Continuo a compiere i miei primi ed avidi passi nella letteratura turca, seguendo in ordine cronologico le pubblicazioni dell'autore attualmente più famoso e più tradotto (e quindi di più facile reperibilità) della Turchia, ovvero Orhan Pamuk. Prima vi avevo parlato di Sessiz Ev (La casa del Silenzio), ed ora è il turno di Beyaz Kale (Il castello bianco), che al primo è legato da un tramite particolare: il Castello bianco è un libro che racconta di uno scambio di identità, ma ad essere ambigua e confusa è anche l'identità del romanzo stesso. Infatti il narratore del Castello è uno dei personaggi de La casa del silenzio, Faruk Darvinoğlu, lo storico depresso, alcolizzato e abbandonato dalla moglie, che rovista fra le polverose carte degli archivi di Gebze, rispolverando miriadi di storie individuali che faticano a strutturare la Storia, seguendo le tracce di una ipotetica pestilenza che infestò Istanbul nel diciassettesimo secolo e di cui non si hanno riscontri. È proprio quel Faruk che pubblica l'ipotetico manoscritto del diciassettesimo secolo che è poi Il castello bianco; è ancora lui che nel pubblicarlo, lo dedica a sua sorella Nilgün, morta nel primo romanzo. Insomma un contemporaneo gusto per la complicazione che va annoverato come una delle possibili varianti al topos letterario del manoscritto ritrovato, di cui abbiamo esempi storici in Cervantes, Manzoni, Stendhal; qui dunque, a ritrovare un manoscritto fittizio è appunto un personaggio fittizio, filtro ulteriore fra i personaggi e l'autore.
A far luce su questa operazione, e sulla consapevolezza con cui viene compiuta, sta la Postfazione a Il castello bianco, firmata (finalmente) da Pamuk in persona, e pubblicata nell'edizione Einaudi. Si sarebbe portati a parlare, dopo questo secondo riscontro, di una sorta di imbarazzo di Pamuk nel prendere la parola e nel rivolgersi al lettore; almeno in questi suoi primi romanzi egli ha cura di porre filtri e separazioni: ne La casa del silenzio era la narrazione “corale” che di volta in volta passava da un personaggio all'altro; ne Il castello bianco è l'artificio di cui si è appena detto.
Dicevamo che Il castello bianco narra di uno scambio di identità e aggiungiamo che a renderci più vicino il tema sta il fatto che i due personaggi che si scambiano l'identità sono un turco ed un italiano. Storia mediterranea come tante affolleranno gli archivi di storia moderna, storia che ha il suo palcoscenico sui ponti delle navi turche ed europee, nei loro scontri-incontri. Dopo la battaglia navale, sono tanti i prigionieri tratti nelle stive e destinati ad una sorte spiantata e imprevista, destinati a ridisegnare la propria identità. Viene in mente la grande canzone di De André, Sinan Capudan Pascià, che narra la storia di Scipione Cicala, forse genovese, catturato dai Turchi, convertitosi all'islam e, dopo l'ingresso nel corpo dei giannizzeri, destinato a diventare Gran Visir, alla fine del Sedicesimo secolo. Storia di vita singolare, fra le tante che il Mediterraneo ha racchiuso, sconvolto e celato nel suo grembo, durante il corso del tempo. Eloquentissimo l'attacco del romanzo:
Da Venezia viaggiavamo alla volta di Napoli, quando le navi turche si pararono dinnanzi a noi. Tre in tutto, le nostre, mentre le loro galere spuntavano di continuo dalla nebbia, ininterrotta teoria.
L'italiano che viene fatto prigioniero, è un giovane di Empoli, dotato di buone nozioni di scienza e cultura, grazie alle quali evita di essere assegnato alla voga, come gli altri prigionieri. Le sue conoscenze lo salveranno anche in Turchia, portandolo alla conoscenza del suo alter-ego: un intellettuale turco, astronomo-ingegnere-e quant'altro (secondo il tipo di intellettuale poliedrico del Sedicesimo secolo), che gravita nelle grazie di un importante Paşa. L'italiano viene preso come schiavo-aiutante dal Maestro turco. Ed inoltre, i due hanno una somiglianza fisionomica sconcertante. Ci viene raccontata l'ascesa del Maestro turco negli ambienti del Sultano, grazie alla costruzione di armi e spettacoli pirotecnici, ma grazie soprattutto alle conoscenze tecniche dell'italiano. Quando, dopo anni fortunati e ricchi, il Maestro fallisce nel costruire un arma colossale ed improbabile per dare l'assalto a Vienna, i suoi nemici lo attaccano, vedendo di malocchio l'influenza che da anni egli esercita sul Padişa (ovvero sul giovane Sultano) e soprattutto quell'italiano che si porta appresso. Potentati cortigiani chiedono la testa dell'italiano, cosicché il Maestro si approprierà dell'identità del suo schiavo e fuggirà in Italia, lasciandolo a rivestire il suo ruolo presso il Sultano, lasciandolo in Turchia a raccontarci la sua storia.
