Paris Renzo

Moravia. Una vita controvoglia

Autore: 
Paris Renzo
 “Un ultimo avvertimento. Se Alberto Pincherle non fosse mai esistito, credo che l’avrei inventato lo stesso, tanto cercavo un personaggio che fosse, come lui «un lucente eremita», che avesse vissuto tutta una vita controvoglia” (pag.358).
 
Si chiude così questo il libro di Renzo Paris su Alberto Moravia che non si riesce ad ascrivere ad un genere ben definito. Non ha una classificazione. Secondo Paris è una biografia, un romanzo - saggio. Non è l’una, nel senso stretto del termine, perché vi è incisa la passione di un amico che ammirava sinceramente Moravia senza perdere l’obiettività su certi comportamenti o certe scelte che marcherà nelle conversazioni private in “Ritratto dell’artista da vecchio” (2001, Minimum Fax). Non è neppure un romanzo puro, perché, nonostante la vita stessa di Moravia, si avverte lo stacco naturale tra le due fasi: la prima ricostruita con dovizia di particolari da Paris, la seconda basata sull’esperienza diretta di quest’ultimo. Il saggio, generato dall’utilizzo sapiente delle opere dello scrittore Moravia per ricostruire l’uomo Alberto, interviene tra le due come collante, rendendone affascinante l’architettura complessiva. 
Cos’è allora? “Boh”, Moravia, forse risponderebbe così.
È la nostalgia, è la memoria di 80 anni di vita che hanno conosciuto il mondo; è la testimonianza di un secolo con tutte le sue follie, le contraddizioni e le sue meravigliose scoperte. È la letteratura che lo racconta, quella di Moravia che l’ha vissuta e quella di Paris che l’ha riportata alla luce. 
 
È evidentissima la dedizione nella ricostruzione degli elementi portanti della vita del “ragazzo a vita” Moravia, al fine di rendere fluida la narrazione, nel suo essere avvincente, nel servirsi delle testimonianze di quelli che lo avevano seguito nel suo percorso letterario ed umano, in diverse fasi dell’esistenza: Enzo Siciliano (Moravia, 1971), l’amico di sempre, Dacia Maraini (Il bambino Alberto, 1986), Alain Elkann (Vita di Moravia, 1990, scritta con Moravia ancora vivente), le lettere di Adriana, la sorella pittrice, i taccuini delle serate nei salotti bene di Leonetta Cecchi Pieraccini, gli scherzi telefonici con Vitaliano Brancati, i discorsi di Pier Paolo Pasolini, le cene in trattoria, le lezioni apprese da Bernardo Bertolucci ed impresse su pellicola, il rapporto assiduo con il cinema, i battibecchi velenosi con J.P.Sartre, i ricordi di Antonio Debenedetti e di tutti gli altri protagonisti della letteratura che lo avevano in qualche modo conosciuto direttamente, le ricerche nell’Archivio di Stato a Roma, i brevi racconti di Moravia stesso, le critiche che si sono mantenute altalenanti per tutto il tempo, le interviste e, soprattutto, i suoi libri, “i suoi figli”, analizzati e contestualizzati nell’evidente tentativo di illuminare il percorso esistenziale di quello che, nel Novecento italiano, risulta alla fine il personaggio più discusso, inviso, invidiato, ammirato, contestato ed infine, irrimediabilmente “indifferente”, nella sua solitudine.
 
Moravia non amava molto raccontare di sé, ritenendo la sua vita poco interessante, rigettando le memorie del passato, ancorato nel presente e proiettato verso il futuro: “mi viene in mente una frase di Moravia sulla memoria…’ha da vagliare solo oro e non sabbia’. Non vale la pena estrarre dalla vita i ‘minimi incidenti’ per scrivere un romanzo. Era contrario alla memoria che non fosse del presente” (pag.11) e non amava Marcel Proust, ma Paris ne scandaglia pezzo per pezzo la produzione, finendo per farlo saltar fuori come un coniglio dal cilindro. L’accostamento era nato da Jean-Luc Godard, ma Paris aggiunge “ciò che accumuna i due narratori è proprio lo stile, in entrambi lucido e baluginante: l’attenzione alla visione interiore, un senso della realtà che corre parallela alla vita, senza la quale non si può vivere consapevolmente. Lo snobismo di Proust era anche del giovane Moravia; in entrambi questo atteggiamento è di provenienza culturale, non sociale. E’ la disperata coscienza dell’impotenza della cultura europea denunciata dal decadentismo, che produce nell’uno la volontà caparbia di ridare un mondo alla maniera ottocentesca, nella sua totalità, e nell’altro la volontà di applicare a un mondo più provinciale, come quello italiano, sistemi culturali internazionali. Tutto questo fece apparire Alberto uno straniero in patria” (pag.273). 
Je m’ennuie” (Moravia). 
 
