Un “Barbuto Patriarca”* tra critici e poeti:
Enrico Pea (1881-1958)
Non si registra nelle Patrie Lettere una “fortuna” simile a quella che tutto sommato intervenne ad Enrico Pea, autodidatta consacrato e variamente “promosso” da patròn del calibro di Cecchi e Contini, sul versante critico; da Pound e Ungaretti, con di rincalzo Montale, per quanto riguarda i più illustri frequentatori delle Muse Novecentesche. Cecchi, che come si sa fu l'alfiere e il propugnatore “princeps” del “frammentismo”, diede il suo plauso sincero a uno scrittore che, sin dal primo romanzo, «Moscardino», pareva incarnare il verbo ch'egli andava diffondendo da tempo. Contini, da vero degustatore di primizie della lingua toscana, non poteva restare insensibile di fronte a una produzione letteraria come quella di Pea, «caro poeta» (1); e infatti allestì un glossario “globale” compulsandone da par suo tutta la produzione letteraria, persino le bozze, di cui lo scrittore lucchese gli era tenace foraggiatore. Pound (1886-1972), che dopo varie peregrinazioni fra Stati uniti, Inghilterra e Francia si stabilì all'inizio degli anni '20 (1924) a Rapallo, ebbe costanti e amichevoli rapporti con Pea, del quale gli piaceva un po' tutto, a cominciare probabilmentee dalle iniziali del nome, Enrico Pea, che ovviamente ricordavano immediatamente le proprie, Ezra Pound. Agli inizi degli anni '40, la corrispondenza tra i due si fece variamente intensa, con lo scrittore americano che assicurava a Pea tutto il suo appoggio per la promozione all’estero del suo primo romanzo, che egli stesso si impegnava a tradurre:
« Egregio collega. If you have no better offer – scriveva Pound - , I have permission to translate Moscardino into English. I am almost convinced of the impossibility of finding a publisher either in England or in the USA, but the book interest me...” (2).
Qualche tempo più tardi Pea rispondeva: «Mio caro amico. You will have noticed that my work presents some difficulties also because of certain idiomatic word and ways speaking in Versilia. Nevertheless I am glad for the request you make because Moscardino can be traslated only by a man with a lively and modern spirit like yourself...(3).
[ «Se non si dispone di una migliore offerta – scriveva Pound -, ho il permesso di tradurre Moscardino in inglese. Sono quasi convinto della impossibilità di trovare un editore o in Inghilterra o negli Stati Uniti, ma il libro mi interessa ...». «Mio caro amico. Avrete notato che il mio lavoro presenta alcune difficoltà anche a causa di alcune parole idiomatiche e modi di dire tpici della Versilia. Tuttavia mi rallegro per la richiesta di tradurre Moscardino, perché ciò può essere fatto solo da un uomo con uno spirito vivace e moderno come il vostro ...».]
