Pamuk Orhan

Il libro nero

Autore: 
Pamuk Orhan

Libro nero può farci pensare ad una lista di nemici; rinviando alla “scatola nera” degli aerei, può farci venire in mente una traccia precisa che serva a ricostruire la verità dei fatti: niente di tutto questo. Il libro nero è lontano dall'essere una precisa descrizione di alcunché, piuttosto la tonalità del nero dovrebbe portarci a pensare ad un mare di inchiostro che invade le pagine e ne copre il bianco senza riempirlo di significato. Ma questa non vuole essere una critica, poiché la ricerca e l'assenza del significato sono il tema stesso proposto dall'autore, che direziona forma e sostanza della scrittura verso il medesimo obiettivo. Non sempre riuscendoci.

Apparentemente abbiamo difronte un giallo: Galip, giovane avvocato protagonista della storia, viene abbandonato dalla moglie Rüya e dal fratello di quest'ultima, Celâl, famoso rubricista del quotidiano «Milliyet». Galip inizia la sua ricerca per le strade e gli interni di una Istanbul impalpabile, descritta nei minimi dettagli e purtuttavia evanescente, coperta da un velo di neve e nebbia che ne cela l'identità profonda e la pone come punto interrogativo misterioso disegnato a cavallo di due continenti. Come ogni giallo che si rispetti, anche qui non manca il morto, anzi i morti, ma la loro presenza si manifesta soltanto nelle ultime pagine; nel corso del racconto a dominare è piuttosto la loro assenza.
Ma se del giallo Il libro nero può avere alcune caratteristiche esteriori, di certo non ne ha la sostanza, non ne ha gli obiettivi, non ne ha l'indole. Tutto il libro si struttura attorno alla ricerca di personaggi scomparsi, ma a ben vedere ciò di cui si inseguono le tracce è di tutt'altra natura, vive al di fuori del libro, non è fatto di “materiale fittizio o narrativo”: è la storia stessa dell'identità di un paese, la sua problematica e affascinante ricerca di se stesso.
 
Diciamo subito che questa identità non viene mai raggiunta, né l'autore riesce mai ad esprimerla. Essa rimane posta come mistero, come premonizione di un significato profondo e inaccessibile che si cela sotto la coltre di una miriade di fatti, oggetti, volti, figure, sotto la nube di un caos fibrillante.
La ricerca di Galip si perde di volta in volta su piste misteriose ed inconsistenti, allusive a trame politiche segrete, a sette religiose, ad interpretazioni escatologiche di scritti capitali della letteratura orientale, conduce in gallerie sotterranee in cui si conservano e si stratificano le infinite identità passate della città, conduce nei cinema in cui i turchi degli anni Sessanta (epoca in cui si svolgono i fatti del libro) comprano le identità che vengono dall'estero, dall'America soprattutto. La ricerca della moglie Rüya da parte di Galip si pone come esplicita metafora della ricerca di un paese del sogno che possa strutturare la sua personalità (rüya in turco vuol dire appunto “sogno”), è la ricerca di un collante identitario che dia senso all'esistere.
 
Due parole vanno spese per quanto riguarda la struttura narrativa e lo stile del libro. Il libro nero è un libro faticoso, spesso pesante, che offre poche gratificazioni alla pazienza del lettore. È un libro confuso, come confuso è il tema che pone senza riuscire a risolvere.
Ad ogni capitolo in cui si racconta in terza persona della ricerca di Galip, segue una rubrica scritta da Celâl, che a volte sembra legata da un sottile filo conduttore al tema del capitolo. È proprio in queste rubriche che Pamuk può dare spazio alla sua vena creativa, al suo talento fantasioso e allucinato: ogni rubrica si intrattiene su un tema particolare della vita e della cultura della città di Istanbul, con vena ironica, scanzonata e pungente.
Ma nel resto del racconto, lì dove Pamuk dovrebbe mostrare finalmente (dopo che i precedenti romanzi La casa del silenzio e Il castello bianco venivano costruiti, attraverso degli artifici narrativi, con racconti in prima persona) la sua capacità di raccontare in terza persona, secondo un modello di romanzo che potremmo definire ottocentesco e che a lui sembra essere molto caro, la sua scrittura si perde. Si perde nella fatica di portare avanti la trama, si perde in lunghe descrizioni ed elenchi di dettagli poco rilevanti, si perde in un poco velato autobiografismo che lascia venir fuori ricordi dell'autore che appaiono poco connessi e poco significativi per il romanzo. Volendo essere indulgenti potremmo dire che si perde nel caos stesso che intende rappresentare. Ridondanti le metafore che riguardano il tema dell'identità e del “essere se stessi”: il cinema, i manichini, il mistero delle lettere contenute nei volti. Artificiosa e mal riuscita è infine la rivelazione finale che ci spiega come il narratore della ricerca di Galip, sia Galip stesso.
 
