“[...] la tristezza di questa cultura che moriva insieme all'impero era ovunque. Lo sforzo per l'occidentalizzazione mi è parso sempre trarre origine, più che dal desiderio di modernizzazione, dalla voglia di liberarsi degli oggetti carichi di tristi e dolorosi ricordi rimasti fra le rovine di quel mondo, proprio come si buttano via gli abiti, i gioielli, gli oggetti e le struggenti fotografie di una persona amata morta all'improvviso. Poiché non siamo riusciti a costruire un'entità forte, solida, nuova, occidentale o locale, un mondo moderno al posto dell'antico, tutto questo sforzo è servito perlopiù a dimenticare il passato: ha causato l'incendio e il crollo delle case signorili, la semplificazione e la vaghezza della cultura e la sistemazione degli interni degli alloggi come musei di una tradizione che non ci è mai appartenuta. Ho vissuto tutta questa stranezza e angoscia, che mi si sono insinuate dentro a poco a poco, durante la mia infanzia, come una forma di noia e di malinconia.”
Diciamoci la verità, il fascino della vecchia e trina Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul nel Novecento era andato un po' scemando da parte europea. A poco sarebbero servite le canzoni di Guccini, dei Litfiba o dei CCCP. Sarà che il fascino di una civiltà agonizzante come quella ottomana aveva lasciato posto ad una repubblica grigiastra, introversa, illiberale. Sarà che quello che da sempre per l'Europa era stato l'Oriente si era fatto un po' meno orientale. Insomma non era più il tempo dei viaggi di Flaubert, di Gautier, di Nerval, di Hugo, di Mark Twain, di De Amicis. Istanbul ha vissuto un secolo in sordina, ma non è morta; ha passato il tempo a rimescolarsi, a ridefinirsi, ad accrescersi, ad elaborare il lutto di non essere più una capitale. Ora pare voler risorgere agli occhi degli occidentali tramite la voce, stavolta, di uno scrittore da essa allevato, uno scrittore che ha interiorizzato la visione “esotica” della sua città prodotta dagli europei, ma che in più può aggiungere una lettura indigena e ci restituisce, come idea prima che come luogo, una Istanbul che rivive sotto la cifra della malinconia. Malinconia di qualcosa di irrimediabilmente perduto. Ma malinconia produttiva, poetica; perché Istanbul guardando il mare che la attraversa lo capisce: in questa vita non ci si può fermare, bisogna continuare a fluire e a ribollire.
È un libro ben costruito, composto di 37 brevi capitoli arricchiti da moltissime fotografie e disegni, organizzati secondo un piano piuttosto preciso e funzionale, con uno spirito, diciamo così, architettonico, che progredendo costruisce l'idea di Istanbul. Il titolo italiano Istanbul è almeno in parte ingannevole perché non prende in considerazione la parola hatıralar del sottotitolo turco: ricordi. Ecco così che si scopre assieme al libro sulla città, il libro autobiografico, che inscrivendo la vita dello scrittore in quella più ampia della città e allo stesso tempo circoscrivendo attorno alla vita dello scrittore quella del luogo, effettua una sorta di sovrapposizione di identità, per cui lo scrittore e la città, per quanto possibile, tendono a combaciare e a scambiarsi mutuamente i riflessi delle proprie personalità. Seguendo tappe biografiche l'autore costruisce l'immagine della città inserendo capitoli dal carattere enciclopedico o descrittivo che illustrano storicamente il definirsi ideale della città del Bosforo; sono questi i capitoli che leggiamo con più soddisfazione. Il tono ha un'impostazione colloquiale, sebbene a volte sia artefatto e premeditato.