Secondo Contini, Pea avrebbe fatto bene « a corredare i propri libri di dichiarazioni lessicali»(4). E non aveva tutti i torti: ancor oggi infatti il lettore sarebbe di molto avvantaggiato se si leggesse «Moscardino» con accanto il “lessico”, eccezionalmente preciso e puntuale che Contini aveva approntato. Osserva ancora Contini che Pea è «tale scrittore da meritare commentatori e studiosi» (5). E infatti aveva a suo tempo iniziato Emilio Cecchi, dando a Pea «la patente del vero artista» (6). Cecchi, in un suo intervento del 1953 scriveva:
« Dopo sue cose, liriche e teatrali, giovanili e di minor conto, il Pea si era decisamente affermato in due veri capolavori: Moscardino e Il Volto santo, soprattutto il primo. Nei quali, il cosiddetto “frammentismo”, cominciava a comporsi in romanzo; ma ancora serbando la più ardita libertà e caprocciosità di movimento narrativo; e nella forma verbale, una intensità poetica e uno splendore coloristico, che non si è abituati a incontrare spesso, neanche nelle più ambiziose composizioni in versi. Insomma, il Pea si presentava come uno scrittore eccezionale, che produceva e metteva in circolazione certi piccoli romanzi in valuta oro…» (7). Si tratta di una “valuta oro” che affonda le proprie radici, e lo si nota sin dall'inizio con «Moscardino», nell'infanzia e nella giovinezza, vissute intensamente in Versilia, accanto a un nonno pressoché folle e talora violento. Negli anni successivi troviamo Pea ad Alessandria d' Egitto, ove conosce Ungaretti, che lo sostiene e ne rafforza la vocazione alla letteratura. Gli anni trascorsi in Egitto, in un momento nel quale era in costruzione il Canale di Suez, mettono Pea in contatto con un'umanità varia, fatta di esuli, avventurieri e soprattutto emigranti. L'esperienza in Egitto, la vita passata insieme con quanti lavoravano al Canale, tornano intense a farsi sentire ne «Il servitore del diavolo», incarnandosi nella “Baracca Rossa”, una sorta di luogo infernale:
« La Baracca Rossa era costruita in legno e in ferro, tinta di Minio scarlatto. Il tetto della Baracca Rossa era a due spiovenze e incatramato... Quando il caldo cocente dell'estate diluiva il catrame, dalle grondaie sgocciolava sui passanti questo nero umore, che provocava risse e richiami al padrone della Baracca Rossa, che non si sapeva chi fosse».
Qui incontra uomini con alle spalle esperienze devastanti, come quella di Pietro Vasai, “fiorentino”, il quale narra di una vita vagabonda, sempre sull'orlo del precipizio:
« A Chicago per poco non ebbi la corda al collo. Sono paesi quelli che scherzano poco. I poliziotti spagnoli sono peggiori di quelli italiani. La libertà francese sa di mannaia. A Berlino ti arrestano, se ridi quando passa un soldato impettito. La Svizzera dà rifugio finché hai quattrini, e il Belgio tinge peggio dell'Inghilterra. I berretti delle repubbliche valgono le corone di quegli altri. Sono per l'anarchia!» (8).
L'anarchia in effetti aveva un po' tinto di sé certi momenti della vita di Pea.
«Da Savona a Livorno – scrive M. De Micheli – il litorale ligure-toscano brulicava di anarchici... Anarchici furono anche Roccatagliata Ceccardi, Pea, Ungaretti, tutti legati in un gruppo denominato Manipolo dell'Apua...» (9).
In effetti la stessa scrittura baluginante, fatta di quadri dalle tinte a volte violentissime, ha in sé qualcosa di “anarchico” e di “frammentario”; e ciò si nota in particolar modo nel suo primo romanzo, «Moscardino», che è un po' una storia di “ordinaria follia”, con quei tre fratelli profondamente malati nello spirito, per cui taluno s'incupisce in una desolante malinconia e un altro è un violento: e così Moscardino cresce in un'atmosfera caotica, cupa, in cui si insinuano trame amorose trasversali, che sfociano in odi profondi e talora in scene di sesso, con al centro proprio la figura ombrosa del nonno, letteralmente ossessionato da Cleofe, ragazza di notevole bellezza:
«… Adesso mio nonno era preso da folle passione, e Cleofe non poteva più sopportare i suoi occhi senza cambiare colore…» (10).
«… Cleofe sentiva che era inutile resistere… [e] … si trovò fra le braccia di mio nonno…» (11).
Pea fu per davvero in talune pagine uno scrittore potente, fantastico, irruento, « un lavoratore indefesso, bestemmiatore della propria patria e della religione nell'attimo istintivo, ma sempre pronto a commuoversi se qualcuno gli ricorda il suo paese, o se egli assiste al semplice ripetersi del rito sacrale goduto un tempo nella sua chiesa, davanti alla quale ha pure ammirato lo svolgersi magico delle rappresentaziini dei “maggi” e le meravigliose fioriture marmoree dei massi dei suoi monti»(12).
