Ho scoperto il libro di Carlo Pastorino andando in Vallarsa, tra quelle montagne dove lui ha combattuto e che traboccano ancora di memorie e di tracce della Grande Guerra, quell’immane carneficina che travolse un’intera generazione. Pastorino, originario di Masone nell’Appennino Ligure, fu inviato nel 1916 in Vallarsa come ufficiale e vi rimase per un anno, affezionandosi a quella terra aspra e bella,come quella che gli aveva dato i natali. Trasferito successivamente nel Carso, venne qui fatto prigioniero dagli austriaci e rinchiuso nella fortezza di Theresienstadt in Boemia fino alla fine del conflitto. Da quest’esperienza nascerà “La prova della fame” (1939), secondo volume di una trilogia, che si completerà con “A fuoco spento”(1934), un ritorno sui luoghi della guerra.
“La prova del fuoco” uscì nel 1926, con il sottotitolo “Cose vere” ed ebbe subito un grande successo, tanto che Pastorino ne curò un’edizione riveduta nel 1931.
Successivamente il libro finì nel dimenticatoio, per riemergere ora grazie all’editrice Zandonai e alla pazienza di Fiorenza Aste e Mario Martinelli. Ottime per la contestualizzazione la postfazione di Francesco De Nicola e la Nota al testo di Gregorio Pezzato.
Tra le pagine di Pastorino si snoda tutto il mondo della trincea e della guerra di posizione, dove ogni metro di roccia, sassi e terra è intriso dal sangue dei soldati.
La vita è durissima, quasi inimmaginabile per noi oggi. Pastorino non ci nasconde nulla di questa realtà, ce la presenta con un sano realismo, ma senza maledire e senza parole di odio, neppure per i nemici, dei quali cerca di cogliere sempre l’umanità.
I soldati vivono in condizioni estreme, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Esposti alle intemperie, al freddo come al caldo, con equipaggiamento poco funzionale – non era certo l’epoca del goretex o di altri materiali leggeri e impermeabili – tormentati da topi e pidocchi, tra la sporcizia e l’odore dei cadaveri in putrefazione, che non si riusciva a seppellire o dei brandelli di carne umana rimasti appesi ai reticolati, i soldati pativano la fame e soprattutto la sete. I rifornimenti, se riuscivano ad arrivare a dorso di mulo, per quei sentieri che adesso sono oggetto di passeggiate e gite, erano scarsi in qualità e quantità, spesso già dimezzati o sporchi. Qualche volta la corvé veniva bombardata e allora il pane arrivava zuppo di sangue: si sceglievano i pezzi non arrossati e li si divideva dagli altri con la baionetta. L’acqua era di solito poca, perché le ghirbe giungevano già mezze vuote.
L’odore – di marciume, di sporcizia, di latrina – attorno alle trincee era terrificante e vi si aggiungevano i fumi dei bombardamenti, la polvere, le schegge. Le amicizie potevano durare molto o interrompersi dopo poche ore, si vedevano i compagni morire dilaniati o mutilati orrendamente e spesso ci si sentiva dei bersagli, sottoposti a ordini assurdi, mandati a morire per pochi metri di roccia.
Pastorino ci racconta tutto questo, ma non discute gli ordini, anzi cerca di eseguirli, vivendoli come una prova, messa da Dio sulla sua strada.
Non c’è esaltazione, né retorica in lui, né odio o vendetta, dalle sue pagine emerge un’umanità calda e viva, sofferente e solidale.
“In trincea si dovrebbe esser fratelli, e amici fra noi”. (p.28) Viene alla mente Ungaretti con le sue liriche dal fronte.
“La prova del fuoco” non è un semplice diario di guerra, è un itinerario spirituale di grande forza e profondità, pervaso dalla sincera e mai esaltata fede religiosa dell’Autore.
Arrivato in prima linea inesperto e disorientato, senza sapere nulla del vero combattimento, Pastorino si rende subito conto che la guerra non è quel fatto così eroico declamato dall’aborrita retorica ufficiale, ma è una tragedia, una bufera che travolge uomini e natura, cambia i caratteri umani e il paesaggio stesso, che conserverà per sempre le cicatrici delle bombe e gli scavi delle trincee.
