Pavese Cesare

La terra e la morte

Autore: 
Pavese Cesare
Una donna identificata con la terra, con la natura, con la collina ispira queste liriche. Una terra buia, misteriosa, non un terreno fertile e accogliente, materno, ma un oscuro mistero.
Il susseguirsi delle immagini naturali ci offre un ritratto simbolico, mitico della figura femminile. Al mistero, all’inconoscibilità di lei si lega la parola: “tu dura e dolcissima parola”; “tu sei come una terra/che nessuno ha mai detto”; “Tu non dici parole”; “Sei un chiuso silenzio/che non cede, sei labbra/e occhi bui”, “La parola non c’é/ che ti può possedere/ o fermare … e non dici parole/e nessuno ti parla”.
Neppure la parola, col suo potere evocativo riesce a scalfire il silenzio, la donna è impenetrabile, silenziosa e chiusa, vicina e lontana nello stesso tempo.
Il non poterla pronunciare, cogliere con la parola implica l’inconoscibilità e la lontananza.
La donna viene dal mare: “Sempre vieni dal mare/e ne hai la voce roca”; “Sei riarsa come il mare”; “Di salmastro e di terra/è il tuo sguardo”.
Il mare appare come un simbolo di aridità e d’impossibilità di colloquio.
Dolorosa constatazione d’incomunicabilità, che condanna il poeta alla solitudine
“Hai viso di pietra scolpita/sangue di terra dura,/sei venuta dal mare…”
Le parole sono scarne ed altamente evocative, allusive e scavate di silenzi inenarrabili.
Eppure la donna viene identificata con la natura e diviene mito, luogo unico: “Sei la vigna”; “Anche tu sei collina/e sentiero di sassi/ e gioco nei canneti,” ma è sempre una natura sfuggente, vagamente oscura, misteriosa.
Talvolta compare il ricordo del’infanzia “…sei la cantina chiusa,/ dal battuto di terra,/dov’è entrato una volta/ ch’era scalzo il bambino,/ e ci ripensa sempre.” Struggente ricordo, nostalgia e dolorosa constatazione del presente.
Spesso gli stilemi si ripetono, ritornano tra una poesia e l’altra, la figura femminile si delinea come donna del Sud, mediterranea, l’accompagnano l’agave e l’oleandro, il caldo e, sempre, il mare. Molto evocativa l’immagine della secchia nel pozzo: “E sei come le voci/della terra – l’urto/della secchia nel pozzo…”
L’eco della storia appare in una lirica “Tu non sai le colline dove si è sparso il sangue”: l’immagine del sangue evoca il periodo della Resistenza, probabilmente è il sangue civile, che suscita soprattutto pietà.
Donna e terra dunque, s’identificano e, nell’ultima poesia, compare un terzo elemento, che dà anche il titolo alla breve raccolta: “Sei la terra e la morte […]sei soltanto dolore […] ma tu non senti. Vivi/come vive una pietra,/ come la terra dura.”
Il dolore circonda la donna, ma lei appare indifferente, chiusa, lontana.
La lirica si chiude circolarmente su sé stessa desolatamente: “Sei la terra e la morte”.
Neppure la figura femminile salva il poeta dalla solitudine, dal male di vivere, dall’incomunicabilità.
 
