“L’uomo è separato dal passato (anche dal passato di qualche secondo prima) da due forze che si mettono immediatamente all’opera e collaborano tra loro: la forza dell’oblio (che cancella) e la forza della memoria (che trasforma)…La poesia lirica è la roccaforte della memoria”. (Kundera)
Alle spalle il secolo buio, supersite nel ricordo vivo e nella registrazione dell’anno di nascita. Nel sangue la pulsazione della ricerca di rigenerazione in tempo nuovo, condizione mediana, squarcio di Storia privo di definizioni: postnovecento. Karlsen trattiene con garbo la penna “così stanca che non vuole più stare dentro la mano”, il suo non è desiderio di infinito, ma più semplicemente urgenza di “comunicare, amare e farsi amare senza limiti in modo assoluto”. La poesia si mescola alla prosa in pagine che riflettono la sensibilità acuta di un artista in grado di piantare lo sguardo oltre la luce, nell’ombra dolorosa di quell’eclissi, “veglia che elide ed esclude riportando a galla la coscienza”, mentre “schiere di esistenze brevi se ne stanno sdraiate lungo la diagonale frenetica che incide l’Europa, ignorando il quotidiano levarsi dell’alba, il miracolo vero”. .
L’inchiostro traduce l’ansia di “ritornare ad essere uomini”, di sciogliersi dai lacci “dell’acefala bugia del mercato e del consumo inesauribili rituali”, di rinnegare il “lusso dell’obesità: violazione del mondo di diritti e di libertà ereditato dai santi”. E nei versi si condensano la distanza dalla farsa del progresso, l’estraneità alla logica di spersonificazione della tecnologia e la sincera preoccupazione per il “diffondersi progressivo d’un linguaggio tecnico e per il parallelo dileguarsi del gusto per le arti”. In un’Italia divenuta “scoglio dove si squaglia a banchi il cerone” la voce dello storico scandisce, con l’eleganza di uno scrivere che si snoda negli arabeschi della poesia, l’imperativo categorico di riappropriarsi di se stessi, della dignità di esseri pensanti, partendo dalla consapevolezza delle storture figlie dell’attuale vuoto di valori.
Karlsen accoglie l’urlo di dolore del cosmo deturpato dagli ecoattentati e dalle aberrazioni genetiche; accoglie l’urlo di dolore del suo paese infestato da “cosche di vespe imberettate strette al trono della moralità morente”, da “cravatte di seta doppiopetti color merluzzo, vagine sconciate da brame di potere” e nei suoi pezzi, schivati i bagliori verdastri del televisore, imbonitore di anime morte alla consapevolezza, “riflette se possa esistere una condizione più luminosa della vita, del presente”. La denuncia, dunque, non uccide la speranza, la rabbia non estingue la sete di bellezza, la desolazione della solitudine ripetutamente estremizzata nella metafora della sterilità (“Mi sento solo – non voglio non voglio disseminare dolore”), non cancella “l’immortalità del gesto minimo”: ribellione pacata ai ritmi ossessivi della vita, celebrazione di quella ripetitiva lentezza capace di racchiudere, nell’apparente insignificanza delle consuetudini quotidiane, quel “niente che è la parola della poesia, tutto”.
Lavare i piatti, bere il tè, osservare le gocce di pioggia rigare i vetri delle finestre, sdraiato sul divano di casa: azioni semplici a far da delicate cornici per i sentimenti imperituri dell’amore e dell’amicizia. Le pagine non abbandonano la satira civile e politica, né il rigetto per il benessere sordo di una società che scrolla le spalle con indifferenza di fronte agli orrori di questi giorni difficili e forse detestabili, ma riservano spazio anche alla vena intimista dell’autore che “entra ed esce da se stesso scovandovi distanza ghiaccio e inferno” e si ripone a vivere non senza riuscire a gioire “incredulo, vivisezionando al tatto e alla memoria immagini di coperte rimboccate e chiodi a caso cosparsi su campi di calcio in periferia”.
“Se l’unica volontà vera è di arrestare il tempo”, Karlsen si abbandona all’abbraccio del ricordo rinsaldando il vincolo col passato, (Che l’eterno che rincorriamo fa sfacelo di noi.) e, con la pelle rigata dal sorriso di sangue della perduta giovinezza, osserva la soave tragedia del cosmo. Dall’avamposto di quella “Trieste che, morti a parte, ormai è poco o nulla”, squarcia nuovamente il sipario della Storia per molte parti calato sul secolo scorso ad obliare verità e colpe. Postnovecento: dopo, ma non senza. Coscienza di successione che affonda le radici nella memoria ereditata dal sangue.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Patrick Karlsen (Genova, 1978) storico e poeta italiano.
