Peci Patrizio

Io l'infame

Autore: 
Peci Patrizio

L'altroieri, quando molti di noi nascevano, il terrorismo sporcava l'Italia di sangue: quotidianamente. I nostri concittadini s'erano abituati alla violenza: capitava che osservassero sparare a un povero cristo che tornava a casa, sgradito agli assassini comunisti delle Br, e che allargassero le braccia, come fosse una cosa normale. Perfino i brigatisti restavano stupiti da questa indifferenza (cfr. p. 28 di questo libro, spari a Torino). Il comunismo armato era riuscito a normalizzare le gambizzazioni. Scenario da film dell'orrore, assoluto. Imperdonabile. Italiano. Ma perché certi giovani comunisti avevano preso questa strada? Perché avevano deciso di massacrare liberi cittadini in nome del loro ideale? Risponde l'autore: “Ovvio che uno non fa una scelta simile se non crede fino in fondo nel comunismo, se non crede che la lotta armata sia l'unico sistema per instaurarlo e se non ha speranza di vittoria” (p. 41). Ovvio.

Insomma: gambizzare era politicamente corretto, per i comunisti: “Importante sparare tanti colpi per essere sicuri di colpire l'osso, anche se dal punto di vista politico l'azione può considerarsi riuscita con una ferita qualsiasi” (p. 127). Dio, che rivoluzionari.

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Io, l'infame” è l'autobiografia di Patrizio Peci, ex Lotta Continua, terrorista comunista delle Brigate Rosse col nome di battaglia “Mauro”, primo pentito delle BR, accusato di responsabilità diretta di sette omicidi, diciassette ferimenti, decine di reati; un fratello, Roberto, massacrato dai brigatisti rossi, in rappresaglia. La prima edizione dell'opera, curata da Giordano Bruno Guerri, è del 1983; da qualche tempo, ne circola una nuova, aggiornata (Sperling & Kupfer, 2008). Peci vive sotto pseudonimo in una località segreta, assieme alla sua famiglia.

Nella premessa, Guerri spiega che questo libro è il tentativo di Peci di “rientrare nel mondo, di comunicare alla 'gente' sentimenti e stati d'animo dopo le date e i nomi che interessavano ai carabinieri e alla magistratura (...)”. Durante il colloquio prodromico alla stesura dell'opera, durato una settimana, GBG ha “sollecitato a Peci – militare più che politico – soprattutto impressioni, stati d'animo, giudizi e ricordi banali, che peraltro in un contesto di terrore diventano mostruosi. Ne è nata un'autobiografia divisa, come lui, tra ingenuità e cinismo, umiltà e arroganza, ambiguità e buona fede nel tentativo di spiegare quelle che chiama 'le mie scelte', il terrorismo prima, il pentimento dopo” (pp. 5, 6).

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18 maggio 1983, Torino. Comincia il processo alla colonna torinese, la colonna degli assassini rossi, amici e compari di Peci: il pentito non ha nessun senso di colpa e nessun rimpianto, li percepisce come bestie. Le bestie stanno bene in gabbia, in gabbia continuino a “propagandare morte” per la loro “organizzazione”. In gabbia hanno perduto l'autocontrollo di prima: Peci scrive che si tratta di un “rigore, morale e formale” e di un modo di fare “rigido, militare, quasi monastico” (p. 12). Non hanno pietà per le vittime, non hanno rispetto per niente. Solo per le direttive dell'esecutivo.

Peci racconta tutto del suo passato: dalla povertà e dalla dignità della sua famiglia (padre muratore) all'affetto che lo univa ai suoi fratelli, dalla cecità a un occhio (destro) agli anni della scuola (amava marinare), dai primi lavori come barista (in famiglia) e cameriere (Hotel) sino all'iniziazione politica.

