Autore:
Parise Goffredo, Troisio Luciano
Il viaggio orientale in Parise e Troisio, due modi opposti di vedere il mondo e di interpretare la realtà, la realtà fascinosa e degradata dell’Oriente, una realtà però vista in tempi diversi, la Cina della rivoluzione culturale per il primo, la Cina degli anni fine Ottanta-inizio Novanta per il secondo. Negli anni Sessanta, al pari degli intellettuali della sua generazione, come Pasolini e Calvino, Goffredo Parise attraversa un periodo di profonda crisi identitaria. Nella società neo-capitalistica la fantasia non può ballare più quel “boogie”, non può seguire quel ritmo travolgente, che lo aveva spinto giovanissimo a scrivere, contro le tendenze neorealistiche allora dominanti, “Il ragazzo morto e le comete”.
Di qui la scelta di viaggiare incessantemente per il mondo, dalla Cina all’America, dal cuore della tenebra del Vietnam e del Biafra al Cile, per cogliere l’odore della vita, guardare le cose nella loro immediatezza e nel loro costante divenire, rifuggendo da qualsiasi forma di teorizzazione astratta e di costruzione sistematica. Per lui scrivere di viaggi diventa una nuova forma letteraria assimilabile al romanzo. Lo ribadisce in un articolo pubblicato nel 1968 nella “Fiera letteraria”: “Un viaggio, un’inchiesta in un certo Paese, m’interessa come un romanzo. L’affronto con lo stesso animo, altrimenti preferisco non farne nulla. Un giornalista generalmente sente il bisogno di comunicare quello che ha visto. È il suo mestiere. Io in un “reportage” mi esprimo come in un romanzo. Per me “reportage” e romanzo nascono nello stesso modo, da un’idea, che al principio è molto semplice, magari una piccola notizia letta su un giornale. Il “reportage” è un romanzo, come una situazione in cui lo scrittore è un protagonista”.
Dunque non esiste, secondo Parise, una polarità tra scrittura giornalistica e scrittura letteraria: nel “reportage” l’io narrante è lo scrittore, che deve individuare tutti gli elementi periferici – dagli strati più umili della popolazione agli aspetti più reconditi del paesaggio – di quell’intreccio non precostituito, anzi in continuo divenire, offertogli dalla realtà in cui è immerso. Per questo Parise si presenta come un viaggiatore solitario e francescano, assolutamente compiaciuto della propria mendicità, da lui intesa estensivamente tanto come condizione materiale quanto spirituale.
“Da stamattina – scrive in una sua corrispondenza dal Vietnam – non ho fatto altro che mendicare: cibo, sigarette, acqua, perché non ho nulla con me. Ma questa mendicità, anzi questa condizione interiore di mendicità, mi fa sentire leggero, felice, immune dalla morte come certi messi alati. Non possedere nulla non soltanto è essenziale ma dà immediatamente diritto a tutto”.
In quest’ottica lo scrittore vicentino non può che individuare in Marco Polo – destinato a diventare, sia pure in una diversa accezione, il suo “alter ego” nel “reportage-romanzo” “L’eleganza è frigida” – un modello ideale di viaggiatore, vale a dire un viaggiatore il cui “kit” epistemologico è costituito dagli “occhi per vedere, il cervello per riflettere, il caso e infine la propria persona con tutto quanto possiede di lampante e oscuro”. Stabilendo una discendenza diretta con l’autore del “Milione”, Parise, mosso da un’etica conoscitiva, testimoniale e descrittiva, si serve in ogni paese visitato innanzitutto dello sguardo, uno sguardo “puro”, non condizionato da letture preparatorie e da programmi di viaggio ben preordinati.
