"Com’è diversa da me questa gente che scrive delle stesse cose che interessano a me. Ma dov’è, dove vive?"
Pier Paolo Pasolini è stato un grande poeta, letterato, artista, cineasta, ed intellettuale contro. Contro chi e contro che cosa lo si evince da tutta la sua opera - in tutte le sue forme. Un’opera densa e sfaccettata, a volte contraddittoria e disturbante, mai banale, e personale come poche altre. L’ultimo lascito ai suoi simili - che lo si ami o lo si odi è da considerare un dono - è proprio questo Lettere luterane, in cui il poeta friulano traccia la sua distanza dal resto - distanza abissale, opera lontana da tutti se si esclude un ideale giovane lettore - e si congeda da un Paese - l’Italia - che non lo ha mai amato né, tanto meno, compreso. Dove esiste la consapevolezza della propria inadeguatezza, del proprio sentirsi (mal)tollerato, non resta altro che rivolgersi ad un adolescente – forse - non ancora contaminato. Un quindicenne napoletano che potrebbe chiamarsi Gennariello.
IL PROGRESSO COME FALSO PROGRESSO
LETTERE A GENNARIELLO: LA PEDAGOGIA DI FINE MILLENNNIO
"Il mio sogno, nel nostro rapporto pedagogico, caro Gennariello, sarebbe di parlare napoletano. Purtroppo non lo conosco. Mi accontenterò dunque di un italiano che non abbia nulla a che fare con quello dei potenti e degli oppositori ugualmente potenti".
Perché un giovane liceale napoletano? Perché Napoli rappresenta il volto immutevole della tradizione che non muore, perché la lingua resta pura e genuina come coloro che la parlano, perché è un’oasi terzomondista nel regno dell’opulenza e del consumo, perché Gennariello è un suo figlio simbolico che può e deve ancora essere felice. Siamo nel 1975, i giovani sono infelici, sono figli della colpa dei padri, e sono mostri, ancor più di loro: “I figli che ci circondano, specialmente i più giovani, gli adolescenti, sono quasi tutti mostri. Il loro aspetto fisico è quasi terrorizzante, e quando non è terrorizzante, è fastidiosamente infelice. Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di qualche iniziazione barbarica. Oppure, sono maschere di una integrazione diligente e incosciente, che non fa pietà” (pp. 7-8). Sono così e ciò e giusto, ci dice Pasolini, perché non liberarsi dalle colpe dei padri conduce ad una meritata infelicità. Borghesi o proletari, sono tutti figli dell’età dei consumi, fragili e disincantati, crudeli e insensati, si conducono ad una deriva prossima al nulla che li cinge e li cingerà. Per sempre. Quasi apocalittico, Pasolini confida in Gennariello - a Napoli sono pieni di vitalità sia il ragazzo povero che quello borghese, sia Concettina che Gennariello - al quale si propone come educatore. Comincia così l’epistolario pedagogico, in cui Pasolini si presenta all’alunno immaginario raccontando in merito a ciò che la gente dice di lui: “Uno scrittore-regista, molto discusso e discutibile, un comunista poco ortodosso e che guadagna dei soldi col cinema, un uomo poco di buono, un po’ come D’Annunzio” (p. 19). Giudizio qualunquistico che arriva identico da ovunque: destra e sinistra, borghesia ed extraparlamentari, marchettari e perbenisti, tutti uniti nel racchiudere in categorie l’indesiderato poeta. L’ansia di conformismo divora tutti, e Gennariello lo deve sapere, come deve sapere che il potere consumistico impone la propria volontà più di ogni altro potere che la storia ha conosciuto: “La persuasione a seguire una concezione edonistica della vita (e quindi essere dei bravi consumisti) ridicolizza ogni sforzo autoritario di persuasione” (p. 21). A questo proposito, Pasolini critica fortemente la sinistra, rea di voler – degna figlia di questa concezione – sconsacrare e de-sentimentalizzare la vita: “La polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere” (p. 21). L’insegnamento è questo: convincersi di non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in: “brutti e stupidi automi adoratori di feticci”. Interessante è il discorso che il poeta fa sulla sessualità, tema che ipocritamente scandalizza gli italiani. Egli si sente un tollerato, e dice: “Io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante”. E la tolleranza, per Pasolini, è solo e sempre puramente nominale, è una forma di condanna più raffinata. La “diversità” resta come una colpa o una condanna per chi ne è portatore: “Fin che il diverso vive nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati della tolleranza che gli concedono. Ma appena egli dice una parola sulla propria esperienza di ‘diverso’, (…) si scatena il linciaggio” (pp. 26-27). Gennariello è avvertito anche su un altro strumento del potere consumistico, il linguaggio. Le parole “storia”, “progresso” e “ragione”, sono usate dalla maggioranza degli intellettuali laici e democratici; sono messaggere della loro convinzione che il divenire storico legato al progresso sia un bene, sempre: “Non è vero che comunque si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che la società regrediscono o peggiorano” (p. 27). Bisogna insegnare (avere) la forza della critica totale, del rifiuto e della denuncia, anche quando quest’ultima può apparire inutile e disperata. Bisogna lottare contro il potere. L’emblema del potere sono i democristiani: “sono i diretti responsabili o mandanti della ‘strategia della tensione’ e delle bombe”. E ancora: “Se i potenti democristiani non sapessero tutto, o quasi tutto, o molto, o almeno un poco… sarebbero degli incapaci che non si accorgono di ciò che gli accade sotto il naso”. Parole di fuoco quelle che il poeta regala a Gennariello, che gettano ombre oscure sui sottili equilibri politici del tempo, e che permettono a Pasolini di concludere il suo pensiero sul linguaggio del potere: “La loro lingua è quella della menzogna. E poiché la loro cultura è putrefatta cultura forense e accademica, mostruosamente mescolata con la cultura