L'antifascismo l'ha respirato a scuola, tra i suoi compagni, e per le strade, come “mito generazionale” (p. 22) e non in casa (questo è interessante; a casa non si poteva parlare di politica, “per l'amor di Dio”): ha semplicemente ritrovato, nella sua adolescenza post 68, un clima fertile per l'antagonismo e per l'azione politica, al fianco di Lotta Continua, all'epoca fortissima nel suo territorio (San Benedetto del Tronto). Quindi, s'è sganciato assieme a qualche altro comunardo smanioso di menare le mani fondando il “PAIL”: Proletari Armati in Lotta. Assieme, hanno cominciato a fare antifascismo attivo, chiamiamolo così, bruciando macchine (fasciste?) per strada, o bastonando professori colpevoli d'essere iscritti al Movimento Sociale (p. 38) oppure militanti missini (in ottanta contro sei: p. 39). Si sono fatti notare. Sono stati ingaggiati dalle BR.

Letture del giovane Peci: ovviamente Marx, “Il capitale” (tutto?), quindi favolosi opuscoli di Potere Operaio e Lotta Continua, i pensieri di Mao e “qualcosa di Stalin” (testuale), considerato chiaramente un eroe, e “qualcosa sui tupamaros”. Quando entra nelle BR, riceve “più sicurezza, più efficienza e più capacità di dibattito politico” (p. 39). Il nemico, genericamente “il fascismo”, diventa più vago – diciamo qualsiasi cosa non sia comunista, ossia lo “Stato” (come moloch) e “i centri del potere economico, dell'informazione, della politica” (tutti). Deve agire nelle metropoli, per preciso ordine dell'esecutivo: le piccole città non sono ancora pronte. Si ritrova nella poco solare Milano, a campare di stenti, frustrato e irritato. Passerà a Torino.

Fermiamoci un attimo: cos'è questo “fascismo” che tanto avversavano negli anni Settanta? Il fascismo è “prepotenza di voler imporre le proprie idee con la forza e con la violenza”, scrive chi uccideva per imporre le proprie idee. Il fascismo “è l'esaltazione dell'individualismo”, scrive uno che si gasava quando qualcuno capiva che era il capo di un'azione armata. “Il comunismo è l'esaltazione del collettivismo”, scrive uno che uccideva o gambizzava privati cittadini, e che sognava di esser parte della futura classe dirigente di una società comunista; di una minoranza, quindi, con potere decisionale. Curioso, no? Quante contraddizioni.

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Leggeremo dello stato d'animo prima, durante e dopo le azioni; dei pedinamenti delle future vittime, loro nomi e cognomi e ragioni delle violenze (capofficina Fiat “servo del padrone”, “troppo esigente” con gli operai, “guardione” o giornalista nemico, etc); proiettili andati a bersaglio, e proiettili finiti negli organi sbagliati; dialoghi con le vittime, e via dicendo.

Cosa emerge? A sentire Peci, i brigatisti non avevano affatto “straordinari addestramenti militari” (p. 16), piuttosto spesso si ritrovavano a improvvisare per via dei loro errori grossolani. Si trattava di persone “normali sotto tutti i punti di vista: non falliti, non stupidi. Gente con un'intelligenza media (…) e spirito di avventura (…) Per ideale” (pp. 42-43). Ricevevano uno stipendio (“ridicolo”, p. 18: 200mila lire al mese nel 77, 250 nel 79) e avevano le ferie pagate. Casa, luce, gas, vestiti, spese di munizionamenti e travestimenti e spostamenti li pagava l'Organizzazione. Ricca, si direbbe, come un partito. Curioso.

Erano molto giovani: Curcio, poco più che trentenne, sembra un vecchio. Le donne erano considerate capaci di uccidere e di gambizzare proprio come gli uomini; potevano avere ruoli dirigenziali – diciamo così. Quando una come la Ponti girava in topless per casa emozionando i sin troppi scapoli ci si accorgeva che la parità dei sessi era un'invenzione politica. Gli aborti clandestini, poi, costavano cari: più delle azioni, si lamenta Peci. Eh.

