“Ho scritto il romanzo a ridosso del '68. E' stato pubblicato infatti per la prima volta nel '73, quando la contestazione era entrata in crisi. Dico questo perché Cani Sciolti è un romanzo post-sessantottesco in tutti i sensi (…) volevo ritrovare a tutti i costi la capacità di ridire, per giunta in mezzo a gente che aveva tolto la parola agli scrittori, che li voleva militanti. Comunque, l'ho fatta sul serio la vita del cane sciolto. (…) I cani sciolti si proponevano, tra l'altro, di fare la rivoluzione. Non ci sono riusciti. Dunque, invece di essere dei rivoluzionari si sono dimostrati dei rivoltati” (Moravia intervista Paris, 1981; p. 113; 118)
Opera prima di Renzo Paris, l'atipico romanzo epistolare “Cani sciolti” poggia su quattro personaggi principali: A e B, Olga e Serena; emarginati, schiacciati tra piccola borghesia e proletariato, stando a Paris, “sono quattro aspetti di un solo personaggio” (stessa fonte, p. 114). E se dobbiamo dar retta a questo sentiero di lettura, allora ecco il passo ideale per addentrarci nella loro – a questo punto: nella sua – psicologia:
“A diciannove anni, dopo essere finito, come in un fumetto di cattivo gusto, tra le rotaie di un trenino locale che attraversa la periferia della città, mi sono detto che la vita avrebbe avuto il sopravvento. E mi sono sentito come una pianta che cresce per essere potata. Gli oggetti, le persone, gli avvenimenti, d'allora in poi possono essere ampiamenti analizzati e catalogati, come si può descrivere un funerale. Se la scrittura è ordine, io mi sto sublimando senza nemmeno accorgermene” (p. 87).
A e B, ex rivoluzionari diventati professori, alle spalle giorni interi vissuti a Roma, “come amanti”, amanti che non avevano avuto “il coraggio dell'amore”, adesso si scrivono lettere. Per confrontarsi sul senso della loro esperienza, delle loro scelte, della loro esistenza; della smarrita dedizione cieca all'ideologia, e della difficoltà di avere – amare, forse – una donna.
A è uno che si dispone sereno nella bara dei suoi giorni tutti uguali (p. 8); si sente “un topo di stiva” (p. 107), un uomo di gomma, “tondo e gonfio”, ballonzola nella vita senza accorgersene nemmeno. Sognava la lotta degli studenti contro i padroni dentro e fuori dell'università, non la lotta tra antifascismo e fascismo. La sua storia con Olga è in crisi: lei dice che lui non è più un compagno, perché non tira sassi sulle vetrine della Fiat. Lo accusa di vigliaccheria, di piccoloborghesismo politico. Lei si sente grande e ribelle. A muore di nostalgia. Passa il tempo a desiderare il suo ritorno – a sognare di essere, in un certo senso, nuovamente allineato a lei. E non sa più raccapezzarsi con sé stesso. Rifiuta tutto, progresso e regresso: vivacchia.
Non crede nella costruzione di un sindacato di classe, non crede “nell'uso di una scuola capitalistica” (p. 36). Vorrebbe scrivere le “Bagatelle” di Céline sostituendo i borghesi agli ebrei; intanto, sua madre lo chiama a stare al suo fianco, e cioè nella piccola borghesia. Infine, vagheggia il suicidio.
B medita sulla vecchia esperienza universitaria, vuole ricordare le cose avvenute quando la frequentavano; e vuole ricordare con maggiore intensità rispetto ad A. Intanto, corteggia come può Serena: la vagheggia, la desidera, ma lei si lascia avvicinare per poi spezzare l'incanto con la sua coscienza politica femminista; o con la sua femminina ritrosia a darsi a chi troppo idealizza. B si fa umiliare, gioca a fare il cane da caccia per sedurla; la porta in groppa, come una bestia da soma, diventa lo zimbello delle sue amiche. Serena si diverte ascoltandolo parlare dei suoi sentimenti, cerca di disorientarlo. A nulla sembra valere che sfugga per un attimo, sfogandosi con un'altra. Perché nonostante sia la figlia del padrone di casa, nonostante sia epilettica, nonostante non si conceda mai, lei è l'incarnazione dell'utopia. L'utopia non si possiede, si vellica soltanto.