tecnologica, in concreto la loro lingua è pura teratologia. Non la si può ascoltare. Bisogna tapparsi le orecchie” (p. 29). Qual è il linguaggio primo che apprendiamo? Chi sono i nostri primi educatori? Non è il linguaggio della madre, né quello del padre: a parlarci del mondo, ad insegnarci del mondo, prima di tutto sono gli oggetti: “ L’educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica – in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale – rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma del suo spirito” (p. 36). Le parole dei genitori e dei maestri si sovrappongono a ciò cui ci hanno educato le cose e gli atti, cristallizzandoci. Si è impotenti contro il linguaggio delle cose, niente come fare un film - Pasolini attinge alla propria esperienza di regista - costringe a guardare le cose: “…mentre in un letterato le cose sono destinate a divenire parole, cioè simboli, nell’espressione di un regista le cose restano cose: i ‘segni’ del sistema verbale sono dunque simbolici e convenzionali, mentre i ‘segni’ del sistema cinematografico sono appunto le cose stesse, nella loro materialità e nella loro realtà” (p. 38) Durante un viaggio nello Yemen per girare un documento filmato, il poeta rafforza questa teoria che in lui innesca una considerazione sul mondo moderno, che sintetizza il suo essere in opposizione al modello di sviluppo allora vigente: “…proprio in questi ultimi mesi mi sono accorto che la povertà e l’arretratezza non sono affatto il male peggiore. Su questo ci eravamo tutti sbagliati. Le cose moderne introdotte dal capitalismo nello Yemen, oltre ad aver reso gli yemeniti fisicamente dei pagliacci, li hanno resi molto più infelici. L’Imam (il re cacciato) era orrendo, ma il consumismo micragnoso che lo ha sostituito non lo è di meno” (p. 40). Parole che ci riportano all’oggi, al modello “democratico” che l’Occidente vorrebbe esportare nel mondo altro - quello ancora “non integrato” -, come in Irak, in Afghanistan e nella ex Jugoslavia. Parole che assomigliano molto a quelle che usa il giornalista, saggista, scrittore e polemista Massimo Fini (l’unico o quasi, in un deserto di propaganda favorevole all’odierno modello di sviluppo), quando in Sudditi o nel Vizio oscuro dell’occidente, difende il diritto dei talebani a conservare la propria tradizione, i propri costumi e il proprio stile di vita. È il linguaggio delle cose, inarticolato e rigido, che orienta il nostro apprendimento nella vita; sono le opinioni non verbali che ci governano, che ci distanziano senza possibilità di incontro. Il poeta vuol insegnare al ragazzo, che la distanza di età li distanzia nell’insegnamento avuto dagli oggetti. L’unica via è la fiducia che Pasolini ripone nel suo giovane lettore. Ma il distacco del presente dal passato è fin troppo evidente. Le campagne, incanto nel ricordo del poeta, devono risultar spettrali agli occhi di Gennariello; i centri storici sono oramai un’oasi consumistica, sono i luoghi dove regna e prolifera il caos, allorché: “sia la parola conservazione sia la parola rivoluzione non hanno più senso alcuno”. A tal proposito, Pasolini porta l’emblematico esempio di Bologna, opulenta città del nord che lo sviluppo ha reso ancor più opulenta: “Nel momento in cui sono, insieme, una città sviluppata e una città comunista, non solo sono una città dove non c’è alternativa, ma sono una città dove addirittura non c’è alterità”. Bologna è, per il poeta, l’emblema del futuro compromesso storico (democristiano-comunista). Dal linguaggio pedagogico delle cose, Pasolini, poi, introduce a Gennariello il linguaggio pedagogico dei suoi coetanei; i quali, nel momento dell’adolescenza, sono i suoi più importanti educatori, ma: “il conformismo degli adulti è tra i ragazzi già maturo, feroce, completo” (p. 53). I ragazzi sanno far soffrire i loro coetanei, meglio e più degli adulti; solo nel momento in cui diventano amici scoprono, forse, quell’umanità che diventa comunione e comprensione. Ma gli amici, come ben si può immaginare, sono pochi; gli altri sono lupi: si adoperano per rendere i pari età cavie per la loro violenza o specchi del conformismo. I giovani dei Settanta sono attaccati all’autorità, sia quella borghese che quella rivoluzionaria, comunista o extraparlamentare. Tutti loro danno lezioni di comportamento e di pensiero, per meglio integrarsi, inconsapevolmente servendo la società dei consumi. “Vivono, ma dovrebbero essere morti” - sentenzia amaramente il poeta. Obbedienti - in senso deteriore, perchè esiste una forma alta d’obbedienza per il poeta -, ancorché capelloni, ribelli o estremisti; destinanti a esser morti perché nati come sovrappiù. Un errore del genere umano opulento che non ha potuto e saputo educarli. Padri che non li volevano li hanno resi maledetti: “nessun figlio è oramai accolto nel mondo con l’amore di un tempo (…) figli che, alla morte innocente dell’infanzia sentono con ancora maggiore violenza la loro colpevolezza di essere al mondo, di pretendere di essere amati e curati”. (p. 59). La nuova generazione è per Pasolini assai più debole, pallida e malata di tutte le precedenti generazioni. Sono di fatto anormali, perché mal amati - come il poeta dai suoi presunti simili: “niente può cancellare l’ombra che una anormalità sconosciuta getta sulla loro vita” (p .60). Vi è una resa evidente delle giovani generazioni, una rinuncia assoluta e abitudinaria: “i destinati a morire insegnano una certa obbligatoria tendenza all’infelicità” (p. 62). Essere bravi e conformi è il primo comandamento della società dei consumi, l’edonismo è il male che si insinua nei ragazzi. Gennariello si salverà? Ad oggi, sarebbe assai difficile confortare il poeta, sarebbe totalmente inappropriato dirgli - se tornasse per un attimo tra noi - che la sua opera pedagogica abbia fatto breccia nella coscienza del nostro tempo.