Uno sguardo che rappresenta il punto di partenza o di una fase immaginativa, con conseguente mitizzazione dei luoghi visitati, o di un’analisi darwiniana del tessuto antropico, in una curiosa alternanza di poesia e scienza, elette entrambe a strumenti capaci di cogliere la logica più profonda e più nascosta, la logica ipogea, del paese visitato. Il tutto facendo sempre ricorso a una prosa quanto mai asciutta e limpida con frequenti frasi uninominali, in nome di quella chiarezza, ritenuta sempre un requisito fondamentale, in quanto frutto di quella “cultura primaria per cui un uomo nasce animale sociale”, come Parise ha modo di sottolineare in un articolo del 1977, scritto a Franco Fortini.
Solo così Parise può pensare di catturare il “mood” del paese visitato. Certo il nostro modo di vedere da occidentali è “teoreticamente costruito”, ma Parise vuole spogliarsi di questa costruzione mentale aprioristica, per essere come Marco Polo che esplorava un mondo del tutto sconosciuto, nel senso che vuole recuperare quel modo di vedere romantico e poetico, come strumento indispensabile per esplorare l’unico territorio ancora quasi del tutto sconosciuto che è il cuore degli uomini.
“Almeno per quel che riguarda – scrive Parise – il nostro pianeta tra l’uomo e l’oggetto, o varietà di oggetti che egli, viaggiatore inesausto, vuole conoscere, non si apre più l’abisso dell’ignoto (sempre affascinante) ma la strada piana (e sempre noiosa) della convenzione. Tuttavia la curiosità resta sempre una molla potente e il cuore degli uomini inesplorato”. Alla fine del viaggio quello che conta non è costituito dai dati (ecco perché noi continuiamo a leggere “Viaggio in Italia” di Piovene, nonostante sia stato scritto negli anni Cinquanta), dalle informazioni o dalla ragione analitica - tutti elementi destinati ad esaurirsi con il momento storico che li ha generati – ma dal “sentimento che si prova verso gli uomini e le cose che l’occasione, e ancora di più il caso, ci fa incontrare”.
Parise non è colpito dalla Cina della Grande Muraglia oppure dal Palazzo d’Estate, “la sola e maggiore espressione individuale di tutta la Cina”, ma dai gesti minimi dei piccoli uomini che egli incontra nei suoi viaggi: “La mano sulle reni di una contadina curva al tramonto in una minuscola risaia nell’attimo in cui si leva, si deterge il sudore con l’altra mano e sorride; l’attimo di un bambino che non ha mai visto un occidentale e va diritto a sbattere contro un alberello e fa finta di niente; l’attimo in cui un vecchio “vietminh” in pensione smarrisce lo sguardo calmo negli alberi in riflessioni che non conosceremo mai; o quello in cui una vecchia che dorme sulla sua stuoia si leva all’apparire dello straniero e si riassesta i capelli, o quello in cui il perentorio e icastico commissario politico mostra la schiena curva e già vecchia e si concentra a non scivolare sulle rocce umide: tutti questi atti, la somma di questi attimi, sono l’essenza di quel paese”.
Nel 1966 Parise parte alla volta della Cina in piena Rivoluzione culturale. Ne nascono diciannove articoli, pubblicati sulle colonne del “Corriere della Sera”, dal 5 giugno al 2 agosto, poi riuniti in un volume “Cara Cina”, edito da Longanesi.
Questo viaggio viene motivato dalla necessità di voler vedere, dopo gli USA, visitati nel 1961, “l’altra grande civiltà di massa esistente al mondo”, così da poter offrire il ritratto più ‘genuino’ possibile del grande paese orientale e soprattutto del suo popolo, dei suoi costumi e del suo modo di intendere la vita. La Cina è per Parise una società fortemente costrittiva e anti-individualistica. “Quello che mi colpisce – scrive l’autore – è che le persone che incontro sono sempre membri di partito, poi che le frasi sono uguali, alla lettera. I termini di confronto sono sempre: prima della liberazione, dopo la liberazione, nella vecchia società, nella nuova società. E molte altre che sembrano uscire, e infatti escono, da un libro stampato”. Ne vengono fuori ritratti dalle venature grottesche e allucinanti, come il direttore di una scuola rurale di Nanchino, il quale alle obiezioni dello scrittore esplode in un accesso di rabbia, frutto di indottrinamento e di fanatismo, una macchietta dai “tratti del volto che si affilano, si tendono, la bocca diventa un taglio sottile da cui esce una voce stridula e sempre più alta, i gesti esprimono violenza e col taglio della mano fende l’aria come una spada”.
