Panh Rithy, Chaumeau Christine

S-21. La macchina di morte dei Khmer rossi

Autore: 
Panh Rithy, Chaumeau Christine

“In data 18 marzo 2003, non è ancora stato avviato alcun processo per giudicare il genocidio khmer rosso. Quasi due milioni di persone hanno perso la vita in tre anni, otto mesi e venti giorni d’inferno che il paese ha attraversato tra il 1975 e il 1979” (pag. 186).

Chiude così Rithy Panh che, in collaborazione con la giornalista Christine Chaumeau, ha dato vita a questo libro che si presenta come qualcosa di diverso da una cruda e dettagliata testimonianza del genocidio del popolo cambogiano ad opera dei khmer rossi, cambogiani anch’essi, guidati da Pol Pot,  “Il fratello numero 1”, morto nel 1998. Il libro è la trascrizione in narrativa dell’omonimo documentario diretto nel 2003 dallo stesso Rithy Panh, coraggioso regista cambogiano del 1964 che, all’età di 11 anni, dopo aver perso la famiglia, venne catturato e internato in un “campo di rieducazione” da cui riuscì a fuggire quattro anni dopo rifugiandosi prima in Thailandia, poi in Francia.
In memoria del suo popolo, massacrato da quella spietata macchina da guerra che erano i Khmer rossi, di fronte al silenzio generale, per imbarazzo o vergogna, per l’indifferenza occidentale e la difficoltà di istituire un serio processo contro i sopravvissuti sterminatori e, infine, per quel tentativo di convincere la popolazione a dimenticare, richiamando impropriamente precetti buddhisti, cancellando così non solo l’accaduto ma anche i milioni di morti innocenti, ha deciso di lavorare per il recupero della storia cambogiana, attraverso la sua opera, per far conoscere la verità: “sopravvivere a un genocidio, riprendere a vivere dopo un genocidio richiede uno sforzo enorme. Bisogna parlare, rammentare tutto a prescindere dal dolore che il ricordo rinnova. Voler seppellire il passato senza comprenderlo, significa assumersi il rischio di essere ossessionati da questo passato. Oggi c’è pochissimo lavoro di memoria sul genocidio, solo il Centro di documentazione svolge un ruolo importante contro l’oblio. Si confisca la Storia al paese e non si può porre nessuna domanda su quanto è accaduto” (pag. 184) a cui aggiunge “la cosa importante è voltare pagina. Prima, però, bisogna fare un lavorio, bisogna imparare. Come per un libro, bisogna avere scritto, letto, prima di voltare pagina. Voltare pagina significa scrivere la memoria per poter accettare il passato” (pag. 184) e poi, ancora ”un film, un libro, un lavoro teatrale possono essere gli spazi necessari per facilitare la parola e cominciare così l’elaborazione del lutto. Dopo il genocidio è necessario creare, perché i Khmer rossi hanno voluto sopprimere ogni forma di creazione. Per resistere a tutto questo, un artista deve creare, un musicista comporre, cantare, un pittore dipingere. Spero che il film porti con sé la parola. La parola consente di accettare la Storia” (pag. 185).
Se si esclude lo splendido film “Urla del silenzio” (The Killing Fields, 1984, di Roland Joffé), scarseggia il materiale in lingua italiana dedicato al genocidio del popolo cambogiano. Il lavoro di Panh, quindi, è oggi preziosissima testimonianza delle persone che hanno vissuto l’inferno scatenato dai Khmer rossi. Ma vi è di più. Panh mette insieme i superstiti del feroce campo di morte che era l’S-21 e li confronta con alcuni degli aguzzini, per lo più manovalanza, con cui erano venuti in contatto. Da questo lungo lavoro di confronto ne esce un’opera devastante, dolorosa ma assolutamente necessaria ad entrambi i gruppi che, per la prima volta, da allora, sono in grado di guardarsi in faccia da pari, negli stessi luoghi di morte, e riflettere a vicenda, poco alla volta, su come si sia scatenato quel massacro sotto il silenzio di tutti.