LETTERE LUTERANE: CONFESSIONI PRIVATE E INVETTIVE SULLA POLITICA ITALIANA DEGLI ANNI SETTANTA
"Il crollo del presente implica anche il crollo del passato"
La seconda parte del libro, le Lettere luterane, consente a Pasolini di riflettere sulla sua opera alla luce del tempo ultimo che lo ospita. Quasi consapevole della morte imminente, il poeta friulano decide di parlare fuori dai denti e di estendere la sua critica al mondo politico - per intero - attraverso feroci invettive antisistema che lo portarono all’indice di (s)gradimento di politici e intellettuali. Pasolini fa nomi e cognomi, individua eventi nodali della dissoluzione, contraddizioni, veleni, ambiguità e nonsensi. Parla di mandanti morali ed esecutori materiali. Ad esempio, scrivendo a Pannella: “Qual è il contesto in cui ti scrivo? Quello di una situazione politica nazionale in cui la vittoria comunista alle ultime elezioni non ha altro reale senso che quello di aver immensamente aumentato le responsabilità dei comunisti; mentre la sconfitta democristiana fa si che in realtà queste elezioni abbiano un solo vincitore: Fanfani. Infatti in un paese civile – in cui il progresso non fosse stato mero sviluppo, cioè meccanica e irreversibile distruzione dei valori – la perdita democristiana avrebbe dovuto essere del 10, del 20 per cento dei voti; e non del 2. L’aver contenuto la perdita al 2 percento è un successo: è il successo di Fanfani” (p. 76). Pasolini, ragionando politicamente, guardava agli equilibri futuribili. Vedeva oltre, riscontrando nuovi legami tra la chiesa cattolica, il potere economico e gli stessi comunisti – dei quali salvava solo le giovani leve. Ma c’è spazio, in quest’ultima opera del poeta, per interrogarsi sul problema della droga. Droga è: desiderio di morte, surrogato della cultura, veleno anestetizzante voluto e diffuso dalla società dei consumi: “Per amare la cultura occorre una forte vitalità. (…) ci sono dei letterati e degli artisti che si drogano. Perché lo fanno? Anch’essi, credo, per riempire un vuoto: ma stavolta si tratta non semplicemente di un vuoto di cultura, bensì di un vuoto di necessità e di immaginazione” (pp. 86-87). La droga è un fenomeno che taglia trasversalmente tutte le classi sociali, e prolifera - in Italia come altrove – perché la cultura - più ampiamente intesa come il sapere di un paese, come tradizione - è distrutta o in via di distruzione. E poi, il poeta si scaglia contro gli intellettuali: “Gli intellettuali italiani sono stati sempre cortigiani; sono sempre vissuti ‘dentro il Palazzo’. Ma sono stati anche populisti, neorealisti e addirittura rivoluzionari estremisti: cosa che aveva creato in essi l’obbligo di occuparsi della gente” (p. 94). Toccante è il ricordo dell’artista friulano in merito alla vicenda di un giovane poliziotto, Vincenzo Rizzi, morto suicida per essersi fatto sfuggire un detenuto. Pasolini ne esalta l’obbedienza - in opposizione ai contestatori tout court dell’opera dei difensori della legge -, in contrasto con l’apparente e conclamata – asservita - disobbedienza che si professava allora in giro (a sinistra e tra quelli che oggi chiameremmo radical chic). Ed illumina: “Vincenzo Rizzi era un ragazzo obbediente. Cosa, questa, assolutamente originale in un mondo di disobbedienza. Disobbedienza retorica (quella creata e manovrata dal potere come contraddizione a se stesso e soprattutto come garanzia di modernità, assolutamente necessaria al consumo”. La parola “disobbedienza” viene dunque screditata dal poeta, che afferma: “ penso che debba essere rivalutata la parola obbedienza”, e che ci lascia - ricordando il giovane poliziotto - una intuitiva quanto dolorosa considerazione: “C’erano mille ragioni in nome delle quali un ragazzo sentisse il dovere di morire nel 1945, e ancora nel 1965: gli era dunque più facile farlo. Che l’abbia fatto un ragazzo oggi è quasi incredibile. In attesa di una ‘nuova obbedienza’ mi sembra giusto commuovermi ed ammirare la forma dell’obbedienza”. (p. 106) Pasolini prosegue puntando il dito contro i gerarchi democristiani, soffermandosi contemporaneamente sul meccanismo perverso che governa la vita italiana (Palazzo, Paese, Nuovo potere), il quale integra ed assembla anche P.C.I e P.S.I, partiti di sinistra - che avrebbero dovuto provare a ribellarsi - oramai divenuti pragmatici, nonché organici al modello di sviluppo incarnato dalla D.C.