E in realtà sappiamo che Pea fu appassionato organizzatore dei “maggi” versiliesi., in cui largo spazio era dato alle sacre rappresentazioni. Le sue opere sono lì a testimoniare di una memoria formidabile che scavava impietosa nel passato, (13) che recuperava, a lampi, momenti intensi di vita vissuta. Così è per «Moscardino», così è per «Il servitore del diavolo», ove quella Baracca Rossa rievoca una sorta di inferno in terra, dove i dannati scontano i loro peccati ( se pure ne hanno davvero compiuti).
E non per nulla il racconto si chiude con una preghiera: “ Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Peccavi, Domine, miserere mei”.
* L’espressione «barbuto…patriarca» in V. Saltini, Quel che si perde, Milano, Feltrinelli, 2001, p. 60.
Enzo Sardellaro. Professore di Lettere Italiane e Storia
Note
1) G. Contini, Il lessico di Enrico Pea, in Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1979, p. 259. Il lessico alle pp. 263-271.
2) EP-EP: Ezra Pound-Enrico Pea, by Mary de Rachewiltz, Arcipelago Books, 2005, p.VIII.
3) Ivi, p. IX.
4) G. Contini, Il lessico di Pea, cit., p. 259. A p. 271 Contini riporta di straforo un rapidissimo giudizio di Montale su Pea, il quale, a detta del poeta ligure, possedeva una «spendida inettitudine a fare il romanzo» (corsivo di Contini).
5) G. Contini, Il lessico di Pea, cit., p. 259.
6) L’espressione è di G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Milano, Garzanti, 1980, p. 53.
7) Per il giudizio di Cecchi, cfr. ivi, citaz. di Debenedetti. Cecchi era comunque già intervenuto nel 1922, alla pubblicazione di «Moscardino», con giudizi estremamente lusinghieri: pur notando alcuni difetti, come quello, per esempio, di far uso di termini peregrini, il significato dei quali di norma sfugge ai lettori, così prosegue: «… è certo che in Moscardino, nonostante i difetti accennati, sono alcuni fra i più tersi episodi della nostra narrativa contemporanea…». Cfr. E. Cecchi, S. Batocchi, E. siciliano, I Tarli, Fazi, 1999, p. 57.
8) E. Pea, Il servitore del Diavolo, 1925. Non tutto, comunque, alla “Baracca Rossa” era spregevole, se non altro perché fu qui che, intorno al 1906, Pea incontrò Ungaretti. Pea vi era giunto nel 1896, a quindici anni, e ripartì nel 1914. Cfr. L. Incalcaterra Mcloughlin-M. Moroni, Spazio e spazialità poetica nella poesia italiana del Novecento, troubador Publishing, 2005, p. 157 n. 6.
9) M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Milano, Feltrinelli, 1988, p.145.
10) Le citazioni sono tratte dalla prima ediz. E. Pea, Moscardino, Milano, Fratelli Treves Editori, 1922, p.14.
11) E. Pea, Moscardino, cit., pp. 18-19. Così Emilio Cecchi su «Moscardino»: « … è la storia di tre sciagurati fratelli, nemici tra loro, tarati di tutte le tare: un violento, un malinconico, un mentecatto, come si trovano legati alla stessa catena, alla cupidigia delle robe, dalla disperata affezione alla terra, dalla impotenza a vivere, in certi fondi provinciali. Serve, donne di fatica, entrano in questa casa luttuosa, vi inaspriscono prima le passioni e gli odî; e, da tutti profanate, almeno nel desiderio, vi si insediano con lugubri matrimoni. In quest’ambiente tra il manicomio e il reclusorio cresce, infine, Moscardino; e l’ultima parte del libro rintraccia, nei ricordi saltuari del fanciullo, il disfacimento della famiglia. Ma se al lettore assolutamente sprovvisto questo cenno non può bastare, sarebbe anche inutile dirgli di più. Da tutto èuò prescindersi nella critica, fuorché dalla conoscenza degli scrittori. E Pea è uno di quelli che si prestano anche meno degli altri alle parafrasi e ai riassunti…». Cfr. E. Cecchi, S. Batocchi, E. siciliano, I Tarli, cit., p. 56.