Una volta aveva provato a conquistare anche Olga. Poi lei aveva scelto A. Forse, l'ideale sarebbe stato se si fossero amati tutti e tre. Troppo tardi, in ogni caso.
C'è un quinto personaggio, sullo sfondo. Noè. Nell'intervista rilasciata ad Andrea Di Consoli, Paris scrive: “Noè è lo sberleffo ironico della storia, colui che ha vissuto, senza crederci, le guerre e le rivoluzioni. Quello che spero di diventare io, un giorno” (p. 120). E' uno che sta “immobile e antico” e tutto osserva: sempre intriso di un suo popolano buon senso, parla del dopoguerra come fosse accaduto milioni di anni prima e ogni tanto combina qualche scherzo, e si sganascia. Accetta che il presente sia dirottato altrove, rispetto alla sua gioventù e ai suoi sogni; forse ha capito che piangere e lamentarsi non ha proprio senso, svuota soltanto.
***
L'ambientazione, secondo Moravia, presenta “la novità della rabbia sessantottesca inserita nel quadro tradizionale del paese meridionale” (p. 116). Sulla falsariga di questa intuizione, evidenziamo la presenza di passi di chiaro valore documentaristico e storico, come questo:
“Ho chiesto a una famiglia di operai del paese che lavorano in Germania se sono contenti del loro salario. Non è nemmeno necessario che ti scriva la risposta. Raggiavano di gioia. Hanno la casa con il termosifone mentre al paese non sapevano nemmeno cos'era, hanno la macchina e qui fino a qualche anno fa andavano sull'asino, vivono una vita moderna mentre qui i loro vecchi la vivono ancora all'antica. I padroni sono buoni, aumentano lo stipendio senza costringerli a scioperare” (p. 62).
O come questo:
“Se penso al tempo cittadino, agli orari, agli autobus e alle macchine che ci facevano ritardare di ore agli appuntamenti, anche alle dimostrazioni, mi metto a ridere. Basta uscire dalla città per ritrovarsi in un tempo diverso; completamente, irrimediabilmente diverso. E noi sappiamo che solo di questi paesi è fatta l'Italia, che le città sono poche. Un'immensa periferia attorno a un centro industriale dove risiede tutto il potere” (p. 69).
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Il tono di questa opera prima, secondo Moravia, è “omogeneo e uniforme, come di discorso confidenziale e casuale (…) più nevrotico che ideologico” (p. 115); o forse – a dirla tutta – è l'espressione delle nevrosi degli ideologizzati, della nevrosi e delle nevrosi che subentravano appena si tornava a mettere a fuoco la realtà, per quel che era: o per quel che era diventata.
I cani sciolti di Paris sono davvero dei rivoltati, e non dei rivoluzionari; schegge non impazzite, ma intorpidite e annientate, sconfitte dall'esistenza, dall'incapacità di plasmare la società e la politica secondo ideologia, e secondo lotta di classe. L'opera – eccezionalmente autocritica dell'intero movimento studentesco d'antan – mostrava e conferma, trentasei anni dopo, una spiazzante consapevolezza dell'impotenza e dell'almeno parziale fallimento delle istanze dei nostri ribelli padri. Non senza orgoglio per aver combattuto e sognato, non senza amarezza per non essere andati fino in fondo.