Sono queste situazioni a suscitare in Parise una sorta di “sindrome gulliveriana”. Lo scrittore percorre un mondo di “terra e contadini”, ospite di un governo o come “ospite (pagante) del China Travel Service, la sola agenzia turistica cinese” e si paragona al Gulliver di Swift, che “riceve ogni sorta di cortesie ed è amatissimo dai suoi ospiti”, ma rimane sempre “solo e loro sono molti, poi è un gigante e loro sono lilliput o viceversa, infine Gulliver è Gulliver, cioè un cittadino inglese del Settecento e loro, appunto, giganti o lilliput”.
Parise in Cina si sente un estraneo sia perché stritolato dalle mille pastoie burocratiche che il regime riserva agli ospiti stranieri, sia perché il viaggiatore si trova dinanzi a una realtà umana e sociale sempre uguale a se stessa. L’unico modo per interfacciarsi con il mondo cinese per Parise è quello di mettere da parte il proprio io e sciogliersi nella massa, abbandonare “educazione umanistica e individualismo occidentale con tutti gli strumenti di conoscenza”. Questo perché “l’individuo, la libertà individuale, l’espressione individuale non hanno mai contato un bel nulla in Cina”.
La società cinese è sempre stata strutturata secondo la logica dei clan, ognuno formato da più famiglie-individuo. Ogni villaggio è paragonabile a una “cellula insieme autonoma e collettiva”, chiusa ad ogni apertura esterna e sostanzialmente priva di dinamiche sociali interne. Questo organismo, formato da cellule tutte uguali e indifferenziate al tempo del grande Impero era sottomesso all’imperatore e alla sua corte, percepiti dai cittadini comuni come un’entità favolosa, irreale e divina.
La rivoluzione culturale ha poi determinato l’identificazione tra il popolo cinese e la sua nuova classe dirigente in un senso politico-religioso volto a far coincidere l’antica tradizione razionalistica confuciana con la nuova dottrina di Mao. Ecco perché la Cina si presenta come un gigantesco “seminario di teologia politica”, dove la volontà del singolo si identifica con l’ideologia dei capi.
Ci troviamo dinanzi ad una società di massa ben diversa da quella americana: in Cina si consumano idee politiche, in America si consumano beni materiali: “In poche parole, di qua del confine è l’ideologia o teologia politica marxista, di là del confine l’ideologia e la teologia politica del consumo. Da una parte idee, dall’altra denaro”. E questo emerge anche dall’arte e dalle varie forme di spettacolo, tutte caratterizzate dalla ripetizione degli stessi elementi. I “cinesi non conoscono la noia” e neppure la nevrosi, che in quanto figlie dell’egoismo borghese, indispensabile in Occidente alla sopravvivenza, non possono albergare in “un popolo di contadini analfabeti fino all’altro giorno”.
Ne deriva che qui la psicanalisi, così diffusa in Occidente, non è applicabile. Il prof. Suh Tsung-hwa raccomanda allo scrittore di cercare di capire non la ragione “semplice” ma il cuore “complicato” dei cinesi. E appunto cercando di penetrare nel cuore che Parise individua lo “stile naturale” dei cinesi. Lo scrittore lo definisce con queste parole: “Siamo arrivati allo stile, così come mi sono permesso di tradurre la parola cinese li. In realtà vuol dire diplomazia, politesse, buone maniere, ma, tutto sommato, credo di aver tradotto giusto. Li è un termine confuciano che significa appunto tutte queste cose, ma significa, prima di ogni altra, Cina e cinesi”.
