
Le Paludi Pontine erano "un inferno che pochi anni prima arrivava dalle mura di Roma fino a Terracina; oltre settecento chilometri quadrati di pantani, stagni, foreste impenetrabili con serpenti di oltre due metri e stormi di zanzare anofeli che guai a chi ci entrava. Se non finivi nelle sabbia mobili t'attaccavano la malaria le zanzare, ed eri fatto" (p. 139).
Erano, insomma, "un insieme misto di stagni e terre sommerse con terre pure emerse ed estese, ma preda di foreste impenetrabili, forre, rovi, animali e spinaccia. E dentro le foreste e gli spinaceti altri stagni chiamati 'piscine', soprattutto sulla duna quaternaria perché ogni più piccolo avvallamento – costituito nei suoi strati superiori da argilla – una volta riempitosi d'acqua nei mesi invernali restava allagato e stagnante, putrido e marcescente fino a tutta l'estate" (p. 141).
Mussolini, convinto alfiere del ruralismo e della deurbanizzazione, sulle prime era contrario all'edificazione di città, da quelle parti. "Fuori dalle città, via in campagna: è questa la vera mistica fascista", diceva. E il fascio, chiosa Pennacchi, "la gente ce la teneva con la forza".
La gente, da quelle parti, camminava scalza – e così è stato fino all'arrivo del benessere, nel 1960: e scalza veniva sepolta, mantenendo vivo un vecchio rito del basso rovigotto (p. 187). Le cittadine erano piene di osterie, spesso col gioco delle bocce davanti, "e i nostri vecchi stavano sempre ubriachi" (p. 306). Il narratore di Pennacchi sospetta che i venticinquemila osti rimasti senza lavoro nel 1928, in tutta Italia, si siano trasferiti in blocco nell'Agro. È una provocazione intelligente.
**
L'energia elettrica, ancora nel 1932, mancava: esisteva solo, assieme a telegrafo, telefono e fogne, nei borghi e nelle città. La luce, da quelle parti, si faceva col lume a petrolio o a carburo; per il pozzo c'era una pompa di ferro, fatta a forma di fascio, con le verghe attorno (p. 215).
Ancora una curiosità. Una delle tradizioni portate nel Lazio dai Veneti era quella del "filò"; ci si riuniva, tutti a sera, dopo cena, "ora in un podere ora in un altro a raccontarsi storie, fòle, favole e roba del genere, al lume di candela o di petrolio. D'inverno ci mettevamo in stalla, assieme alle bestie perché faceva più caldo. Lei doveva vedere la gente che si portava da casa la sedia o uno sgabello, per paura di restare in piedi. [...] D'estate invece in strada, seduti sulle spallette dei ponti" (p. 300). A questo rito s'aggiunse quello del ballo sull'aia, importato dai ferraresi.
**
Da leggere. È buona letteratura, è grande memoria.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Antonio Pennacchi (Latina, 1950) scrittore e operaio italiano. Ha pubblicato il gran romanzo "Il fasciocomunista" nel 2003.
Antonio Pennacchi, “Canale Mussolini”, Mondadori, Milano 2010. In appendice, fonti consultate.
Commenti
Antonio Pennacchi torna sul
Antonio Pennacchi torna sul sentiero difficile e stupendo della pacificazione, della battaglia estetica e culturale per la memoria condivisa, del gran romanzo popolare e non populista, consacrando il suo nuovo romanzo, Canale Mussolini (Mondadori, pp. 464, euro 20), alla storia della sua città, Latina, e della terra d'adozione della sua famiglia, l'Agro Pontino.
[veneti] ecco l'altro esodo,
[veneti] ecco l'altro esodo, altrettanto rimosso...
Grazie caro Gianfranco per il
Grazie caro Gianfranco per il tuo indefesso lavoro. Ma come fai? Grazie per segnalarci questo libro importante che parla anche del veneto povero, di emigranti.