Egli stesso – visto che scrive a distanza di tempo e quindi con una certa prospettiva – si rende conto che la guerra l’ha cambiato, gli ha fatto scoprire un’umanità nuova che, pur in quell’inferno “scatenato contro questa povera cosa debole che è la nostra carne” (p.24), riesce a trovare momenti di fratellanza, di redenzione, di solidarietà e anche di gioia. I soldati provengono da tutte le regioni d’Italia e forse per la prima volta si ritrovano uniti per qualcosa. Alcuni non hanno mai visto le montagne, altri non sono adatti a certi lavori pesanti cui sono costretti, Pastorino, da ufficiale, li aiuta, vuole conoscere i loro nomi e le loro storie.
Per tutti ha una parola, un incoraggiamento, un gesto umano. Molti sono giovanissimi: li vedrà morire, spesso non si riuscirà neppure a ben seppellirli perché non c’è terra, ma solo pietrisco. Sembra che la prima vera unità d’Italia passi proprio per la Grande Guerra, che fa conoscere genti diverse e lontane.
Per il nemico si ha pietà, consapevoli che è un uomo come tutti e che vive gli stessi sentimenti “…quelli che noi chiamiamo nemici han qui le loro ossa confuse e miste con quelle di chi anch’essi chiamavan nemici” (p.167).
In breve il microcosmo della trincea diventa come una nuova casa, Pastorino dice a un certo punto: “Da quest’epoca si perde il ricordo della pace. Il mondo fuori del mio mondo di guerra non esiste più” (p.90). Pur in quelle condizioni estreme emergono momenti di felicità, gesti d’affetto e d’amicizia.
Gli ottantuno brevi capitoli che costituiscono il libro sono articolati come episodi dai quali spesso si può trarre un insegnamento, ma Pastorino non cade mai nella retorica o nella celebrazione, da cui sfugge.
“Sento che la mia penna ha pudori che le impediscono di scrivere ciò che la fama ha tratto sotto le sue ali: ella, la mia penna, si compiace di camminare per i suoi sentieri umili, ombrosi, negletti: sola: e che nessuno la segua, che nessuno la spii;” […]
Dove la fama è arrivata, sono clamori e folle briache e bandiere e applausi e monumenti: le cose vane, le parole vacue, i gesti, la pompa esteriore, il nulla: e l’anima è esclusa”. (pp.19-20)
Non solo gli uomini sono protagonisti del libro, ma anche la natura viene colta da Pastorino, proveniente da famiglia contadina, con grande sensibilità e attenzione. Quasi ad ogni pagina vi sono osservazioni e cenni al paesaggio, alle erbe, alle colture.
Alla Vallarsa Pastorino si affezionò come a una seconda casa, ecco come la descrive al suo ritorno dopo la licenza: “Io la salutai con gioia, la Vallarsa, e mi pareva d’esser tornato a casa mia. Rivedevo tutti i miei monti: erano candidi, e brillavano al sole. Non mi erano mai apparsi così belli”. (p.152)
Un libro da riscoprire e da non dimenticare più.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Pastorino Carlo, La prova del fuoco, Cose vere, Prefazione dell’autore, Postfazione di Francesco De Nicola, Nota al testo di Gregorio Pezzato, Rovereto, Edizioni Zandonai Egon 2010;
Links:
Marina Monego, settembre 2010
Commenti
[Pastorino] libro molto
[Pastorino] libro molto notevole sulla Grande Guerra.
[pastorino] grazie per questa
[pastorino] grazie per questa scheda, Marina. Ero rimasto molto curioso dalle ripetute segnalazioni nei libri di Martinelli, sono molto contento che tutto ti sia sembrato degno e notevole. Nei mesi a venire, magari in fiera, mi procuro copia. Il nome era già ben appuntato:)
[Pastorino] guarda, a me è
[Pastorino] guarda, a me è piaciuto parecchio, mi dirai :)
[Pastorino] Grazie di cuore
[Pastorino] Grazie di cuore Marina anche da parte mia per questa segnalazione. Sto infatti segnando tutta una serie di libri che potrei regalare a mio padre per il suo vicino compleanno e mi sa che questo potrebbe interessargli parecchio.
[Pastorino] Andrea: :) mi fa
[Pastorino] Andrea: :) mi fa piacere averti dato un'idea
[pastorino] giusto ieri ho
[pastorino] giusto ieri ho ricevuto un regalo graditissimo:). Approfitto per ringraziare pubblicamente la grande Fiorenza. Marina, a giorni rileggo il tuo bell'articolo e commento.