Alberto Moravia nasce a Roma il 20 novembre 1967 in una palazzina di via Sgambati. Ha due sorelle, Elena ed Adriana, ed un fratello Gastone che morirà in guerra nel 1941. Il padre è architetto, Carlo, di religione ebraica, la madre Teresa De Marsanich, sorella di Augusto, prima deputato, poi sottosegretario al Ministero delle Comunicazioni e, successivamente, dopo la guerra, Segretario del MSI. Moravia e lo zio materno non si amarono, così come non si amarono lui ed i cugini, i fratelli Rosselli.
Era una famiglia benestante quella di Moravia che viveva curata dalle governanti, ritratte poi nei romanzi. La madre a cui fu sempre legato, era una “dattilografa anconetana”, una donna imbellettata, finta, cuore della noia domestica, la rappresentante più alta della famiglia borghese centralizzata nella narrativa moraviana.  Era la borghesia in cui era nato e cresciuto quella che poteva rappresentare meglio nelle sue opere. L’attenzione ad altre sfaccettature, il populismo, il femminismo, di un certo periodo della sua produzione derivavano, spiega Paris, dai condizionamenti sentimentali. 
 
Aveva avuto la vocazione del romanziere orale prima di quella dello scrittore. Non scriveva per recitare, ma recitava per scrivere. La sua era un’autorecita che si deponeva sulla carta, che veniva trascritta mentre la voce si interiorizzava nella sua solitudine. Era dunque la voce all’origine della sua scrittura, che è operazione a volte funeraria. Scrivere era come pregare, una specie di mistica laica” (pag.24). 
 
Moravia a 8 anni venne ricoverato in sanatorio per una malattia trascinata fino all’età di 35 anni, la tubercolosi ossea. La cura fu la trazione con uno speciale apparecchio che lo massacrava psicologicamente e fisicamente. A quei giorni risale la conoscenza di un bel triestino, figlio di un sarto, che proietterà in “Inverno di malato”, scritto a 13 anni.: “forse avrei potuto invaghirmi del mio vicino di camera. Ma sarebbe stata più una questione d’affetto che di sensualità…io non ho mai avuto esperienze omosessuali, ma avrei potuto averne” (pag.27). Moravia, però, nonostante scopra nell’uomo una tendenza bisessuale, si dichiara eternamente eterosessuale, dopo esser stato, per la prima volta, con una donna. E sarà quel triestino che lo porterà a “svezzarsi”. 
Aveva 15 anni quando quel “dandy magro e slanciato” (Moravia era sempre elegante, e visse per molti anni con un assegno mensile del padre, anche dopo il matrimonio con Elsa Morante) capitò a Piazza del Popolo durante il raduno della marcia fascista sulla Capitale e si sentì un estraneo: “l’indifferenza per il mondo famigliare si era così allargata a quello della Storia in marcia. Più tardi dirà che, pur non amando le folle fasciste, sentiva oscuramente che facevano parte della modernità, del Novecento: avevano tagliato il cordone ombelicale con il mondo ottocentesco verso il quale vedeva pencolare proprio quelli di Giustizia e Libertà. Si sentì solo, in mezzo a quella folla e senza storia” (pag.33). 
 
La sua critica alla borghesia non era invisa al fascismo, tutt’altro, ma ciò che gli si rimproverava era il disfattismo che ne conseguiva. Per la parentela con i Rosselli e le frequentazioni casuali o volute con certi personaggi dell’epoca venne spiato per 10 anni, con ricerche meticolose nella corrispondenza, nei suoi scritti, negli incontri nel vano tentativo di trovare le "prove". Paris ha frugato nell’Archivio di Stato trovando cartelle su Moravia e la sua vita, del tutto oscure allo scrittore romano.
 
