Pap Károly

Azarel

Autore: 
Pap Károly

Pubblicato per la prima volta nel 1937, Azarel arriva in Italia sulla scia del successo ottenuto in America nel 2001, cui hanno fatto seguito traduzioni in più lingue. La sproporzione del gap è umiliante: è nientemeno a distanza di settantadue anni che Fazi riesce a restituirci un autore dimenticato nella sua terra e purtroppo ancora pressochè sconosciuto in gran parte del mondo. Tuttavia il saggio di Köbányai in chiusura, lascia finalmente sperare in un progressivo recupero della ricca bibliografia di Károly Pollak, che sostituì il cognome straniero del padre con Pap (termine ungherese equivalente al nostro “prete”, ma che può anche riferirsi al rabbino), seguendo il preciso desiderio di distaccarsi dalle scelte del genitore, per ristabilire in tal modo un intimo legame con la propria identità di ebreo ungherese.
Non sarà difficile, allora, riconoscere il carattere semi-autobiografico di questo romanzo in cui la storia del piccolo Gyuri fa da specchio a quella personale dell’autore, anch’egli, esattamente come il protagonista, terzo figlio del rabbino riformato di Sopron, lacerato dalle contraddizioni di una vita in bilico tra lo spirito pragmatico della casa paterna e la fede ostinata del nonno.


Azarel racconta l’Ungheria e la complessa questione ebraica ungherese attraverso l’innocenza di un bambino in aperto conflitto con la figura paterna, in cui non sa riconoscersi perché i suoi occhi limpidi non possono fare a meno di scorgere le ipocrisie di una religiosità borghese lontana dal misticismo cui il nonno Geremia lo aveva introdotto, educandolo alla luce della Torah.

A differenza del contemporaneo Kafka, più volte citato sia nell’introduzione di Ovadia, sia nelle pagine di Köbányai, l’ostilità tra genitore e figlio non deriva dalla mitizzazione soffocante di un padre inarrivabile, la cui intransigenza alimenta i complessi di inferiorità del figlio. Al contrario è la piccolezza, la meschinità del padre a risultare intollerabile per Gyuri. I sentimenti del bimbo sono ben lontani dai tormenti cui il praghese dà sfogo nella sua lettera. Non solo, non vi è corrispondenza neppure per quello che riguarda l’età, dunque il paragone ha ragione d’essere solo in virtù dell’opposta causa alla base del medesimo scontro. Pap, infatti, permea il romanzo sull’infanzia ed è dalla prospettiva degli anni ad una sola cifra che scrive indagando l’animo del protagonista, nonché le radici dello scenario socio-politico del proprio tempo, arrivando a conclusioni visionarie, capaci di rivelarsi dolorosamente profetiche circa il futuro che di lì a poco si sarebbe abbattuto sull’Europa e sul mondo.

Ne deriva una duplice chiave di lettura che fa della purezza infantile, recalcitrante a comprendere e condividere l’opportunismo ed il materialismo degli adulti, il paradigma dello smarrimento dell’anima ebraica, divisa tra il crescente desiderio di integrarsi nella moderna cultura ungherese, e l’attaccamento all’ortodossia derivante dalla millenaria tradizione del popolo del libro.

Parallelamente alle sofferenze del protagonista, dilaniato da una solitudine interiore che lo spinge al pensiero del suicidio come soluzione unica per superare l’incompresione dell’intera famiglia, ostinata a negargli quell’affetto e quelle attenzioni che gli bruciano dentro come un’urgenza inascoltata, l’autore allarga il campo analizzando le dinamiche in grado di spiegare la storia degli ebrei d’Ungheria e di quel processo di assimilazione che spaccò la comunità tra ortodossi e neologhi, generando una scissione esiziale tra quelli che si mantennero saldamente legati alla tradizione rifiutando di essere contaminati dall’esterno, e di contro quelli che in ragione del progresso scelsero la via dell’integrazione, senza “abbandonare o prendere le distanze dall’antica forma di vita e dalla religione che la condiziona in ogni suo momento, bensì volendola riformare per renderla compatibile con le esigenze della modernità”.

Da qui l’inconciliabilità tra i rabbini chassidici ispirati al più fervente misticismo, e quelli di moderna generazione, “caduti nella trappola dell’eguaglianza dei pagani”, educati in scuole gestite da quegli stessi “eretici farisei che – scrive presago Pap – contribuivano a bruciare il popolo ebraico nel forno dell’esilio”.