Secco e buono l'attacco. Si pongono sul piatto gli ingredienti principali: l'autobiografismo, divaricato da un senso di doppiezza tutto letterario; il dialogo con altri scrittori e le loro visioni di Istanbul; un senso forte del destino ed uno ancora della tristezza; la quotidianità caotica, rovinosa e brulicante di Istanbul e della Turchia, il suo essere cronaca qualunque e pur tanto significativa, illuminata e percorsa (si pensi al capitolo sulle navi che attraversano il Bosforo) da eventi epocali e mondiali che accendono il fluire delle cose, come fa un fuoco d'artificio sul mare. Il quarto capitolo, La tristezza delle case signorili dei pascià, ormai abbattute, avvia la sinfonia di Istanbul in una tonalità di crollo e sfacelo. Ma crollo di cosa? Crollo ad esempio di quella cosiddetta «Civiltà del Bosforo», descritta dagli scrittori turchi di primo novecento come A. Ş. Hisar, o prima ancora ritratta nei Panorami del Bosforo di Melling, pittore tedesco di origini italiane che come altri (ricordiamo il padovano Fausto Zonaro), attraverso i suoi dipinti paesaggistici ci consegna la forma e la grazia della Istanbul fra diciottesimo e diciannovesimo secolo; un po' come il Canaletto per Venezia, se non fosse che la Serenissima è ancora lì perfettamente conservata a testimoniare se stessa, mentre Istanbul è ormai totalmente altra. Mentre la vita di Pamuk prosegue nelle sue tappe ordinarie come scuola, traslochi e passeggiate, questa visione debitrice degli scritti o dei dipinti di scrittori precedenti in lui si viene cementando: è così che conosciamo quelli che l'autore chiama nel capitolo undicesimo, Quattro scrittori tristi e solitari. Essi rispondono ai nomi di Yahya Kemal, Reşat Ekrem Koçu, A. Ş. Hisar e Tanpınar. Quattro personalità diverse, chi poeta, chi enciclopedista, chi storico e chi romanziere, ma accomunate da una stessa contraddizione: “Volevano scrivere come i francesi: su questo non avevano dubbi. Ma sapevano anche che, scrivendo come gli occidentali, non potevano essere originali quanto loro. Invece la cultura francese aveva insegnato loro, insieme al concetto moderno di letteratura, pure l'idea di autenticità, originalità e verità cui non dovevano sottrarsi...Trovarono ciò che cercavano in una realtà molto autentica e poetica, cioè nel crollo di una grande civiltà.” Ecco quindi che a partire dalle opere di questi scrittori viene maturando quel aura di malinconia che ancora aleggia ad Istanbul e che Pamuk introietta. Ma proseguendo nella lettura c'è spazio anche per frammenti di cruda concretezza che ci rammentano i fatti avvenuti ad Istanbul. Ecco allora gli assalti ai quartieri greci avvenuti nel 1955; ecco gli incidenti fra le petroliere greche, russe o jugoslave negli anni sessanta, ecco un carico diretto a cuba che viaggiando nella nebbia perde la rotta ed entra nella bella villa di un ricco signore; ecco gli appostamenti per ammirare gli incendi delle ville di legno; ecco ventimila pecore in attesa di essere ripescate dal Bosforo o gli episodi di gente volata giù dai ponti in macchina! Questi spaccati di realtà sono però intermezzi. L'immagine della città fatica ad essere immagine reale; la descrizione non può essere realistica, necessità di sublimazione e di idealizzazione. Perciò intervengono dei “filtri” come può essere il bianco e nero, che riporta al passato, o la trasfigurazione in immagine filmica, fino ad arrivare ai dipinti o alle parole dei visitatori occidentali, i quali aggiungono un filtro culturale. Istanbul è allo stesso tempo una città violentemente intima, propria di chi la vive, e pure città degli altri, di tutti, di due continenti, due civiltà, due culture. Istanbul è soprattutto immagine, soprattutto simbolo, letteratura. Ecco i capitoli Nerval ad Istanbul, La malinconica passeggiata di Gautier,Sotto gli occhi dell'Occidente (in cui si fa riferimento ai viaggi di Lamartine, Mark Twain, Pierre Loti, André Gide, Iosif Brodskij, Knut Hamsun e H. Ch. Andersen), Flaubert ad Istanbul. Per sapere come vivesse la vecchia Istanbul non si può che ricorrere a loro e alle foto e ai quadri dei loro compagni di viaggio, poiché i turchi non scrivevano e non raffiguravano la città; scrive Pamuk: “Guardare Istanbul come se fossi uno straniero è per me un'abitudine piacevole e necessaria soprattutto contro il senso di comunità e il nazionalismo”.
