Panarari Massimiliano

L'egemonia sottoculturale. L'Italia da Gramsci al gossip. Intervista all'autore

Autore: 
Panarari Massimiliano

Massimiliano Panarari, classe 1971, consulente di comunicazione pubblica e politica, docente universitario di Analisi del linguaggio politico, firma di Repubblica e del Mulino, autore del recente, discusso “L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip” (Einaudi, pp. 148, € 16,50), è un intellettuale di sinistra con una visione solare del futuro.

GF: Siamo nel fulcro del degrado culturale: dai prodromi del “Drive-in” al trionfo dell’antipolitica. L’intrattenimento s’è fatto cultura dominante. È come l’anestesia di Marcuse. Un incubo. Quanto si sta rivelando vero e profetico questo suo saggio?

MP: Giudicando dall’insieme di reazioni, direi che il mio libro ha saputo interpretare uno Zeitgeist, uno spirito del tempo. Ambiti politici culturali ben diversi e distanti, per formazioni e preferenze, andavano già da tempo in queste direzioni: penso alle contaminazioni culturali del Secolo d'Italia, come agli ultimi libri di Nicola Lagioia (“Riportando tutto a casa”) e di Luca Mastrantonio (“L'irrazionalpopolare”). Credo che questo saggio abbia rappresentato una sorta di precipitato e abbia elencato una serie di fenomeni, per dimostrare che il berlusconismo è fondato su un’idea di politica fatta sull’“iperrealtà”, cioè sulle rassicurazioni di un mondo ben diverso da quel che appare. Le televisioni in Italia, a partire da “Drive-in”, hanno rappresentato la manifestazione più nazionalpopolare del neo-liberismo. Questo fenomeno epocale, da un punto di vista economico e culturale, è diventato massiccio ed efficace soprattutto grazie al radicamento della televisione.

GF: Neo-egemonia culturale, allora: da Gramsci al Gabibbo. E quindi, se si dovesse presentare la possibilità di cantare con un gran disimpegnato come Aznavour...

MP: Direi che questo è l’inveramento di quest’idea per cui tutti i registri sono stati abbattuti, e la politica, lo spettacolo e la musica, in dimensione disimpegnata, diventano tutt'uno, una sorta di impasto micidiale. Eco ci ha insegnato che non c’è barriera tra cultura alta e bassa, l’episodio di cronaca appena citato dimostra che il salto di qualità sta nel fatto post-postmoderno che il controllo politico passi nell’abbattimento di tutte le barriere: per costruire
consenso (audience) non ci si serve delle categorie della politica, ma di qualcosa di lontano dalla politica novecentesca. Ciò prepara l’apoteosi dell’antipolitica. Come un disco di Apicella,  come un passato da cantante sulle navi da crociera. Magari cantando Aznavour...

GF: Insomma: se la cantano, se la suonano... è una nuova politica. chiamiamola “la politica del cucù”. Come categorizzarla?

MP: È una definizione calzante. Credo che “Egemonia sottoculturale” sia un tentativo di raccogliere tanti fenomeni come questo. Non c’è bisogno di ricordare quanto Gramsci ci ha raccontato della storia d’Italia, e come il nucleo originario del concetto di egemonia culturale sia spendibile e impiegabile oggi, in scenari completamente cambiati, nelle relazioni tra certe classi dirigenti e una parte del popolo italiano.

GF: Una cena a casa di un giornalista tv: per studiare una buona exit strategy, a microfoni spenti. Ideale per salutare forse “la fine dell’opinione pubblica”?

MP: Ho grande simpatia per l’attovagliamento, come dice D’Agostino, ma credo che la sinistra più che fare cene dovrebbe rimettersi a studiare, rinchiudersi in centri studi per ripensare all’importanza dell’immaginario. L’immaginario è più importante di interessi e condizioni materiali sulle scelte di voto.
 
GF: Quali possono essere i nuovi intellettuali e i nuovi artisti italiani di riferimento, per forgiare e plasmare una nuova egemonia culturale? Quanto è importante che siano estranei all’ideologia?

MP: Credo che una persona molto capace sia Carlo Freccero. Credo che molte lezioni dovremmo prenderle da Aldo Grasso, da Alberto Abruzzese. Credo che il PD possa attingere a Gianni Cuperlo. Credo si debba guardare con attenzione a ciò che accade in Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Dovremmo rileggere libri usciti tra Sessanta e Settanta, perché i situazionisti come Debord avevano già saputo anticipare certe cose. Proprio come Foucault.

GF: «Mezzi di distrazione di massa». Qual è la distrazione ideale per esorcizzare l’incubo p3? Un altro esercizio di voyeurismo supremo?
 
