La domanda che Giampaolo Pansa si pone nel suo nuovo libro e se dobbiamo ancora considerare una festa unitaria il 25 aprile. E se dobbiamo celebrarlo tutti insieme. Dopo Il Sangue dei vinti, il giornalista chiude il cerchio su crimini ignorati della guerra civile. L’ultimo capitolo revisionista, che farà arrabbiare ancora una volta la sinistra che difende a tutti i costi il mito resistenziale, si chiama I vinti non dimenticano (Rizzoli pagine 460, euro 19,50).
Pansa, che anche questa volta si è documentato su un’accurata storiografia che viene dal basso, avvisa i lettori che nelle pagine del nuovo libro, in cui ritorna Livia Bianchi, la bibliotecaria che accompagnò nella stesura del Sangue dei vinti, troveranno molti nomi di persone sconosciute. Donne e uomini privi di una storia pubblica, scomparsi senza lasciare traccia di sé. Persone uccise nel corso della guerra civile, tutte schierate da una parte sola: quella fascista, raccolta sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. I vinti di Pansa sono anche persone massacrate senza alcun motivo dai partigiani. Vittime che non erano schierate con nessuno.
Nell’Italia in cui la cultura dominante continua a essere quella dei vincitori e chi tocca la Resistenza muore, Giampaolo Pansa dà voce documentata alla memoria dei vinti. La sinistra, che ha linciato lo scrittore per il suo revisionismo umano, è ancora oggi convinta che ai vinti non spetti alcun diritto. I vinti, per questi campioni ipocriti di democrazia, non devono parlare, non devono nemmeno ricordare. “Libro dopo libro – scrive Pansa – ho imparato che i vinti non dimenticano. Lo stesso accade ai loro figli e ai loro nipoti. Adagio, con fatica e con dolore, ricordano e parlano. Tra i miei tanti punti deboli, posso vantare un punto di forza. Mi sono stancato di distinguere tra morti buoni e morti cattivi. Il mio revisionismo sta tutto qui”.
Nei Vinti non dimenticano Pansa ha scritto le pagine che si era lasciato alle spalle. Dopo aver parlato dei crimini partigiani commessi nel triangolo rosso, in questo libro Pansa si occupa dei massacri compiuti a Trieste, Gorizia e Fiume dal servizio segreto di Tito. Racconta le stragi partigiane commesse in Toscana e le nefandezze degli Alleati (interessanti le pagine sugli stupri commessi dalle truppe marocchine a Siena). Non risparmia critiche severe nei confronti dei bombardamenti angloamericani che hanno seminato morte tra i civili. Il revisionista Pansa sfida ancora una volta i nipoti dei trinariciuti. Anche in questo libro dà voce ai fascisti obbligati dai vincitori a un silenzio tombale.
In questi anni con i suoi libri revisionisti, che mirano a disturbare i manovratori delle retorica resistenziale, il giornalista ha scoperto i nervi di una grande bugia. Quella dei vincitori che per con la complicità di una storiografia accademica compiaciuta hanno propagandato una “verità personale” che non ammetteva alcun tipo di contraddittorio. L’obiettivo dei comunisti nella guerra civile era quello di fare dell’Italia un paese satellite dell’Unione Sovietica. Per raggiungerlo ai partigiani non restava altro da fare che massacrare senza alcuna pietà tutti coloro che potevano contrastare nei fatti l’impresa. “I comunisti – scrive Pansa – non volevano una democrazia parlamentare con più partiti, destinata a diventare la forma istituzionale stabile per l’Italia del dopoguerra. Il loro traguardo era una democrazia popolare e progressiva, considerata come una fase transitoria per arrivare alla dittatura del proletariato, un mito irrinunciabile”.
Tutti i possibili avversari nella corsa verso la democrazia progressiva, anticamera della dittatura rossa, andavano eliminati. Non soltanto i militi fascisti, scampati ai roghi della guerra civile, caduti prigionieri, ma pur sempre in grado di usare le armi. Pansa racconta anche di altri nemici da uccidere: i partigiani bianchi, i militari anticomunisti che hanno combattuto insieme agli Alleati, gli antifascisti liberali, i possidenti, i sacerdoti, i politici moderati, i socialisti riformisti.
La sinistra oggi teme il crollo della retorica resistenziale. La vulgata dei cosiddetti vincitori va difesa a oltranza con la grande bugia di sempre. Il revisionista Pansa, che nei suoi libri si ostina a dare voce ai vinti assassinati da un preciso disegno politico, va linciato, offeso e screditato, e magari minacciato di morte, come si fa con gli autentici nemici del proletariato.
Edizione esaminata e brevi note
Giampaolo Pansa (Casale Monferrato,1935), giornalista e scrittore.
Giampaolo Pansa, “I vinti non dimenticano. I crimini ignorati della nostra guerra civile”, Rizzoli, Milano, 2010
Nicola Vacca, per Lankelot, Novembre 2010
per approfondire: schede sui libri di PANSA in Lanke.
Commenti
[pansa] neo nick! per
[pansa] neo nick! per approfondire, PANSA in lanke: http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?P/Pansa+Giampaolo
(Pansa) "In questi anni con i
(Pansa) "In questi anni con i suoi libri revisionisti, che mirano a disturbare i manovratori delle retorica resistenziale, il giornalista ha scoperto i nervi di una grande bugia. Quella dei vincitori che per con la complicità di una storiografia accademica compiaciuta hanno propagandato una “verità personale” che non ammetteva alcun tipo di contraddittorio".
Ho letto i primi tre del Pansa revisionista, poi mi son fermato. é indubbio che resta questo che citi il motivo principale d'interesse. Pur non avendo mai avuto in particolare simpatia Pansa, gli riconosco l'onestà intellettuale e soprattutto la necessità di portare alla ribalta queste vicende volutamente oscurate dalla storiografia ufficiale. Certo io resto legato ai libri di Pisanò, sul tema, ma quella di Pansa è un'opera meritoria, senza se e senza ma.