C'erano brigate e colonne; le colonne uccidevano, le brigate si occupavano di ferire. Un esecutivo teneva contatti internazionali (ETA, IRA, OLP): questo aspetto, curiosamente, nel libro non è approfondito affatto. Chi fiancheggiava i brigatisti? Stando a Patrizio Peci, i primi volontari erano gli ex partigiani: a Milano si ritrova ospite di un certo Mario Bondesan, che gli racconta come sparava ai fascisti durante la guerra, e via dicendo (p. 76). La conclusione era: “sconfiggeremo lo Stato come abbiamo sconfitto i fascisti, ma questa volta non ci faremo fregare: i nemici al muro, mentre noi costituiremo lo stato comunista, il paradiso” (p. 77). Proprio.

Quali erano le principali attivitità delle brigate “logistiche”? “Falsificazione documenti, reperimento case, furto auto e materiale vario, falsificazione targhe, a volte anche reperimento armi” (p. 56). Rubavano soprattutto le Fiat 128 perché erano macchine comode e sicure (ma Peci aggiunge: “Non voglio fare pubblicità alla Fiat”. Colpo di genio, a p. 143).

Il capo della colonna di Torino, Fiore, è un alcolista da due bottiglie di vino a tavola e tre grappe; aggressivo, egoista, ladro (creste sulle spese mensili presentate al misterioso “esecutivo”) e maiale (si pulisce le unghie dei piedi, a tavola, con il coltello del pane). Curioso che Peci scriva che nell'organizzazione veniva guardato male chi beveva anche un solo bicchierino di più, figuriamoci chi si drogava (p. 106). Inimicizia per Fiore, o caos nell'organizzazione? Diciamo che non dovevano brillare per intelligenza: c'è chi, come Morucci, è capace di bruciare, per leggerezza, una villa da 450 milioni (negli anni Settanta) perché vuole far sparire del materiale (p. 81).

La comunicazione non era il punto forte dei comunisti armati per la rivoluzione: Prima Linea, un giorno, gambizza la dottoressa Nigra per “combattere gli aborti clandestini”: peccato fosse l'abortista di riferimento delle BR (p. 94). Cose che succedono quando uno è intelligente come uno di loro.

In generale, dall'interno sembravano l'armata br-ancaleone (la battuta è di Peci): “Non c'era azione in cui non capitasse qualcosa di imprevisto, comico, grottesco, imbarazzante, anche se non filtrava all'esterno. Se la gente avesse saputo per filo e per segno tutto quel che ci capitava non avremmo fatto tanta paura” (p. 114). Probabile. Eppure, questi sinistri idioti non tolleravano l'ironia né le beffe, perché dovevano mantenere un'immagine dura ed efficiente (p. 137).

Il risultato finale qual è stato? Che non abbiamo concluso niente se non criminalizzare tutta l'aria di dissenso a sinistra del partito comunista. Di fatto ora chiunque si pone all'esterno o alla sinistra del sindacato o del partito comunista è un terrorista o un potenziale terrorista. Così, in pratica, abbiamo distrutto anche quel poco di movimento rivoluzionario che c'era. L'abbiamo distrutto con le nostre mani: avevamo la forza per creare una spaccatura – una sola – e abbiamo finito per spaccare proprio il movimento (…). Adesso sono o morti o in galera (…). Oggi sono in galera 5000 persone per reati legati al terrorismo” (p. 49)

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Peci sostiene di essere entrato in crisi già nel 1979, ben prima dell'arresto del 19 febbraio 1980. Unico arresto – ribadisce, smorzando le voci di un precedente fermo nel dicembre 1979, e di un successivo doppiogioco. Le ultime pagine sono dedicate ai giorni del pentimento e della galera, agli incontri con Dalla Chiesa e Caselli, ai suoi pronostici sul futuro dell'organizzazione. Questo documento rimane – in ogni caso – unico. Nella sua ingenuità, nella sua schiettezza, nella sua vaghezza, relativa ad aspetti come le collaborazioni internazionali, i finanziamenti autentici, dinamiche dell'arresto e del pentimento, è un pezzo di (rossa) storia d'Italia, recente, che dovrebbe circolare casa per casa. Magari a qualcuno passa la voglia di pubblicare il “Libretto rosso dei partigiani: manuale di resistenza, di guerriglia e di sabotaggio antifascista”, nel 2009. Già, accade a Roma. L'operetta serve a scoprire tecniche utili per “la manomissione delle vie di comunicazione”, “il danneggiamento dei macchinari industriali”, “l'interruzione delle forniture di energia”, “la distruzione delle derrate alimentari destinate al nemico”. Cose necessarie, no? E certo.
 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Patrizio Peci (San Benedetto del Tronto, 1953), ex terrorista delle Brigate Rosse, primo pentito delle Brigate Rosse. Ha cambiato nome e vive in una località segreta.

