Nella letteratura italiana del Novecento la ripresa del mito classico coincide spesso con un senso tutto nostalgico della tradizione, di un mondo sottratto alla miseria del quotidiano ma sentito tragicamente, perché irrimediabilmente perduto. Nell’opera di Cesare Pavese (1908-1950) la storia di Orfeo e Euridice riecheggia, come parabola della tragicità dell’esistenza, sullo sfondo di un favoloso mondo mitico che è insieme «paradiso perduto e luogo di un tempo immobile, sottratto alle violenze della storia».[1] L’antico poeta trace si fa proiezione dello stesso Pavese nell’Inconsolabile, uno dei ventisette dialoghi tra personaggi della mitologia classica che compongono i Dialoghi con Leucò, scritti tra il 1945 e il 1947; i dialoghi ripercorrono, secondo un disegno unitario, i temi centrali nell’opera di Pavese, dal senso doloroso del vivere, alla rassegnazione al proprio destino, alla presa di coscienza dell’ineludibilità del soffrire, all’aspirazione a costruire una nuova umanità civile. E non è un caso se Pavese considererà quest’opera la sua cosa migliore, la più originale, provocatoria e per certi versi testamentaria (sceglierà infatti la prima pagina di una copia dei Dialoghi per scrivere il suo ultimo messaggio prima del suicidio: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.»).Tra le pagine del diario, Il mestiere di vivere, più di un appunto si riferisce ai Dialoghi con Leucò, di cui viene definito per esempio il tema portante, la chiave narrativa:
Nei dialoghetti gli uomini vorrebbero le qualità divine; gli dèi le umane. Non conta la molteplicità degli dèi – è un colloquio tra il divino e l’umano.[2]
Lo struggente desiderio degli umani per gli dèi e viceversa muove le infinite vicende mitologiche riformulate da Pavese nella sua opera; il tragico ha origine dalla rottura di un divieto, dall’infrangersi di una barriera, quella appunto tra uomini e divinità; e, ancora una volta, quello di Orfeo e della sua Euridice funge da perfetto exemplum per tale paradigma.
La narrazione pavesiana del mito orfico, è preceduta, come accade anche in tutti gli altri dialoghi dell’opera, da una incisiva didascalia informativa, quasi esegetica:
Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo sotterraneo e promisero a più d’uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, cantore, viandante dell’Ade e vittima lacerata come lo stesso Dionisio, valse di più.[3]
Con le prime tre parole del testo – sesso, ebbrezza e sangue, a simbolizzare rispettivamente, amore, arte e morte – Pavese coglie con incredibile capacità di sintesi, quelli che per lui sono i temi centrali attorno ai quali non solo ruotano tutte le narrazioni già svolte del mito di Orfeo ed Euridice, ma anche la sua stessa. Il cantore tracio, nel dialogo L’inconsolabile, è rappresentato a colloquio con una baccante, detta alla greca Bacca, dopo il ritorno dall’Ade e prima di essere fatto a pezzi dalle invasate di Dioniso. Quello di Orfeo è quindi un racconto con lo sguardo ancora rivolto all’indietro, al passato. Un ricordo col filtro di un meditazione. L’interpretazione pavesiana del mito è originale e, come già nella versione di Cocteau, spiazzante. Orfeo confessa di essersi voltato consapevolmente, al fine di perdere Euridice per sempre, sfuggendo così al circolo del «ciò che è stato sarà ancora»[4]. Euridice, carica del freddo della morte, con l’orrore del nulla delle ossa, sarebbe riuscita alla luce, per riprendere possesso della vita precedente e per morire poi di nuovo: non valeva la pena, per lei e per il suo uomo. Che era sceso nell’Averno alla ricerca di un’altra Euridice, quella del ricordo, del passato; infatti, come dichiara con amara ma decisa convinzione Orfeo: «i morti non sono più nulla»[5]; era sceso nell’Averno alla ricerca, in realtà, di se stesso, aveva capito e si era voltato: «Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo»[6]. La baccante invita Orfeo a essere meno malinconico e ad aderire alla festa, all’entusiasmo, all’ebbrezza. Il cantore rifiuta però questa prospettiva: ormai ha visto l’Ade, il proprio inferno ormai lo conosce. Bacca gli preannuncia vagamente il furore deluso delle sue colleghe, che lo dilanieranno. Come ci sembra chiosare egregiamente Gigliucci: «l’Orfeo pavesiano rifiuta non tanto la donna, quanto un simulacro del passato, un’Euridice post mortem che non è più quella radiosa del ricordo, una donna corrosa dal vuoto e dal nulla inferi, destinata a un ripetersi sfigurato degli eventi, a una nuova morte; insomma Orfeo “valse di più”, indica Pavese, perché osò rompere il circolo del determinismo, almeno in apparenza, giacché anch’egli non sfugge certo al suo destino, al suo sparagmòs, al deprezzamento dionisiaco».[7]
Un’ultima nota per quanto riguarda questo primo incontro con la versione pavesiana del mito orfico, è indispensabile nell’affrontare il problema della forma, dello stile impiegato dall’autore piemontese nella sua opera: il linguaggio dei dialoghi è asciutto e immaginoso, spesso sentenzioso e fulmineo, oppure improvvisamente aperto a momenti lirici pregni di espressività, magari di un «classicismo arcaizzante o cantilenante»[8], ma anche con «grandi sintesi comparative gravide di simbolismo».[9] Insomma, pur essendo dei dialoghi in prosa, quello dei Dialoghi con Leucò è un linguaggio intimamente poetico, talora sovrapponibile a quello di molte liriche pavesiane.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, Cuneo, 1908 - Torino, 1950). Romanziere, poeta, saggista e traduttore italiano.
