Se Breece D'J Pancake non si fosse suicidato a ventisei anni, nel 1979, e se questo libro fosse stato lui a idearlo, strutturarlo e assemblarlo, decidendo posizione e peso di ognuno dei dodici racconti, avrei scritto che ci trovavamo di fronte a un narratore di short stories capace di cantare il proletariato e la piccola borghesia della provincia del Sud degli Stati Uniti con discreta freddezza, credibile malessere e autentica adesione: una sorta di Pollock (“Knockemstiff”) ante litteram. Meno violento ma non meno crudo: capace di maggiore controllo, e diverso lirismo. Se “Trilobiti” non fosse diventato, negli anni, un libro di culto per tanti lettori e letterati italiani, ossia se mi fosse stato presentato da un agente o da un amico americanista come un libro da pubblicare in it, probabilmente mi sarei domandato quanto ingrato e difficile era il destino di dedicarsi, una volta ancora, a qualcuno che si era tolto la vita in giovane età. Sicuramente avrei accettato l'impresa, consapevole che forse non sarebbe terminata mai – e che tracce di queste pagine mi avrebbero accompagnato nel tempo, negli anni: come quelle di Drieu, come quelle di Morselli, come quelle di Curtis. Quando un artista si ammazza, tutto quel che ha scritto diventa pesante, difficile da metabolizzare, difficile da accogliere e da calibrare. Tu, lettore, diventi un testimone di un messaggio sporco di sangue, di un'esistenza fallita o sbagliata, di una decisione immutabile. Non è mai semplice allinearsi alle pagine di chi ha voluto andarsene.
Pancake non aveva guadagnato eccezionale fama, in vita. Troppo giovane (ma non inesperto) per scrivere un libro, per aver scritto un libro, forse vivendo – esistendo: osservando, ascoltando, amando – scriveva pagine che qui non sono apparse. Aveva pubblicato racconti sulla rivista “Atlantic Monthly”, guadagnando i primi consensi della critica, negli anni Settanta; un refuso aveva deciso che si sarebbe chiamato D'J e non Dexter John. A lui non era dispiaciuto. Successivamente, postuma, sarebbe apparsa The Stories of Breece D'J Pancake (1983; 2002), una raccolta di dodici pezzi, amata da gente come Vonnegut e Tom Waits. In Italia, Giacomo Papi e i ragazzi di ISBN hanno deciso di regalarcela – la storia, molto romantica e appassionante, è raccontata nell'introduzione – superando le solite inadeguatezze degli agenti stranieri e rimediando il numero di telefono della madre sulle pagine bianche statunitensi, mostrando una volontà estranea agli uffici diritti italioti: missione compiuta.
Pancake rimarrà un'icona dell'America sconfitta e lacerata del tardo Novecento, prima della decadenza terrificante dei giorni nostri. Scrive Papi che in Pancake “Tutto permane, ogni sensazione, ogni colore, ogni parola ascoltata, ogni gramigna che cresce al lato dell'asfalto, lancinante e meraviglioso, nello spazio e nel tempo, nell'istante e nel luogo, in questo infinito morire” (p. 12). Allora proviamo a raccontare cosa potreste incontrare in questo libro che non c'era, e forse non ci sarebbe stato mai, se Breece Pancake non avesse deciso che non c'era altro da dire, o da capire. Preparatevi: le trame sono quando nulle, quando impalpabili, quando deboli. Piccolo movimenti di camera: piccole cose: questo è libro fondato sulla scrittura, questo è libro fondato sulle atmosfere. Le atmosfere dipinte o scolpite da uno scrittore che amava fare regali (p. 10) come i trilobiti, a chiunque incontrasse. Atmosfere che poggiano su descrizioni secche, incendiarie, esatte: come queste:
“Quando arriva l'estate, l'aria si fa afosa. Un branco di storni fluttua sopra di me. Sono nato qui e non ho mai voluto andarmene davvero. Ricordo gli occhi di papi morto che mi guardavano. Erano molto secchi e mi portarono via qualcosa. Chiudo la porta, vado verso il caffé” (“Trilobiti”, p. 13).