Ed è da quel confronto, dalle domande e dalle risposte dei singoli protagonisti che nasce un percorso di indagine introspettiva, delle motivazioni, della consapevolezza o meno, del senso di colpa, della pacificazione degli animi che, per la prima volta, sentono di poter, se non capirsi reciprocamente, almeno condividere un comune passato di terrore. Panh sovraintende alle discussioni con occhio partecipato, condividendo le stesse emozioni, rendendo partecipi il lettore dei suoi stessi pensieri, di chi ha vissuto in prima persona quella tragedia e ora la sta documentando per una memoria storica collettiva.  
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Il 17 aprile 1975 i Khmer rossi prendono la capitale Phnom Penh: Pol Pot, leader supremo, Nuon Chea, responsabile dell’ideologia, Ieng Sary, vice ministro, Khieu Samphan, comandante delle forze armate, Son Sen ministro della difesa, organizzano le truppe per concretizzare i segni della loro vittoria creando una rivoluzione socialista perfetta, migliore di quanto avevano fatto i vicini cinesi e vietnamiti.
Creeranno qualcosa di più terribile con l’annientamento del loro popolo, in considerazione del fatto che, per loro, 7 milioni di cambogiani non erano necessari, ne bastavano 4 milioni, di cui 2 potevano esser sufficienti per la rivoluzione.
Il 17 aprile gli abitanti di Phnom Penh vengono scacciati dalla città e spinti verso le campagne. Ciò accade poi nel resto del territorio cambogiano.
La società deve essere riorganizzata completamente: abolite le religioni, la scuola, le professioni, gli intellettuali, la moneta; organizzato il lavoro dei campi in cooperative con precisi e massacranti ritmi di produzione; epurata la lingua con l’introduzione di un nuovo vocabolario e la cancellazione di qualsiasi parola attinente la proprietà, il capitalismo o le semplici relazioni familiari (persino marito, moglie, mangiare o morire); istituito un nuovo calendario con l’avvio dell’anno zero della rivoluzione; il popolo doveva essere rieducato, per eliminare totalmente le “nefaste” influenze occidentali.
Hoeung sar significava il male che si fa a un altro. L’uomo non dovrebbe provare questo desiderio” (pag.136). La definizione del nuovo vocabolario è “combattimento per la vita e la morte, che il popolo ingaggia contro un gruppo politico o un avversario” (pag.136), creando così un’alterazione totale del significato della parola e portando a giustificare l’uccisione del nemico, individuato nel capitalista. Il termine utilizzato per indicare l’uccisione di qualcuno era “kamtech”, ossia distruggere, annientare, polverizzare. E dopo aver cancellato dalla faccia delle terra il “nemico”, coloro che crescevano con l’indottrinamento e il nuovo vocabolario, diventavano macchine da guerra utili alla costruzione di una società del tutto “pura”.
I ragazzi, le persone poco istruite ma, soprattutto, i bambini erano la forza più adatta alla rivoluzione, addestrati a spiare e denunciare anche i loro stessi genitori nel nome di un’ideologia che considerava crimini mortali cose come: l’amare, il rompere un singolo germoglio di riso, o semplicemente portare gli occhiali. 
Il lavoro principale quindi era indirizzato alla psicologia umana, per instillare la diffidenza e la paura in ciascuno: “io ho due tipi di ferite. C’è una ferita fisica, mi hanno messo gli elettrodi per cercare un tradimento, una rete, dei nemici che non conoscevo. E poi c’è una ferita emotiva, psicologica. Mi hanno fatto paura. Mi hanno privato di tutto ciò che è umano, mi hanno tolto il diritto di essere umano” (pag. 149). Tutti potevano essere denunciati, tutti potevano essere criminali, “nemici”, corrotti da eliminare, cancellare dalla faccia della terra con tutta la loro stirpe. L’esser spia della CIA o del KGB non aveva importanza, perché i Khmer rossi contrastavano entrambe le organizzazioni.
Si dava vita così alla Repubblica Comunista di Kampochea, con l’utilizzo del nome “Angkar” per indicare la fantomatica “Organizzazione” nazionale a cui tutti dovevano obbedienza e rispetto. Non c’era alcun riferimento al partito o a titoli del potere. Tutti si chiamavano “fratelli” e i prigionieri dovevano rivolgersi ai loro guardiani con l’appellativo di “fratello maggiore”, fossero anche bambini, fossero anche figli o nipoti, come di fatto avvenne.
 