Dottore in Lettere nel 1930 con una tesi “Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman”, fu tra i fondatori, nel 1933, della casa editrice Einaudi.
Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”, Einaudi, Torino, 1999, con introduzione di Sergio Givone.
Prima edizione: Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”, Einaudi, Torino, 1947.
PAVESE in LANKELOT:
GIOVANNI DI BENEDETTO, luglio 2009. Parte integrante della tesi “Orfeo: metamorfosi di un mito. La rielaborazione novecentesca di Jean Cocteau e Cesare Pavese”.
[1] M. De Simone, Amore e morte in uno sguardo. Il mito di Orfeo e Euridice tra passato e presente, Firenze, Libri Liberi, 2003, p.63.
[2] C. Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di M. Guglielminetti e L. Nay, Torino, Einaudi, 2000, p. 322.
[3] C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Torino, Einaudi, 1999, p. 76.
[7] R. Gigliucci, Cesare Pavese, Milano, Bruno Mondadori, 2001, p. 132.
[8] R. Gigliucci, Cesare Pavese, cit., p. 72.
Commenti
Purtoppo continuo a non riuscire a giustificare il pezzo...
Comunque, come avevo promesso, ecco un breve estratto, una sintesi della parte della mia tesi sulla rielaborazione novecentesca del mito di Orfeo in questo dialoghetto di Pavese. Questa era praticamente l'introduzione a tutto il capitolo, che ovviamente, per motivi di spazio, mi è risultato impossibile riportare...
Conto di fare la stessa cosa con la parte riguardante Cocteau.
Adesso dovrebbe andar meglio.
Grazie mille Angela! Gentilissima! :)
:)
"Orfeo confessa di essersi voltato consapevolmente, al fine di perdere Euridice per sempre, sfuggendo così al circolo del «ciò che è stato sarà ancora»"
A pensarci è micidiale. Interessante davvero questo tuo, sinceramente i Dialoghi li ho sempre trovati un poco ostici.
Aspettiamo la parte su Cocteau;).
"I dialoghi" rimangono il mio Pavese preferito.
Per togliersi dalla ripetizione, che è destino, bisogna compiere il proprio (destino)? Non c'è fuga dalla ripetizione che nel destino, anch'esso ripetizione? E il destino è morire? E la morte si ripete?
Solo gli dèi possono vedere la morte come ripetizione? Quel che all'umano sembra una fuga, non è che ripetizione di un ciclo altro? Di un ciclo difficile da comprendere dalla prospettiva umana? O forse comprensibile, e per questo non ci consola?
I dialoghi sono molto diretti.
Buona pagina, giovanni. Bravo.
6. Nella tesi, tutta questa parte pubblicata qui su Lankelot, faceva praticamente da introduzione alla parte in cui dimostravo l'influenza delle letture di Nietzsche per la stesura di questo breve ma splendido dialogo.
7. anche il mio. :)
8. Grazie Branco. Quelle domande sono le stesse che mi ronzavano nella testa durante tutto il periodo di scrittura della tesi.
Come ha scritto Eugenio Corsini, ?Non sapremmo trovare in altre pagine di Pavese, neppure in quelle più vive e sofferte del Diario, tanta accorata ?autobiografia? quanto in questa dolente raffigurazione di Orfeo e del suo destino?.