Breece D’J Pancake (quel D’J deriva da un banale errore di battitura quando per la prima volta fu pubblicato un suo racconto su una rivista) è stato uno scrittore americano, morto suicida nel 1979 a ventisei anni. A leggere i commenti sulla quarta di copertina di Trilobiti, uno dei primi libri della ISBN, si capisce come l’apprezzamento nei confronti di questo autore sia cresciuto, nel corso degli anni, fino a diventare un vero e proprio culto underground.
Tom Waits, Kurt Vonnegut, Robert Wilson, Joyce Carol Oates, tanti altri insieme a loro lo proclamano autore fondamentale e unico per stile e profondità narrativa.
Dodici racconti incisi con un coltello sulla corteccia rugosa di un albero. Questo è quello che ha lasciato Breece D’J Pancake: una dozzina di racconti e una fama crescente.
Racconti che si conficcano nella pelle come schegge di un legno ancora da levigare. Le sue storie si ambientano in paesaggi rurali e sono quasi sempre immersi nella natura. Rispecchiano in pieno gli umori dell’autore, le sue passioni (pesca, caccia, le armi) e la sua vita. Una prosa sofferta e sofferente, la sua. Ruvida ed essenziale.
Le storie che racconta Pancake sono storie semplici di uomini per nulla speciali. Emarginati, mezzi criminali, ragazzi incompresi che raccolgono trilobiti, ragazzine che si prostituiscono, poco di buono che vivono alla giornata. Qualcuno ha un po’ più di cuore, qualcuno di meno. Sono ombre malconce che si aggirano senza grandi scopi sulla terra.
Minatori, pugili, cacciatori di volpi, marinai, contadini, gente che s’arrangia e che attende la morte, molto spesso.
Sullo sfondo, imponenti, i paesaggi di una America nascosta e primitiva, pura e incontaminata. Che domina tutto e tutti, con la quale molto spesso ci si deve confrontare.
In questo quadro dalle tinte sfumate predomina una narrazione appena accennata, quasi spoglia. Succede poco o nulla, in questi racconti di Pancake, ma con una intensità difficilmente descrivibile. Gesti minimi e sentimenti abbozzati, polvere amara e un tempo sospeso che continua a far male.
Dei dodici racconti contenuti in questo libro, alcuni sono indelebili come tatuaggi (Trilobiti, La cava, Una stanza per sempre, Onore ai morti, La mia salvezza, Che ne sarà del legno secco?), altri un po’ più anonimi e abbozzati (Il marchio, L’attaccabrighe) ma ugualmente potenti.
La scrittura è scarna ed essenziale, ma precisa come un bisturi affilato. Metafore micidiali, passaggi molto spesso vicini alla poesia, all’ermetismo.
Un libro malinconico, a tratti disperato, dove per pochi – per nessuno forse – c’è una salvezza. Chi scappa via – come Chester, in La mia salvezza – e torna dopo aver avuto un minimo successo, o almeno ha provato a cambiare vita, sembra quasi un dio, una creatura immaginaria e incomprensibile. Perché ci vuole forza, ci vuole coraggio, per lasciarsi tutta la merda raccontata da Pancake alle spalle. In questo mondo non c’è felicità. Di sicuro, non ce n’è in quello raccontato dall’autore.
E forse non ha nemmeno più senso sognare. Meglio un colpo in testa, allora. Forse avrà pensato questo, Breece D’J Pancake, prima di togliersi la vita. O forse no. Probabilmente, non lo sapremo mai.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Breece Dexter Pancake, (1952-1979), scrittore americano.
Trilobiti, Breece D'J Pancake, Trilobiti, ISBN Edizioni, Milano 2004, Traduzione di Ivan Tassi.
Antonio Benforte, aprile 2009
Commenti
ho seguito il tuo consiglio, gianfranco... :)
http://www.lankelot.eu/index.php/2009/01/06/autieri-biagio-l-insolita-ru...
Racconti che si conficcano nella pelle come schegge di un legno ancora da levigare. Le sue storie si ambientano in paesaggi rurali e sono quasi sempre immersi nella natura. Rispecchiano in pieno gli umori dell?autore, le sue passioni (pesca, caccia, le armi) e la sua vita. Una prosa sofferta e sofferente, la sua. Ruvida ed essenziale.
1: grande.
"In questo quadro dalle tinte sfumate predomina una narrazione appena accennata, quasi spoglia. Succede poco o nulla, in questi racconti di Pancake, ma con una intensità difficilmente descrivibile. Gesti minimi e sentimenti abbozzati, polvere amara e un tempo sospeso che continua a far male."
> In principio era Carver (Hemingway, a dirla tutta);)
aggiungo il tag "racconti" - e i miei omaggi per aver schedato un libro che ha significato parecchio per parecchie persone;).
Pezzo necessario. Bravo Antonio.
(ocio: ho tolto la virgola dal titolo; ciò ha cambiato l'indirizzo della pagina)
chissà perché l'avevo messa...
Trovo che questi racconti, rispetto a quelli di Carver, siano molto più pregni di miseria e dolore.
Sono d'accordo, sì... anche se vorrei tanto leggere Carver de-Lishato per capire quanto diverso era, come autore, e quanto è stato alterata e falsata la sua scrittura.
Racconti come coltello.
Resteranno pr sempre.