MP: Probabilmente sì. Una cosa cui ci ha abituato questo uso della tv è l’enorme potere simbolico e l’enorme creatività che è in grado di mettere in gioco soluzioni inimmaginabili. Un nuovo reality potrebbe essere adatto: o una nuova rivoluzione del costume (come quella che ci ha trasformati forzatamente in coatti): siamo passati dal realismo all’iperealitysmo. Le vie del potere manipolatorio che utilizza armi di distrazioni di massa sono infinite. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi... serve spirito critico.

GF: Sin qua, quali tra le reazioni al suo libro l’hanno più sconfortata, e quali più stupita?

MP: Sì... “Il Giornale” e “Libero” sono stati particolarmente duri e feroci: mi permetto di immaginare che sia successo perché il libro ha colto nel segno. Sono positivamente colpito dallo spazio dedicato al testo da Secolo e Farefuturo: la sua compatibilità col lato eretico e corsaro del loro lavoro conferma che questo è un libro fuori dagli schemi. Don Andrea Gallo ha detto a Repubblica Genova che questo è un saggio indispensabile da leggere: mi ha fatto piacere, dico davvero.

GF: Nuove narrazioni capaci di riconquistare gli spettatori-(e)lettori: cosa immagina, oggi? Può Vendola...?
 
MP: Sì, io credo che Vendola sia la risposta più facile e immediata, nel suo lessico politico postmoderno di sinistra ha colto la dimensione della narrazione. In generale, mi riferisco al centrosinistra, il discorso delle narrazioni diventa fondamentale, in questo momento. Il punto è fare proprio questo linguaggio decisivo, quello televisivo, sperimentando e innovando: non con un palinstesto bacchettone, ma servendoci di un mezzo di massa formidabile come la tv e animando un modello culturale, e non subculturale, che sappia essere non supponente e sappia portare informazione, conoscenza e spirito critico.

GF: Il suo saggio, assieme all’ultimo romanzo di Carlo D’Amicis, “La battuta perfetta”, ha interpretato tutto il malessere per la decadenza culturale italiana. Protagonista, guarda caso, la fatiscenza catodica... superato il complesso di Eco?

MP: Sì... quello di D'Amicis è un ottimo romanzo. Rientra in questa congerie. Siamo probabilmente a uno zenit del fenomeno: la cultura bassa ha finito per sovvertire completamente la realtà, e le sue manifestazioni più prive di contenuto culturale autentico hanno finito per diventare dominanti. Grazie a Eco esistono fenomeni che hanno segnato in maniera potente la cultura nazionale, dalle graphic novel ai fumetti. L’elemento nuovo che invera le considerazioni di Eco è che l’assenza di cultura si trasforma in egemonia sottoculturale. Diventa quindi uno strumento di controllo, per dirla con Foucault.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Massimiliano Panarari (1971) consulente di comunicazione pubblica e politica, docente universitario di Analisi del linguaggio politico e firma di “Repubblica” e del “Mulino”.
 
Massimiliano Panarari, “L'egemonia sottoculturale”, Einaudi, Torino 2010.
Per approfondire: Liberolibro / Arianna / Corriere della Sera /
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Luglio 2010. L'intervista, in forma leggermente diversa e più sintetica, è già apparsa sul “Secolo d'Italia” del 17 luglio, p. 4.
ISBN/EAN: 
9788806204839

Commenti

[panarari] un'intervista

[panarari] un'intervista uscita due mesi fa sul Secolo. Mi sembra sempre estremamente attuale, ve la ripropongo...

[egemonia sottoculturale] tra

[egemonia sottoculturale] tra i lettori ideali di questo libro, da queste parti, ci vedo sicuramente il Lupus.

[Panarari] Libro da leggere

[Panarari] Libro da leggere perché sono temi che mi interessano, anche se poi di televisione non so molto visto che non la guardo quasi mai e vengo da una famiglia dove era quasi vietata la visione e andando avanti nel tempo, la televisione diventerà sempre meno quella che a cui ci siamo abituati. Poi però non mi si venga a dire che bisogna prendere lezioni da Grasso o Cuperlo, perché sinceramente ogni volta che mi è capitato di ascoltarli o di leggere qualcosa di loro, sono rimasto sinceramente divertito dal fatto che vengano indicati come personaggi di riferimento.

[Panarari] E aggiungo, mi è

[Panarari] E aggiungo, mi è capitato di leggere un articolo di Veneziani su questo libro. Non è un intellettuale che stimo molto Veneziani ma nel suo articolo colpiva nel segno. Ovvero un'abitudine, non solo italiana, di circoscrivere un problema solo al nostro Paese. Come se dall'oggi al domani sia successa questa cosa. Certo, gli orrori portati dalla televisione commerciale berlusconiana (ma anche prima del biscione) sono innegabili ma è qualcosa di più ampio e complesso, senza dimenticare che prima c'era solo la Rai.  La televisione per come la vediamo è un mezzo relativamente giovane. Drive In non è preistoria. E' giovane e sta già invecchiando e trasformandosi, anche sotto la spinta della tecnologia. 