Nella lettera che Moravia scrisse a Galeazzo Ciano per perorare la causa de “Le ambizioni sbagliate”, il secondo romanzo, la cui uscita sembrava bloccata dalla censura, si trovano pagine di intensa rappresentazione delle sofferenze del romanzare e di un giovane letterato che si vede tranciare di netto le sue aspirazioni: parole di convenienza incastrate nella difesa della libertà dell’arte. La non estraneità al fascismo che sembrò scaturirne viene negata da Paris che scrive “non volle mai diventare un uomo d’azione e morire così come scrittore. Il fascismo più semplicemente gli provocava conati di vomito, anche se, come sempre nella sua narrativa, per questa repulsione provò un’oscura attrattiva” (pag. 101). Verranno respinte anche “La mascherata” e “Agostino”. Del resto, Paris, concentrerà anche in “Ritratto dell’artista da vecchio” i suoi sforzi per comprendere meglio questo aspetto, senza riuscire davvero a darsi e a dare una risposta in merito.
Indaga pure sulla pubblicazione, nel 1941, di una novella moraviana “Morte improvvisa” sul settimanale “Je suis partout” diretto da Robert Brasillach. Non poteva essere stato spedita spontaneamente dallo scrittore romano, né d’altronde si può credere che l’abbia fatto per denaro. Più semplicemente Brasillach, pur non ignorando la fama antifascista di Moravia, potrebbe aver dato credito ai giudizi di tutt’altro avviso provenienti da Carlo Rosselli su “Giustizia e Libertà” .
Moravia “soffrì molto delle ferree maglie ideologiche del Novecento, sognando da narratore puro, da artista, una diversa società” (pag.157). Non amò il fascismo così come non amò neppure lo stalinismo.
Semplicemente detestava le dittature.
 
La rivista “Nuovi argomenti”, da lui fondata, ebbe risonanza internazionale “in occasione dell’intervista a Palmiro Togliatti sulle rivelazioni dei campi di concentramento staliniani da parte di Krusciov” (pag.241). Ed in effetti rifiutò il visto russo, mentre gli fu negato inizialmente quello americano per le sue critiche al Patto Atlantico.  .  
La sua esperienza politica nel PCI al Parlamento Europeo nacque dall’eco forte della bomba che gli scoppiava nel petto, al ritorno da Hiroshima e da cui venne influenzata la sua produzione letteraria degli anni ’80, tra cui “L’uomo che guarda”. La sua era una battaglia contro il nucleare, ma quando capì la sua impotenza in quella battaglia contro i mulini a vento, si dimise.  
 
Paris regala pagine fitte di annotazioni, pensieri su ogni particolare aspetto della vita e delle opere di Moravia, ma quelle più intense si accentrano durante la fuga da Roma, nel 1943, dopo che si sparse la notizia dell’imminente arresto dello scrittore. D’altronde lui, come la famiglia, sotto le leggi razziali, avevano già cambiato cognome, mentre per poter scrivere utilizzava solo pseudonimi. Dal viaggio verso Fondi nasceranno le pagine de “La ciociara”, ma Moravia non fu uno scrittore neorealista. 
Dopo la guerra lo aspettò al varco la Chiesa che lo mise, lui ateo, naturalmente, all’indice insieme ad Andè Gide “come autori che un buon cristiano non deve leggere” (pag. 237). Eppure Giovanni Montini, futuro Paolo VI, diede un giudizio lusinghiero per “Gli indifferenti”, non scandalizzandosi per gli argomenti trattati. 
Nel ’68, invece, ci furono gli studenti che lo contestarono all’Università “intuiva che per la maggioranza si trattava di persone in rivolta, non rivoluzionarie, e che la rivolta era tuttavia il germe della rivoluzione: l’unica cosa a cui era veramente affezionato fin dall’adolescenza. Era sempre stato il germe dell’amore ad appassionarlo. Quando l’amore da seme diventava pianta rigogliosa, era come se se ne distraesse. Quel senso di rivolta di quei giovani lo aveva subito riconosciuto” (pag.301).  E Paris che, all’epoca, era uno tra loro, insieme a Dario Bellezza, non riuscì ad appoggiarli. Moravia era entrato nella sua vita e stava “diventando un padre spirituale” (pag.300). 
 