In un certo senso, oggi, con apprensione, si possono rinvenire tracce della loro struttura organizzativa nell’ideologia della Juche, propria della Corea del Nord.
Nel settembre del 1975 si organizzò il più importante dei campi di internamento, in una scuola chiusa: l’ufficio di sicurezza S-21, scoperto solo nel 1979, quando entrò l’esercito vietnamita per occupare la Cambogia.
USA, Cina e comunque l’ONU, tuttavia, continuarono a riconoscere la Kampuchea Democratica come governo ufficiale della Cambogia per contrastare la nascita della Repubblica Popolare di Kampuchea, sostenuta dal Vietnam e dall’Unione Sovietica. Tutto ciò perché i Khmer rossi ripararono ad Ovest del Paese, verso la Thailandia da dove comunque continuarono ad influenzare il successivo potere politico, almeno fino al 1999, quando l’organizzazione si disgregò dopo la morte di Pol Pot.
Il genocidio cambogiano passò sotto silenzio, per la complicità di forze occidentali che avevano fatto compromessi con i Khmer rossi, barattando l’immunità, come si crede, con l’assassinio del leader.
Ed ecco che il popolo cambogiano affronta la morte due volte, una sotto il regime feroce di Pol Pot, l’altro dettata da una storia oscurata, cancellata dai loro libri di storia per scelte che risalivano ad opportunità politiche altrui.  
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Chi non conosce il proprio passato non ha un futuro in cui credere e sperare. Ecco il perché delle considerazioni di Rithy Panh sul recupero della memoria del suo popolo, del confronto tra generazioni ormai prossime alla vecchiaia che si sono affrontate in opposte fazioni per poter arrivare ad una comprensione reciproca delle motivazioni che avevano spinto il genocidio, a partire da quel campo detto S-21, oggi Museo, da cui erano transitati circa 20.000 prigionieri, con una media che andava dai 300 ai 500 al giorno.
Sei i soli sopravvissuti, tra questi Vann Nath e Chhum Mey. Il primo, pittore poteva fare i ritratti dei capi, dei fratelli maggiori; il secondo, invece, sapeva riparare le macchine da scrivere. Nath ha continuato a dipingere trasferendo sulla tela l’orrore a cui aveva assistito e quello dei racconti altrui, lasciando al mondo la sua testimonianza in pittura. Le sue opere sono esposte nell'ex S- 21, ribattezzato Tuol Sleng.
Le persone venivano arrestate, incappucciate e portate nell’S-21, fotografate e poi portate nelle celle. In quelle più piccole venivano incatenate alle pareti, in quelle più grandi ad una sbarra “collettiva” a cui agganciavano i ferri alle caviglie. Se il ferro era largo, colpivano a martellate senza preoccuparsi di spezzare l’osso del piede.
Stavano tutti insieme, nella sporcizia, nel silenzio e nella fame più assurda. Un brodo con acqua del riso risciacquato era il loro pasto. Spesso accanto a compagni sventurati, ormai cadaveri in putrefazione: “io ho dovuto mangiare della corda fatta con pelle di bue. Avevo troppa fame, l’ho mangiata. Per anni non sono riuscito a parlarne. Non è il fatto in sé di mangiare un topo che è vergognoso, ma è che tu ti vedi come un cane, un gatto, o peggio. Diventi un animale, non sei più un essere umano. Ed è questo che i Khmer rossi ci hanno fatto. Hanno annientato la nostra umanità” (pag.167).
Non potevano fare nulla senza l’autorizzazione delle loro guardie, neppure uccidere cimici o altri insetti che invadevano i loro corpi martoriandone la carne. Qualsiasi rumore, qualsiasi disubbidienza significava per loro punizioni corporali. E poi aspettavano di poter sapere il perché del loro arresto con la speranza di venir presto liberati. La speranza era coltivata dagli stessi Khmer rossi, attraverso quelle subdole pressioni psicologiche che, giorno dopo giorno, portava al massacro tutta quella gente arrestata senza un valido motivo.