A presto!
[per tutti: il libro è reperibile qui: http://www.egonedizioni.it/catalogo/egon/La%20prova%20del%20fuoco.html )
[pastorino] nella postfazione
[pastorino] nella postfazione alla nuova edizione Zandonai, Francesco De Nicola ci racconta un affascinante retroscena, importante per avvicinarsi allo scritto. Prima (pp.200-201) ci racconta qual era l'approccio di Pastorino nei confronti dei tanti libri scritti sulla guerra. Scriveva, nel suo diario, nel dopoguerra:
"La guerra, quest'enorme e spaventevole carneficina, ha dato già migliaia di volumi; e pareva che gli uomini la desiderassero, quasi, per scrivere di essa e su di essa. Ma sono volumi nati morti; perché l'enorme e spaventevole cosa non è fatta per gli allineatori di parole. Quei volumi sono i servi, i lacchè, i lustrascarpe della guerra e non altro".
Passa qualche anno, Pastorino scrive racconti sulla realtà contadina, evita di dedicarsi alla narrativa bellica. Ma poi, tutto a un tratto, si concentra sui suoi ricordi. E riflette:
"Mi domando perché io mi sia accinto a scrivere queste memorie. Ho una vera avversione a tutti i racconti di guerra. Non ho letto una sola pagina delle migliaia di libri che intorno alla guerra sono state scritte. Perché dunque io scrivo? Ecco che sono al secondo capitolo. Capisco che lo scrivere di queste cose è ora per me un bisogno. Confidarmi con la carta bianca. I miei figli, un giorno, quando non ci sarò più leggeranno; e in questi scritti mi onoreranno".
Attorno al 1926 il lavoro sarà finito. In differita. Meno in differita rispetto a Lussu, almeno: http://www.lankelot.eu/letteratura/lussu-un-anno-sullaltipiano.html
[Pastorino] Grande
[Pastorino] Grande segnalazione, di un libro che tratta una guerra quasi dimenticata. Quasi. Io vivo in una regione dove forse più che altrove si sente ancora la terra piangere quelle tante vite sacrificate a un ideale di unità, di liberazione. Una terra che ha visto paradossi nelle trincee, dove i soldati locali riconoscevano amici, clienti, conoscenti austriaci con i quali erano sempre vissuti in pace (al contrario di molte altre zone di dominazione austriaca). Paradossale che il nonno di mio marito, siciliano, sia venuto fin sul Piave a combattere per la liberazione dall'Austria, a 1800 chilometri da casa. Paradossale oggi l'istanza leghista che su quella strage sputa senza rispetto. Io davanti alle gradinate di Redipuglia, davanti al museo della Grande guerra di Caporetto, ammutolisco e penso a quel sacrificio immane di vite.
[prima guerra mondiale] nel
[prima guerra mondiale] nel corso dell'ultimo anno, su lanke, abbiamo dedicato molto spazio alla guerra quasi dimenticata - come giustamente la chiami. Per quanti volessero approfondire, ecco il tag: http://www.lankelot.eu/Prima-Guerra-Mondiale completo di articoli sui memoir di Marinetti e Rosai, sui libri di Stuparich e Lussu, Tecchi e Junger e March.
[quest'estate sono tornato a redipuglia. mi ha tolto il respiro, come quando ero bambino]
[pastorino] buondì
[pastorino] buondì Marina! Grazie ancora per aver scritto di questo libro. E' stata un'esperienza estetica intensa: è un testo che sa commuovere e sa infiammare. Non sono proprio convinto che, come scrivi, "Non c’è esaltazione, né retorica in lui". Retorica ce n'è tanta, ma non c'è niente di male. Sbircia solo le ultime 11 righe di pagina 79, per capirci. Fatto? :). Ecco.
E poi va detto che c'è una periodica rappresentazione del dettaglio melodrammatico o drammatico, che colpisce soprattutto nei capitoli più brevi, o meglio: nei bozzetti più sintetici. Pastorino mostra tutta la fragilità e la debolezza dei nostri soldati al fronte, raccontando la disperazione, la solitudine e la facilità di morire di tutti. Al contempo, a volte - ma non credo possa essere altrimenti - cede all'esaltazione della guerra. C'è questo passo, sull'arditismo (XXXIV, p. 82) che mi è rimasto, in questo senso, eccezionalmente impresso.
Vediamo se sei d'accordo.