Nel Novecento l'identità cosmopolita della città è sparita sotto la spinta identitaria della Repubblica Turca. La città delle élites ottomane, armene, greche, ebree, italiane, francesi, tedesche, che dal XIX secolo facevano affari e smuovevano scenari politici assieme alle classi dirigenti europee e mitteleuropee, ha lasciato il posto ad una metropoli riempita da una massa inurbata riversatasi dall'Anatolia. E a questo ricambio hanno contribuito non poco le “depurazioni” etniche del ventesimo secolo. Ma oggi come oggi si assiste ad un recupero cosiddetto “neo-ottomano” che restituisce il luogo allo scenario internazionale, attraverso il recupero delle tradizioni artistiche precedenti, attraverso una politica estera “di buon vicinato” che riallaccia i rapporti con le vecchie provincie ottomane balcaniche o mediorientali ed innalza Istanbul a fulcro di un'intera regione. Questo libro di Pamuk, col suo continuo compianto per ciò che è crollato o dimenticato assurge a emblema di questo movimento culturale, che ricuce lo strappo intervenuto nel 1923 e riporta alla luce il sommerso. Ma questa operazione non può essere compiuta se non rimettendo in discussione il processo occidentalizzatore che fu alla base dell'impostazione della Repubblica; per cui molti nazionalisti vedono traballare le fondamenta delle loro convinzioni e lo slogan fondativo “la Turchia è dei turchi” è costretto a fare i conti con un passato in cui la Turchia era di “tutti”.
La famiglia alto-borghese di Pamuk, arricchitasi grazie agli affari di un nonno che investiva nelle ferrovie (uno dei principali strumenti di modernità dell'epoca) e cresciuta facendo propria la cultura europea e stigmatizzando le tradizioni locali come retrive zavorre che impediscono il progresso, negli anni in cui lo scrittore cresceva andava incontro a pesanti fallimenti e, anch'essa come la città, incontro ad un crollo. Ecco allora che nella sensibilità di questo scrittore il declino dell'illusione occidentalista, ridà spazio al recupero di ciò che quell'illusione aveva sepolto: la secolare cultura ottomana. Sulla base del sentimento di malinconia per ciò che è perduto si innesta lo slancio creativo che lo ritrova e rivitalizza. Questo libro non ci descrive una città in maniera neutra. Ce la presenta innanzitutto come veicolo di un sentimento intimo, poi di un sentimento collettivo e infine di un'idea culturale, storica, politica. Istanbul è un'idea e Pamuk è il suo portavoce. Istanbul è luogo geografico ma è anche astrazione e simbolo di una Turchia che riallaccia la continuità col suo passato.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE: L'edizione è Einaudi 2006-2008 con traduzione di Şemsa Gezgin dall'originale İstanbul. Hatıralar ve Şehir pubblicato nel 2003 da Yapı kredi Yayıncılık.
Orhan Pamuk è giornalista e scrittore turco. Con questo libro gli accademici svedesi gli assegnano il Nobel per la letteratura nel 2006.
WEB: http://www.orhanpamuk.net/
Lankelot: http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?P/Pamuk+Orhan
Commenti
[istanbul] neo FRANZ!
[istanbul] neo FRANZ!
[pamuk] tutto pamuk in lanke:
[pamuk] tutto pamuk in lanke: http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?P/Pamuk+Orhan
(Istanbul - Pamuk). Era mio
(Istanbul - Pamuk). Era mio desiderio leggere questo libro dopo esser stata ad Istanbul. Non volevo un'immagine aggiornata della città, volevo scoprirla così com'era nei ricordi di antiche letture. Ed ho scelto di arrivarci appositamente in un modo particolare, per avere sempre nei miei ricordi di Istanbul l'idea antica della città, all'alba. Per vari motivi, la lettura di Istanbul secondo Pamhuk è scivolata nell'oblio. Grazie di questo bel lavoro di approfondimento-scoperta della Turchia e spero presto di affrontare il testo, magari gustandomi tra una pagina e l'altra, un lokum di cui sono particolarmente golosa (ho lasciato Istanbul gustando un lokum).
(Istanbul-Movida): Già!