Anch'io ricordo il filò veneto: era un momento di grandissima aggregazione. Io ero un bambino. C'era molta gente, c'era la guerra e venivano per stare al sicuro, intere famiglie. Venivano anche ragazzotti del vicinato, una scusa per incontrare le ragazze e ingraziarsi la (eventuale) "madona" cioè la suocera. Per quanto mi riguarda ero poco affascinato dai racconti e ricordo soprattutto una puzza acida quasi irrespirabile. Ma almeno si stava al caldo.
[pennacchi] mi sembrava
[pennacchi] mi sembrava doveroso parlarne - soprattutto per le qualità storico-documentaristiche dell'opera. Un grande libro di memorie, in primis:). Grazie per le tue integrazioni, professor:)
(Canale Mussolini) Bellissimo
(Canale Mussolini) Bellissimo pezzo, Franco, me lo ero perso. Sentito e partecipato. So che è tra i candidati allo Strega, il che di solito non mi rassicura. Ma è interessante, voglio leggerlo.
[pennacchi] è un libro vivo,
[pennacchi] è un libro vivo, vero, scritto con tanta passione e tanta dolcezza e tanta pietà. Soprattutto, è un pezzo di storia. Fregatene dello Strega, non è da Pennacchi. Lui non dovrebbe nemmeno uscire per Mondadori, è un personaggio gigantesco rispetto a quello che è diventata quella casa editrice... è un figlio del popolo con molto cuore e buona tecnica.
[pennacchi - strega] Strega
[pennacchi - strega] Strega 2010. Ha battuto Acciaio. Allora, GF, cosa ne pensi?
[pennacchi-strega]
[pennacchi-strega] tecnicamente è un romanzo inferiore rispetto al "Fasciocomunista", che tanto aveva impressionato parecchi di noi. Da un punto di vista storico-documentaristico, è invece eccezionalmente più importante, e decisamente superiore. Premiare lui significa premiare un narratore che ha deciso di colmare una lacuna storica del nostro Novecento raccontando il sacrificio e la dedizione di tanti braccianti costretti all'emigrazione; e significa premiare un narratore che ha saputo fare storia con naturalezza, senza piegarsi alla retorica di un'ideologia. Ciò è ancora più importante se si considera che Pennacchi è mostruosamente socialista.
A latere, aggiungo che paradossalmente per la Avallone è un bene essere stata sconfitta. Adesso parecchi la lasceranno in pace, libera di creare narrativa nuova. In caso di vittoria l'avrebbero ultraresponsabilizzata.
[Pennacchi] Appena finisce
[Pennacchi] Appena finisce di leggerlo mio padre, sarà la volta di leggerlo. Per la Avallone, sì, forse è meglio che non abbia vinto lo Strega. Buon libro o libro sbagliato, operazione commerciale o libro rivelazione, la ragazza in questione sta subendo attacchi esagerati.
[pennacchi] una cosa che ti
[pennacchi] una cosa che ti piacerà di lui sarà il linguaggio: fresco, popolare, sbarazzino, solo apparentemente disimpegnato. E poi l'umanità, l'umanità gentile nel prendere e parlare di cose delicate o proibite con innocenza, franchezza, pulizia. Del resto lui di persona è così, è uno vero, ruspante, genuino. Così è nelle interviste, così è quando scrive.
Silvia Avallone hanno cominciato a farla a pezzi proprio per le ragioni per cui è piaciuta a me, ad esempio, e cioè perché ha parlato di operai e di operaismo senza minacciare rivoluzioni proletarie, gridare morte ai padroni e cose del genere. A me sembra una scelta bella, sensata, moderna: se dobbiamo batterci per rivendicare i nostri diritti di lavoratori, non dobbiamo farlo per forza poggiando su idee di duecento anni fa. Mi sembra anche vagamente intelligente, no? La società è cambiata, e così certi equilibri. Marx è nato nel 1815, sono 200 anni tra qualche giorno. Non è Cristo e non è Maometto, è un grande filosofo che è stato sin troppo discusso, amato, frainteso, etc.