Venivano presi e interrogati, torturati finché non confessavano qualsiasi cosa, comprese le liste di denunce e da ogni nome si ramificavano altri nomi, tutta gente innocente che poi veniva portata in prigione.
Il comandante del campo era il feroce Duch che ordinava di non far morire i prigionieri prima delle confessioni. Queste ultime erano determinanti, la vera consacrazione di tutto il lavoro del campo che iniziava la mattina presto, alle sette e terminava a mezzanotte. Ognuno aveva un proprio compito: i fotografi, i dattilografi, i guardiani, i torturatori e così via. Ogni giorno sempre e soltanto quel lavoro per ciascuno di essi.
Avevano pietà? Avevano compassione per i prigionieri a cui venivano strappate le unghie e poi frustati a sangue, su cui versavano acqua e sale per farli sopravvivere e ricominciare le torture il giorno dopo? Potevano averlo per quei neonati che entravano stretti alle loro madri e poi venivano strappati loro con la promessa di cure e miglior nutrizione, per poi essere lanciati contro i tronchi degli alberi? Sapevano quei fotografi, dattilografi, guardiani che una volta ottenuta una confessione i prigionieri erano divisi in due semplici categorie: quelli da conservare (pochi, come Mey e Nath), quelli da eliminare? E che quelli da uccidere venivano portati in silenzio in altre zone, colpiti con bastoni e, dopo aver loro tagliato la gola, gettati in fosse comuni? Le pallottole costavano e facevano rumore. Il loro peccato, la loro colpa: dalla confessione di Mey “c’è scritto che tagliavi le stoffe lasciando volutamente troppi ritagli di tessuto e che li hai buttati via. Nella cucitura, la tua squadra ha rotto troppi aghi e ha bruciato le cinghie della macchina. È per queste mancanze che ti hanno arrestato” (pag.47).
Mancava sangue: si legava uno dei prigionieri al letto, stretto con delle cinghie e gli si tiravano quattro sacche di sangue. Il prigioniero non aveva più voce, non respirava, rantolava.
Non  è il caso di aggiungere altri particolari sui singoli episodi trasferiti dalle pagine di questo libro, frutto della memoria dei due sopravvissuti e dei racconti dei loro carnefici, alcuni pentiti, altri senza più alcuno scrupolo. Si sentivano tutti prigionieri in quel campo; tutti avevano paura che un giorno avrebbero fatto la fine degli arrestati. Bastava poco per essere denunciati sotto tortura; bastava esser sorpresi a violentare una delle donne prigioniere, o semplicemente andare a trovare la madre anziana.
Il prigioniero, a differenza della loro posizione, non poteva neppure urlare durante le torture, come l’elettroshock, poiché vietato da un osceno regolamento appeso in ogni stanza. Se si disubbidiva, si veniva picchiati o sottoposti a scariche elettriche.
Il lavoro di Rithy Panh sulla raccolta delle informazioni, degli incontri tra vittime e carcerieri, era durato tre anni abbondanti e ormai aveva imparato a capire quando le vecchie guardie erano state reticenti o quanti sforzi stava compiendo Nath che aveva perso anche i figli sotto il regime dei Khmer rossi. Panh confessa: ”io non cerco di essere oggettivo. Non esiste oggettività nell’immagine, ma piuttosto una riflessione sull’ambito psicologico di questo crimine di massa. Forse questo lavoro può farci intravedere qual è la parte umana in questo crimine, che cosa passava nelle loro teste mentre compivano quei gesti. Io non faccio un lavoro da storico. Il lavoro scientifico richiede una distanza, un distacco che io non ho rispetto al genocidio. Non penso che sia possibile parlarne se non in prima persona” (pag. 59).

