Le conversazioni sono un cuore pulsante: quelle private e pubbliche del “lucente eremita”, definizione di Sandro Penna di cui Renzo Paris s’appropria per sintetizzare il carattere di Alberto Moravia.
Durante i funerali gli amici cercarono di strappare la croce e le date incise sulla bara, ritenendole prive di significato per uno “scrittore senza tempo né storia”, “per un cantore dell’indifferenza”, per giunta ateo, qual era stato. Moravia non avrebbe compiuto quei gesti, ci avrebbe solo riflettuto su.
Dopo un primo momento in cui i giornali si scatenarono a caccia del pentimento di Moravia, delle presunte “conversioni” religiose, dei suoi rapporti con il fascismo, tracciando perfino l’ipotesi di un suicidio, risposero all’invito di Umberto Eco con un silenzio devastante.
Paris non si diede pace e “geloso dei riflettori puntati su Pasolini” (pag.11), nel 1992, scrisse un articolo per l’Espresso “Viva Moravia abbasso Pasolini”. Il titolo che desta sinceramente qualche perplessità non è altro che un grido di ribellione alla verità sulla storia moraviana e su quello che rappresentò nel Novecento: “non è dibattuto come Pasolini proprio perché più sgradevole; traditore della sua classe – come si diceva una volta – accusatore numero uno di tutte le borghesie italiane succedutesi in questo secolo. Vi pare poco?” (pag. 15) e poi “Pasolini era un religioso, mentre Moravia piuttosto un divulgatore del mistero” (pag.14), “Pasolini era alla continua ricerca di una realtà vergine che verificasse i suoi simboli. Moravia parlava, invece, attraverso i suoi simboli” (pag.14). Ne seguirono ovviamente stilettate a colpi di inchiostro su carta stampata.
Quando gli venne proposto un lavoro fotografico su Moravia, scavò nella biografia che attraversava il Novecento e diede vita prima all’album “Alberto Moravia” ed in seguito a “Moravia - Una vita controvoglia”. Gli sembrava però che mancasse una terza parte, quella più intellettuale, ed invisa ai più, ma “a ben vedere, ancora più dell’intellettuale, mi mancava la persona. Era diventato una cara figura parentale, un ragazzo a vita. Mi mancavano i suoi spigolosi abbracci, il suo corpo elettrico, quei gesti bruschi e affettuosi, quei colpetti sulle spalle” (pag.16).
Paris è uno studente che sta scrivendo una tesi sperimentale sulla Letteratura italiana da D’Annunzio a Moravia. E’ per questa ragione che incontra lo scrittore. Moravia lo porta con sé in un bar dove lo attende Pasolini. Resteranno leggendarie le scene di terrore alla guida di Moravia, esperienza comune a tutti gli amici come altrettanto leggendaria è la prima ed indelebile immagine di Pasolini e Moravia che si allontanano insieme come “il gatto e la volpe”.
Moravia gli chiede di scrivere un racconto per la rivista Nuovi Argomenti; Paris risponde che non sa se può farcela. Moravia insiste. Non sarà la prima volta. Paris frequenta gruppi di autocoscienza maschile, si fa seguire da un analista junghiano, ha uno sfogo in cui manifesta tutte le paure, le incertezze ed il senso di fallimento che gli attanaglia la mente. Moravia gli chiede di andare a trovarlo più spesso. Da quel momento Paris sarà una presenza costante nella vita dello scrittore.
Le conversazioni private iniziano nel 1965, in una giornata al mare e continuano, momento dopo momento, ad intrecciare la vita personale dei due scrittori, sigillata da un cuore di nostalgica memoria. Si alternano gli amici, la presenza femminile, la vicinanza di Dario Bellezza; si intervallano momenti di svago e momenti di vero spasso, nel coinvolgere certe battute, certi risvegli dei sensi in un Moravia ormai in là con gli anni, ma ciò che alla fine risalta nel suo candore non è solo il ritratto dell’artista da vecchio, ma quello di un Paris che cresce, travolto dall’entusiasmo letterario del suo mentore. È stato Moravia, senza alcun dubbio, nel tentativo di liberare la sua anima dall’inquietudine del fallimento e conoscendone le potenzialità, a spingerlo ferocemente verso la scrittura. È qui il nucleo di quel Moravia-padre spirituale del giovane Renzo prima, dello scrittore autentico Paris, poi.
Molto controverso è il botta e risposta sui nomi altisonanti della letteratura, non solo italiana. Le critiche vennero da coloro che non riconoscevano in Moravia la tendenza ad un giudizio così lapidario e negativo; ad altri, invece, è sembrato quasi di sentire la voce dello scrittore pronunciare quelle parole. A me piace pensare più ad un gioco in cui le risposte sintetiche possono lasciare aperti molti spazi. Di sicuro sappiamo che amava Dostoevskij e che riconosceva certa grazia in Gadda (quando c’era) ma per il resto è un lungo elenco di morti stecchiti come zanzare. Qualche esempio: Proust “una grande carcassa del naturalismo, come Joyce. Due splendidi romanzi falliti” (pag.81). Kafka “piaceva molto a Elsa. Ne aveva fatto una religione. A me piacciono di più i racconti. Il resto, boh” (pag.50).