Siamo nelle campagne delle province americane che nessuno racconta; che nei film e nelle canzoni fanno, al limite, da sfondo – spesso edulcorato, naturalmente trasfigurato, possibilmente antieroico – province pienamente vissute e percepite come segno di qualcosa di antico e di perduto. Ancora:
“Tutta l'acqua che veniva dalle vecchie montagne scorreva verso ovest. Ma la terra si è sollevata. Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient'altro che un odore amaro tra i rovi di more, su per il crinale” (p. 18).
La poesia è il velenoso latte – la fonte malata cui Pancake attinge. Attinge tutto il bene e il male della sua società, della sua America in disfacimento, del suo popolo che si sgretola, che parla semplice e chiaro e poco capisce:
“Questi non sono i vostri problemi da americano medio, bere, drogarsi, scopare o farsi scopare, perché Rock Camp, West Virginia, non è il posto da problemi da americano medio, e non è neanche la tipica città da montanari rozzi del sud-est” - leggiamo in “La mia salvezza” (p. 143).
Minimalismo, sentimento: esterno giorno, campagna americana, lavoratori umili che affrontano questioni da poco, da niente; al limite funzionali. Relazioni interrotte e memorie prepotenti: ferite del tempo, cicatrici dell'esperienza. E infine, forse, una previsione del desiderio di bruciare si nasconde in un passo come questo: “Le lastre di rame frusciano metalliche mentre prende una foto su cartoncino dalla scatola da scarpe, gli dà fuoco, vede la fotografia arricciarsi arancione, blu e viola, contro la notte. Ne brucia un'altra, fa divorare dalle fiamme quei visi dimenticati da tempo. Sbarazzarsene. La terza vuole avvicinarla a un nido di vespe, vuole che gli insetti cadano ronzando attraverso le fiamme colorate, vuole vedere le bolle delle larve e i bordi irregolari del loro nido di carta che fumano. Non è il suo modo di fare. Scuote la testa, spegne il fuoco. Rimane là in piedi finché le ultime scintille guizzano, si rianimano e si spengono. Sbarazzarsene” (“Che ne sarà del legno secco?”, p. 177).
Sbarazzarsi delle vecchie foto come dell'esistenza: smettere di resistere alla povertà e alla miseria, di guardare al giorno successivo come a un miracolo incredibilmente prevedibile. Perché lontano, oltre i tratti neri del fiume che Pancake scrive confondano brina e pioggia nebbiosa, c'è domani: e domani “comincia un altro mese sul fiume, poi un mese a terra. Solo le storie che raccontiamo cambieranno, avvolgeranno altri tempi e altri nomi. Ma ci saranno gli stessi lavori per diciotto ore al giorno, e presto non ci saranno più le storie” (p. 49). Per ora, scrive il ragazzo che non diventerà mai giovane uomo, aspetto: osservo il vento che sferza la pioggia (il vento: sferza. La pioggia) sui vetri, e annebbia le vetrine. Poi Breece accende la piastra. Si prepara un caffè.
C'è un vecchio gioco che abbiamo smesso di giocare, forse è una fortuna. Volevamo essere adulti, volevamo superarci. Volevamo diventare altro. La fine della strada assomiglia molto a questa qui. Fa paura, e fa poesia.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Breece Dexter John Pancake, (1952-1979), scrittore americano.
Breece D’J Pancake, “Trilobiti”, ISBN Edizioni, Milano 2005, Traduzione di Ivan Tassi. Introduzione di Giacomo Papi.
Prima edizione: Scrive Wiki en: “Pancake published six short stories in his lifetime, mostly in The Atlantic. These and six stories left unpublished at his death were later collected in The Stories of Breece D'J Pancake, a 178 page volume published by Little, Brown and Company in 1983. It was reprinted in 2002 with a new afterword by Andre Dubus III. Pancake was posthumously nominated for the Pulitzer Prize for The Stories of Breece D'J Pancake”.
Approfondimento in rete: Rossana Campo / Wiki en / West Virginia College / NY Times. / Trilobiti / Dispenser
In Lankelot: Benforte su Pancake
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Giugno 2009.
Commenti
Non è mai semplice allinearsi alle pagine di chi ha voluto andarsene.
Ecco il mio incontro coi "Trilobiti" di Pancake. In un certo senso, piovuti nelle mie mani dopo anni di attesa.