Patrizio Peci, “Io l'infame”, Mondadori, Milano 1983. A cura di Giordano Bruno Guerri.

Nuova edizione: Milano, 2008.

Approfondimento in rete: WIKI It / br.org / Rai – la storia siamo noi /

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Agosto 2009.

ISBN/EAN: 
9788820046415

Commenti

?Io, l?infame? è l?autobiografia di Patrizio Peci, ex Lotta Continua, terrorista comunista delle Brigate Rosse col nome di battaglia ?Mauro?, primo pentito delle BR, accusato di responsabilità diretta di sette omicidi, diciassette ferimenti, decine di reati; un fratello, Roberto, massacrato dai brigatisti rossi, in rappresaglia. La prima edizione dell?opera, curata da Giordano Bruno Guerri, è del 1983; da qualche tempo, ne circola una nuova, aggiornata (Sperling & Kupfer, 2008). Peci vive sotto pseudonimo in una località segreta, assieme alla sua famiglia.

Insomma: gambizzare era politicamente corretto, per i comunisti: ?Importante sparare tanti colpi per essere sicuri di colpire l?osso, anche se dal punto di vista politico l?azione può considerarsi riuscita con una ferita qualsiasi? (p. 127). Dio, che rivoluzionari.

eh... vien quasi da ridere su quel" Dio, che rivoluzionari", se non fosse così tragica la questione.

"Assieme, hanno cominciato a fare antifascismo attivo, chiamiamolo così, bruciando macchine (fasciste?) per strada, o bastonando professori colpevoli d?essere iscritti al Movimento Sociale (p. 38) oppure militanti missini (in ottanta contro sei: p. 39). Si sono fatti notare. Sono stati ingaggiati dalle BR".

Eh si, era prassi comune, quella di estremizzare i comportamenti contro fascisti veri e presunti, per farsi ingaggiare dalle BR. Sembra assurdo, ma l'Italia era questa nei Settanta, sono passati solo poco più di 30 anni. Era triste e vile prassi consolidata anche quella degli 80 contro 5, sono stati sempre molto eroici i compagni.

"Fermiamoci un attimo: cos?è questo ?fascismo? che tanto avversavano negli anni Settanta? Il fascismo è ?prepotenza di voler imporre le proprie idee con la forza e con la violenza?, scrive chi uccideva per imporre le proprie idee. Il fascismo ?è l?esaltazione dell?individualismo?, scrive uno che si gasava quando qualcuno capiva che era il capo di un?azione armata. ?Il comunismo è l?esaltazione del collettivismo?, scrive uno che uccideva o gambizzava privati cittadini, e che sognava di esser parte della futura classe dirigente di una società comunista; di una minoranza, quindi, con potere decisionale. Curioso, no? Quante contraddizioni".

Eh si, più che curioso è allucinante. Avevanio il cervello drogato, erano lobotomizzati? In qualsiasi caso erano fuori da qualsiasi realtà

"La conclusione era: ?sconfiggeremo lo Stato come abbiamo sconfitto i fascisti, ma questa volta non ci faremo fregare: i nemici al muro, mentre noi costituiremo lo stato comunista, il paradiso? (p. 77). Proprio".

Fa spavento tutto ciò, ma fa anche sorridere, a pensarci bene.

"Questo documento rimane ? in ogni caso ? unico. Nella sua ingenuità, nella sua schiettezza, nella sua vaghezza, relativa ad aspetti come le collaborazioni internazionali, i finanziamenti autentici, dinamiche dell?arresto e del pentimento, è un pezzo di (rossa) storia d?Italia, recente, che dovrebbe circolare casa per casa. Magari a qualcuno passa la voglia di pubblicare il ?Libretto rosso dei partigiani".

