Paolin Demetrio

Il pasto grigio

Autore: 
Paolin Demetrio
Come un’accabadora a compenso
 
Il grigio appartiene alla luce.
Non declina alcun buio.
È il tempo del brodo, del pasto, della reticenza senza un’attesa.
È il tempo di chi prova un piacere ingenerato o indotto, ma infecondo e grasso come un sorriso compiaciuto di sé e alienato per altri.
Matteo, protagonista de Il pasto grigio di Demetrio Paolin (Untitl.Ed, 2005), è di quel grigio.
Né angelo, né demone, terribilmente umano e cedibile al Male, un male che parla in dialetto ed è cosa comune, che nemmeno si addita più, familiare quasi come una lite d’amore, un insulto per un parcheggio rubato, un’imprecazione per una coda, una fila, qualunque.
Grigio.
Grigio di città, di quartiere, di uomo, ma rimpicciolito, nulla di metropolitano,di smodatamente urbano.
Asfittico,sì. Asmatico man mano che le pagine procedono.
Da un incidente che stride come freni su ossa rotte a un’omissione che si svela mestiere, le pagine scivolano liquide accrescendo un vago senso di angoscia da cui il lettore non si libera nemmeno a pagine chiuse: climax di voglia nel continuare la lettura, occlusione sostanziale di speranza nel petto.
Si va avanti, scoprendo le ombre, le nuove ombre, con cui Matteo condivide quel grigio, quelle dell’Elvira dalla patina di anziana mite consacrata al giovedì di messa in ricordo del marito e di Luisa, involucro e confezione di donna moderna, più sola che single, lanciata tra una carriera che la sfama lasciandola entro il senso della stia e il desiderio di essere “femmina”.
Tre anime che hanno a che fare col corpo:Matteo e le ossa; Elvira e la carne; Luisa e gli umori.
Tre personaggi, tre silenzi, tre reticenze.
Legami più che ossessioni, nodi, come le corde che Matteo crea tra le dita, attorcigliandone i fili con cura, con la stessa delicatezza riservata alle begonie che cresce nell’appartamento, come “suo nonno gli aveva detto: se la treccia è venuta bene ti ricorderà quelle di una donna”.
Mani. Cura. Dolcezza.
Questione di fermezza, la delicatezza di una mano forte, di uomo, che sa curare un fiore come  un corpo di donna; ma Matteo ha le dita macchiate di quel grigio: non beve e cura i suoi fiori per disciplinarsi, per saggiare la forza, l’equilibrio, la saldezza dei suoi gesti e quando il banco di prova sarà Luisa, davvero il corpo di una donna, un corpo da amare –non un incarico-, fallisce: le chiuderà la bocca, gli occhi, terrà i polsi, tirerà i capelli… nessuna pulsione, nessuno slancio di un’animalità da seduttore, solo l’incapacità di gestire un corpo in movimento, la voglia, la fame, e non la paura, il possesso dell’angoscia che stilla davanti alla maschera che indossa ad ogni lavoro.
Capisce Matteo quel limite che rischia di farsi voragine a lasciar spazio a parole che non sanno e s’incuneano, a quel quasi-felice di Luisa che non potrebbe capire e desidera qualcuno che soltanto crede, capisce –Matteo- che l’Elvira ha forse sempre saputo, come un simpatia di madre che sente, prima di vedere, una cieca che riconosce un odore, già da quella prima richiesta che gli aveva lasciato un brivido: “Quando verrà il giorno dica ai medici di rispettare le mie volontà”.
Precisione.
Secondi,giorni:tempo.
Tic-tac scandito e netto.
Un male tentacolare che si espande vivo su carne, lungo un corpo ammalato, che punisce il tempo di Elvira, dando corpo alla sua più segreta paura che teneva appuntata su un fogliettino entro una pezzuola di seta sgualcita, poi andato perduto.
E quando arriverà quel giorno Matteo compirà il primo gesto di misericordia del suo mestiere: come s’accabadora[1], senza compenso, esiziale e imprescindibile, per quell’urgenza di “consolazione” che lambisce l’odio, il peccato e la corruzione, perché non è altro, Matteo -o, così, almeno crede- che “uno specchio di quello che voi fareste se aveste il coraggio delle vostre azioni, se aveste la capacità di riconoscere che l’uomo non è creato a fin di bene”.
 
 EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Demetrio Paolin (1974), scrittore italiano. Vive e lavora a Torino.

Demetrio Paolin, “Il pasto grigio”, Untitl. Ed, Milano 2005



[1] L’accabadora, la Finitrice, è un’antica figura leggendaria sarda, donna inquietante il cui mestiere veniva tollerato,ma non accettato,e per questo relegata a vivere ai margini di ogni villaggio.
Boia. Un boia consolante, come un’amante, e preciso come un chirurgo, accelerava la morte di uomini malati o sofferenti, stringendo la testa della vittima tra le gambe, cullandolo, accarezzandolo, cantando per lui nenie capaci di farlo tornare al tempo dell’infanzia. Solo quando questo avveniva gli spezzava di netto l’osso del collo o lo strangolava o lo soffocava. E lì finiva il suo canto.

Paolin Demetrio - Il mio nome è legione di andrea-brancolini
Paolin Demetrio - Il pasto grigio di acherusa
ISBN/EAN: 
9788860240026

Commenti

"quell?urgenza di ?consolazione? che lambisce l?odio, il peccato e la corruzione" > questa è una sfumatura che a suo tempo non è stata colta da chi ci inviò i manoscritti per il concorso della fu casa editrice. Interessante. Tu giustamente virgoletti. Mmm.

***

Quando torni, integra note biografiche sull'autore, interessa molto approfondire. Danke!

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Demetrio Paolin (1974), scrittore italiano. Vive e lavora a Torino.

Demetrio Paolin, ?Il pasto grigio?, Untitl. Ed, Milano 2005

- recupero il vecio format lankecom:)

gf, per qualche info in più su demetrio paolin, puoi andare su www.bombasicilia.it, nella pagina della redazione. ciao!!

http://www.bombasicilia.it/pagina.php?id=23

non sapevo fosse parte del vostro giornale! Accidenti che nidiata che ne è derivata. Ottimo davvero.

PAOLIN: copertina+archivi

PAOLIN: copertina+archivi