Ad introduzione delle Lettere luterane, il poeta friulano formula una particolare abiura alla sua Trilogia della vita, benché non si pentisse affatto di averla realizzata. Il problema è quello già accennato della falsa tolleranza. Il sesso, metafora di violenta e gioiosa vitalità nella Trilogia, non riveste più, oramai, secondo Pasolini, un valore di libertà: “Oggi tutto si è rovesciato” il potere consumistico si ammanta di falsa tolleranza: “la realtà dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere (…) le sessualità private hanno subito il trauma sia della falsa tolleranza che della degradazione corporea, e ciò che nelle fantasie sessuali era dolore e gioia, è divenuto suicida delusione, informe accidia”. (p. 72) Pasolini si allontana idealmente dalla sua Trilogia, perché oramai odia i corpi e gli organi sessuali (quelli del suo tempo), perché la gioia si è tramutata in dolore e morte - scrisse queste pagine mentre girava Salò o le 120 giornate di Sodoma, ultima sua pellicola in cui il sesso si trasforma in metafora di morte.
L’UNIVERSO VALORIALE DI PASOLINI: UNA RIFLESSIONE QUASI PROVOCATORIA
A metà strada tra un trattato pedagogico e una confidenza epistolare esistenziale, Lettere luterane è, probabilmente, il capolavoro letterario di Pier Paolo Pasolini. È una sorta di testamento che assume valore profetico agli occhi del lettore del terzo millennio, ma è anche e soprattutto un’opera che getta una luce nuova - per chi non ha saputo leggere criticamente i suoi lavori letterari e cinematografici - sull’orientamento valoriale del poeta. Emergono più che altrove, e in definitiva, i temi della sacralità della vita e del richiamo ai valori della tradizione, delle radici e della cultura patria. Se si ripercorre in sequenza l’opera pasoliniana, si arriva a questo punto che sintetizza: rifiuto del progressismo e del Sessantotto, opposizione alla società consumistica e a tutte le sue mimetiche forme di potere. Consapevolezza acquisita di ciò che vediamo chiaramente oggi: il male esistenziale legato al modello di sviluppo occidentale è un problema che sovrasta quello pur grave ed atavico delle povertà e delle sperequazioni socio-economiche. In più, Pasolini, ci lascia un elogio dell’obbedienza, quella vera e quasi ingenua, che insegue valori arcaici e primordiali (come quelli in cui credeva il giovane poliziotto) e che è totalmente oscurata dalla società dei consumi. Per questo sceglie Napoli - già prediletta nel Decameron - e il giovanissimo Gennariello come suo ultimo e solo allievo possibile. Il ragazzo incontaminato che può incantarsi ancora e credere che la “religione del nostro tempo” possa non essere quella tecnologica e meccanizzata. Il ragazzo non deve essere un crudele automa, si raccomanda il poeta, deve imparare ad esser se stesso per poi volare con le sue ali. Alto e importante è l’insegnamento pedagogico che viene da queste pagine, pagine che invitano a riflettere su territori e tematiche altre, lontane da quelle che oggi, ancora con maggior forza ci propongono. Da educatore, non posso che ringraziare, e provando a decodificare e tradurre la sua opera per i ragazzi di oggi, convinto di fare cosa saggia. Pertanto, e ritornando all’universo valoriale del poeta, è giusto domandarsi se Pier Paolo Pasolini fosse veramente un uomo di sinistra. Il senso di sacralità che emerge da questo suo ultimo scritto potrebbe tranquillamente collocarlo a destra. A supporto ulteriore di questa tesi, vi propongo un passaggio tradotto dall’ultima sua poesia, scritta per un giovane fascista (Saluto e augurio in “Tetro entusiasmo” contenuta nella raccolta “La nuova gioventù”): “Tu difendi, conserva, prega: ma ama i poveri: ama la loro diversità. Ama la loro voglia di vivere soli nel mondo, tra prati e palazzi / dove non arrivi la parola del nostro mondo; ama il confine che hanno segnato tra noi e loro; ama il loro dialetto inventato ogni mattina, / per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria. Ama il sole di città e la miseria dei ladri; ama la carne della mamma nel figlio. / Dentro il nostro mondo dì di non essere borghese, ma ama un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, un soldato senza violenza / Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno.” Sono versi bellissimi, che inducono a soffermarsi un attimo su ciò che animava gli ultimi pensieri del poeta. Rileggere l’artista friulano, pertanto, diventa ora una necessità; ma bisogna saperlo leggere per intero, e non con parzialità come spesso accade. Dubitate di tutti coloro che, denigrandolo ieri in vita, si trovano, come se nulla fosse, ad omaggiarlo oggi: l’Italia è un paese di “facce da culo”. Di là da ciò, e dalla quasi provocazione che mi sono concesso, Pier Paolo Pasolini resta un uomo che ha sofferto molto e che ha saputo parlarci da superbe altezze, un artista geniale, duttile e poliedrico, un grande cantore del disagio del Novecento che orientava il suo sguardo lontano, profeticamente e con dolore, alla vita che sarebbe venuta. Il mondo di oggi, questo nostro assurdo paese che non lo merita. Onore al Poeta e grazie all’uomo. Nel mio ricordo, nel nostro ricordo: Pier Paolo Pasolini.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
“Lettere luterane”, Einaudi, Torino 2003.
Prima edizione “Supercoralli” 1976.
Introduzione di Alfonso Berardinelli.
Léon,
Novembre 2005. Originariamente apparso su Lankelot.com
POSTILLA IN VERSI (FRAMMENTO)
Papà, abbiamo visto l’Angelo del Diavolo
Che zagajava come Innocenti Nunzio,
zagajava. “Ba, ba, bambini – fa –
svvvveglia! Che a-a-a-aspettate?
Pier Paolo Pasolini
Commenti
Se solo riuscissi a trovare la voglia, leggerei di tutto.