12) E. Travi, Umanità di Enrico Pea, in Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Saggi e ricerche, Serie 111, Scienze Filosofiche e Letteratura, 5, Milano, 1965.
13) Le opere di Pea sono numerose. Se ne dà un rapido elenco, indicando l’anno della prima ediz. Fole (1910), Montignoso (1912), Lo Spaventacchio (1914), Giuda (tragedia) (1918),
Prime pioggie d’ottobre (1919), Rosa di Sion (1920), Moscardino (1922), La passione di Cristo (sacra rappresentazione) (1923), Il volto santo (1924), Il servitore del diavolo (1925), La figlioccia (1931). Con Il servitore del diavolo Pea si presentò al Premio Viareggio. Bontempelli, intervistato nel 1932 da A. Lenzi sulle prospettive del romanzo in Italia, diceva di doversi leggere, in vista della premiazione, decine di romanzi, tra i quali, notava di sfuggita, « ho notato un romanzo di Pea». Cfr. Discussione con Bontempelli,. Opinioni sul romanzo, in Vent’anni di cultura ferrarese. Antologia del ‘Corriere Padano’, a c. di A. Folli, Pàtron, Bologna, 1978, vol. I, p. 163. Il premio comunque non andò a Pea. Repaci, amico di Pea, raccontò poi come finirono le cose: «…Col bene che gli volevo, con l’ammirazione che la pulizia estrema della sua pagina mi ispirava, io non riuscii a fargli avere nel 1932 il Viareggio. Fu una lotta accanita che finì in un insuccesso. La stessa ostilità incontrò la candidatura di Pea nel 1938, ma io non ero più nella giuria da parecchi anni, e mi dovetti limitare a registrare la palese ingiustizia tra le cose più insolenti della nostra vita culturale…». Cfr. S. salerno, A Leonida Repaci. Dediche dal ‘900, Rubbettino, 2003, p. 88 e nota 241. Al di là delle ingiustizie, c’è comunque da considerare che in quegli anni era piuttosto acceso il dibattito intorno a “come” doveva essere il romanzo moderno, e, oggettivamente, le posizioni in proposito erano piuttosto divergenti, per cui è credibile che non a tutti potessero piacere i romanzi espressionisticamente lirici di Pea. Cfr. per le polemiche sul “nuovo romanzo” l’ Antologia del ‘Corriere Padano’, cit., Introduzione, pp. XXX-XLII. Tornando all’aneddotica, il Salerno alla nota 241, osserva ancora: «… Il premio già dell’anno precedente si era fascistizzato, e in giuria c’era anche il federale di Lucca; fu lotta aspra tra i sostenitori di Pea e i sostenitori di Antonio Foschini, autore di Avventura di Villon. . La spuntò Foschini, per il voto decisivo del capo ufficio stampa di Mussolini, Lando Ferretti, che aveva assunto la presidenza dopo l’estromissione di Répaci… Pea non la spuntò neppure nel 1938 con La Maremmana”; vinse Vittorio G. Rossi con Oceano ed egli si dovette accontentare di un premio minore…».
Altre opere: Il forestiero (1937), La maremmana (1938), L’anello del parente folle (1940), Il trenino dei sassi (1940), Solaio (1941), L’Acquapazza (1942), Magoometto (1942), Rosalia (1943), Arie bifolchine (1943), Lisetta (1945), Malaria di guerra (1947), Peccati di piazza (1947).
Tra i contributi critici più recenti, oltre a quelli citati nelle note, cfr. F. Livi, Ungaretti, Pea e altri. Lettere agli amici « egiziani», Napoli, ESI, 1988; A. Borlenghi, E. Pea, in I Contemporanei, vol. I, Milano, 1969; S. Silvestroni, Pea tra avventura e interrogazione, Firenze, 1976. U. Olobardi, Saggio su Tozzi e Pea, Pisa, Vallerini, 1940. Cfr. inoltre il vol. Omaggio a Pea, Sarzana, Carena, 1959, con numerosi interventi, tra i quali spiccano quelli di Cecchi e Trombatore.