Ottimo pezzo Franco, necessario, sicuramente. Ed esposto in modo molto chiaro.

Lascio a chi se ne intende più di me di politica i commenti del caso. Credo che il terrorismo sia (stato, spero) un fenomeno più complesso di quello che traspare dalle pagine di Peci, in tutti i sensi. Una pagina nera, ma da scavare in modo diverso. Capirla, io ancora non ci sono riuscita.
Quanto a lui e a tutti i giovinastri affascinati da certa ideologia e da certa metodologia... ma non sarebbe meglio star zitti? Che è questo bisogno di "mea culpa" postumo e anche un pochino posticcio? Ma tutti i cittadini che hanno subito in via diretta o differita i soprusi di questa gente non avrebbero diritto a credere nella giustizia o almeno a desiderare il silenzio dei colpevoli, anche ex?

Forse Franchi perché io non ero appena nata e mi ricordo bene soprattutto il clima di quegli anni e ho visto la sofferenza della mia famiglia "segnata" da quegli eventi, non sento per nulla il bisogno di avere per casa libri come questo. Quanto ai più giovani, non so. Bisognava esserci, suppongo.

l'ho letto quando uscì, perché volevo cercare di capire chi erano questi che avevano segnato un'epoca pesantemente e avevano deciso di sparare addosso a chi non gli garbava. Libro mediocre, non lo troverei così necessario, come dice Ilde non chiarisce poi molto e non approfondisce. Se vogliamo possiamo considerarlo una testimonianza, comunque, sì, alla fine penso anch'io che sarebbe meglio che queste persone tacessero e non vedo a cosa serva ristamparlo adesso dopo tanti anni.
Penso che il fenomeno fosse più complesso e non credo che i brigatisti fossero così stupidi, non tutti almeno, c'era la bieca manovalanza (l'episodio di Fiore e delle unghgie lo ricordavo con un certo disgusto), ma mi sa che c'erano anche teste più fine, corrotte o accecate dall'ideologia.

Nel 1983 un libro come questo serviva a darci informazioni attendibili - almeno, tendenzialmente attendibili - a proposito di un'organizzazione mafiosa e assassina che non riuscivamo a comprendere, né a decifrare. E' difficile accettare l'idea che non si riescano a mettere in luce, nemmeno oggi, i reali finanziatori delle brigate rosse, e i reali legami con organizzazioni clandestine o terroristiche straniere.
Il libro di Peci ha un merito, al di là della curatela d'eccezione (Guerri): quello di spiegarci concretamente come campavano questi infami, con quali soldi, con quali strumenti, con quali mezzi, col sostegno di chi; in più, ci dà un'idea delle loro letture, delle loro dinamiche relazionali, delle loro condizioni esistenziali, della loro terrificante confusione mentale, del loro fanatismo e della loro ignoranza. Tutto materiale interessante per capire qualcosa che non potevamo conoscere.

Ora, sì, al di là della bieca manovalanza - e questo signore non era un bieco manovale - in questo libro si fa un nome di un grande pensatore di quel circuito: il nome è quello di Toni Negri. Domandare al partito radicale il resto della storia.

OT, la mia edizione è quella del 1983, a quella mi riferisco. Nella nuova so di una prefazione di Telese e di qualche pagina aggiuntiva (ha rilevanza? ne dubito. Per la cronaca).

Mi viene in mente un altro nome: Giovanni Senzani, che era prof universitario pure lui, mi pare.
Comunque altri componenti delle Br hanno poi scritto delle loro vicende, ricordo adesso Franceschini, ma forse qualche altro. Morucci magari?
Sempre sul tema terrorismo rosso, tra quelli che si "pentirono"e ne parlarono ricordo Marco Barbone, quello che uccise Tobagi. Portò la sua vicenda come testimonianza e girava l'Italia presentando un libro: Eravamo terroristi, ed. Paoline 1989 che raccoglie la sua e altre testimonianze sotto forma di lettere, raccolte da un sacerdote p.Carmelo Di Giovanni. Ricordo che andai a sentirlo qui da noi, il prete era molto in gamba, Barbone...beh, vedere uno che ha ucciso deliberatamente firmare autografi fa un certo effetto. Ricordo che comprerammo il libro, ma non ce la sentimmo di farcelo autografare da lui.