 

 

(dipinto di Vann Nath)

  

-      2009. Il processo -
 
Il processo contro i capi dei Khmer rossi, con l'esclusione di Pol Pot, già morto, è iniziato tra febbraio e marzo del 2009.
Duch, il comandante dell’S-21, è stato il primo condannato ed è l’unico, fino a questo momento, che ha chiesto perdono alle vittime, come se ciò potesse bastare a ripagare l’immenso dolore causato. Il motivo del pentimento potrebbe esser dovuto ad un avvicinamento al cristianesimo. Ciò mi trasmette un forte senso di disagio ed un grosso dubbio che tengo per me.   
Gli altri, compreso il “fratello numero 2”, braccio destro di Pol Pot, sono sotto processo da poche settimane.
È notizia di qualche giorno fa che una delle confessioni più approfondite è arrivata da Houy, capo carceriere dell’S-21, presente tra i protagonisti del libro di Rithy Panh. Mi chiedo se il lavoro del regista sia servito in fondo ad aprire un piccolo varco nel suo animo  e a restituirgli una qualche parvenza umana.
A testimoniare è stato chiamato il pittore Van Nath che finalmente potrà avere un po’ di sollievo per  quelle ferite ancora aperte e che lo hanno sempre ossessionato. Non è molto. Sul processo si sono abbattute accuse dagli organismi internazionali poiché ristretto alla sola dirigenza dei Khmer rossi.
In Cambogia la pena di morte non esiste e se ci fosse, non potrebbe bastare. Neppure il carcere a vita potrebbe restituire il sorriso a quel popolo superstite che ha perso tutto e che ha avuto necessità di un duro lavoro psichiatrico per poter provare a tornare se non a vivere, quanto meno a sopravvivere tra gli incubi. I cambogiani come il pittore Nath non amano essere definirsi “sopravvissuti”; questo pensiero rende torto ai morti, di cui ancora oggi non si conosce il numero se non esatto, almeno approssimativo. Pol Pot ha confessato 800.000 morti, il resto del mondo indica una cifra compresa tra il 1.700.000 e 2.300.000. Sta di fatto che, in riferimento alla cruda statistica, quasi un terzo della popolazione è morta, tra torture e carestia.
Prima della fuga i Khmer rossi avevano tentato di cancellare le prove, ma con quell’ossessione per le fotografie e le confessioni scritte dei singoli arrestati, hanno restituito un volto ai morti.
Rithy Pan attende un fratello di cui ha perso completamente le tracce da allora: se si reca a pregare in pagoda è come ammettere che lui non tornerà più; se non ci va, avverte il dolore del non sapere. Questo è, per lui, il lutto impossibile. È difficile sopravvivere a un genocidio.
La successiva opera di Rithy Panh continua la linea ormai intrapresa nel tentativo di dare voce al silenzio del suo popolo. È stato recentemente pubblicato in Italia, da O barra O, il suo “La carta non può avvolgere la brace”, in cui punta lo sguardo sull’orrore moderno, la miseria desolante della prostituzione cambogiana e dei suoi terribili profittatori. Perché dall’orrore dei Khmer il popolo è uscito annientato, soprattutto nella forza lavoro e nelle potenzialità economiche, oggi in mano a forze straniere.
La povertà del popolo cambogiano, unitamente alla forte corruzione del sistema amministrativo e politico, è una terribile realtà su cui il mondo sta chiudendo gli occhi ancora una volta.
Il "regolamento" dell'S-21
 
1. Devi rispondere attenendoti alla mia domanda. Non tergiversare.
2. Non cercare di occultare i fatti adducendo pretesti vari, ti è severamente vietato contestarmi.
3. Non fare il finto tonto, perché sei un controrivoluzionario.
4. Devi rispondere immediatamente alle mie domande senza sprecare tempo a riflettere.
5. Non parlarmi delle tue piccole azioni immorali o dell'essenza della rivoluzione.
6. Non devi assolutamente gridare mentre ricevi l'elettroshock o vieni frustato.
7. Non fare nulla, siediti e attendi i miei ordini. Se non ci sono ordini, rimani in silenzio. Quando ti chiedo di fare qualcosa, devi eseguire immediatamente senza protestare.
8. Non inventare scuse sulla Kampuchea Krom per nascondere i tuoi segreti da traditore.
9. Se non segui tutte le regole succitate, riceverai moltissime frustate con il cavo elettrico.
10. Se disubbidirai ad una sola delle mie regole riceverai dieci frustate o cinque scosse elettriche.
 
 

Per approfondimenti:
 
  
 
Documentario di Rithy Panh “S-21 – La macchina di morte dei Khmer rossi”: Parte 1;  ; Parte 8 Parte 2; Parte 3; Parte 4; Parte 5; Parte 6; Parte 7
Vann Nath: Sito ufficiale del pittore 
 
 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Rithy Panh. Regista cambogiano, nato nel 1964 a Phnom Penh, sotto il regime di Pol Pot nel 1975 viene rinchiuso in un campo di rieducazione, dal quale riesce a fuggire quattro anni dopo rifugiandosi in Thailandia. Nel 1980 si reca a Parigi dove completa gli studi alla Scuola Nazionale di Cinema. Vive tuttora in Francia.
Christine Chaumeau è giornalista. Ha vissuto più di tre anni in Cambogia. Ha lavorato per Phnom Penh Post, Radio France International e National Geographic. 
 
Rithy Panh - Christine Chaumeau “S-21. La macchina di morte dei Khmer rossi”, O barra O Edizioni, Milano, 2004, pagg 187. Traduzione dal francese di Giusi Valent. 
 
