Pastorino Marta

Effetti Collaterali

Autore: 
Pastorino Marta

Quando un libro mi lascia un sapore, un certo sapore ecco. Penso che la lettura doveva arrivarmi proprio per quello, il sapore che mi è rimasto e che probabilmente porterò con me, è parte di me adesso.

‘Effetti collaterali’ è un romanzo che si potrebbe scomporre in due macro parti. La prima dove il lettore rimane disorientato, confuso, barcolla tra due personaggi che sembrano camminare su binari paralleli e di rado si sfiorano. Dopo, però, taluni pensieri si ricompongono, la maglia acquista consistenza e i punti passati diventano finalmente comprensibili. Allora il lettore esce dalla nebbia e inizia a farsi delle domande. Tenta di capire, spiegare, quei comportamenti che l’avevano lasciato perplesso, forse ha addirittura storto il naso di fronte a certe scene poi però.

I personaggi sono due, un uomo e una donna anche se è attraverso gli occhi di lei che il lettore arriva ad afferrare i fili, passati e presenti, perché è la voce della donna che racconta, piano, lentamente (molto lentamente) gli eventi (i suoi ma anche quelli del compagno). E’quindi una narrazione che può disorientare perché la storia passa attraverso una voce sola che salta tra i ricordi lontani e quelli più vicini, tra pensieri attuali e annotazioni passate, digerite eppure ancora latenti.

Questa è la storia di due persone sole, che vivono le rispettive solitudini dividendo un letto, una casa e qualche gesto. Come pupazzi che compiono gesti rituali e non si accorgono che insieme esiste un noi, che potrebbero confrontarsi, compiere azioni comuni. Non si accorgono perché il loro mondo è un altro. E’un mondo fatto di dolori taciuti, ferite celate, parole che sfuggono, si mescolano e sembrano così poco importanti da non meritare.

Lei è commessa in una panetteria. Lui lavora nella farmacia vicina. Si incontrano ogni giorno due volte, a pranzo quando lui compra il panino al prosciutto e poco prima della chiusura quando lei entra in farmacia a fare scorta di farmaci che lui le fornisce senza ricetta (e senza fare domande).
Si incontrano dunque e poco alla volta iniziano a cercarsi, ma non è un corteggiamento, non nel senso comune del termine. A un certo punto lui la invita a salire in casa sua (un piccolo appartamento sopra la farmacia) e lei non se ne andrà più. Non ci sono richieste, promesse o progetti. Perché non ci sono tante parole tra loro, non quelle ad alta voce, alla luce del giorno insomma. Le parole che si scambiano sono sussurri notturni.

‘ Abbiamo iniziato a dormire insieme. Ogni sera. Ogni sera, a letto, siamo stati vicini nella penombra. Ogni sera, mi hai raccontato qualcosa di te.’ (pag.42) e ‘Ogni sera mi hai raccontato un pezzo di questa storia.’ (pag.44)

‘Certe notti non dormivo.[…] Avvicinavo la bocca al tuo orecchio. Come se volessi mettermi a parlare, a raccontarti sottovoce anch’io le storie di quando ero bambina. I miei ricordi. Il tuo sonno era cullato dai miei pensieri.’ (pag.51)

Eccolo dunque il linguaggio adottato, il compromesso per rimanere estranei e sentirsi nello stesso tempo vicini, accomunati da traumi, dolori, ferite.
Perché questi personaggi coprono con il silenzio mali profondi, solchi indelebili. Lui schiacciato da una madre possessiva, ossessionata dal bene del figlio, e che si scopre fragile quando deve muovere i primi passi da solo (nell’appartamento lontano dalla famiglia). Un uomo pieno di insicurezze, che teme i rumori notturni e accetta la convivenza con una donna che non può avere (gli nega il sesso e ogni tocco più intimo) eppure la cerca, si preoccupa, tenta di guarirla, le procura ogni medicina poi le butta via in un ultimo gesto estremo. Un uomo sperduto.
Lei straripante di sofferenza acquisita, cresciuta dai nonni perché la madre si è ammalata poco dopo averla partorita (il padre si è poi accompagnato con un’altra donna). Lei che ha interiorizzato tutto, moti, sentimenti, l’atmosfera familiare di colpa e le frasi bisbigliate. Lei che vive una bulimia farmacologica perché i farmaci sono l’unica variabile certa in un equilibrio instabile, i farmaci dovevano curare sua madre così oggi li usa su se stessa, li cucina, li mischia a ingredienti, succhia pomate, ingoia pillole colorate.