Commenti
Neo Sardellaro!
Cresce l'archivio Pea;).
Buona lettura, amices
gf
"Contini, da vero degustatore di primizie della lingua toscana, non poteva restare insensibile di fronte a una produzione letteraria come quella di Pea, «caro poeta» (1); e infatti allestì un glossario ?globale? compulsandone da par suo tutta la produzione letteraria, persino le bozze, di cui lo scrittore lucchese gli era tenace foraggiatore."
> Notizia che mi affascina e mi diverte, e manco poco. Straordinario fiuto del Contini, e beata incoscienza del perduto Pea. Le bozze manoscritte svelavano quasi tutto del processo creativo...
Questione Pound:
"Mio caro amico. You will have noticed that my work presents some difficulties also because of certain idiomatic word and ways speaking in Versilia. Nevertheless I am glad for the request you make because Moscardino can be traslated only by a man with a lively and modern spirit like yourself?"
> Lively and modern spirit or not, impresa complessa lo stesso. Chissà Pound a quali criteri s'è attenuto... ricco apparato di note?
Buonasera dott. Franchi. Ho girovagato un po' qua e là e mi sono soffermato sy qualche articolo storico-filosofico davvero interessante.
magnifico:). In particolare?
PEA: "« A Chicago per poco non ebbi la corda al collo. Sono paesi quelli che scherzano poco. I poliziotti spagnoli sono peggiori di quelli italiani. La libertà francese sa di mannaia. A Berlino ti arrestano, se ridi quando passa un soldato impettito. La Svizzera dà rifugio finché hai quattrini, e il Belgio tinge peggio dell?Inghilterra. I berretti delle repubbliche valgono le corone di quegli altri. Sono per l?anarchia!» (8)."
> Come dargli torto?
A proposito, hai mai letto l'opera prima di Tabucchi?
www.lankelot.eu/index.php/2006/11/08/tabucchi-piazza-ditalia/
Troppo facile? E allora vediamo... Ourednik sull'"Istante propizio"?
www.lankelot.eu/index.php/2007/11/23/ourednik-patrik-istante-propizio-1855/
Sulla nota 13:
"Bontempelli, intervistato nel 1932 da A. Lenzi sulle prospettive del romanzo in Italia, diceva di doversi leggere, in vista della premiazione, decine di romanzi, tra i quali, notava di sfuggita, « ho notato un romanzo di Pea»."
> Bontempelli, buongustaio. Peccato per le solite beghe dei concorsi letterari nostrani. Non mi stupisce più leggere certe rivelazioni, ma non mi stanco di amareggiarmi. Chissà che un giorno non si riescano a cambiare anche quegli equilibri...
Sarà un po' difficile che cambino determinati "costumi" ormai profondamente radicati. Però, nel caso di Pea, e qui lo dico con una certa qual sicurezza di non essere in errore, ho l'impressione che, come si dice, sia "cascato male", nel senso che in qyegli anni tutti, e significa proprio tutti i migliori intellettuali del momento si stavano dannando l'anima alla ricerca del "nuovo romanzo". Le opinioni erano diversissime: Titta Rosa, dalle pagine del "Corriere Padano" cercava la sintesi, e quando essa mancava, dava pari dignità a ogni "forma" del romanzo, da quello realista, a quello fantastico per finire a quello psicologico. Il "Corriere Padano" aveva una intera sezione dedicata poi ai grandi romanzieri russi e americani. Cosa voglio dire: che nonostante tutte le mene che sicuramente ci sono dietro le scene di un premio letterario prestigioso, effettivamente le idee sul romanzo, in quella temperie storica, divaricavano troppo: chi lo voleva realista, magari "magico" come Bontempelli, e, insomma, il rischio di non capirci più niente è grande. Diciamo allora questo: un 70 per cento della sconfitta di Pea fu ceramente dovuta a questioni diciamo "extraletterarie", l'altro 30 alla effettiva confusione che regnava in campo. Erano quelli anni in cui sul romanzo si discuteva appassionatamente, e i maestri li si cercava anche fuori d'Italia, con sconfinamenti verso l'America.