Moravia, infaticabile globetrotter, viaggiò moltissimo, per allontanarsi dalle dittature sia italiane che sovietiche (“Lo sai che Mosca sta morendo? Ha un cancro, me l’ha scritto Montale”, pag.188), ma anche per quella voglia smisurata di misurarsi con il mondo, un amore per la conoscenza impressionante che finì per coinvolgere tutti quelli che lo accompagnavano e su cui si sofferma la prosa di Paris, mettendo in luce gli aspetti meno noti, più interiori (Un mese in Urss, Lettere dal Sahara). 
 
All’uscita de “Gli indifferenti”, nel 1929, scriveva Massimo Bontempelli, il suo primo estimatore, “il romanzo di Moravia è eccellente di abilità narrativa, d’animazione lirica dei paesaggi e per alcuni tocchi d’intima accoratezza. Credete che per queste qualità autentiche e rare abbia destato tanto interesse? Nemmeno per idea; i tre quarti dei compratori lo hanno ricercato per l’acre voluttà di poter dire ‘com’è porco l’uomo!’. L’apparenza cinica del romanzo ha fatto credere a metà dei lettori di trovarvi quello che alcuni anni fa li estasiava nei libri di Mario Mariani…il volgo vuole essere scandalizzato” (pag.52).
Paris riporta un buon numero di giudizi del tempo sull’opera, in cui si nota tutto ed il contrario di tutto, ma questa prima e forte critica rappresenta la sintesi di tutta quella che lo riguardò, immutata nel tempo. 
Un ritratto particolareggiato poi nella nascita ed evoluzione delle riviste, in particolare “Caratteri”, negli anni ’30, in cui entrano in ballo Curzio Malaparte, Corrado Alvaro, Mario Pannunzio, Vitaliano Brancati, Leo Longanesi. Da quelle pagine letterarie sbocceranno i talenti di Tommaso Landolfi ed Antonio Delfini. 
 
E Moravia era attratto da quel furioso rifiuto. Fece di Elsa la sua croce, il suo angelo sterminatore, la sua oscura coscienza critica” (pag.119). 
Ecco che ha suscitato critiche, soprattutto provenienti dalla sfera affettiva di Moravia, le vicende ampiamente analizzate sugli incontri con le ultime due compagne di vita, Dacia Maraini e Carmen Llera, ma soprattutto sul ritratto, questo sì, impietoso su Elsa Morante.
D’altronde ciò era consentito dal rapporto feroce di amore-odio che aveva legato i due scrittori per 25 anni, nella tendenza della Morante a vivere esclusivamente di poesia (“non sapeva fare neppure un panino”), dagli amori impossibili che raccontava per filo e per segno al marito (il più noto per Luchino Visconti) e di quella di Moravia, preoccupato di un possibile risvolto in suicidio della moglie, anche dopo la separazione: “e così Alberto Moravia, figlio di Teresa De Marsanich, appellata più volte come boaristica, si era sposato in chiesa con una Madame Bovary in carne e ossa, attratto fino alla morte dalla sua ansiosa e tragica eterna insoddisfazione” (riferito ad Elsa Morante, pag. 243).  
 
Moravia, il “Grande Pasticcere” (pag.41), amava le donne che fuggivano, quelle che gli davano da fare e, a parte le donne che “storicamente” lo avevano tormentato con le loro ambiguità, filate dritte ma ritoccate nei romanzi (Fransiska, Trude, Lélo), o che lo avevano respinto “perché ebreo” (colpo di scena di Paris) aveva strane avventure, in ogni angolo del mondo, con prostitute che pagava per farsi raccontare le loro storie. Ovviamente, come gioco della vita vuole, le donne che si era scelto rappresentavano l’opposto. 
Nella “struggente solitudine” di ottantenne, Moravia muore il 26 settembre 1990, a causa di un ictus cerebrale e “cadde con il mistero della morte negli occhi, stringendo i pugni in un moto di stizza. Così si concluse una vita controvoglia” (pag.374).
 