(Istanbul-Movida): Già! Azzeccatissima la scelta di andare ad Istanbul senza leggere Pamuk, ma solo con una scorta di sensazioni e ricordi. Avrai scoperto e gustato la tua Istanbul, senza influenze ed interferenze; e l'avrai fatta tua. Pamuk, se vuoi, viene dopo. La sua è una rassegna se vogliamo anche erudita e dettagliata della sua Istanbul e della Istanbul vista dagli intellettuali. Se vuoi invece percepire vivamente le sensazioni di quella città allora dovresti dirottarti su Sait Faik: non ha scritto un libro che si chiama Istanbul, ma Istanbul scorre nelle sue stesse parole. P.S.: Ok per i lokum, ma che ne dici di un piattino di baklava cosparsi di gelato al pistacchio? ;)
[istanbul] ammazza franz,
[istanbul] ammazza franz, altro articolo pazzesco. Davvero molto bello. "Istanbul è un'idea e Pamuk è il suo portavoce. Istanbul è luogo geografico ma è anche astrazione e simbolo di una Turchia che riallaccia la continuità col suo passato."
> Fantastico. Bravo.
[Istanbul] repubblica di
[Istanbul] repubblica di oggi:
http://www.repubblica.it/esteri/2010/09/12/news/con_i_militari_c_il_rischio_di_golpe_la_costituzione_turca_ora_va_cambiata-6990598/?ref=HREC1-4
(Istanbul) Mi associo a
(Istanbul) Mi associo a Franchi, pezzo bellissimo. Pieno di riflessioni intelligenti e di conoscenza dei temi trattati dall'autore. Complimenti davvero, Francesco.
(Istanbul): Amici çok
(Istanbul): Amici çok teşekkürler! Ovvero grazie tante, in turco. Mi onorate con la vostra attenzione!
(Istanbul) Le due cose non le
(Istanbul) Le due cose non le ho mai mangiate in combinata...nel frattempo mi sono appena arrivate direttamente da Istanbul due maxi confezioni tutti gusti di Lokum...me ne sto giusto mangiando uno ora con ripieno di pistacchi e ricoperto di cocco...:)
(İstanbul): Afiyet olsun,
(İstanbul): Afiyet olsun, direbbero qui in Turchia; quando ti mancano i rifornimenti fai un fischio :)
(Istanbul-Pamuk-Referendum):
(Istanbul-Pamuk-Referendum): And grazie del link. Ho letto il pezzo intervista di Marco Ansaldo stamattina. Spiega in maniera succinta ma efficace le questioni che riguardano il referendum. Ma quello che mi dà un pò fastidio è che per il lettore italiano sia sempre e solo Pamuk a spiegare qualcosa sul suo paese, come fosse l'unico intellettuale turco.
E' notizia fresca di queste ore che al referendum costituzionale abbia vinto il "sì" come auspicato da Pamuk. Con Gianfranco si era parlato di un piccolo reportage sull'argomento, a seguito della discussione sull'articolo Neve. Purtroppo reportage in presa diretta non potrà essere perchè sono rientrato momentaneamente in Italia. Però magari una piccola scheda tirata giù spulciando le testate web posso anche pubblicarla...sempre che a qualcuno interessi! Aspetto sollecitazioni ;)
[istanbl/referendum] vai!:)
[istanbl/referendum] vai!:)
[Pamuk-Europa]: Articolo di
[Pamuk-Europa]: Articolo di Pamuk sull'Europa dal NYbooks review: http://www.nybooks.com/articles/archives/2011/feb/10/fading-dream-europe/
[pamuk, europa] è un articolo
[pamuk, europa] è un articolo molto triste, che conferma lo stallo che stiamo osservando. Questo passo, in particolare, è davvero terribilmente chiaro:
"But this rose-colored dream of Europe, once so powerful that even our most anti-Western thinkers and politicians secretly believed in it, has now faded. This may be because Turkey is no longer as poor as it once was. Or it could be because it is no longer a peasant society ruled by its army, but a dynamic nation with a strong civil society of its own. And in recent years, there has of course been the slowing down of talks between Turkey and the European Union, with no resolution in sight. Neither in Europe nor in Turkey is there a realistic hope that Turkey will join the EU in the near future. But to admit to having lost this hope would be as crushing as to see relations with Europe break down entirely. So no one has the heart even to utter the words".
Grazie per la segnalazione, Franz.