Infine, solo l'America è esistita.
Da quella bruciante sconfitta le patrie lettere non si sono mai riprese: in pochi siamo coscienti d'essere provincia dell'impero, noi che impero eravamo soltanto 1500 anni fa.
Ma le cose devono necessariamente cambiare.
L'Italia vigliacca e sottomessa prima o poi si disintegrerà, e forse resterà soltanto la nostra bella lingua italiana...
come già è avvenuto in Istria e in Dalmazia, per i rimasti.
Mi scuso per gli errori di battitura, ma come al solito non ho la pazienza di star lì a controllare. D'altra parte la discussione deve avere l'andamento del "parlato", che, come si sa, a volte è irrispettoso della grammatica.
Naturlich, professor:).
Comunque questo è un grandissimo pezzo.
Ha già pubblicato saggi, negli anni, professore?
Posso domandare notizie sulla loro reperibilità?
La mia email, in caso: gianfranco.franchi@fastwebnet.it
salut!
Beh, insomma, noi siamo "alla periferia dell'Impero". Non so se riusciremo mai più ad avere quel "Primato" cui tu ti riferivi, sarà un po' difficile. Sul fatto poi che resisterà la lingua italiana, caro mio, ho i miei dubbi. Anche in fatto di lingua stiamo maluccio, almeno a livelli, diciamo così, senza offendere nessuno, "medi". Ti voglio far ridere: allora, noi, tu lo sai, è ormai da anni che assorbiamo la cuktura americana, la lingua, i fast-food, insomma: tutto. Alcuni anni fa, e la cosa m'è venuta in mente per caso, intorno agli anni '90, preso da una sorta di sacro "furor" vendicativo, scrissi un racconto proprio sull'americanizzazione dei giovani italiani di allora. Ti assicuro che studiai il problema, comprando per qualche tempo le riviste che vedevo leggere a mia figlia e alle sue amiche. Da quelle mirabili letture nacque un racconto, che adesso, per la tua disperazione. ti spedisco: "ipso facto".
Rispondo: sì negli anni ho pubblicato vari articoli sia di carattere letterario sia storico. Circa la loro reperibilità, qualche saggio che era stato pubblicato sulla Rivista della Scuola, "Quadernetto", credo che si possa vedere anche On-Line. Altri saggi li ho scritti magari per Introduzioni o prefazioni. Qualche tempo fa ho scritto l'Introduzione a un poeta di Serravalle, Morelli, in collaborazione con un mio vecchio amico, G. Raminelli. Credo che questo testo sia ancora reperibile. Personalmente scrivo parecchie cose per Riviste on-Line.
Ah, ma allora eri col De Santis!
E forse, se vado a scavare tra le riviste, ritrovo qualcosa di tuo. Bene...
E dimmi, per quali altre riviste on line (webzine, etc) scrivi? Ce n'è qualcuna in particolare che ti ha convinto per la coerenza e per la qualità delle proposte o della linea editoriale?
Se vuoi ti mando qualche allegato alla tua E-Mail. Tanto, più o meno, i vari lavori dovrei riuscire a ris-scoprirli. Dimmi tu.
www.lankelot.eu/index.php/2008/04/30/de-santis-giuseppe-il-cacciatore-di...
qui la Monego sull'opera prima di DS
Manda, manda, leggo volentieri.
Manda pure. Dammi una decina di giorni al massimo, ma mi studio tutto.