Insomma un libro faticoso, uno stile che può indurre a sazietà, un tema complesso che non si risolve. Sembrerebbero tre elementi necessari e sufficienti a decretare un fallimento letterario, a convincere di non leggere più alcunché di Pamuk. Il risultato invece è opposto.
Sono convinto che questo libro possa mostrare la forza dello scrittore Pamuk, la sua capacità di individuare temi complessi e personali e di costruirvi attorno una narrazione che sia insieme espressione individuale e riflessione collettiva. Andremo avanti quindi a leggere suoi romanzi cercando di scoprire se egli sia stato in grado, dopo questo farraginoso libro nero del 1994, di sveltire e scaltrire il suo stile, di svolgere con più chiarezza ed evidenza letteraria i temi importanti ed universali che riesce a porsi. Cercheremo di andare avanti dunque, seguendo le tracce, le ragioni e le motivazioni del Nobel arrivato nel 2006.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Orhan Pamuk (Istanbul, 7 giugno 1952) è uno scrittore turco, il primo della sua nazione a vincere il Premio Nobel, nel 2006.

PAMUK in LANKELOT: qui
Francesco M, maggio 2010
ISBN/EAN: 
978-88-06-19766-7

Commenti

[pamuk, libro nero] nuovo

[pamuk, libro nero] nuovo articolo di Francesco! (tripletta!)

[pamuk] questo è

[pamuk] questo è affascinante: "Tutto il libro si struttura attorno alla ricerca di personaggi scomparsi, ma a ben vedere ciò di cui si inseguono le tracce è di tutt'altra natura, vive al di fuori del libro, non è fatto di “materiale fittizio o narrativo”: è la storia stessa dell'identità di un paese, la sua problematica e affascinante ricerca di se stesso."

> Quindi siamo distanti dal modello pirandello-pontiggia, siamo dalle parti dell'opera ultra-allegorica e massimalista. Da quel che scrivi, mi sembra il Pamuk più moderno, meno manierista. Sbaglio?

[pamuk] molto buoni questi

[pamuk] molto buoni questi tuoi rilievi critici: "Si perde nella fatica di portare avanti la trama, si perde in lunghe descrizioni ed elenchi di dettagli poco rilevanti, si perde in un poco velato autobiografismo che lascia venir fuori ricordi dell'autore che appaiono poco connessi e poco significativi per il romanzo. Volendo essere indulgenti potremmo dire che si perde nel caos stesso che intende rappresentare."

> Analisi molto limpida:).

Da quello che ho potuto

Da quello che ho potuto capire leggendo i suoi primi tre romanzi, tutto l'intento "autoriale" di Pamuk sta nel riuscire ad alludere attraverso le sue narrazioni a contesti e realtà che esuberano dalla narrazione in sè, e dalla letteratura; che si riallacciano alle dinamiche sociali e identitarie della Turchia. Cerca insomma si raccontare le dinamiche della Storia (patria, spesso) attraverso storie. Questo, dicevo, e anche ciò che cerca di fare nel Libro Nero.

Non saprei dirti se è il Pamuk più moderno (devo ancora leggere quelli che sono considerati i suoi "capolavori"); nè so dirti se ci troviamo difronte a letteratura massimalista. Di certo non c'è ultra-allegoria, ma allegoria. Il manierismo però l'ho sentito in questo libro, come non l'avevo sentito nei precedenti. La complicatezza dell'assunto, dell'idea sorgente, sembra aver reso la vita difficile al nostro scrittore, e il risultato è una pesantezza poco piacevole. Questo non vuol dire che l'idea di partenza fosse malvagia o cretina; secondo me non lo era affatto.

Purtroppo però, ora sto leggendo il libro successivo La Nuova Vita (ne darò conto su Lankelot, altri collaboratori ne hanno già scritto qui) e scoprò che i difetti si ribadiscono. Stesso schema narrativo, stessa intenzione, stessa pesantezza. Costante allusione ad un mistero da cercare (allegoria scoperta dell'identità del suo paese Turchia), ma tortuosità del percorso e povertà della scrittura. Spesso mi viene il dubbio che molto sia da addebitare a cattivi traduttori, ma non ho elementi per pronunciarmi su questo.