Abbiamo noi, generazione dei figli dei cani sciolti, combattuto e sognato una rivoluzione politica? Abbiamo forse il diritto di giudicare chi ha vissuto una vita e un contesto tanto diverso? Abbiamo forse la facoltà di chiamare “fallimentare” un'impresa, e un'epoca, che pure tante libertà ha contribuito a concederci e garantirci? Probabilmente no: e in ogni caso, sarebbe ingeneroso. Consolante, invece, leggere l'elegia della nevrosi degli sconfitti. Non ripara le loro sofferenze, le cristallizza: perché possano, sopravvivendo, insegnarci a sopportare. Sopportare il male, l'anomia, la fine. Perché poi l'utopia si reincarna, tutto a un tratto, e si può tornare a credere in una collettività consapevole, unita e assolutamente rivoluzionaria. Né rossa, né nera. Letteraria.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Renzo Paris (Celano, 1944), romanziere, poeta, saggista e traduttore italiano. Professore di Letteratura Francese all’Università di Viterbo.
Renzo Paris, “Cani sciolti”, Cattedrale, Ancona 2008.
In appendice: Moravia intervista Paris (1981); Di Consoli intervista Paris (2008). Questa è la quinta edizione del romanzo.
Prima edizione: “Cani sciolti”, Guaraldi, 1973. La prima stesura risale al 1970 (cfr. intervista di Di Consoli, p. 119).
Approfondimento in rete: Abruzzo Cultura.
In Lankelot:
Veneziani Antonio - Renzo Paris di franchi
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2009.
Commenti
?Ho scritto il romanzo a ridosso del ?68. E? stato pubblicato infatti per la prima volta nel ?73, quando la contestazione era entrata in crisi. Dico questo perché Cani Sciolti è un romanzo post-sessantottesco in tutti i sensi (?) volevo ritrovare a tutti i costi la capacità di ridire, per giunta in mezzo a gente che aveva tolto la parola agli scrittori, che li voleva militanti. Comunque, l?ho fatta sul serio la vita del cane sciolto. (?) I cani sciolti si proponevano, tra l?altro, di fare la rivoluzione. Non ci sono riusciti. Dunque, invece di essere dei rivoluzionari si sono dimostrati dei rivoltati? (Moravia intervista Paris, 1981; p. 113; 118)
"I cani sciolti di Paris sono
"I cani sciolti di Paris sono davvero dei rivoltati, e non dei rivoluzionari; schegge non impazzite, ma intorpidite e annientate, sconfitte dall?esistenza, dall?incapacità di plasmare la società e la politica secondo ideologia, e secondo lotta di classe. L'opera, eccezionalmente autocritica dell'intero movimento studentesco d'antan, mostrava e conferma, trentasei anni dopo, una spiazzante consapevolezza dell'impotenza e dell'almeno parziale fallimento delle istanze dei nostri ribelli padri. Non senza orgoglio per aver combattuto e sognato, non senza amarezza per non essere andati fino in fondo".
Forse questa è l'unica novità. Per il resto, mi pare che questi erano argomenti già vecchi nel momento in cui venivano narrrati. Ad oggi possono essere solo una quasi stucchevole testimonianza, alterata dai sentimenti personali di chi l'ha vissuta. Sinceramente, credo che questi libri non abbiamo davvero più alcuna utilità e interesse.
"Abbiamo noi, generazione dei figli dei cani sciolti, combattuto e sognato una rivoluzione politica? Abbiamo forse il diritto di giudicare chi ha vissuto una vita e un contesto tanto diverso? Abbiamo forse la facoltà di chiamare ?fallimentare? un?impresa, e un?epoca, che pure tante libertà ha contribuito a concederci e garantirci? Probabilmente no: e in ogni caso, sarebbe ingeneroso".
Io dico invece, si. Abbiamo il diritto e il dovere di giudicare, visto i danni che quella generazione ha prodotto. Ingenerose sono le macerie che che ci hanno lasciato in eredità. La libertà che ci hanno lasciato? Il peso della responasabilità dei loro errori, altro che libertà...
In realtà, considerando la data della prima pubblicazione (1973) un approccio del genere era proprio eretico. E decisamente al limite (tieni a mente che quattro anni dopo era il Settantasette!).
In generale, questo era un esordio sicuramente politico ma non ideologizzato; capace di raccontare la provincia e la vita in provincia degli "sconfitti" post 68; capace di dire - nel momento - qualcosa che altri non volevano e non potevano dire.