Il li traspare nella “dolcezza” delle donne cinesi, nonché nel timido rossore degli innamorati che si scambiano tra loro “semplici sassi colorati che, di nascosto uno dell’altro, vanno a raccogliere su monti e colline, percorrendo chilometri a piedi, per dimostrare in questo modo quanto il regalo sia prezioso. E proprio in questi semplici gesti Parise ravvisa quella assenza di volgarità capace di far nascere il lui un sentimento di commozione e di spingerlo con un atto d’amore a diventare per quanto possibile “almeno un poco cinese”.
Questo li è innanzitutto bellezza interiore e per questo che le donne cinesi, anche se brutte, sono tutte belle: “Questa bellezza è data dallo stile. Perciò lo strumento per giudicare la donna cinese non è e non deve essere l’occhio, come avviene in Occidente, bensì l’intuito”.
E da questa intuizione scaturita dallo sguardo nascono quei momenti di sospensione poetica che costituiscono le pagine più letterarie del testo parisiano. Si legga, per esempio, il passo dove lo scrittore descrive la Grande Muraglia, facendo ricorso a due elementi essenziali della tecnica di ripresa cinematografica, quali il contrasto cromatico e il passaggio dal campo di insieme al dettaglio: “Chissà perché, a vederla così d’un tratto, che corre a sinistra e a destra, salendo e scendendo, sempre uguale, con le sue torri a distanze uguali, l’occhio subisce dapprima una sospensione visiva, una specie di immobile calma cinematografica, poi una lenta restrizione prospettica, da cannocchiale, infine una violenta dilatazione così che gobbe, montagne, pietre, diventano sempre più piccole e paesaggio colore bruno, muraglia colore grigio, cielo colore azzurro, sole colore giallo sono il disegno di un bambino-poeta sulla pagina rigata di un quaderno di scuola. C’è anche un trenino col fumo che passa sotto la montagna, ricompare di là della Muraglia e si perde fischiando tra altre gobbe gialle e pianure gialle: è la Transiberiana”.
Ma forse anche questo incanto è destinato a scomparire sotto i colpi dell’american way of life, cioè dell’americanizzazione consumistica della vita. È con questo timore che Parise lascia il ‘grande paese’: “È il mio ultimo giorno in Cina. È domenica: lungo la baia disseminata di piccole spiagge vedo ragazze cinesi in bikini, dai lunghi capelli, in piedi su motoscafi scintillanti. Le spiagge sono affollate di bagnati e di invisibili transistor da cui salgono fino al treno le canzoni dei Beatles; insieme alle canzoni salgono sul treno ragazzine “yè-yè” in minigonna e “capelloni” cinesi. Ecco la periferia, fatta di casamenti uno addossato all’altro sulla collina, ecco i primi grattacieli, ecco di colpo, Hong Kong, dove si può comprare e vendere quello che si vuole, soprattutto l’amore, e dove le idee sono le sole che non valgono nulla: ecco, insomma, l’Occidente”.