?Tutta l?acqua che veniva dalle vecchie montagne scorreva verso ovest. Ma la terra si è sollevata. Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient?altro che un odore amaro tra i rovi di more, su per il crinale? (p. 18).
Piccolo movimenti di camera: piccole cose: questo è libro fondato sulla scrittura, questo è libro fondato sulle atmosfere. Le atmosfere dipinte o scolpite da uno scrittore che amava fare regali (p. 10) come i trilobiti, a chiunque incontrasse. Atmosfere che poggiano su descrizioni secche, incendiarie, esatte: come queste:
?Quando arriva l?estate, l?aria si fa afosa. Un branco di storni fluttua sopra di me. Sono nato qui e non ho mai voluto andarmene davvero. Ricordo gli occhi di papi morto che mi guardavano. Erano molto secchi e mi portarono via qualcosa. Chiudo la porta, vado verso il caffé? (?Trilobiti?, p. 13).
Folgorante. Attualmente, questo è il tipo di scrittura che più sento affine. Lo aggiungo alla lista dei prossimi acquisti, ringraziandoti, perchè non lo avevo mai sentito nominare. E, se non qui su Lankelot, sarebbe stato difficile incontrarlo altrove.
;).
Ti piacerà. E' un libro che avevo sentito nominare con amore e con affetto per anni - negli anni - e che avevo assaggiato per frammenti, fino al momento giusto. Probabilmente, il libro più rappresentativo delle ISBN. Sicuramente, una chicca per tutti gli appassionati di narrativa - a tutti i livelli.
Non ti nascondo che in quei passi che hai citato, vi ho scorto degli echi hemingwayani che non mi hanno lasciato indifferente... :)
In effetti sembra un anello di congiunzione tra EH e Pollock. Siamo proprio da quelle parti. Aggiungi un certo lirismo, e il quadro è completo:)
Sai una cosa? questo tipo di prosa mi sembra l'erede di quel tipo di poesia di inizio '900 che vedeva in Ungaretti il maggiore esponente. Una poesia asciutta, tutta protesa a cogliere il significato ultimo della parola, cogliendolo prima ancora che nel sema, nel suono. Da qui la scelta quasi chirurgica delle parole. Questa cosa l'ho trovata in alcuni racconti di Hemingway, in Carver, e questi passi da te citati di Pancacke mi sembrano andare proprio in quella direzione.
sì, viene dalla poesia: ma non escludo nemmeno che venga dal giornalismo. E' cambiato il respiro della comunicazione scritta, nel Novecento, e sono cambiate le immagini che accompagnano i pezzi: sono nati linguaggi nuovi - radiofonici, televisivi, cinematografici - e la letteratura ha assorbito qualcosa e preso altrove le distanze. E' molto difficile decifrare una trasformazione nel momento. Sta di fatto che oggi mi accorgo di sentire noia in un libro quando ho di fronte descrizioni troppo dettagliate di qualsiasi cosa. Gli autori descrittivi sono diventati sonniferi - non sonnolenti - perché adesso è fondamentale immaginare quel che viene accennato o evocato, non leggerne la ricostruzione metodica (pensa a come descrive Vasta: sembra che stia parlando a un pubblico cieco e sordo. A che serve? Ad annacquare o a intorpidire o a rincoglionire)
Che buoni i plumcacke!
"Se Breece D?J Pancake non si fosse suicidato a ventisei anni, nel 1979"
che bello, la mia stessa età. Eh, il tempo passa. Un giorno ti svegli e ti accorgi che sei già in età da suicidio.
Insomma il solito poetuncolo diventato famoso da morto. Franchi, sei il solito lettore mainstream.
(Ho un libro a firma Moccia, altro che sta roba, sesso droga e hip hop. Vedrai come ti insegno la letteratura)
11. hahahaah:)))
12. ahahahhaahha
10. è un gran momento, quello:)
Certo è un libro che ti fa pensare all'importanza dell'elenco del telefono. Ci hai fatto caso? Potrebbe servirti quando...
esatto. whitepages.com.
e' questione di un attimo, a quanto pare. Scavalcando brutalmente parassiti come gli agenti o i loro rappresentanti italiani.
Devo leggere Pollock.
(merita)
essì lo so, i tuoi consigli li seguo - quasi - sempre. :)
:)).
abbraccione, caro.