Non poco:)
"Perché poi l?utopia si reincarna, tutto a un tratto, e si può tornare a credere in una collettività consapevole, unita e assolutamente rivoluzionaria. Né rossa, né nera. Letteraria".
Questa è davvero l'utopia delle utopie. Dire che sono scettico, in merito, è un eufemismo. E comunque sia, se mai dovesse avvenire non è certo grazie a loro. Sarebbe solo grazie a noi, a questa sottovalutata generazione di "bamboccioni".
3. Sulla responsabilità... è un discorso - idem quello delle macerie - che avrebbero rivolto loro stessi, volentieri, ai loro padri. E in quel caso le macerie erano effettive, purtroppo, presenti sotto lo sguardo di tutti.
Noi veniamo da chi si è battuto per divorzio e aborto. Sono battaglie che non vanno dimenticate. Molte altre erano sbagliate: ma non è stato tutto nero, né tutto sbagliato.
4 - Si, ma ad oggi, oltre al valore di testimonianza non riesco ad attribuirne altri.
6 - Erano battaglie fisiologiche, alle nostre latitudini. Anno più anno meno le avrebbe fatte chiunque. Parlo dell'Italia, ovviamente.
5. E' sempre grazie a chi ha creduto e combattuto per qualcosa, assieme ai suoi sodali, se l'esempio può tornare a ripetersi - è così dal principio della coscienza della storia:).
Sarà che penso anche a mio padre, laterale e comunque atipico sessantottino, ma mi rendo conto che ogni generazione ha le sue rogne, le sue responsabilità, i suoi guasti e i suoi punti di forza. Le sue battaglie... e le sue sconfitte.
A volte mi chiedo per cosa ci siamo battuti noi. A parte quel che si fa qui dentro, e cioè per la letteratura e per la riforma dell'editoria... politicamente? Il niente.
7, 4. Non è poco. E' un pezzettino di storia della letteratura, e del costume. Non capita a tutti i libri:).
8, 6. Forse: e forse senza supervisione esterna (America) non sarebbero avvenute. Sta di fatto che rimane un risultato senza precedenti, e non va dimenticato, no?
6 - Le responsabilità dei loro padri erano diverse e minori, a mio modo di vedere, perché avvenute in un tempo alterato dalla guerra. Le loro sono avvenute in tempo di pace e benessere. Più grave, a mio avviso.
11. Tempo di pace, dici... ma loro erano nel cuore della guerra fredda, della contrapposizione tra USA e URSS; erano la prima generazione nata dalla Guerra Civile, in Italia, coi padri che raccontavano di aver sparato addosso ad altri padri, e con le madri che si vergognavano di dire di aver mangiato avanzi.
Non so. Il boom economico era contestuale, ma inatteso e imprevisto; e così l'introduzione degli elettrodomestici, etc. Intanto, si moriva in piazza - e per le strade, e per mani non sempre consegnate alla giustizia. Non so se invidio la loro pace. Forse il loro progressivo benessere, ma non potevano rendersene conto (e in un certo senso, del nostro relativo benessere non ci rendiamo sempre conto nemmeno noi)
9 - Noi viviamo in un mondo globalizzato, in cui sono morte le ideologie. Sarebbe impossibile teorizzare battaglie di quel genere. Noi siamo una generazione sfortunata, rispetto alla loro, e anche grazie a loro.
10 - rimane un risultato importante si, per certi versi. Ma ripeto, influenzato dalla spinta della storia. Io resto all'Italia: anche in questo siamo arrivati per ultimi.
11 - tutto vero. Ma ammetterai che chi è vissuto nella prima metà del secolo 19 aveva urgenze ben diverse. E il valore della vita umana era molto minore: li si trattava di soppravvivenza. Molto più difficile porsi problemi etici e di coscienza in tale fattispecie.
13, 9. Sulla sfortuna non ci piove. Sull'assenza del grande libro che tutti guidasse all'idea nuova piove. Qualcuno poteva scriverlo: oppure, se anche è stato scritto, non ce ne siamo accorti (peggio).