Azarel, allora, sviluppa due temi solo apparentemente distanti, perché trattando del mancato rispetto dell’infanzia, Pap riesce anche a rendere esplicita l’inquitudine che scuote l’anima ebraica della società a lui contemporanea, consumata nel dissidio tra cosmopolitismo e tradizione.   Gyuri si sente depauperato della propria dignità di persona, sul viso di coloro che gravitano nel suo microcosmo vede scritto “Non fate caso al piccolo! Con un piccoletto così non bisogna parlare per davvero!” E soffre l’attaccamento al denaro da parte dei genitori e la loro incapacità di amarlo per la sua “inquietante unicità”. Soffre senza capire “perché il desiderio dei baci, delle favole e della danza della madre vive celato sotto le ferite del suo cuore, o forse ancor più in profondità… Soltanto l’angoscia sale in superficie, un sentimeto opprimente imprigionato nell’orgoglio e nella superbia”, alimentando “una bramosia terribile, dolorosa che non riesce a risalire dal profondo del cuore alla luce della ragione per diventare quello che deve essere, ma tormenta e opprime”.

La ribellione, quindi, diventa il solo linguaggio da contrapporre al manierismo di facciata di un padre violento e lontano, preoccupato esclusivamente di mantenere intatta la propria reputazione di rabbino. Nonché nei confronti di una madre insensibile, sempre pronta a deriderlo. Per questo, Gyuri rinnega la famiglia, rinnega Dio, rinnega i principi ai quali si ispira l’educazione impartitagli dai genitori e nel suo ardente bisogno di verità, cova un’irrefrenabile fame di vendetta che lo spinge ad immaginare la sinagoga come il luogo eletto in cui, da officiante, trasformare il padre in imputato, rivelando pubblicamente alla sua assemblea devota, l‘ipocrisia di chi predica l’amore senza saperne donare neppure al proprio figlio.

La prima persona del romanzo ci coinvolge nell’emotività del piccolo Azarel, portandoci nel suo dramma umano e mostrandoci i dubbi, i timori e le angosce di un animo innocente che paga a caro prezzo la sfrontatezza di guardare il mondo attraverso la purezza del proprio sguardo. Paga i perché senza risposte che non riesce a far tacere. Paga il senso critico spietato con cui giudica tutti, persino Dio. Paga la speranza nel cambiamento. Paga e si piega, infine vergognandosi delle proprie follie che imparerà a riconoscere come deliri, come malattia.

“Ero malato”, si giustificherà davanti a chi lo additerà per le insubordinazioni che lo avevano portato addirittura a mendicare.

Malato come il popolo ebreo, diviso e incapace di ritrovare la propria identità.

Quella di Pap, allora, è una splendida metafora che acquista ancora maggior valore in considerazione del fatto che proprio nell’anno di pubblicazione di questo libro, nel 1937, l’autore decise di ritirarsi dalla vita pubblica pur non smettendo mai di scrivere. Neppure durante la detenzione a Buchenwald. Il suo non fu silenzio sterile, ma scelta consapevole di chi si congeda tacendo, per coerenza. Perché capì prima degli altri le storture di quel Novecento secolo barbaro che aveva visto nascere ed optò per l’ombra spiegando le proprie ragioni in un’intervista rilasciata una settimana prima dell’invasione tedesca dell’Ungheria. Un’intervista in cui dichiarò candidamente: “Finchè i membri della famiglia dell’umanità si faranno guerra, gli scrittori, per lo meno così la penso io, non possono far divertire coloro che sono complici di questo crimine collettivo […]. Secondo me ogni opera letteraria è colpevole, perché distoglie l’attenzione dai crimini che si stanno commettendo, fa credere nella menzogna che in mezzo alla generale disumanità possa vivere una vita culturale”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

 Károly Pap nato a Sopron nel 1897, figlio e nipote di rabbini, fu soldato, attore e impiegato. Considerato uno dei più promettenti romanzieri ungheresi nel periodo tra le due guerre, scrisse numerosi racconti, saggi, opere teatrali e tre romanzi. Azarel, pubblicato a Budapest nel 1937, fu ben presto paragonato a Yoshe Kalb, il capolavoro di Israël Joshua Singer, e a Le botteghe color cannella di Bruno Schulz. Internato a Buchenwald nel 1944, Pap morì nel campo di Bergen-Belsen nel 1945.
(fonte: Fazi)

 

Károly Pap, “Azarel”, Fazi, Roma, gennaio 2009
Traduzione di Andrea Rényi
Titolo originale: Azarel
introduzione di Moni Ovadia
con un saggio di János Köbanyái

Pp. 263
 


Approfondimento in rete: Liberazione / Il Mattino / Il Sole 24 Ore / L’Unità



Angela Migliore
, marzo 2009
ISBN/EAN: 
9788881123056

Commenti

Tanto per non smentire la predilezione verso la letteratura ebraica, nei prossimi mesi proverò a seguire il filone scrivendo anche di "Il mio nome è Asher Lev" e accostandomi ad un autore nuovo per me: Isaac B. Singer.
I buoni propositi non mancano :)

Decisamente una pagina sentita, interessante per un nome sconosciuto che merita sicuramente un approfondimento (il titolo un po' meno, ma non avrei saputo associarlo).

Altre opere in Italia?