“Zanzanzerò, zanzanzà…”(Moravia).
Paris, annotava le parole, i gesti, gli sbuffi durante i dialoghi, pentendosi poi di aver impegnato tanto tempo a scandagliare il rapporto controverso con il fascismo più che ad assorbire l’intera essenza moraviana.
Si rende conto che le ultime conversazioni si accentrano sulla furiosa rilettura delle sue opere, quasi “ad esorcizzare” la morte che sarebbe giunta il 26 settembre 1990. L’obiettività di Paris si trova in questa fase, nel tentativo di spiegare e di spiegarsi il perché in certi casi Moravia avesse fatto scelte di vita, anche sentimentale, così diverse da quanto estrapolato dalla narrazione, tanto da chiedergli, non senza ironia, “ma tu chi sei? A volte ho l’impressione che i libri li scriva qualcun altro…la normalità tu la insegui come l’Araba Fenice” (pag.118).
La seconda parte del ritratto coinvolge, invece, le conversazioni pubbliche strutturate in 16 domande ed altrettante risposte. Un’intervista speciale ed intensa che enuclea il pensiero moraviano su temi cari, a volte spinosi, a volte inquietanti.
Gli argomenti sono di approfondimento più che di novità: il fascismo, le dittature, le attese messianiche delle masse, il consumismo, il femminismo, la rivoluzione industriale, e poi la rivelazione sulla realtà dei gulag che afferma esser già noti ancor prima degli scritti di Solzenicyn, e poi i viaggi, la polemica con Sartre sull’impegno politico, causa, secondo Moravia, del deperimento della sua scrittura, l’alienazione, lo studio dei personaggi dei suoi libri più dissociati che indifferenti (tra ciò che erano e ciò che avrebbero dovuto essere). Ed infine, due capitoli a parte, uno sull’India e l’altro su di lei, la “bomba”, il nucleare, negazione dell’utopia “la bomba è impensabile come Dio perché l’uomo non può pensare con il suo pensiero sia il suo inizio e la sua fine” (pag.155).
***
“Alberto quel libro, ricordi?”
“Che cosa?”
“Quel libro su di te”
“Mi dispiace ma non ricordo più niente”
“Alberto, si è aperto un nuovo millennio, mi traghetti?”
“E a me chi mi traghetta?”
“Ah ah ah!”
(da una conversazione onirica dell’autunno 2000, pag.171)
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Renzo Paris (Celano, 1944), romanziere, poeta, saggista e traduttore italiano. Professore di Letteratura Francese all’Università di Viterbo.
Renzo Paris, “
Ritratto dell’artista da vecchio - conversazioni con Alberto Moravia”, Minimum Fax, Roma, 2001.
Approfondimento in Lankelot:
Commenti
Mo-vi-da!
http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2779.0 per approfondire tutto lo speciale
(domattina, lucido, leggo e commento;) notte movi!)
più veloce di un fulmine...a domani:)
"Durante i funerali gli amici cercarono di strappare la croce e le date incise sulla bara, ritenendole prive di significato per uno ?scrittore senza tempo né storia?, ?per un cantore dell?indifferenza?, per giunta ateo, qual era stato. Moravia non avrebbe compiuto quei gesti, ci avrebbe solo riflettuto su."
> E tuttavia è un gesto bellissimo.
"Gli sembrava però che mancasse una terza parte, quella più intellettuale, ed invisa ai più, ma ?a ben vedere, ancora più dell?intellettuale, mi mancava la persona. Era diventato una cara figura parentale, un ragazzo a vita. Mi mancavano i suoi spigolosi abbracci, il suo corpo elettrico, quei gesti bruschi e affettuosi, quei colpetti sulle spalle? (pag.16)."
> "Ragazzo a vita" è una definizione potente. Aspettiamo la scheda su quel libro;).
"Di sicuro sappiamo che amava Dostoevskij e che riconosceva certa grazia in Gadda (quando c?era) ma per il resto è un lungo elenco di morti stecchiti come zanzare. Qualche esempio: Proust ?una grande carcassa del naturalismo, come Joyce. Due splendidi romanzi falliti? (pag.81). Kafka ?piaceva molto a Elsa. Ne aveva fatto una religione. A me piacciono di più i racconti. Il resto, boh? (pag.50)."
> Forse comincio a capire le ragioni di quei toni...
e in parte a condividerli.
(gran lavoro Movi!)
3.condivido.