Dalla Hong Kong di Parise passiamo alla Hong Kong di Troisio di “Nuvole di Drago” (otto itinerari asiatici) (Edizioni Il Foglio). Dal 1966 di Parise passiamo agli anni Ottanta-Novanta di Troisio (ha insegnato a Shanghai dal 1987 al 1992 e nel 1983 a Pechino per tre mesi). Un salto non di pochi anni ma di secoli. La prosa eletta, sorvegliata e aristocratica di Troisio (lo scrittore rimane sempre se stesso, un occidentale che non si confonde con la folla che guarda e osserva con distaccata oggettività e puntigliosa ironia) oppone un’umanità indecorosa e spesso nauseante alla bellezza assoluta e adamantina della natura. Sull’aereo lo scrittore è disturbato da un cinese “espettoratore” (“scatarra convulso e sputa al massimo del volume senza soluzione di continuità nel sacchetto di carta. Per fortuna siamo in prima classe. Comunque chi risiede in Cina è costretto a farci l’abitudine e fingere, ma a volte proprio non si riesce a controllare la propria nausea”) e si consola contemplando il superbo paesaggio visto dall’alto: “Risaliamo il grande estuario che porta verso Canton, come le antiche navi portoghesi. Siamo già molto alti in pochi minuti e come ogni volta si ripete il fenomeno: la luce del sole si attenua, si vela, i colori a terra sfumano, il verde non si vede più, le coste del mare verdastro hanno improvvisamente un discrimine di acqua verde-marrone”. Troisio rimane aderente ai fatti reali che incontra, non ricorre a categorie mentali e astratte, come la nozione di li parisiana, per edulcorare e trasfigurare la realtà cinese e confessa: “una sensazione di freddo, di tristezza mi invade ogni qualvolta in questo preciso momento in cui l’aereo entra in territorio cinese”, non si ritiene un Gulliver che attraversa un mondo di lilliput, non mette da parte il proprio io per sciogliersi nella massa, non ricorre a categorie ideologiche-politiche per interpretare la realtà che gli sta davanti, ma il pregio di questi diari troisiani - come osserva Cesare Ruffato nell’introduzione - sta “nel trascinare il lettore stanziale (ma non pigro) in una ticoscopica ottica descrittiva, nel sistemarlo comodamente nei punti ove meglio può contemplare il panorama o l’evento in diretta, nell’accettarlo come amichevole e stimato compagno di viaggio specie nei momenti cruciali e notevoli, come i confricanti passaggi di frontiera, anche nel folto della foresta, o risalendo argini di grandi fiumi, per ridiscendere poco dopo, appena sorbita una zuppa, timbrato un visto, in battello con altra bandiera, altro alfabeto e dialetto, altra visione del mondo”. Come dicevamo: due temi opposti e contrari: la bruttezza dell’uomo e la bellezza della natura. Gli uomini sono divisi fra occidentali e orientali. I primi sono spesso agenti d’affari, persone senz’anima, che riducono la realtà a business, che parlano solo di valute e di mercato, di futuro economico dei vari paesi che visitano per lo più per essere presenti nelle fiere internazionali: un ingegnere torinese, manager chiassosi che provengono da Roma, giganteschi turisti canadesi che fanno parte di una squadra di rugby violenti e maneschi, un signore irakeno in panico che deve partire per Baghdad, i secondi sono “cialtroni” cinesi, “passeggeri ricchi, con donne passatine, racchiette, sussiegose, boriose, dalle stesse fisionomie supponenti e politicamente scorrette degli antichi frontali ritratti su scroll, ma con scarpe e vestitini italiani di buona qualità”. Poi ci sono le hostesses cinesi che sembrerebbero belle per chi non conosce la realtà in cui vivono i cinesi. Lo scrittore “prevenuto” le divide in due categorie: la prima “magra cinerea bellina con mani diafane, modi graziosi e atteggiamento più di una giovane mamma che di preda sexy” e la seconda “pacioccona più in carne, con zigomi bianchi e rossi, mani paonazze un po’ gonfie e fianco gajardo che sbatte senza volerlo contro i poggioli delle poltrone”.