Se il rapporto con l’altro sesso, semplici avventure o rapporti importanti, costituisce un pezzo fondamentale del libro e del percorso esistenziale e letterario di Moravia, non è l’elemento più affascinante.
Dalla ricostruzione della prima parte ne scaturisce un pezzo di storia della nostra Italia, interessante dal punto di vista storico e sociale, ma soprattutto letterario per tutti quei coinvolgimenti che interessarono lo scrittore, aperto ad una serie infinita di personaggi, italiani e stranieri, a cui in qualche modo si avvicinò o fu avvicinato; per il rapporto con il cinema; per quell’analisi particolareggiata del rapporto con gli editori; per l'intreccio tra la biografia ed il romanzo; per il volgersi della critica in un senso o nell’altro e per quell’ampia finestra sul mondo dei salotti da cui sembrava scaturire l’universo intero, follia e gioia dei suoi interpreti. 
Umberto Eco, invitò a non scrivere troppo sullo scrittore appena scomparso, ad approfondire in silenzio le sue parole. L’invito è stato accolto. Su Alberto è caduto un profondo silenzio”, e poi “cercai nella biblioteca tutti i libri di Alberto, li radunai in un altarino laico” (pag. 376) 
 
*** 
 
Mare bulo, bulo. Betto nanna”, Alberto Pincherle
 
Ah borghesia, pensavo, come sei viva e come sei insopportabile”, Alberto Pincherle Moravia. 
 
Non credeva a nulla. Né allo Stato, né alla rivoluzione; né alla libertà, né all’autorità. Per lui, molto serio nella sua frivolezza non c’era maggior delitto che mancare di eleganza; né maggior ineleganza che il credere a qualche cosa”, Alberto Moravia
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Renzo Paris (Celano, 1944), romanziere, poeta, saggista e traduttore italiano. Professore di Letteratura Francese all’Università di Viterbo. 
 
Renzo Paris, “Moravia. Una vita controvoglia”, Giunti, Firenze, 1996. 
 
 
Movida,  15 aprile 2009.
ISBN/EAN: 
9788804571049

Commenti

Da Paris su Moravia??dissi a Moravia che L?amore coniugale, Il conformista e Il disprezzo potevano essere accomunati dal suo amore per certa narrativa giapponese degli anni Trenta, da Tanizaki a Kawabata. Rispose che aveva amato molto quegli scrittori, che gli erano sembrati tra i massimi narratori del nostro secolo, e perciò si sentiva onorato di essersi trovato, seppure a tratti, in sintonia con loro soprattutto con L?amore coniugale e nel Disprezzo, meno nel Conformista dove aveva come obiettivo il romanzo politivo. Anche lì, però , soprattutto nel modo di intendere l?amore di Giulia, si potevano trovare tracce della trasparenza sentimentale e affettuosa dei grandi giapponesi. Il romanzo che ricordava meglio, anche nel ritmo, come disse era L?more di uno sciocco di Tanizaki, che almeno nell?atteggiamento dello scrittore nei confronti di Leda asveva imitato. Alberto era un lettore onnivoro. conosceva della letteratura giapponese ANCHE LE COSE MENO IMPORTANTI, ROMANZI DI CONSUMO CHE LEGGEVA IN INGLESE. I suoi libri erano tradotti e amati in Giapppone, dove si recava spesso per parlare della sua narrativa. Era insomma un amore reciproco. Incontrava, ad esempio, spesso a casa sua la televisione giapponese che lo intervistava sull?Italia?.

la riporto in questa sede che sta proprio bene...

un'esplosione questo libro, non solo per gli appassionatio nostalgici moraviani...ma anche per la rilettura di certe pagine del Novecento. Tanti, tanti nomi...tante considerazioni, commenti, critiche e la passione di Paris che rende vivo una vita che è già romanzo..

Spettacolare! Aggiorno subito lo speciale.

http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2779.0

arrivo eh?

"Non ha una classificazione. Secondo Paris è una biografia, un romanzo - saggio. Non è l?una, nel senso stretto del termine, perché vi è incisa la passione di un amico che ammirava sinceramente Moravia senza perdere l?obiettività su certi comportamenti o certe scelte che marcherà nelle conversazioni private in ?Ritratto dell?artista da vecchio? (2001, Minimum Fax). Non è neppure un romanzo puro, perché, nonostante la vita stessa di Moravia, si avverte lo stacco naturale tra le due fasi: la prima ricostruita con dovizia di particolari da Paris, la seconda basata sull?esperienza diretta di quest?ultimo."