‘ Mi immaginavo di rubare le medicine e di portarle alla mamma, per farla guarire. Ma non l’ho mai fatto. Me le mangiavo, invece, di nascosto. E non sono più riuscita a smettere. Non ce l’ho fatta.’ (pag.86)

Si tratta quindi di un corpo violentato, forzato, sul quale è stato scaricato tutto. Frustrazione, paure, dolore. Un corpo costretto a subire, che si trasforma, deforma. I capelli cadono. La pancia si riempie di bolle e croste, le prude, la fa urlare e le impedisce di riposare. Ma non è la pancia, in realtà, bensì quello che rappresenta (la maternità e quindi la madre che l’ha messa al mondo e poi è stata male, è ingrassata a dismisura ed è stata ricoverata, praticamente abbandonata da tutti, marito compreso). Il nodo cruciale è lì. Tra medicine incapaci di curare dolori dell’anima, sguardi che sottintendono e un passato scomodo, difficile da evocare, fatto di frammenti, aneddoti, pezzi di sofferenza sparsa.
Questa è la storia di una donna che racconta di una bambina convinta di aver provocato la malattia della madre. Colpevole quindi, alla ricerca di una pace chimica che non troverà mai. In continua fuga. Fuga dalla madre, dal nonno, poi da lui. Fuga da se stessa, dalle croste, dalla pancia e dai cibi cucinati con le medicine che solo lei mangia nel silenzio della cucina.

‘ Non è colpa tua. Non è vero che lo pensano tutti. Sono io, nonna. La mamma sta male da quando sono nata io’.(pag.78)

E’ una narrazione sociale, che mostra i danni di un’infanzia pesante, desolante e desolata. Svela com’è possibile crescere una bambina con ferite così profonde da impedirle di essere libera, di lasciarsi ‘essere’.

Il romanzo è breve, scivola davvero come un tazza di tè fumante. Ma non ci si deve lasciar ingannare dalle frasi svelte, spezzate, ritmate. Ogni paragrafo è un tassello, una riflessione, un dettaglio vitale per la comprensione di un’opera più articolata di quanto il formato induca a pensare.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Marta Pastorino è nata a Genova nel 1978; Vive e lavora a Torino, dove si è laureata in Scienze della Comunicazione, e dove ha frequentato la Scuola Holden nel 2001/2003, con cui collabora      tuttora. Scrive per il teatro e per la narrativa, pubblicando nel 2004 il racconto Nina nell’Antologia Gli intemperanti edita dalla Casa Editrice Meridiano Zero, per cui nel 2006 ha pubblicato il romanzo Effetti collaterali. In teatro, ha lavorato tra gli altri con Lucilla Giagnoni e Paola Rota, con cui ha scritto Vergine Madre nel 2005, e l’anno successivo Genesi, liberamente tratto da La passione secondo GH di Clarice Lispector, spettacoli prodotti dal teatro M.A.S. Juvarra. Dal 2006 fa parte come drammaturga dell’Associazione Culturale blucinQue, per cui ha scritto lo spettacolo per ragazzi Sfido io! Da luglio 2007 collabora con la Fondazione Merz a Torino.

APPROFONDIMENTI IN RETE.

Dal sito di Meridiano Zero è possibile rintracciare le recensioni al libro.

ISBN/EAN: 
8882371204

Commenti

Amices, segnalo il nuovo articolo di Barbara!

anche qui non posso esimermi dal fare i complimenti a chi ha scritto il pezzo. Ovviamente non conoscevo nulla, né autore nè romanzo ne limitrofi. Ma la scrittura invoglia alla lettura e il tutto diventa un romanzo messo in lista da leggere, tempo e recessione permettendo. Grazie. ("Il romanzo è breve, scivola davvero come un tazza di tè fumante" inteso che non mi piace il te, m'è piaciuta la frase)

"Questa è la storia di due persone sole, che vivono le rispettive solitudini dividendo un letto, una casa e qualche gesto. Come pupazzi che compiono gesti rituali e non si accorgono che insieme esiste un noi, che potrebbero confrontarsi, compiere azioni comuni. Non si accorgono perché il loro mondo è un altro. E?un mondo fatto di dolori taciuti, ferite celate, parole che sfuggono, si mescolano e sembrano così poco importanti da non meritare."

> Quindi si tratta di due persone reali e normali. Più comuni del previsto.

"Il nodo cruciale è lì. Tra medicine incapaci di curare dolori dell?anima, sguardi che sottintendono e un passato scomodo, difficile da evocare, fatto di frammenti, aneddoti, pezzi di sofferenza sparsa."

> Si direbbe uno spaccato delle interazioni famigliari contemporanee, con poche eccezioni e qualcosa di particolarmente crudo per illuderci che questa storia sia un'anomalia. Interessante:).

3.> Quindi si tratta di due persone reali e normali. Più comuni del previsto.
Si, lui e lei lavorano regolarmente (lei poi smetterà) e tutto sommato compiono i gesti di tutti i giorni. Se non fosse che dall'inizio, la narrazione in prima persona mostra scene 'fuori dall'ordinario'anzi, inspiegabili finchè il lettore potrà capire quei motivi legati al passato e alle ferite nascoste.

'Mi sono tolta la giacca, ho infilato la mano nella maglietta rossa, mi sono grattata intorno al seno, scendendo fino alla bocca dello stomaco, dove c'è la pelle secca, dove ci sono le squame. Mi sono appoggiata al muro. Mi sono girata, ho aperto il cofanetto. Foille, Zovirax, Plasil, Mictasol blue, Diclofenac, Vaselina.' (pag.9)

Questo è uno stralcio della prima pagina. E già capisci di essere entrato in 'qualcosa' che ha quanto meno delle stonature, che al lettore suonano come tali perchè ancora non sa.

