RICONCILIAZIONE
Un anno intero, forse qualcosa di più. Circa quattrocento giorni senza leggere un romanzo, senza abbandonarmi ad una storia, senza identificarmi con i personaggi. Non so con precisione come sia successo. È stato un processo lento e inesorabile. Ho sempre amato leggere romanzi, ma un certo punto non bastavano più, così ho iniziato ad alternarli con i saggi, poi, come un’amante insoddisfatta e capricciosa, questi ultimi hanno preteso l’esclusiva. Avevo bisogno di un paciere, di un testo in grado di mitigare la mia recentissima intolleranza, causa vergognosa di abortiti tentativi di riconciliazione (quaranta pagine di Böll e una sessantina d’un bestseller di Faletti).
Questo squisito testo di Pennac si è presentato ai miei occhi come opportuna e imprevedibile panacea. Niente di meglio di un libro meta-letterario per ritrovare un affetto perduto. Intimo, poetico e mai scevro della componente grottesca che caratterizza la saga della famiglia del signor Malaussène, Come un romanzo di Daniel Pennac è un sincero e condivisibile incoraggiamento più che alla lettura in sé, al recupero del rapporto con il libro. Un esperimento, pienamente riuscito, di meta-lettura: il libro che racconta se stesso e quel matrimonio così contrastato con ognuno di noi. Uno sposalizio di cui Pennac ci rammenta le origini ripescando nei nostri ricordi e risalendo con dolcezza all’infanzia comune costellata di fiabe e racconti memorabili per poi accompagnarci ad un’analisi obiettiva della disaffezione, del turbamento, della perdita ingiusta di quell’amore a prima vista. Come un romanzo, appunto, dove i protagonisti siamo noi e la storia è quella delle nostro incoerente ed altalenante relazionarci con i libri. Si, perché quelli che Pennac tratteggia, sono sentimenti che prima o poi abbiamo vissuto. Il passo a mio parere più ispirato dell’intera opera, rievoca la fissazione tipica del bambino, che lo spinge a voler ascoltare sempre la stessa fiaba: «…e forse ci farà le stesse domande, negli stessi punti solo per la gioia di sentire le stesse risposte. La ripetizione rassicura. È prova di intimità. È il respiro stesso dell’intimità e lui ha proprio voglia di sentire quel soffio». Poi, quasi senza accorgercene, in pochi anni il libro scivola, un po’ per tutti noi, da intima ed insostituibile fonte di sogni ed emozioni ad insormontabile monolite cartaceo oggetto di raggiri e mortificazioni (chi di noi non ha mai elemosinato le sintesi degli amici “secchioni” o i Bignami di ultima generazione?). Esce qui la natura pedagogica del professor Pennac, che invita gli insegnanti a barattare l’associazione libro-dovere in cambio di una più opportuno accostamento libro-piacere ed a un conseguente recupero della lettura come “differita e selettiva condivisione”.
Tutta la sovrastruttura esegetica del parlare intorno ad un testo, imprime alla lettura un alone di pesantezza che ingenera insicurezza e, di conseguenza, rifiuto. Riscoprire l’intimità del libro vuol dire lasciare ad ognuno la possibilità di possederlo, di viverlo. La mania criticistica che imponiamo ai ragazzi fin dall’adolescenza rischia di allontanarli inesorabilmente da quella ricchezza inestimabile. Ed è un rischio che Pennac e tutti noi, bambini, adolescenti, ragazzi ed adulti, non vogliamo correre. Se si pensa che a tutto questo si somma la diffidenza per televisione e cinema, ce n’é abbastanza per scadere nella retorica: eppure, è un rischio che Pennac non sfiora neppure. Neanche una volta, infatti, propone più o meno dichiaratamente gerarchie di merito. Anzi, come si spiegava, la sua intenzione è proprio quella di restituire al lettore la dignitosa passività, proprie di cinema e tv, di cui la lettura invece sembra doversi vergognare. Altro che doveri, il lettore ha diritti inequivocabili, dieci per la precisione: il diritto di non leggere, il diritto di saltare le pagine, il diritto di non finire un libro, il diritto di rileggere, il diritto di leggere qualsiasi cosa, il diritto al bovarismo, il diritto di leggere ovunque, il diritto di spizzicare, il diritto di leggere a voce alta, il diritto di tacere. Questa lista è in realtà un po’ lo spot del libro; non a caso, occupa inesorabilmente la quarta di copertina. Sebbene non rappresenti la sua essenza, è l’ultimo mirabile sforzo di desacralizzazione del libro da parte dell’autore. Un appello tanto più credibile quanto più si pensa a quanto la vita di Pennac sia legata (anche per interesse personale, perché no?) al libro; suonerà alle orecchie di molti come un’assoluzione. Le sincere confessioni di Pennac ci riabilitano, infatti, alla categoria di lettori anche quando abbiamo “oltraggiato” Shakespeare, Kafka, Joyce o Dostoevskij (l’immane tomo dei demoni mi attende ancora a pagina 75…).
«Il libro ci cade dalle mani? Lasciamo che cada. In fondo non tutti possono essere come Montesquieu e concedersi a comando il piacere di un’ora di lettura».
Mettiamola così, non è una sconfitta ma solo un rinvio…
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Daniel Pennac (Casablanca, Marocco 1944) è professore di francese in un liceo parigino, è autore della serie di romanzi di straordinario successo. Ricordiamo, tra gli altri, Il paradiso degli orchi, La fata carabina, La prosivendola, Signor Malaussène, Signori bambini e, nel 2003, Ecco la storia. Ha vinto il premio internazionale Grinzane Cavour “una vita per la letteratura” nel 2002.
Daniel Pennac, “Come un romanzo”, Giangiacomo Feltrinelli editore, prima edizione in “idee”, marzo 1993, nona edizione luglio 2004, Milano.
Traduzione di Yasmina Melouah.
Prima edizione: “Comme un roman”, Gallimard, Paris 1992.
Altro Pennac in archivio Lankelot: Pennac Daniel
Approfondimento in rete: Antenati / Mondalire / StradaNove.
Giovanbattista Arlechino, “Giambo”. Dicembre 2004.
Commenti
Riscoprire l?intimità del libro vuol dire lasciare ad ognuno la possibilità di possederlo, di viverlo...