La globalizzazione è ancora relativa, per fortuna. Meno grave del previsto, e positiva quanto a comfort e beni di sopravvivenza (poi si apre un discorso filosofico che ti risparmio:) ).
13, 10. Ma almeno siamo arrivati:). Pensa ai nostri immediati simili, a livello di preparazione culturale delle masse: i paesi arabi e i paesi africani. Siamo ancora in anticipo:)
14, 11. Sì, certo. E con tutti gli sforzi del mondo non sempre riesco a immaginarmelo. Ho provato ma non riesco.
15 - Eh, il grande libro... se lo scovi dimmi qual'è perchè non l'ho trovato nemmeno io;) Si, più che globalizzizazione siamo nel tempo dell'omologazione culturale. A quello, in realtà, mi riferivo.
Certo, a oriente stanno peggio, non ci piove. Io mi riferivo al mondo occidentale;)
14 - Ovviamente era secolo 20, non 19;) Ma vale anche per 19, naturale.
... che è l'unico che esiste, per chi è consapevole di essere qui e ora. Perché è quello che conosciamo e viviamo:).
Il cosmopolitismo - come la globalizzazione - sono menzogne della filosofia, e della sociologia:). Concetti irragionevoli e irrazionali.
*
Quanto al grande libro... vedi, io cerco, cerco come un pazzo...
19 - Vedo vedo. E io ti seguo con la speranza che lo trovi;)
19 - Io ho studiato 3 anni sociologia, prima di fare scienze dell'educazione, e mi hanno riempito la testa col termime "globalizzazione". Ovviamente lo si usa comunemente attribuendogli più significati. Non l'ho mai amato, io preferivo decisamente "Mondialismo", politicamente parlando - dal nostro punto di vista di emarginati d'allora - aveva più senso;)
:).
9 - A mio parere con questo sito si fa tanto, in modo particolare per come è concepito e per il segnale che viene lanciato a chi ci passa, a chi lo frequenta, a chi ne parla. Forse la sfida che ci viene lanciata da questi tempi è proprio sul campo delle idee, dello spirito, dell'arte, per riappropriarci del Tempo Presente di quello Futuro. Viviamo in un mondo dove ciò che è Pensiero è marginalizzato, svilito, sottomesso. Circondati da un mondo che corre, sempre più meccanicizzato, ripetitivo, fatuo, la sfida è di restituire potere alla musica, alle idee, alla letteratura. Una sfida improba forse ma se uno ci pensa, non sta forse venendo il tempo in cui la Musica sta scomparendo dal Reale? è sempre più colonna sonora, strumento di affermazione economica, di visibilità da copertina e gli spazi per la sua fruizione diminuiscono. E la Musica diventa sempre più uno spazio privato, parcellizato, veloce. Il valore di un Disco è scomparso. Vince il Singolo. Scompaiono i luoghi dove suonare e si improvvisano squallidi concerti casalinghi, che se possono soddisfare alla lunga, alla fine diventano ridicoli.
è questa la sfida.
Grossa.
L'educazione all'arte che è educazione al tempo.
Uno stile di vita da tramandare e da diffondere.
Utopistico eppure se ci si pensa bene, anche molto reale.
23 - Sottoscrivo e condivido totalmente, Andrea.
22, sì, grande intervento. Applaudo (sulla Musica - e delle trasformazioni della musica - parleremo molto non appena esce Monteverde, vedrai)
Il sogno e vivere nella prospettiva di esso non finisce perchè non si è realizzato pienamente. Il 68 e la mia scelta di andarmene di casa perchè il mio attivismo non era conciliabile con il mestiere di ufficiale di mio padre, è stata una strada che anche oggi riprenderei. Non mi sento perdente di quella vita, delle conquiste che mi guidano anche oggi, che mi hanno portato a lottare per dei valori importanti che ho offerto a piene mani e con convinzione e amore ai miei figli, amici e alunni , che ancora oggi sento vivi e seguo e dei quali mi sento ricca.