VICENDE EDITORIALI E NOTE CRITICHE
 
“La terra e la morte” raccoglie nove poesie scritte a Roma tra il 27 ottobre e il 3 dicembre 1945 per Bianca Garufi, scrittrice di origine siciliana, con la quale Pavese iniziò a scrivere a capitoli alterni il romanzo Fuoco Grande, rimasto incompleto.
La raccolta fu pubblicata in «Le Tre Venezie» di Padova, rivista diretta da Antonio Barolini, anno XXI (1947), fascicolo 4-5-6. Due poesie (“Terra rossa, terra nera” e “Tu non sai le colline”) uscirono anche, per volontà dell’autore, nel catalogo Mostra di disegni del pittore Ernesto Treccani, «Galleria di pittura», Milano 1949. Le poesie furono riportate da Giacinto Spagnoletti nella sua Antologia della poesie italiana 1909-1949, Guanda, Modena 1950.
Rispetto a “Lavorare stanca”, questa raccolta si distingue per l’intenso lirismo e per l’uso di un verso breve, perlopiù il settenario, che allontana dai ritmi maggiormente narrativi della poesia-racconto tipici delle prime poesie. Semmai queste liriche possono venir accostate a quelle, altrettanto intense, di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.
In questo periodo Pavese si sta dedicando alla stesura dei Dialoghi con Leucò e sta quindi elaborando le tematiche del mito.
Da Torino inoltre si reca a Roma per potenziare la sede della casa editrice Einaudi.
Esistenzialmente Pavese prende sempre più coscienza della sua solitudine, neppure la donna assicura comunicabilità, anzi ella stessa è chiusa e lontana.
Scrive ne Il mestiere di vivere al 7 dicembre 1945:
“T. ti aveva detto soltanto che le poesie ti bastavano
                                  e le aveva amate molto,
F., senza discuterne il riflesso pratico, le aveva
                                   lette con curiosità paziente,
B. ti dice che non avrai altro, e criticamente
                                    le ama molto.
E’ già due volte in questi giorni che metti accanto T, F. B. C’è qui un riflesso del ritorno mitico. Quel che/ è stato, sarà.”
T. sta per Tina (la donna dalla voce rauca), F. è Fernanda Pivano, B. Bianca Garufi.
La tragica, mitica consapevolezza che ciò che è stato sarà ha già scavato ampi solchi in Pavese, avviandolo verso l’epilogo.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo 1908- Torino 1950) scrittore italiano. All’attività di romanziere e poeta affiancò quella di saggista e traduttore e fu tra i fondatori della casa editrice Einaudi.
 
“La terra e la morte” si trova in Cesare Pavese, Poesie del disamore, Torino, Einaudi 1977 e in Cesare Pavese, Le poesie, Torino, Einaudi 1998, a cura di Mariarosa Masoero. Introduzione di Marziano Guglielminetti (edizione più recente, molto ben curata filologicamente, contiene tutte le poesie pavesiane, anche quelle giovanili).

PAVESE in LANKELOT


 
Marina Monego, febbraio 2004
 
recensione già pubblicata su lankelot.com
ISBN/EAN: 
9788806173869

Commenti

(ocio quart'ultima riga: torini per torino).

Marina, Pavese mi è sempre risultato autore estraneo. Circonvoluto, lo definirei. Mi ha fatto rabbia fin da scuola: grande vena poetica espressa però con estenuanti filtri.

Comunque resta l'utilità dei tuoi compendii. Thanks.

Ho solo una grande perplessità a proposito degli artisti che parlano delle donne senza poterle più avere. Quella che parlino per rabbia o per odio. Desiderare quel che non si può possedere figlia un'arte prevedibile, nei concetti; e circonvoluta. Ho trovato abnorme nella sua grandezza il Pavese dei Dialoghi, suggestivo quello delle memorie (passive) della Resistenza, straziante quello sentimentale - sembra parlare di qualcosa di irraggiungibile, sempre.

Provocazione (semi): Pavese è il Leopardi del secondo dopoguerra.

Pav è stato già accostato dai critici a Leopardi, niente di nuovo.
*
Per trovare le tirate misogine pavesiane bisogna guardare nel diario, c'é anche la rabbia e altro, ci sono vari elementi fastidiosi.
Pav.o piace o lo si odia: ha alcuni elementi base e attorno a quelli ruota sempre, credo che alcuni critici lo abbiano definito un "monolite".

dimenticavo: ho corretto, grazie per la segnalazione.

La mia ignoranza fa acqua, in campo di critica letteraria. Però mi conforta sapere che l'intuizione era giusta.