4. > Si direbbe uno spaccato delle interazioni famigliari contemporanee, con poche eccezioni e qualcosa di particolarmente crudo per illuderci che questa storia sia un?anomalia.

L'impressione che ho avuto io è che i comportamenti che il lettore avverte come bizzarri diciamo, quasi assurdi in realtà finiscono per aprire un mondo di motivi, diventano così spiegabili (dopo alcuni brandelli passati) che il lettore stesso li collega e non può non rimanerne colpito. Io ne uscita con un senso di vuoto addosso, un buco direi perchè quel tipo di solitudine è davvero straziante in certi punti. Lo scoprire che lei bambina è stata 'indotta' da una serie di circostanze a ritenersi intimamente responsabile per la malattia della madre è mostruoso a mio avviso e lo ancora di più perchè il lettore arriva alla fine sapendo che non sono 'favolette inventate' tanto per dire, per intrattenimento insomma, bensì accadono davvero questo cose. Ciò che il bambino assimila nelle fasi inziali della crescita (umori, stati d'animo, sensazioni, percezione del contatto, dialoghi, approcci fisici, frasi e interazioni varie) tutto insomma, gli rimane addosso (anche inconsapevolmente) e a un certo punto riemerge. Ed è lì, specie in quei momenti, che l'adulto fa LA differenza, ha davvero in mano le sorti del futuro adulto. Il problema, mi pare, il più delle volte è esserne consapevoli.

baol70 grazie a te, se e quando ti capiterà di leggerlo spero di poter confrontare le nostre 'letture'.
Il libro fa parte della collana 'gli intemperati' diretta da Giulia Belloni (dimensioni 11x17) è di 91 pagine e costa E.6. Per questo dico che scivola giù. La modalità narrativa poi lo rende ancora più scorrevole, è come se il lettore assistesse a un monologo teatrale della protagonista che parla direttamente di se, del suo compagno e di taluni avvenimenti presenti e passati ma senza descrizioni tradizionali, per frammenti, dettagli direi.

6.

Dici:
"Lo scoprire che lei bambina è stata ?indotta? da una serie di circostanze a ritenersi intimamente responsabile per la malattia della madre è mostruoso a mio avviso e lo ancora di più perchè il lettore arriva alla fine sapendo che non sono ?favolette inventate? tanto per dire, per intrattenimento insomma, bensì accadono davvero questo cose."

> Accadono, sì. E la consapevolezza non è un traguardo impossibile. Soltanto, non fa la differenza e non cambia la storia, direi.
Cambia, piuttosto, l'atteggiamento.

Grazie per il confronto, a presto.

A proposito, sul .7: la collana che dici, quella degli Intemperanti, è stata chiusa, hai un pezzo da collezione. Conservalo;)

9.
Ne ho due mi sa!
Ho comprato anche 'Un quarto di me' di Silvia Nirigua, aspetto la chiamata per addentarlo. ^ _ ^

:)).

uh. anche io ho un libro di quella collana. Non dire il mio nome, di Paola Presciuttini.
Ma volevo dire un'altra cosa: ma questi scrittori usciti dalla Holden?? Pastorino, Grossi, anche Longo...
io non li ho letti, ma sembra non siano niente male...secondo voi la scuola quanto influisce? e non parlo della cifra stilistica. Holden è un nome, ormai. Ma forse questa è discussione da forum? nel caso, si apre di là?
notte;-)

(può andare anche qui:).
Quanto influisce la scuola? Eh. Se non vogliamo parlare di cifra stilistica, parliamo razionalmente del discorso del circuito, dei contatti. Evidentemente, qualche buon biglietto da visita plana; o almeno, la sicurezza di poter essere letti inviando un manoscritto viene maturata. Se vuoi aggiungo: nemmeno questo può bastare a camparci, no, in ogni caso rimane secondo lavoro - quando va bene:) )

non parlo di cifra stilistica perché non li ho letti, ne ho sentito parlare bene, grossi anche finalista al premio strega. anche il circuito, i contatti, è normale che maturino in un mondo in cui l'offerta di manoscritti è così alta e ampia. però è come se, alla fine, non ci si slegasse da questa logica. i circuiti mai in contatto tra loro, gli stessi lettori e scrittori e critici. la sensazione che ci siano realtà parallele, ognuna fatta dei propri legami, senza una disposizione al confronto. ognuno fa il suo, e amen. tornando alla scuola, non tutti quelli che escono di lì scrivono, nelle alette, nelle info personali, di essere usciti dalla holden. scelta dell'editore o meno?
sul bastare a camparci, ok;-)
e finisco qua.
buon doposantostefano.

Non so dirtelo. Dipende, si vede. Buona domanda...

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MERIDIANO ZERO: http://www.lankelot.eu/Meridiano-Zero è molto popolare. Mi fa piacere...