Io non sono una pentita nè una persona che dice che voi ci dovete molto. Se la trasmissione del dare non è giunta ad alcuni vuol dire sicuramente che qualcosa non è andato e l'analisi passa a voi altrimenti sarebbe come dire."ma come con quello che abbiamo fatto?" che è una frase assolutamente negativa.
un saluto caro a tutti voi.
"cani sciolti di Paris sono davvero dei rivoltati, e non dei rivoluzionari; schegge non impazzite, ma intorpidite e annientate, sconfitte dall?esistenza, dall?incapacità di plasmare la società e la politica secondo ideologia, e secondo lotta di classe. L?opera ? eccezionalmente autocritica dell?intero movimento studentesco d?antan ? mostrava e conferma, trentasei anni dopo, una spiazzante consapevolezza dell?impotenza e dell?almeno parziale fallimento delle istanze dei nostri ribelli padri. Non senza orgoglio per aver combattuto e sognato, non senza amarezza per non essere andati fino in fondo." e mi dici poco considerando quando è uscito?
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2. non credo che gli argomenti e le idee sottese fossero tutti per forza già vecchi, allora, sai? diciamo che molte cose sono state strumentalizate e politicizzate unidirezionalmente, svuotate del senso originario e spontaneistico...non farei di tutta l'erba un fascio. Questo è stato un libro atipico, per come lo ricordo io e sul tema io ne ho letti diversi, anche se svariati anni fa
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9. non ci siamo battuti per niente perché pensavamo (o ci avevano convinto che)non avevamo bisogno di combattere? che la bambagia smorzava ogni scintilla? Parlo per me, questa la mia personale autocritica
baol,non so se in quegli anni c'eri.
io credo abbiano dato e portato molto soprattutto per chi ha cercato di continuare ad essere quello che si era promesso.Non sto affatto parlando di partitismi, faziosità e quanto altro.Anch'io sai, parlo per me.
28 non c'ero, dovevo ancora nascere, sono del 1970... ma mi sono interessto costantamente negli anni a quanto era successo, non solo leggendo ma anche parlando con persone comuni che lo avevano vissuto, anche per capire da "dove" venivo. E credo che per chi non si è fatto trascinare nella "melma", sia stata un'esperienza formativa impagabile, visto che l'Italia era indietro su molte tematiche sociali e culturali, almeno per quanto ne so
si è vero impagabile.( giustamente aggiungi per chi non si è fatto trascinare nella melma) grazie baol
patrizia
http://www.scrittinediti.it/blog/2009/04/10/1688/
ON LINE in SCRITTINEDITI
Opera prima: perché scritta a ridosso del Sessantotto, pubblicata comunque dopo "La stanza" (1971). Che dite? Consideriamo comunque "Cani sciolti" l'esordio?
Preso...
ben fatto:)
[cani sciolti] doveva
[cani sciolti] doveva diventare un film: scrive Paris sul suo Fb, oggi, 9 febbraio: "La parte del personaggio "suicida" doveva interpretarla Nanni Moretti, come nella sceneggiatura dei fratelli Taviani. Film che per motivi politici la televisione non finanziò, mentre finanziò "Padre padrone". beh, lasciamo perdere."
[mancato film "Cani sciolti"]
[mancato film "Cani sciolti"] sempre Paris sul suo fb, oggi, 9 febbraio: "Prima di partire per le loro vacanze, i fratelli Taviani mi convocarono nel loro studio al centro e mi dissero che quell'estate avrebbero terminato la sceneggiatura di "Cani sciolti", libro caldamente raccomandato da Nanni Moretti ,che si era prenotato per il personaggio cattivo. La televisione doveva dare l'ok ma sembrava che non ci fossero problemi. Invece ci furono. Io con il cinema ho sempre avuto approcci non conclusivi, per "Frecce avvelenate" ricevetti la telefonata del regista di "Mucchio selvaggio" e conoscendolo poco l'ho anche trattato con depressione.Mah."