Detto questo, io nel mio piccolo noto una grande differenza fra la tv di stato italiana e quella svizzera. Quella svizzera in prima serata ha una serie di programmi che mi colpiscono per come sono fatti e non ne trovo su quella italiana.

 

[panarari-veneziani] questo è

[panarari-veneziani] questo è un passo interessante, della "contronarrazione" di Veneziani:

"Ma poi vi ricordate quante canzoni stupide, quanti filmazzi idioti, quanta comicità demente c’erano nell’Italia «gramsciana» degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta? Non era anche quella egemonia sottoculturale di massa? E quando Pier Paolo Pasolini voleva spegnere la stupida tv e piangeva le macerie morali e spirituali non c’era ancora la tv commerciale e Berlusconi andava ancora per crociere. E quando Eco scriveva la fenomenologia di Mike Bongiorno non c’era ancora il biscione ma la sua tv era la Rai di Stato. Quanto al gossip il nome è nuovo ma la molla è antica: si chiamava pettegolezzo e una volta si applicava al condominio o al villaggio locale. Ora si applica a internet e al villaggio globale. C’è un degrado? Sì, lo credo anch’io, ma perché discendiamo da quei presupposti e in discesa tutto acquista velocità."

[grasso] forse non è troppo

[grasso] forse non è troppo d'accordo nemmeno grasso. Un mese dopo questa intervista, sul Corsera... http://www.corriere.it/cultura/10_agosto_23/grasso-voglia-egemonia_e96de...

[Grasso] Ah ah ah ah

[Grasso] Ah ah ah ah

[panarari] la cosa che più mi

[panarari] la cosa che più mi ha colpito delle idee dell'autore, come nel caso del romanzo di D'Amicis, è che mi ritrovo totalmente d'accordo nell'imputare un ruolo assolutamente dominante della televisione nella fortuna politica del berlusconismo. E quindi sono istintivamente portato a criminalizzarla.

Panarari dice: "Le televisioni in Italia, a partire da “Drive-in”, hanno rappresentato la manifestazione più nazionalpopolare del neo-liberismo. Questo fenomeno epocale, da un punto di vista economico e culturale, è diventato massiccio ed efficace soprattutto grazie al radicamento della televisione."

E massimalizza. Visione fascinosa. Io direi, più semplicemente, che...

- se le 3 reti di b. d'antan potevano, più degli altri suoi media, "creare consenso" attorno a cose o persone da niente [e oggi è identico]

- allora l'uomo col potere di "creare consenso" ha potuto crearlo e ribadirlo per sé stesso e per il suo partito, e quindi mantenerlo nel tempo, riuscendo a forgiare dal nulla un "non partito" senza storia e senza presenza sul territorio (quindi non italiano, non politico) e a portarlo immediatamente al potere.

- ciò conferma drammaticamente che la capacità di "creazione di consenso" è pericolosamente in mano ai media. Ma più ancora, ci conferma che se di un partito non parla la tv, allora quel partito [guarda il movimento 5 stelle di grillo] impiegherà un decennio almeno per poter competere con i rivali.

- "creare una notizia" è già "creare consenso/dissenso" attorno a qualcosa.

Insomma - al di là della squallida qualità della tv commerciale privata principe e delle tre reti statali [parliamo della vecchia tv, quella che più o meno tutti sapevamo cosa fosse], e della capacità della tv di veicolare il "neoliberismo", a me angoscia la capacità della tv di inventare berlusconi politico e il berlusconi partito. Perché questo è ciò che è successo. Nascono partiti - tanti - ogni anno. Nel 99% dei casi nemmeno ci accorgiamo della loro esistenza. E' per questo, a monte, che B. non poteva essere candidato. E' per questo che urgeva restare fedeli alle leggi sul conflitto d'interessi, che già esistevano.

 

[Panarari] Su quello sono

[Panarari] Su quello sono d'accordo con te, anche se non è stata solo la televisione ad aiutarlo. Certo che però quel messaggio da inviato del Signore della terra sembrava una puntata di Dallas (quello lo vedevo perchè piaceva a mia nonna).

[panarari] 22 ottobre, a

[panarari] 22 ottobre, a Bellaria [Rn], vi segnalo la presentazione del libro presso la Biblioteca Panzini (via Paolo Guidi 108) alle ore 21. Intervengono Francesco Borgonovo e Walter Siti.

[panarari] intervista rimasta

[panarari] intervista rimasta estremamente interessante.

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