"Nel 1983 un libro come questo serviva a darci informazioni attendibili - almeno, tendenzialmente attendibili - a proposito di un?organizzazione mafiosa e assassina che non riuscivamo a comprendere, né a decifrare"

Caro Gf... le tue pagine sono sempre interessanti, scusa se ieri non l'ho scritto e ho dato magari l'impressione di non avere apprezzato lo sforzo. Credo comunque tu abbia capito il senso del mio intervento.

Associazione mafiosa le BR? Associazione criminale, questo sì. Collusa con il potere, certo, anche, e non di un solo colore, credo. Che si sia riusciti a comprenderla non so. Io credo che le BR appartengano a un tempo ben preciso, dopo il quale questo nome fa sorridere anche me. I crimini compiuti nel loro nome di recente mi fanno storcere il naso e questa gente sì che mi fa pena, perché "dietro", adesso, non hanno più nessuno.

Io non credo che i brigatisti fossero "fuori dalla realtà", tutt'altro. Nè come dice Marina erano tutti degli stupidi.

Il fatto che in famiglia di Peci non si dovesse parlare di politica rispecchia bene un certo tipo di società italiana, ma credo che chi a inizio-metà dei Settanta era giovane, facesse molta fatica a non prendere posizione, da una parte o dall'altra.

11. fatto bene a non farlo autografare:). Ci mancherebbe pure che questa gente si sentisse "autore". Per carità. Ma le loro informazioni mi - ci, credo - interessano molto. Più ne prendiamo, più ne facciamo circolare, prima arriviamo a una conclusione plausibile:).

12. Grazie a te, mia cara: ho capito perfettamente e sono pienamente solidale.

Secondo me avevano qualcosa di mafioso, i comunisti armati: pensaci. Poggiavano molto sull'omertà; sull'omertà anche di quanti, in certi partiti e in certi sindacati, sapevano qualcosa: non solo di quanti abitavano negli appartamenti vicini. Non solo: poggiavano molto su finanziamenti illeciti e misteriosi, derivati da rapine, furti e sequestri (anche). Non è mafia questa? Era la mafia dei comunisti armati. Poggiavano sul silenzio e su quegli intellettuali che dicevano che loro non esistevano, e che certe loro lettere le avevano scritte i carabinieri. Per dire. Poggiavano su basi non trasparenti e ambivano a costituire uno stato nello stato. Mafia.

13 - La cosa triste e sconfortante è che molti di quegli intellettuali su cui poggiavano hanno posti di comando nella cultura e nella politica dell'Italia attuale. E ci fanno ancora la morale. Questo dovrebbe far riflettere.

13. Mafia in senso lato, sì. Ma credo contassero di più sull'appoggio di una certa elite borghese-intellettuale e di quanti erano a capo dei sindacati, non tanto delle masse e degli operai che votavano a sinistra. Parlavamo qualche giorno fa con Léon del caso Gian Maria Volonté. Scandaloso.

Grande lettura e grande condivisione. Come sempre, Gianfranco.

L'appoggio della elite intellettuale ci fu sicuramente e ancora non se ne sa abbastanza, non fosse altro che buona parte di quelli che -forse- dettero un appoggio anche logistico si sono riconvertiti ad altre sponde, da bravi camaleonti.
Ricordo il caso di Igor Markevitch, che tra l'altro come direttore d'orchestra conosco piuttosto bene (è stato un'artista notevole).
Proprio il suo fare snobistico lo ha fatto sospettare più che mai da alcuni acuti osservatori del fenomeno terroristico. Non è affatto un paradosso.
http://it.wikipedia.org/wiki/Igor_Markevitch

13. Saranno stati italiani, no? Quindi un po' di atteggiamento mafioso, o quel che vuoi, c'è di sicuro.

Mah, certi pentimenti suonano patetici. Il titolo mi pare azzeccatissimo, però.

16. Un esempio perfetto.

archivio GUERRI in calce!

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