Spero che la A. non cominci ad avere paura prima di scrivere. Perché a questo potrebbero portarla, al condizionamento, la cosa peggiore. E' la prima cosa che ti succede quando ti minacciano o quando ti aggrediscono verbalmente per certe cose. Me ne accorgo io, nel mio microcosmo di letterato non certo conosciutissimo, per certe vicende che mi sono successe negli anni scorsi e nelle ultime settimane. Sono diventato ultrasensibile, prima di scrivere mezza cosa contro chi crede in cose diverse dalle mie, nella politica come nel calcio, faccio 85 giri di parole. E' come la sindrome di stoccolma, hai l'istinto di difendere i tuoi carcerieri. Mi passerà, però è così.
Niente, che altro? Di solito non ce ne frega molto dei premi letterari, ma dello Strega si parla così tanto che stavolta m'è sembrato giusto intervenire con 3 articoloni. Su Sorrentino c'ho preso, mi sa:). Su Pennacchi avrei puntato non per un discorso letterario, ma per un discorso storico-documentaristico, e sociale. Si vede che era quello di cui avevamo bisogno.
[Pennacchi] Che bella
[Pennacchi] Che bella segnalazione. Mi interessa per vari motivi, tra i quali questo: di questa ondata migratoria interna del Nordest (che interessò comunque anche il Piemonte e la Lombardia) qui si sa poco, o nulla. Non se ne parla. D'estate fino a una quindicina di anni fa era tutto un pullulare di macchine targate Belgio e Francia e nei negozi sentivi parlare solo in francese e friulano. Avere parenti emigranti all'estero era un vanto. Ma nessuno diceva di avere parenti in Lazio...
Così come si sa benissimo di tutte quelle donne (ora anziane ma non vecchissime, bada bene) che sono andate "a servizio" a Roma (e dire "è stata a servizio a Roma" qui equivaleva a fornire delle referenze d'acciaio, denotava quasi una raffinatezza dei modi che le donne rimaste qui non avrebbero mai avuto), ebbene, non si parla mai di chi è andato (rimanendoci) nell'Agro pontino, e come ti dicevo in altre zone di lavoro "duro" in giro per l'Italia.
Perché?
Ho una risposta, per il Friuli almeno. Credo che dentro di sè il friulano, migrante per storia se non altro di confini così vicini (anche io ho i miei bravi antenati dispersi in Austria... cioè partiti e mai più tornati, ma chi non ne ha qui?) mentre trovava che andare a cercar fortuna all'estero fosse comunque un'avventura, e c'era la speranza di far soldi e tornare, probabilmente percepiva come strada senza ritorno il trasferimento al sud. Forse il sud non veniva visto come l'America o la Francia o il Belgio, sebbene in Belgio si finisse in miniera e allora non so chi stava meglio. Forse erano terre percepite come migliori?
Insomma, un mistero, ma di questi emigranti ti assicuro che nessuno dice una parola...
[pennacchi] molto
[pennacchi] molto interessante la questione che segnali, Ilde. Penso - a pelle - che la tua intuizione sia corretta, e cioè che il friulano "probabilmente percepiva come strada senza ritorno il trasferimento al sud. Forse il sud non veniva visto come l'America o la Francia o il Belgio, sebbene in Belgio si finisse in miniera e allora non so chi stava meglio. Forse erano terre percepite come migliori?"
> Sospetto proprio di sì. E in ogni caso, a conferma della tua percezione, va detto che nell'immaginario collettivo la bonifica l'hanno fatta, sic et simpliciter, "i veneti". Strano, molto...
[pennacchi] cecconi su
[pennacchi] cecconi su CORPO 12: http://www.corpo12.it/?p=564