Su Pasolini, o in generale?
"?La loro lingua è quella della menzogna. E poiché la loro cultura è putrefatta cultura forense e accademica, mostruosamente mescolata con la cultura tecnologica, in concreto la loro lingua è pura teratologia. Non la si può ascoltare. Bisogna tapparsi le orecchie? (p. 29). Qual è il linguaggio primo che apprendiamo? Chi sono i nostri primi educatori? Non è il linguaggio della madre, né quello del padre: a parlarci del mondo, ad insegnarci del mondo, prima di tutto sono gli oggetti: ? L?educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica ? in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale ? rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma del suo spirito?
Posso dire una cosa? Qui Pasolini ha scritto un po' di cazzate. Spetta che leggo il resto.
"l?edonismo è il male che si insinua nei ragazzi" > male? l'edonismo? Piano, piano... dipende: chi, come, con quale coscienza, perché, quando. Dipende. Dipende davvero.
Oddio. Ma questo è un libro sbagliato o sbaglio?
"ci sono dei letterati e degli artisti che si drogano. Perché lo fanno? Anch?essi, credo, per riempire un vuoto: ma stavolta si tratta non semplicemente di un vuoto di cultura, bensì di un vuoto di necessità e di immaginazione? > Pasolini è pazzo.
é un grande libro. sbagliato, perchè?
"In attesa di una ?nuova obbedienza? mi sembra giusto commuovermi ed ammirare la forma dell?obbedienza? > ? Invece di insegnare a disertare?
è MORALISMO.
Aiuto.
é un testo eccessivo, con cui Pasolini demolisce le ipocrisie di quel tempo. é l'ultimo del grande poeta.
Franchi combattente. Si annunciano grandi mesi.
E' nell'aria.
L'ultimo perché l'hanno ammazzato. Questa è roba da querela dell'intelligenza, da diffamazione dell'arte. E' un testo di un cattolico praticante!
Stracciandolo a pezzi non fai buona cosa. Dovresti leggerlo per intero
Lui non era così!
Leggerò. Giuro. Ma se mi irrita scrivo cose brutte. Lo sai già.
Sarebbe un delitto non farlo.
E scrivi cose brutte;) Per me è il capolavoro di Pasolini.
Prendi qui: "Ama la loro voglia di vivere soli nel mondo, tra prati e palazzi / dove non arrivi la parola del nostro mondo; ama il confine che hanno segnato tra noi e loro"
I poveri non hanno nessuna voglia di solitudine. E detestano i palazzi. La parola del nostro mondo arrivava ovunque già allora. E quel confine - il ghetto - l'abbiamo creato noi borghesi. Di cosa parla? Non è poesia. Questa è religione. La riconosco subito. Smascherata.
Cos'è questo libro?
Stavolta non concordo. devi contestualizzare. Che Pasolini fosse religioso lo si è sempre saputo, ma non è la religione che lo muove in questo scritto.
Cosa lo muove, allora?
Il suo sentirsi altro rispetto a chi gli gira intorno. come sempre. Guarda che i temi chiave son sempre gli stessi, solo che qui li esaspera.
Qui e negli Scritti corsari
Ho capito. Ma per sentirmi altro non devo diventare cattolico e spacciarmi per luterano. Gli Scritti Corsari mi sembrano tutto altro mondo o mi sto sbagliando di nuovo?
Leggittimizzazione della povertà sacralizzata dal titolare del monopolio religioso (cattolico), in ragione di un ordine naturale dipeso dal disegno arbitrario di Dio. Tipica forza di controllo socio-economico delle religioni dominanti. Marx, e Weber su Marx. Però non ho letto il testo integrale di Pasolini. Dai tralci che hai postato, Gianfrà, spero tu intenda questo, in parte.
La matrice è la stessa. Gli scritti sono più o meno dello stesso periodo. le idee le medesime. Fai un po' tu.
E comunque, Pasolini è stato sempre cattolico, anche se marxista.
Anche. Quel disegno arbitrario non ha nessuna ragione di essere legittimato. E' ingiusto.
Cattolico marxista significa qualcosa di strano. Qui mi ritiro e vi lascio conversare sul tema. Quel che ho letto mi raccapriccia e ti prego di perdonarmi - niente di personale - ma non ho mai sospettato che Pasolini fosse una creatura del genere. Ciò detto, bon: ha girato "Il Vangelo Secondo Matteo". Mi tengo quello.
E va be, Franchi, non fare così. Davvero non conoscevi l'intimo Pasolini? Come tutti gli uomini è stato pieno di contraddizioni, ma le sue riflessioni sono state pure, sincere. Non in ossequio a qualcuno o qualcosa che non fosse la sua arte. E il suo pensiero.
Però sarai d'accordo con me che Pasolini, più di ogni altro, non va misurato per singole provocazioni (secondo me a volte davvero eccessive ed esageratamente nette) ma per il percorso lineare della sua crescita epistemologica. Scuote e chocca e ribalta, a volte pagando di profetismo. Per esempio io ho sempre trovato esiliante la sua critica al capitalismo. Demonificazione e basta.
Lo apprezzo e lo ammetto e lo riconosco. Ma non lo condivido, non trovo niente di giusto - di logico sì, ma è diverso. Ma adesso parlatene voi, dai. Tuo merito aver riproposto questo testo. Io ho capito che dovrò studiarlo con molta calma, per tempo. Quindi, grazie.
Di nulla. Dovere:) é un testo che, comunque, è logico faccia discutere.
Attenzione, Fede, a non confondere tu stesso le categorie ben distinte in Pasolini di sviluppo e progresso.