> Notevole. Del resto, nemmeno "Squatter" è tutto libro-inchiesta o tutto romanzo. Questo è un libro di cui dovrò nutrirmi...

"Era dunque la voce all?origine della sua scrittura, che è operazione a volte funeraria. Scrivere era come pregare, una specie di mistica laica? (pag.24). "

> Passo da confrontare con gli studi di Cortellessa su Paris; cfr. almeno introduzione alle poesie etniche, "Creature"

"Dopo la guerra lo aspettò al varco la Chiesa che lo mise, lui ateo, naturalmente, all?indice insieme ad Andè Gide ?come autori che un buon cristiano non deve leggere? (pag. 237). Eppure Giovanni Montini, futuro Paolo VI, diede un giudizio lusinghiero per ?Gli indifferenti?, non scandalizzandosi per gli argomenti trattati."

> Quando si dice: "rilievo sacrosanto".

"Un ritratto particolareggiato poi nella nascita ed evoluzione delle riviste, in particolare ?Caratteri?, negli anni ?30, in cui entrano in ballo Curzio Malaparte, Corrado Alvaro, Mario Pannunzio, Vitaliano Brancati, Leo Longanesi. Da quelle pagine letterarie sbocceranno i talenti di Tommaso Landolfi ed Antonio Delfini."

OT, per ricordare e ricordarci che di Delfini abbiamo scritto poco, credo per nulla di Alvaro e Pannunzio e Malaparte; Brancati grazie a te. Mondi da riscoprire...

"?Non credeva a nulla. Né allo Stato, né alla rivoluzione; né alla libertà, né all?autorità. Per lui, molto serio nella sua frivolezza non c?era maggior delitto che mancare di eleganza; né maggior ineleganza che il credere a qualche cosa?, Alberto Moravia."

> Va bene, convinto. Tra le prossime letture. Ottimo lavoro Movi, dico davvero. Complimenti.

4. secondo me è un libro che non può mancare tra le tue letture (magari future, ma visti i tuoi ritmi...).
Vedrai che spettacolo. Chi conosce i libri di Moravia, avrà voglia di rileggerli investiti da una luce nuova.

6.:)
7. di Alvaro potrei io (in futuro). Conosco. Di Delfini...beh...tra Angela e me potrebbe saltarci qualcosa. Questo libro viene dalla Biblioteca A. Delfini...quando si dice destino... :)

9,4. E' la cosa migliore che si potesse augurare l'autore, quella che dici. A questo punto, missione compiuta. Moravia per me rimane, ad oggi, il padre de "Gli indifferenti" e de "La noia", ma ricordo volentieri "Io e lui" - rubacchiato durante l'adolescenza negli scaffali di casa:). Ho le tue schede per tornare a studiarmelo. Accadrà!

9, 7. Aggiudicato allora. Aggiudicati:). Destino vince.

scriveva Massimo Bontempelli, il suo primo estimatore, ?il romanzo di Moravia è eccellente di abilità narrativa, d?animazione lirica dei paesaggi e per alcuni tocchi d?intima accoratezza. Credete che per queste qualità autentiche e rare abbia destato tanto interesse? Nemmeno per idea; i tre quarti dei compratori lo hanno ricercato per l?acre voluttà di poter dire ?com?è porco l?uomo!?. L?apparenza cinica del romanzo ha fatto credere a metà dei lettori di trovarvi quello che alcuni anni fa li estasiava nei libri di Mario Mariani?il volgo vuole essere scandalizzato? (pag.52).

Mi incuriosisce Mario Mariani che non conosco affatto. C'è qualcuno che lo ha mai letto?

http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Mariani_(scrittore)

(mi manca!)