Patrick Karlsen,“Postnovecento”, Edizioni del Catalogo, Roma 2005.
Prefazione di Gianfranco Franchi.KARLSEN in LANKELOT
Angela Migliore, 7 maggio 2005
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Ripubblicata dopo aver letto del nuovo libro di Patrick. Un modo come un altro per fargli i miei auguri.
E per ricordare a tutti che sei stata, in assoluto - a parte l'editore prefatore - la sua più grande sostenitrice. Nessuno tra noi se ne dimentica. Grazie, Angela.
"?Se l?unica volontà vera è di arrestare il tempo?, Karlsen si abbandona all?abbraccio del ricordo rinsaldando il vincolo col passato, (Che l?eterno che rincorriamo fa sfacelo di noi.) e, con la pelle rigata dal sorriso di sangue della perduta giovinezza, osserva la soave tragedia del cosmo. Dall?avamposto di quella ?Trieste che, morti a parte, ormai è poco o nulla?, squarcia nuovamente il sipario della Storia per molte parti calato sul secolo scorso ad obliare verità e colpe. Postnovecento: dopo, ma non senza. Coscienza di successione che affonda le radici nella memoria ereditata dal sangue".
Degnissima quarta.
A proposito. Il sito del Catalogo - e relativi indirizzi email - è morto l'altroieri. I sogni si spengono silenziosamente, e senza troppo pubblico. Poi un giorno risorgono prepotenti. Si dice.
2 >Non potevo non sostenere Postnovecento e i motivi non sto certo a spiegarli all'editore prefatore :)
4 >Aspettiamo la resurrezione dei sogni,allora.
Tornerai a pubblicare, cavaliere. Alle mie latitudini dicono "chi non muore si rivede" e hai ampiamente dimostrato che non ti s'ammazza facilmente.
Daje!
gli dei vogliano, amices. Io in testa ho rivoluzione culturale previa casa editrice e caffé letterario, e stavolta senza soci, da solo;). Un giorno, non so quanto lontano, convinto che finalmente non mi lascia più da solo nessuno perché sto da solo e hai voglia quanti geni alla Karlsen pubblico. Sono anni che sto con voi...
(Anche perché questa raccolta tanto decantata vorrei leggerla prima o poi, questa volta passando dalla libreria, ergo urge una seconda edizione.)
(damose da fà).
(ti mando copia prima che mi finisca la scorta. Ricordamene via mail già stanotte;) ).
Questo Karlsen mi è totalmente sconosciuto. Ohibò
(è uno di noi. è mio fratello, dal 1983)
Dovrò battere lande desolate per trovarlo. Ho già capito che questo luogo è faticoso ;)
(lasciami recapito qua:
gff.franchi@gmail.com e rimedio io. Prima che sia seriamente troppo tardi;) ).
ma gosa sei dizzendi. basta chiedere a ryoga!
Angela, ricordo e rileggo con particolare emozione la tua recensione. Grazie di cuore per averla riproposta qui.
E' planato questa mattina sulla mia scrivania. Grazie Ryoga
(profezia facile. Ci tornerà, su quella scrivania).
(grosso ryo)
?Se l?unica volontà vera è di arrestare il tempo?, Karlsen si abbandona all?abbraccio del ricordo rinsaldando il vincolo col passato, (Che l?eterno che rincorriamo fa sfacelo di noi.) e, con la pelle rigata dal sorriso di sangue della perduta giovinezza, osserva la soave tragedia del cosmo. Dall?avamposto di quella ?Trieste che, morti a parte, ormai è poco o nulla?, squarcia nuovamente il sipario della Storia per molte parti calato sul secolo scorso ad obliare verità e colpe. Postnovecento: dopo, ma non senza.
Angela, è un vero incanto questa fine. Grazie
Raffaella
Patrick, aono io che ringrazio. Il tuo libro è stato un grande dono.
Raffaella, hai scelto lo stesso frammento di Franco. Son contenta sia tanto piaciuto ad entrambi, ma era facile scrivere bene di Postnovecento. Sono pagine preziose.