Ciò che portava Pasolini fino all'ultimo a classificarsi nel campo della sinistra era proprio la difesa del progresso (un avanzamento sociale e civile, legato a valori), a scapito e malgrado lo sviluppo edonistico-consumistico che si era riversato sull'Italia e sul mondo occidentale, creando un'omologazione compiutamente totalitaria, "più fascista del fascismo stesso" -- scriveva.
Trovo pertanto che la tua presentazione del libro, come sempre complessivamente valida, sia viziata tuttavia da qualche forzatura.
Nei commenti conclusivi difatti titolo: "una riflessione quasi provocatoria", non a caso. L'autore è complesso e non di univoca interpretazione. in questa ultima opera, se si va a leggere bene, attacca apertamente anche l'idea di progresso cosi come è intesa oggi. Questo è un testo conclusivo e disperato, che a mio modo di vedere spinge Pasolini a gettare anche gli ultimi residui di politically correct, se mai ne avesse avuti. In sostanza, è autore che può esser letto in molti modi, ma che è indubbio fosse antagonista al sistema politico-sociale che lo ingabbiava.
Non ricordo, in "Lettere luterane", critiche all'idea di progresso. E non afferro bene cosa intendi con l'espressione "così come è intesa oggi". L'idea di un progresso, tale in quanto ancorato a valori, contrapposto a uno sviluppo prettamente materiale è presente in Pasolini stesso (anche la tua recensione riporta un frammento che testimonia in tal senso).
Che nel tormento polemico di Pasolini, e nelle sue contorsioni a volte acrobatiche, via sia poi una critica al "progressismo" è indubbio ma è altra questione.
progresso inteso come progressismo, è naturale. Criticava i progressisti. Scusa, ma io non riesco a distinguere progresso e progressisti. Non per un fatto di lingua, ma per il significato che le parole acquisiscono. Io, ad esempio, non sono progressista e non mi piace l'idea di progresso cosi come è comunemente intesa: sviluppo tecnologico, scientifico etc. A scapito, a mio parere, dell'ecosistema e degli equilibri geopolitici. So che avrai da opinare, ma è veramente cosi chiara l'idea di progresso? E poi, è intesa da tutti nello stesso modo?
C'è un progesso delle conoscenze, almeno per i fatti della natura, indubbio. C'è un progresso di miglioramento nei confronti di antichi domini come salute, ignoranza, opinione pubblica. L'indice demografico è crescente, la rivoluzione industriale ha cambianto le congiunture di crisi periodiche di qualche secolo che hanno sempre contraddistinto le culture fisiocratiche (basate sui capricci delle carestie, pestilenze, siccità), con unica fonte di reddito obiettiva l'agricoltura, fondata sull'energia solare. C'è maggiore sensibilità per i diritti umani e il libero pensiero - pur se con forti squilibri geografici, è esponenzialmente cresciuto rispetto al prima industrilizzazione. C'è meno disposizione al sacro ed allo spirituale, ma questo non è sempre negativo. Dogma, secolarizzazione della chiesa dominante ecc., sono scesi in secondo piano rispetto al pensiero individuale. C'è lo strapotere dei soldi. Ma questo è sempre esistito, accompagnato da quello delle armi e dell'ego. Tutto sommato secondo me stiamo meglio, abbiamo più libertà e più opportunità di riuscire nella felicità dei secoli addietro. Nonostante ci sia molto ancora da migliorare.
Il sistema capitalista ha portato a equilibri geopolotici mai esistiti prima. Temporaneo e con alle fondamenta delle risorse non rinnovabili e sostituibili? Forse. Tecnologicamente potremmo migliorare il rendimento a prescondere della disponibilità, o cambiare tipi di materie prime. Stessa cosa il peggioramento dell'ambiente. Se si pensa che questo sia la priorità, allora rinunciamo, ognuno e nella propria quotidianità, alle automobili, ai frigoriferi ed ai prodotti di largo consumo. Oppure affidiamoci alla tecnologia per cercare delle vie di miglioria e risanamento non così insostenibili.
E' un sistema corrotto e sporco e che non tiene conto di troppi soprusi. Ma come base di convivenza sociale è il migliore che si sia mai visto, e va migliorato senza rifiutarne gli enormi fatti positivi.
Nulla da aggiungere a quanto detto da Arpa.