Questi erano in breve inizio e fine della storia. In mezzo c'è il resto; c'è la conoscenza viscerale fra il Maestro e l'italiano, i successi costruiti assieme, c'è soprattutto la peste, che porta i due a chiudersi in casa e vivere momenti di fusione di identità, di mescolamento psicologico, di scambio del vissuto; momenti che fanno pensare alla fortunatissima letteratura sul doppio (Stevenson, Hoffmann, Poe, Dostoevskij, per citare gli autori ricordati da Pamuk nella postfazione); Dostoevskij in particolare sembra essere molto presente allo scrittore, per quanto riguarda l'ossessione del confronto e del mescolamento psicologico; l'apice, quando il Maestro e l'italiano, chiusi in casa per il terrore del morbo, si specchiano insieme, prendendo atto della loro estrema somiglianza, e dando adito alla loro profonda conoscenza reciproca, maturata attraverso la scrittura e la lettura di brani di memoria infantile, di ricordi familiari, attraverso un processo di svelamento del sommerso di tipo quasi psicanalitico o proustiano.
Si sarebbe portati a sostenere, banalmente, che nel gioco delle identità dei due personaggi si può leggere un più complesso discorso identitario che vede a confronto Oriente ed Occidente; ma quello che sembra volerci suggerire l'autore, è che lo steccato terminologico (oriente-occidente) non ha alcun valore sul piano umano: l'uomo si rassomiglia ovunque, la sostanza dei ricordi è fatta per ognuno della stessa stoffa di nostalgia, che si viva da cristiani o da musulmani.
Ma un confronto fra due culture storicamente diverse, appunto quella europea e quella islamico-ottomana, Pamuk sembra porlo su un altro terreno rispetto a quello psicologico-umano. È il terreno della scienza, così come era avvenuto ne La casa del silenzio. È sul campo del progresso scientifico e tecnologico che si misura il divario, il gap “orientale” nei confronti dell'Europa; ancora una volta (come nel precedente romanzo) Pamuk struttura questo confronto, secondo le dinamiche di un complesso di inferiorità avvertito dai personaggi orientali. Grazie alle conoscenze dell'italiano il Maestro riesce nella sua ascesa di corte, ed è costante in lui la curiosità verso le modalità di vita, verso le conoscenze, verso l'immaginario europeo. E forse non a caso, Il castello bianco è ambientato nel diciassettesimo secolo, epoca di rivoluzionarie scoperte scientifiche compiute da italiani, inglesi, francesi, tedeschi; l'epoca della scienza moderna: il momento in cui l'Europa si avvia alla moderna strutturazione del sapere, mentre l'impero ottomano rimane agganciato alle sue tradizioni che lo confinano in una sorta di medioevo.
Il castello bianco ci appare dunque come una conferma di scelte tematiche per lo scrittore; la ridefinizione, attraverso nuove situazioni narrative, dei medesimi nuclei tematici. Forse non sarà l'opera migliore di Pamuk; probabilmente però è una delle più utili per capirlo.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.
Orhan Pamuk è scrittore e giornalista di Iastanbul, vincitore del premio Nobel per la Letteratura 2006. E' lo scrittore turco più letto e tradotto in giro per il mondo.
Il castello bianco è stato pubblicato in Italia da FRassinelli nel 1992 col titolo Roccalba; poi viene ripubblicato da Einaudi dal 2006, con la traduzione di Giampiero Bellingeri.
Francesco, marzo 2010
Commenti
]pamuk] francesco ci presenta
]pamuk] francesco ci presenta "Il castello bianco!"
[pamuk] in appendice,
[pamuk] in appendice, archivio OP. Francesco: l'articolo non appariva on line perché mancava qualche tag: "letteratura", ad esempio, è sempre obbligatorio per articoli o interviste libresche:).