Un altro citato che Moravia non stimava affatto era Pitigrilli, pseudo di Dino Segre.

http://www.lankelot.eu/index.php/2007/06/14/pitigrilli-mammiferi-di-lusso/

http://it.wikipedia.org/wiki/Pitigrilli

Pitigrilli l'ho letto per via dell'articolo di Paola. Senza dubbio è lontano dalle corde di AM (e di RP)

"Io e lui" :))

...da leggere almeno Agostino, anche se io sono più vicina a Luca de La disubbidienza.
E poi i Racconti...ah

L'aspettavo questa pagina.
Ora leggo con calma, chè ho tutto da imparare essendo a digiuno su Moravia.

"credo che l?avrei inventato lo stesso"
Un dubbio: Lo stesso o IO stesso?

"È la letteratura che lo racconta, quella di Moravia che l?ha vissuta e quella di Paris che l?ha riportata alla luce."
Altro dubbio: vissuta la letteratura o il secolo? Riportata alla luce o riportato?

Comincio a capire che si tratta di una recensione complessa, un piccolo saggio....

la madre dipinta come "cuore della noia domestica"
Immagine spietatamente significativa.

?Aveva avuto la vocazione del romanziere orale prima di quella dello scrittore. Non scriveva per recitare, ma recitava per scrivere. La sua era un?autorecita che si deponeva sulla carta, che veniva trascritta mentre la voce si interiorizzava nella sua solitudine. Era dunque la voce all?origine della sua scrittura, che è operazione a volte funeraria. Scrivere era come pregare, una specie di mistica laica? (pag.24).

Sintesi toccante di un ritratto complesso e meticoloso.
Fa effetto che uno scrittore ne descriva un altro. Umanamente prima che artisticamente con una tale sensibilità.

"Je suis partout? diretto da Robert Brasillach
Il famoso Brasillach di cui si parla anche qui?

http://www.lankelot.eu/index.php/2009/01/25/kaplan-alice-processo-e-mort...

"E Paris che, all?epoca, era uno tra loro, insieme a Dario Bellezza, non riuscì ad appoggiarli."

Scusa se rompo un po', ma non mi è chiaro.
Chi Paris non riuscì ad appoggiare, quegli studenti di cui pure faceva parte o Moravia?

Complimenti davvero. E' una pagina importante cui solo una moraviana come te, poteva riuscire a dar vita.
Grazie!

(Mi sono permessa di correggere alcuni piccoli refusi)

16. la sintesi veramente era difficile...avrei voluto scrivere moooolto di più...ogni singola pagina è densa di argomenti ed annotazioni da citare...

17. ho avuto il dubbio anch'io...all'inizio avevo capito "io", rileggendo era "LO" (sai che sono un po' talpina)..il concetto cambia con questa sfumatura...mi sembra più "umile" che "io", credo...
17.b la letteratura,ossia la letteratura DI Moravia, nel senso che l'ha scritta...e Paris che l'ha riportata alla luce. Si concilia con quanto riportato alla fine ?Umberto Eco, invitò a non scrivere troppo sullo scrittore appena scomparso, ad approfondire in silenzio le sue parole. L?invito è stato accolto. Su Alberto è caduto un profondo silenzio?. E' un po' contorto come concetto,lo so, soprattutto per chi non conosce il vissuto, l'abbandono ed il silenzio su Moravia. Scrissi la mia prima nel 2002/2003 (non ricordo bene)di Agostino, dicendo che non trovavo più i suoi sugli scaffali. Poi nel centenario della nascita vennero ripubblicati. C'è una bella discussione su quel silenzio che viene iniziata da Paris nel secondo libro...quindi...a presto sull'argomento...

18. E' la cosa più bella del romanzo, l'amore-stima-passione (anche con critica obiettiva) di Paris. Mi sono rifiutata per anni di leggere il libro, perché odiavo il pensiero di una biografia postuma stile sciacallaggio, ma MI SBAGLIAVO TOTALMENTE!

19.ESATTO! infatti mi ha colpito...

20.gli studenti. Paris era tra loro, preoccupato. Prima li chiama amici,poi diventano nemici, dopo aver sottolineato il fatto che Moravia era diventato già il cd padre spirituale. è una bella pagina quella,ma tornerò con il secondo libro...in cui si capisce davvero il perché (al di là dell'intensità, mi sono fatta anche delle grasse risate).

21. Grazie..ieri ero KO,ma volevo terminarla.

Grazie, Movi!!

stasera ...arriva l'altra...

24: OLE'!