Non concordo sul fatto che questo sia il migliore dei mondi che la storia ha conosciuto. Come sapete, trovo che l'avvento dell'illuminismo abbia peggiorato e di molto il modo di vita. Me ne frego (e scusate il termine...) se il progresso scientifico-tecnologicio ha portato agi e prolungamento della vita. La qualità della vita (e della morte) conta molto di più. A tal proposito vi segnalo un saggio illuminante sull'argomento: "La ragione aveva torto?" (che ho regalato a Franco) di Massimo Fini. In modo scorrevole e molto documentato, Fini spiega le anomalie di questo tempo in contrasto e opposizione al tempo pre-illuminista. Soprattutto sul tema della morte, sul valore dell'uomo rispetto all'evento fisico definitivo, l'analisi finiana è quanto mai interessante. Il sistema capital-marxista (capitalismo e marxismo, due facce dell'identica medaglia) ha generato il male e la crudeltà del nostro tempo. Io sono romantico-idealista, amici. Non mi convincerete mai che in questo mondo si viva meglio di allora:)
Figuriamoci se mi va di convincere qualcuno di qualcosa. Si parla fra amici, senza conflitti di natura noiosa. A quanto mi risulta (e le mie fonti sono, mah, la storiografia di mezzo mondo, costruita da storici e filosofi ben più conclamati e meno contradditori e costruiti di Fini, del quale il poco che ho letto di lui in rete, e mi è bastato, mi ha trovato molto discorde e m'ha dato l'impressione di persona la quale maggior argomentazione è l'egocentrismo) il concetto di morte è sempre stato orribile. C'è che dice che le religioni siano nate per questo. Se non si vuole accettare la materialità, nessuno è costretto a essere logico o razionale. Prima la scelta era preclusa, prima tutti pensavano quello che il potere decideva. Adesso, se non altro, ci se ne rende conto almeno, e si può migliorare. Per quanto riguarda la qualità della vita proprio non penso avere il minimo dubbio: non si muore più di fame nei paesi capitalisti, non si muore di freddo (si parla sempre di statistiche importanti, non della totalità ovviamente), la gente pensa e sceglie tra varie alternative di formazione, non più con un plagio univoco, vassallo di poteri e dogmi per il benessere dei pochi sui più. Si soffre di meno per via delle malattie fisiche. Si soffre di meno per le malattie mentali. C'è più ragionevolezza nel complesso e c'è meno violenza. Si è meno schiavi del lavoro. Non si è perseguitati per la razza o per l'ideologia. Si è emancipata una concezione del diritto non più divina ma giansnaturalista, vale a dire i diritti fondamentali dell'uomo sono inalienabili e superiori a qualsiasi legge temporale (cosa prima assente). Si ha potere di viaggiare, esplorare, amare e crescere e sbagliare quanto nel passato non era mai accaduto. Le donne sono diventate persone. Gli uomini di colore diverso anche. I bambini non sono più dei piccoli uomini da addestrare e stuprare mentalmente ma delle persone in una fascia più delicata e da proteggere. L'aumento delle risorse alimentari, e quindi di seguito della ricchezza, ha impedito che ci si scannasse uno con l'altro, così come accadeva in colnflitti per intervalli di una decina di anni uno dall'altro, nella nostra Europa. Le arti, la stampa e il pensiero hanno raggiunto un incremento di diffusione e confronto e condivisione inimmaginabile.
(l'elenco delle conquiste è quasi infinito ed interessa ogni campo, ma a me questo già basta).
Siamo più liberi e più potenti rispetto alle opportunità che abbiamo a disposizione. Se poi non siamo in grado di gestire libertà, opportunità e porte aperte, è altro discorso, ma non certo colpa delle scienze o della rivoluzione industriale. Casomai di natura umana incapace di gestirsi.
Qui il discorso si fa lungo e complesso. Vedi Arpa, il tuo discorso dimostra che la diversissima opinione che abbiamo dipende dalla formazione che abbiamo avuto. Io son portato a credere in quello che dico perchè, probabilmente, il mio concetto di giustizia e di vita possibile, parte da un presupposto molto diverso dal tuo. L'ecumenismo, l'uguaglianza, il progresso inteso come conquista che ci allunga la vita, non sono i miei valori cardine. La mia visione della vita e della storia è ciclica, non lineare. il concetto di identità è prioritario a quello dell'alterità, o perlomeno, l'alterità è diretta conseguenza della consapevolezza della propria identità. Di la da ciò, e tornando al tema della morte, il saggio finiano documenta come la morte avesse una importante valenza rituale che oggi non ha più. Soprattutto la morte degli anziani, ritenuti saggi. Oggi l'anziano muore solo, in uno spizio, in un letto d'ospedale, dimenticato da tutto e da tutti. Prima la morte era il momento più importante della vita di un uomo. La dignità con cui la si affrontava era il valore aggiunto. C'erano spesso festeggiamenti,e non lutti. Oggi si ha paura della morte, come diceva Heidegger bisognerebbe che l'uomo ritrovasse il suo "essere per la morte". Oggi il mondo cancella la morte attraverso promesse di vita virtuale, di vita inopinatamente allungata. Sinceramente, preferisco vivere quaranta anni degni, che ottanta precari. Preferisco credere che la morte non sia l'evento conclusivo, ma che ci prepari a qualcosa d'altro. E non per motivi religiosi, ma spirituali. Che è ben diverso. Questo è un punto. Il mondo illumista ha ucciso la spiritualità idealista e romantica. Ha ucciso anche l'idea del mondo pagano, greco e romano. Ha trasformato la sapienza orientale in moda per l'occidente e per vagheggiamenti new age. Potrei continuare a lungo sciorinando motivazioni a supporto delle mie tesi, ma so che non servirebbe. Noi partiamo da assunti opposti. Difficile incontrarsi su questi temi. é giusto dibatterne, e confrontarsi, perchè sono il primo a non voler ingessare le mie opinioni, ma, come ripeto, esclusivamente per motivi intellettuali (passami il termine).
Su Fini: lo ritengo l'intellettuale italiano che ad oggi osserva con più acume il mondo contemporaneo. Ma, prendo atto, che lo si ama o lo si odia. Non è tipo da lasciare indifferenti.
Nessuno pensa che la quantità degli anni sia migliore o preferibile alla qualità. Mi sembra condivisibile da qualsiasi punto di vista. Sta di fatto che morire non è mai piaciuto a nessuno. L'anziano era persona che rappresentava esperienza e saggezza, e ancora adesso esiste questo ruolo. Dipende dal valore che i figli o parenti voglioni riconoscergli, dalla moralità e dalla coscienza di ciascuno; io, per esempio, non avrei mai permesso che mio nonno fosse rinchiuso in un ospizio, se non che per il suo bene, perché la cultura capitalista che mi circonda e secondo la quale seguo i precetti che più ritengo validi, mi permette di pensare anche secondo miei valori etici.