"L'arditismo non è dunque disprezzo, ma amore alla vita: amore spinto al sommo grado. La viltà, sì, è disamore e, direi, corsa alla propria soppressione. L'arditismo può essere anche un poco calcolo; perché chi va con baldanza e coscienza di sé a un assalto, generalmente si salva: egli dà la vittoria alle proprie armi e salva sé stesso. Parrebbe assurdo, ma è così. Negli assalti gli arditi non cadono quasi mai: perché vanno per vincere, non per morire. Vanno per vivere e per dar la vita, per innalzare sé e le proprie armi, per spiegare al vento la propria bandiera e perché la patria splenda e sia gloriosa. Nell'ardito c'è tanta forza di vita che il suo sangue s'è fatto come un torrente in piena: chi potrà trattenerlo? [...]. L'incertezza, il timore di morire, il cercar di nascondersi, il vagar con lo sguardo in caccia del riparo, son sempre letali. La paura ha in se stessa la punizione. Il pauroso resiste sempre poco: negli assalti quasi sempre cade".
Ma il massimo arriva la riga dopo. Pastorino si gioca un piccolo espediente retorico per recuperare il terreno: invano... "Queste cose avrei voluto esprimere ai miei trenta arditi; ma la guerra non è fatta per le parole, bensì per le azioni: perciò fu più bello il tacere".
Mmm:).
[pastorino] altra
[pastorino] altra osservazione molto giusta, nel tuo articolo, è questa, relativa all'odore della guerra, in questo libri: "L’odore – di marciume, di sporcizia, di latrina – attorno alle trincee era terrificante e vi si aggiungevano i fumi dei bombardamenti, la polvere, le schegge".
> Hai avuto pietà dell'immaginazione di chi ti legge. Pastorino parla molto spesso del fetore dei morti rimasti senza sepoltura. Che è qualcosa che davvero non potremmo descrivere né, tendenzialmente, ipotizzare. Cosa ne sappiamo noi contemporanei dell'odore dei cadaveri in decomposizione? Di tanti cadaveri in decomposizione? Ecco, questo è sicuramente uno degli aspetti che rimangono più impressi post lettura: l'odore della trincea. Non la trincea - ma l'odore che aveva, che la circondava. fa spavento.
Più avanti, scrivi: "Le amicizie potevano durare molto o interrompersi dopo poche ore, si vedevano i compagni morire dilaniati o mutilati orrendamente".
> capitolo XXXIII, Pastorino scrive: "Gli amici mutano e si susseguono. Quello che oggi è con noi e coglie dalle nostre labbra le confidenze domani non ci sarà più; e al suo posto vedremo un altro col quale dovremo ricominciare da capo. Molte amicizie sorsero, si svilupparono e furono troncate nello spazio di poche ore. [...]. Se uno persiste a esserci accanto e passano le settimane e i mesi ed egli non se n'è andato ancora, noi cominciamo a considerarlo un privilegio e ci pare che la sua presenza abbia del miracoloso. Chi è molto vissuto in guerra ha in sé qualcosa come se avesse acquistato l'invulnerabilità [...]".
Ecco... secondo me è un po' il discorso che si faceva poco fa, sull' "odore". Non possiamo, naturalmente, credere nemmeno per un istante a uno scenario - un sistema - in cui esistano grandi amicizie da poche ore, spezzate dalla morte e subito sostituite da altre. E' totalmente inimmaginabile, in tempo di pace. Questo è un altro degli elementi perturbanti del racconto di Pastorino. Averci testimoniato e ricordato quanto peso possa avere un dialogo da niente, nel momento giusto.
[una segnalazione finale] se
[una segnalazione finale] se cerchi un narratore "non retorico" della prima guerra mondiale - io non posso che suggerirti Ottone Rosai. Non farti ingannare dal nome del suo libro, "Libro di un teppista". Il diario di guerra di Rosai ha inizio con due oggetti, quasi fosse una natura morta. Questi oggetti sono una gavetta e un cucchiaio. Secondo me basta questo elemento a convincerti a cercarlo.
Se vuoi leggere le mie osservazioni su opera & autore, http://www.lankelot.eu/letteratura/rosai-ottone-il-libro-di-un-teppista-... (ma fanne a meno, non ti servono)
[marina-pastorino] se oggi
[marina-pastorino] se oggi hai tempo e passi di qua, trovi i commenti rimasti indietro:)