Ma francamente, non è che guardi poi tanto alla linea editoriale, anche perché i miei articoli sono in genere di carattere specialistico, oserei dire "erudito", tanto sul versante letterario che storico. Così, ho mandato alcuni saggi a "Italiamedievale"
evale", altri a "Tuttostoria" e a breve uscirà sulla rivista cartacea "Studipolesani" un mio vecchio e amato saggio che avevo scritto su Luigi Groto, il cieco d'Adria. Ti dico subito che la Rivista "Studipolesani" ha solo "un" articolo sul Groto, e ne sto preparando un altro che secondo me è addirittura suoeriore per certi aspetti al primo: " Retorica e potere nelle rime dfi Luigi Groto".
Groto mi è quasi del tutto sconosciuto, professore.
Se vorrai pubblicare anche qui quegli articoli ti saremo molto grati.
Ah, visto che siamo in argomento: ho una grossa passione anche per la filologia, italiana e latina. Ho mandato alcuni saggi in giro per il mondo e uno l'ho dato anche a Lankelot.
Groto è stato un grande ai suoi tempi: pensa che anche Shakespeare gli deve qualcosa. Riferimenti Shaskespeare- Groto nel " Manualetto Shakespiriano" pubblicato da Einaudi. Riferimenti al Groto li puoi trovare anche in Carlo Dionisotti, "Geografia e Storia della letteratura italiana".
22. Micidiale. Approfondirò molto volentieri.
'notte, professor, ci aggiorniamo alle prossime sessioni in lankelot e via mail (appena ricevo i testi ti mando una breve lettera di conferma).
Nel frattempo, buone letture e ispirate scritture.
cura ut valeas,
gf
Hai detto bene, vecchio mio: basta la salute e un pàr de scarpe nòve... Buonanotte dott. Franchi, dorma bene, perché, a quanto vedo,lavori parecchio...
Cari amici, caro Gianfranco,
in primis mi congratulo col prof. Enzo Sardellaro per la scorrevole bellezza e puntualita' del Suo saggio breve su Pea - e mi e' piaciuto alquanto anche leggervi il nome di Bontempelli, uno dei miei punti di riferimento fissi da molti anni (vedasi il saggio che sta on-line su geocities).
Poi, scusandomi per la brevita' della presente, sottolineo la peculiarita' di questo sito: qui non e' proibito parlare fra letterati italiani, non bisogna vergognarsi di interessarsi di cultura in senso stretto, come si viene spinti a fare in tutto il ''sottomondo blogghistico'' italiano per via dei soliti incompetenti lunatici (e spesso anche fanatici) che li' dettano la stessa legge della tivu' commerciale - quella dei realiti scio' per capirsi.
E' una realta' indispensabile all'Italia, Lankelot, a mio avviso: perche' qui ci si puo' anche scontrare asperrimamente sulle idee senza mai pero' giungere alla grettezza di attaccare personalmente chi scrive. E naturalmente mi complimento con il professore e con Gianfranco per questo ''pezzo'': utile, puntuale, ben scritto, preciso. Rarita'.
Saluti Cari
Sergio Sozi
26. Ottimo Sergio,
aspetta che segnalo al nostro Enzo la tua pagina qui su Lankelot:
www.lankelot.eu/index.php/staff/819/sergiosozi incluso il pezzo su Zajc.
*
Quanto al resto, accordo pieno: qui è come dici, confronto magari aspro e radicale, a volte scontro frontale, ma sempre e soltanto sulle idee; niente personalismi e niente colpi bassi. L'opposto della televisione, l'opposto di quel che insegna la politica italiana. Qui ci si batte per l'intelligenza e per la libertà d'espressione, per il confronto e per la dialettica pura.
Le idee sopravvivono alle persone: è storia.
L'ideale vivrà in eterno.
Qui tutti gli studi su Bontempelli segnalati da Sergio:
http://www.geocities.com/Paris/4769/
Giulio Ferroni, Giuseppe Leonelli ed Enrico Lorenzetti
presentano
IL ROMANZO DI MOSCARDINO
di
ENRICO PEA
coordina
Antonio Debenedetti
Martedì 18 novembre ore 18
Casa delle Letterature ? Piazza dell?Orologio, 3 - Roma