La cultura sociale e politica basata sugli anziani è statica e paludosa. Rimane immutata e, sostanzialmente, radicata sempre negli stessi errori, sia sociali sia mentali. Io credo nella crescita basata sul confronto. Che può accadere con persone che non hanno paura del nuovo, cosa che in società "vecchie" perde considerazione e viene diffidata. Gli anziani sono questione annoso e controverso. Meglio allora le società tirannicamente patriarcali, dove il figlio era persona solo se sposata, precedentemente proprietà del pater familias? Meglio società dove non ci sia rinnovamento, nel guadagno di nessun rischio, certo, ma neppure nessuna miglioria? Bisogna anche ricordarsi che anziani si era già ad età che oggi si ha ancora piena indipendenza e ricchezza di felicità ancora possibile. Si è allungata la giovinezza, perché la vecchiaia nessuno l'ha mai voluta, in nessuna epoca e in nessuna cultura. Non tutti gli anziani muoiono da soli abbandonati. Gli stessi che in passato, senza capitali di prole, perché di questo si trattava, rimanevano in balia delle malattie e della impossibilità di nessun sostegno dalle istituzioni. Adesso le istituzioni sono un'opzione di emergenza, che possono dare sollievo lì dove, nelle società caotiche e instabili pre-industriali, i vecchi erano o proprietari della famiglia o totalmente lasciati a sé stessi. Il razionalismo non ha deleggittimato la sacralità della morte. L'illuminismo è composto da enormi indirizzi e divaricazioni sostanziali. La cosa che unisce le varie teorie è la centralità di diritti inalienabili del pensiero e della carne. L'illuminismo non è violenza, se le persone si sono lasciate convincere probabilmente è perché hanno creduto di trovare la verità, perché la logica ha dato modo loro di avere facoltà di scelta e valutazione. Libertà di pensare e formulare ogni cosa, purche nella leggittimizzazione di tutti e con il veto della ragione, del buon senso, e non più della forza fisica o dogmatica arbitraria. Esiste libertà di scelta. E' questo il nodo centrale e fondamentale. Prima non era così, affatto. Adesso le persone hanno in mano, più di allora, il loro destino, e spetta a loro darsi l'importanza che credono. La spiritualità non l'ha uccisa l'illuminismo, l'ha uccisa la minor necessità che essa supplisca alle nostre paure e reverenze psicologiche. Preferisco un mondo dove io sia padrone della mia vita, piuttosto uno dove ne sia marionetta. La spiritualità, in quanto essenza umana, non morirà mai, se davvero è autentica (come credo); che venga messa in discussione non può che farle bene, e difenderla da ogni speculazione (e di esempio ce ne sono a iosa, come sai). Io rimango dell'opinione che l'ignoranza del mondo e di se stessi non sia la soluzione. Credo nella ricerca che smaschera inganni del potere e dello sfruttamento dello spirito e della vita.
"Io sono romantico-idealista. Non mi convincerete mai che in questo mondo si viva meglio di allora".
Bene, immagino che uno dei tuoi più cari amici di allora, caro arpaeolia, abbia detto la tua maggior paura: diventare parte di una società in nome del progresso della stessa, specializzarsi funzionalmente al benessere di tutti, dimenticando sé stessi come intero, come persona.
non so se allora si viveva meglio. certo i pochi avevano modo di vivere, i molti tuttalpiù crepavano.
oggi vivono molti meno, molti meno hanno questo privilegio
Ciao, chi era uno dei miei cari amici di allora? Io non dimentico me stesso, le distopie non sono sempre così lienarmente inevitabili e prontamente negative, sono variegate, in ogni caso. Io credo che scopo della vita, se è rispondibile in quanto domanda, sia la maggiore felicità. I pochi che dici avevano modo di sfruttare molto più che ora, e a molti di più per beneficio di molti meno; mentre i molti viveano di stenti e lavori inumani e dolori e soprusi e angherie e violenze e inganni per tutta la vita, prima di morire forse peggio e con meno umanità di adesso.
Io vivo, mi sento vivo eppure non rifiuto ne condanno in toto il sistema che mi ha permesso i privilegi che, secondo me, sono irrinunciabili perché d'importanza insostituibile per dignità e rispetto del diritto della persona. Altrimenti, la soluzione esiste eccome. Australia, boscimani e via. Ma perché mai nessuno lo fa?
parlavo di shiller. e se lui vivesse ti proporrebbe una comune aristocratica.
sei umano quindi e questo è un gran bene, ma di quelli che dicono di star bene, di vivere veramente, quanti sono umani davvero?
boscimani, d'accordo. ma datemi l'adsl!
Vedi, questo per me è un mondo di marionette Arpa, al contrario tuo credo che fa di tutto per renderci schiavi. Più di prima. Certo, non ci tiene più schiavi con la forza, ma drogandoci le coscienze. Io sono un combattente, Arpa. lo sono sempre stato. Non mi faccio mettere i piedi in testa da nulla e da nessuno, eppure, vivere in questo tempo è una fatica incredibile. Ci vivo molto male, e se non fossi un'ottimista di natura, a quest'ora sarei finito tossico o peggio. O drogato di tv. Fortunatamente mi hanno insegnato da piccolissimo a conoscere me stesso prima di tutto il resto. Conoscendomi so come dominarmi e disinnescarmi. Per questo non seguo stancamente la corrente. Ma ti guiuro - e scusa se ho personalizzato il post - a volte viene voglie di cercare (come dice Battiato) pianeti lontanissimi in cui vivere.