"La ribellione, quindi, diventa il solo linguaggio da contrapporre al manierismo di facciata di un padre violento e lontano, preoccupato esclusivamente di mantenere intatta la propria reputazione di rabbino. Nonché nei confronti di una madre insensibile, sempre pronta a deriderlo. Per questo, Gyuri rinnega la famiglia, rinnega Dio, rinnega i principi ai quali si ispira l?educazione impartitagli dai genitori e nel suo ardente bisogno di verità, cova un?irrefrenabile fame di vendetta che lo spinge ad immaginare la sinagoga come il luogo eletto in cui, da officiante, trasformare il padre in imputato, rivelando pubblicamente alla sua assemblea devota, l?ipocrisia di chi predica l?amore senza saperne donare neppure al proprio figlio."

...!

2- Non ancora, spero traducano altro.

3- Eh.
Si fa presto a predicare!!

1. attendiamo...:))

5- Sempre con i miei tempi da bradipo :)

tse...ora ti spingo io...c'è magia in quei due nomi :)))

Il problema è trovare i famosi cinque minuti in cui conciliare voglia e cervello per scriverne :)

Quindi è la prima volta che lo pubblicano in Italia? Nel 2009?
Non avevo capito!!!:O

"fu ben presto paragonato a Yoshe Kalb, il capolavoro di Israël Joshua Singer"...disponibile in Italia...così affronti una famiglia :)

9- Sì, prima volta.
Negli USA è arrivato nel 2001, in Germania nel 1981 e poi nel 2004, in Francia nel 2003, in Olanda pure, in Israele nel 2004 e in Spagna nel 2005.
Noi in coda, ovviamente...

10- Infatti, l'ho appena inserito nella lista dei desideri IBS :)

11. Quello che mi stupisce che nel 1981 in Germania..e poi 20 anni per riscoprirlo..ovviamente gli Usa..e tutti di seguito...mah...

Probabilmente una delle cause dell'indifferenza verso il romanzo, fu il processo cui Pap fu sottoposto proprio per averlo scritto.
Dalla recensione sul Sole 24 Ore ho appreso che un'associazione sionista lo accusò di aver dipinto impietosamente la comunità ebraica ungherese e di aver violato il comandamento di onorare il padre (kibbud ov).
Il tribunale stabilì che il caso non era chiaro e che si rendeva necessario raccogliere ulteriori prove, magari i libri successivi.

http://en.wikipedia.org/wiki/History_of_the_Jews_in_Hungary credo che il link in inglese sia meglio di quello tradotto in automatico da google:).

bella scheda. Non conoscevo l'autore, purtroppo non è proprio nelle mie corde, ma mi fa tornare in mente che c'è un magiaro che va presentato, qua di fronte a me, nascosto tra Japrisot e altri due. Chissà quando:). Intanto, mi godo la tua bella recensione di "Pap".

Esiste davvero qualcosa che non è nelle tue corde??? :)

Ho cambiato il link, è che io preferisco l'italiano. Ma effettivamente la traduzione automatica non è il massimo.

Aspettiamo il tuo magiaro, allora.

viene da una biblioteca di campagna. Presentato in quarta - come tanti magiari: un giorno scoprirò perché - come "autorità in patria", o qualcosa del genere. Che darei per avere adesso uno scout ungherese equilibrato e competente, per raccontarci quanto e come erano popolari i nostri ungheresi tradotti in IT, nelle rispettive epoche. Curiosità molto forte, devo dire:).
*
(Recensione sul Sole 24 ore: bella fonte.)
*
(sì, forse invecchiando sì, mi sono accorto che posso leggere tutto ma che comincio a preferire - potendo scegliere, ma ormai quando mi capita? Raramente - certe nazioni, certe scritture, etc:) Ma fine OT).

Altro autore trascurato da cui toglierai un po' di polvere, ormai con te non è una novità.
L'ungherese dicono sia lingua niente affatto semplice... Sarà per questo che gli scout scarseggiano?

(poter leggere tutto è privilegio di pochissimi. Io mi godo quello di poter scegliere, invece. ;) )

mmm:). Il privilegio è il tuo. Fidati. Cerco di farti capire com'è per me... Sto per fare un'allegoria un po' radicale, ma prendiamola così come viene: è come se io, etero invincibile, fossi diventato un ginecologo, da qualche anno. Un po' si perde la magia...:))))
ecco. Credo che la metafora sia buona:)))

18. Solite questioni numeriche. Pochi parlano ungherese al mondo - meno ancora che l'italiano, figurati - e la loro Letteratura non ha grande prestigio e considerazione nel mondo, con poche, pochissime eccezioni. Da qui ne deriva e discende qualcosa di logico.

19 ahgahahahhahahahah

ahahahahhaahhahahaa<

19- La metafora è irresistibile :))

E diciamo pure che è abbastanza vera:). Comunque sì, rende l'idea. Ok, torniamo ad "Azarel".