“Viva la grande città, viva Milano con tutto il suo smog il traffico l'indifferenza. Non che tutto questo mi piaccia ma se l'alternativa deve essere il suo paesello con la sua boccata d'aria e di tranquillità preferisco starmene qui. Magari da sola. A Pasqua. Ma poi quale boccata d'aria! Lì ha la sua Poucet, Lui. Figlio di buona donna, chi l'avrebbe mai immaginato? E pensare che l'ho perfino preso in giro per la sua fedeltà” (Paolini, “La gatta”, p. 152).
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Tre giorni di solitudine di una donna giovane e irrequieta, in città, durante un lungo ponte per le festività pasquali. Tre giorni senza l'amante, passati a monologare come un'ossessa, a mendicare sesso e riempire il vuoto per ondate di soliloqui vacui e pretenziosetti. Tre giorni di isolamento, vissuti in compagnia di Molly, una gatta. Pensando a come ammazzarla, a come abbandonarla; senza dimenticare artefatte reminiscenze beckettiane. Mal spese. Tre giorni raccontati passando, tecnicamente, dalla terza alla prima persona, giostrando questo espediente con discreta sensibilità. La protagonista legge narrativa erotica russa, convinta da una bandella che nomina la prossima rivoluzione socialista, quella sessuale, e intanto medita sul da farsi. Autoerotismo? Alcol? Marijuana? Le cose proibite la attraggono. Perché “stai sicura che se una cosa è proibita vuol dire che ne vale la pena. Se potessero proibirebbero anche di fare l'amore, anche di mangiare le cose buone, anche di bere, tutto. Del resto è già stato fatto” (p. 35). Quando, non è dato sapere.
Il grande assente, il suo amante, è un intellettuale di partito, al servizio dell'Ente. A volte ha crisi di coscienza, medita le dimissioni perché è stanco di scrivere bugie; altrimenti s'allinea e blatera quelle che l'amata chiama “baggianate rivoluzionarie”. Lei non sopporta la sua assenza e va in crisi di identità. Ne derivano avventurose – per così dire – vicenducole piccolo borghesi, prevedibili come le tasse, madri di poderosi sbadigli.
Secondo Geno Pampaloni, però, “La gatta” è un romanzo che va costruendo, tassello per tassello “e con notevole sapienza, un'immagine riconoscibile di una metropoli industriale nell'età del benessere […]. Ci sono pagine dedicate a Milano, non effuse e pur ricche di contenuto lirismo”. Tanto contenuto che l'ha saputo individuare soltanto un Geno. Ma ciò che conta è altro, aggiunge, in questa fulminante (si fa per dire) caratterizzazione borghese del poco noto Alcide Paolini: “la grande città svuotata dal 'ponte' nei giorni di Pasqua, il telefono come strumento non più di comunicazione ma di appello, le risorse doviziose del frigorifero – e, sul piano morale, la solitudine sentita come un'insidia, una malattia”. Seguono critiche al “risvolto atroce della società opulenta”, inconsistente e falsa. Tutto condivisibile, anche il gioco al massacro del consumismo; a condizione di non far passare la noia e la pochezza della personalità della narratrice come deriva del turbocapitalismo. Perché mi sembra leggermente ideologico, e affatto corretto. “La gatta” è un poco riuscito tentativo di raccontare una femminilità emancipata ma sciatta, svuotata di equilibrio e di idealità; e che questo vuoto si faccia più insopportabile nella grande città svuotata da un ponte è una scoperta clamorosa quanto quella dell'acqua calda. Un po' di robusto erotismo avrebbe salvato il romanzo dalla damnatiomemoriae; pure quello è raccontato con abbondante freno a mano. Peccato.
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“La gatta” mi sembra un romanzo decisamente trascurabile, negli anni Settanta come oggi; al limite, ha valenza storico-letteraria, documentaristica, perché è uno dei tanti figli pallidi e sifilitici di un clima culturale confuso e troppo – davvero troppo – ideologizzato. Mi domando – con un pizzico di angoscia – se abbiamo voltato tutti pagina. Perché se non è così è un guaio, un guaio grosso.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Alcide Paolini (Udine, 1928), poeta, scrittore e consulente editoriale friulano.
Alcide Paolini, “La gatta”, Mondadori, Milano 1974. Introduzione di Geno Pampaloni.
Commenti
[paolini]Tre giorni di
[paolini]Tre giorni di solitudine di una donna giovane e irrequieta, in città, durante un lungo ponte per le festività pasquali. Tre giorni senza l'amante, passati a monologare come un'ossessa, a mendicare sesso e riempire il vuoto per ondate di soliloqui vacui e pretenziosetti.
[Paolini] E' capitato anche a
[Paolini] E' capitato anche a me di leggere di sfuggita libri scomparsi di quegli anni davvero terribili. E questo mi sembra uno di quelli.
[paolini] ti consolo: sulla
[paolini] ti consolo: sulla copia c'era scritto (timbrato) "omaggio". Almeno io gli ho dato un valore economico (nell'ordine di euro 1). Comunque il mio esercizio preferito è leggere i titoli pubblicati dalle prime collane Einaudi post dopoguerra. Ogni volta che spunta un genio a dirmi che erano liberali mi basta prendere e cominciare a elencare quelle loro favolose pubblicazioni fedeli alla linea...
c'è il fior fiore (per così dire) dei sovietici. Russi e non... ma di quei russi favolosi ne fosse rimasto uno, uno dico...
[Paolini] Perchè non è molto
[Paolini] Perchè non è molto agevole per me ma fra le biblioteche della mia zona c'è una sorta di svuotamento magazzini con libri dati in omaggio agli utenti. Ne puoi portare via parecchi e se ne trovano a bizzeffe di questi libri oltre a titoli davvero belli che restano lì ad ammuffire (tra i titoli c'era anche una mia vecchia copia, pensa di 79 punti di fuga, ah ah ah ah ah9
comunque tu sei sempre un vetero anticomunista romano.
:)
[paolini, ot] hehe. Il mio
[paolini, ot] hehe. Il mio anticomunismo è semmai etnico, e giuliano-dalmata, dovuto a quel partito che - unico in italia - uscì dal CLN per venderci agli stranieri:). In realtà io sarei volentieri nemico di tutti i totalitarismi e di tutti i parlamentarismi, standomene beato tra arti & utopie. Ma prima di raggiungere quell'eden devono restituire giustizia ai giuliano-dalmati. E chi deve restituircela sono proprio i vecchi compagni. Poi mi ritiro, magari imparo anche un bel mestiere manuale e alè:)