E infine conclude con ironia: nonostante la speciosa apparenza sono fanciulle di “estrazione agreste”. La risentita ironia dello scrittore si riversa anche verso le giovani cinesi che frequentavano le sue lezioni: “polemiche, aggressive, stupide, in genere non belle. Parlavano un italiano scadente e ridicolo, ma ciononostante si avventuravano quotidianamente in fastidiose discussioni polemiche con me, che non ne davo assolutamente il motivo”. Le ragazze cinesi di Troisio, in genere, a differenze di Parise che astrattamente, per lo stile, le vede tutte belle, sono brutte, di una bruttezza parodistica e caricaturale: “di quelle ragazze brutte ricordo le smorfie enfatizzate del volto, le espressioni di scherno e di disprezzo con relativo bagaglio di arricciamenti del naso, abbassamento allargato dei muscoli inferiori della bocca, come mirabilmente descritto da Morris proprio in quegli anni, in libri fotografici che fecero il giro del mondo”. Fra gli uomini cinesi spicca il personaggio Ch’ien Chung Shu che è l’esatto opposto del fanatico direttore della scuola rurale di Nanchino, descritto da Parise. Mingherlino, elegantissimo pur nella divisa di Mao, quasi sofferente, le sue parole sembrano venire dalla profondità della storia. Per lui il fatto più importante dell’Occidente è la rivoluzione francese e il maoismo un evento “che non durerà a lungo, comunque non più di due o tre secoli”. Uno dei pochi personaggi cinesi che godono della simpatia di Troisio è Tang (detto Zucchero), il giovane “responsabile” del suo comportamento che lo segue ovunque, ma che talvolta si apre a qualche confidenza, uno dei pochi cinesi non fanatici e “un po’ eretico” che non è destinato a far carriera. In genere il mondo intellettuale cinese viene bollato dall’autore attraverso le parole di Edoarda Masi che ha scritto il volume “Per la Cina”: “ignorano tutto delle correnti culturali contemporanee, a cominciare dal marxismo. Se possibile si evita che gli studenti abbiano accesso direttamente ai libri o ai periodici, i testi vengono ricopiati e ciclostilati appositamente per loro”.
Abbiamo visto che Parise vede nel collettivismo cinese un antidoto all’individualismo occidentale, mentre Troisio di esso ci dà una pagina tragica ed epica nello stesso tempo: “In tondo la vita quotidiana dura e neorealistica, con tutti i suoi ininterrotti mejò (parola cinese che significa “no”)… con le fatiche, le soddisfazioni, le amicizie e anche gli sconforti, i mille giornalieri motivi di frustrazione, la folla opprimente, onnipresente, insopportabile, che provoca l’oclofobia, ininterrottamente eruttante, espettorante, sputazzante…, la puzza, la villania del contatto non evitabile, una prossemica assolutamente diversa dalla nostra, di cui il cinese non si rende conto se non ha già avuto contatti con occidentali”. Se la Cina di Parise è, come dice il titolo del suo libro, “cara” ed è vista in positivo, l’immagine che Troisio ci dà è negativa. Il suo “periodo cinese” è stato “durissimo ma importante” per capire il mondo e gli uomini, sebbene egli confessi di non voler più tornare a lavorare in Cina, ma alla fine del suo diario sospende il giudizio su questo grande paese e ammette: “Della Cina potrei dire molto, sebbene ora non sia più sicuro di aver capito davvero qualcosa, perché quella che ho conosciuto io non ha quasi nulla a che vedere colla Cina degli oltre ottocento milioni di contadini, essendo vissuto nel massimo contesto metropolitano e per lo più nella zona nord-est di Shanghai, che concentra artificialmente moltissime scuole e cinque università, dove i ‘puzzolenti intellettuali’ sono forse maggioranza ed eccezione. Sarebbe in ogni caso azzardata un’eventuale pretesa di giudizio su un popolo di un miliardo e trecento milioni di uomini, avendone conosciuto soltanto alcune decine”.