Movida 20 luglio 2009.
ISBN/EAN: 
9788887510225

Commenti

Preso in fiera a Torino. Una delle migliori letture degli ultimi anni, forse della mia vita, per il modo in cui è stato condotto il lavoro di ricostruzione e confronto.
Ovviamente il mio applauso enorme al regista - scrittore di cui cercherò di recuperare il possibile, unitamente al resto sull'argomento. Un grande piccolo uomo.

?io ho due tipi di ferite. C?è una ferita fisica, mi hanno messo gli elettrodi per cercare un tradimento, una rete, dei nemici che non conoscevo. E poi c?è una ferita emotiva, psicologica. Mi hanno fatto paura. Mi hanno privato di tutto ciò che è umano, mi hanno tolto il diritto di essere umano?, Vann Nath

“sopravvivere a un genocidio, riprendere a vivere dopo un genocidio richiede uno sforzo enorme. Bisogna parlare, rammentare tutto a prescindere dal dolore che il ricordo rinnova. Voler seppellire il passato senza comprenderlo, significa assumersi il rischio di essere ossessionati da questo passato."

E' assurdo che il processo sia stato aperto solo pochi mesi fa. E' assurdo non averne mai sentito parlare prima.
Il libro e pure questa tua pagina, allora, arrivano come urla a squarciare il silenzio.
Necessarie e cariche di un dolore inestinguibile.

Sono assolutamente sconvolta.
Si possono ancora considerare uomini quelli che hanno perpetrato atrocità del genere?

Su Pol Pot reminiscenze scolastiche, a seguito della proiezione del film Urla del Silenzio (da recuperare immediatamente, alla luce di quanto appena letto). Sui Khmer rossi approfondimenti da altre letture, ma questo libro...
Il genocidio del silenzio su cui hanno speculato tutti.

Hanno scoperto 80 fosse comuni, mancano altre 43. Circa 9000 i corpi ritrovati. 200 circa campi di morte. Tutto questo tra il 1976 e 1980 e poi un regime che continua fino al 1998. La seconda guerra mondiale non ha insegnato nulla, soprattutto in considerazione dei silenti...Usa e Onu. Io forse torno a studiare Lombroso, perché questa è devianza criminale, non ideologia.

Dopo aver letto il libro e partecipato al dolore di Nath, Mey e Panh stesso, fa male leggere le cronache del processo, su cui si può discutere una vita.
Per corruzione hanno sprecato milioni di dollari. Gli ultimi, messi a disposizione dei giapponesi, hanno permesso finalmente l'apertura del processo...direi sommario, solo i gran capi superstiti...anche se le parole di Nath nel libro sono bellissime. Vuole capire e vuole distinguere la mente e il braccio, ma anche in quel braccio occorre fare distinzioni tra carnefici e vittime. Tutti potevano essere vittime, se solo qualcuno nel delirio della tortura avesse fatto il loro nome.

Sulla Cambogia bisognerà continuare a parlare e tanto. Segnalo il video inserito sulle condizioni attuali, sull'impossibilità di potersi riprendere in queste condizioni.

Articolo impressionante, libro fondamentale - non mi sfuggirà. "Killing Fields" è una visione che devo a una mia vecchia amica, mi era rimasto decisamente impresso. Qui troverò tutto il necessario per informarmi e informare altri. Non posso che ribadire che più sento parlare di comunismo più mi domando come dovrei comportarmi di fronte a quei buontemponi che girano con la stellina rossa sulla maglietta, o vanno esibendo il loro pugno chiuso. E' gente che mi stomaca, e che avrebbe bisogno di tanto studio e tante umiliazioni.
*
Magnifico articolo.

"?In data 18 marzo 2003, non è ancora stato avviato alcun processo per giudicare il genocidio khmer rosso. Quasi due milioni di persone hanno perso la vita in tre anni, otto mesi e venti giorni d?inferno che il paese ha attraverso tra il 1975 e il 1979? (pag. 186)".

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appena ho tempo passo a leggere bene, alcune notizie le ho già.
Comunque Troisio è stato in Cambogia e ha visto il liceo S21.

6. Io devo dirti francamente che penso che in casi così si vada oltre il pugno chiuso e la stellina rossa (idem per altri simboli). Io vedo solo crimini feroci, crimini che vanno al di là di qualsiasi ideologia e che, per la diabolica messa in scena di gente istruita, in Occidente, lasciano sgomenti soprattutto di fronte al silenzio di chi doveva per forza sapere ma non aveva interesse ad intervenire. La Cambogia è un Paese distrutto.

Questo è un libro bellissimo, non ho altre parole.

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