Nei diciotto capitoli che Troisio dedica alla Cina il tema di fondo sono i libri. Troisio è uno scrittore-bibliofilo che, in quasi tutti questi capitoli, ci parla dei libri scritti sulla Cina, da quelli di Parise, Moravia, Pasolini, Comisso, Malaparte, Colombo, Biagi, Terzani, Bertuccioli, Barzini fino a quello della Masi su cui ci siamo soffermati. Quasi che Troisio volesse vedere la Cina più attraverso i libri che nella sua dura e agghiacciante realtà. Una delle pagine più sentite è quella in cui l’autore esprime tutto il suo disappunto e il proprio sdegno (“mi sentii ribollire il sangue dalla rabbia, fino alle lacrime”) quando scopre che i cinesi gli avevano tenuto nascosta l’esistenza di una sezione italiana della “Biblioteca Centrale”. Ci sono voluti quattro anni per lui per venire a conoscenza di “un miserabile polveroso deposito fossile”. Se Parise ha una conoscenza di due mesi della Cina, Troisio l’ha conosciuta dall’interno per ben cinque anni. La visione del primo è ideale e poetica, propria di un turista che scopre nel popolo cinese un improbabile “stile” che l’Occidente ha perso, quella del secondo reale e concreta, ed è descritta – direbbe Meneghello – “con l’autorità di chi parla di ciò che sa, e solo di ciò che sa”, propria di un insegnante che ha lavorato in Cina e che si è scontrato con tutti gli ostacoli della burocrazia e che per di più (cosa imperdonabile) gli ha sequestrato i diari.
Parise si lascia andare a quella virtus immaginativa che agisce sulla memoria e trasfigura le cose tanto più si allontanano nel tempo (processo ben descritto nel X libro delle Confessiones di Sant’Agostino) mentre in Troisio la memoria non subisce alcun processo di idealizzazione e rimane ben vigile e presente a se stessa. Parise non parla mai di paesaggi, perché, secondo lui, sono uguali in tutto il mondo, mentre il padovano, come abbiamo visto, ne è uno splendido evocatore, come inoltre è un felice cesellatore delle singolari qualità della cucina cinese che sollecita il gusto estroso, rutilante ed enfatico della prosa troisiana: la cucina cinese stilizzata nei suoi colori esotici e variopinti e nei suoi sapori vivaci e intensi: “Ho accettato tre ravioli di riso colloso con ripieno di arachidi, carni varie. La seconda scelta è stata più fortunata: tre frittelle di stupendo tenero granchio, la terza nervetti dolci, la quarta singolari lingue penso d’anatra (all’interno hanno un piccolo osso) e alla fine minestra di fagioli dolci.. Poi il tè. Il carrello delle minestre-dessert conteneva quattro pentolone rettangolari. Una con una pappa glutinosa, con un brodo trasparente, una coi fagioli dolci che ho scelto (e che mi è molto piaciuta, anche perché c’erano molte specie di nocciole intere) e una con cioccolata nera. Me ne sono accorto troppo tardi, quando un mio commensale l’ha ordinata e la solerte vecchina ha riempito con gesto preciso del mescolo sollevato, la ciotola bianco-blu. Ovviamente nessuno mi impediva di ordinare anche quella se non l’imperativo morale che non bisogna godere troppo, nemmeno del cibo. Oggi però la ordinerei”.
Gianni Giolo
Per approfondire:
Commenti
[parise, troisio] Il viaggio
[parise, troisio] Il viaggio orientale in Parise e Troisio, due modi opposti di vedere il mondo e di interpretare la realtà, la realtà fascinosa e degradata dell’Oriente, una realtà però vista in tempi diversi, la Cina della rivoluzione culturale per il primo, la Cina degli anni fine Ottanta-inizio Novanta per il secondo.
[cina] Per
PARISE in Lankelot
[Parise] aggiorno subito lo
[Parise] aggiorno subito lo speciale: http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=3199.0
Caro Giolo, Grazie mille per
Caro Giolo,
Grazie mille per questo ponderoso saggio, a sorpresa.
La Cina ha molte bellezze naturali, pero' nelle zone metropolitane la natura quasi non esiste. E' raro trovare nei parchi qualche filo d'erba. Il maoismo non ha mai avuto il minimo rispetto per l'ambiente. Del resto: come si puo' rispettare l'ambiente quando non si ha nulla? Prima dei fiori viene la pancia.
Ho avuto anche delle allieve carine e sopratto molto intelligenti. Piu' dei maschi. Il livello dell'italianistica era assai mediocre (come dovunque).
Le studentesse brutte e cattive erano quelle di Pechino, nell'83, quando il partito suggeriva continue polemiche e atteggiamento di disprezzo per il bianco.