Palahniuk Chuck

Soffocare

Autore: 
Palahniuk Chuck
Se stai per metterti a leggere, evita.
Tra un paio di pagine vorrai essere da un’altra parte. Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finché sei intero.
Salvati.
Ci sarà pure qualcosa di meglio alla tv. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti a un corso serale. Diventare dottore. Così magari riesci a tirare su due soldi. Ti regali una cena fuori. Ti tingi i capelli.
Tanto, ringiovanire non ringiovanisci.
Quello che succede qui all’inizio ti farà incazzare. E poi sarà sempre peggio” (p. 7).
 
Sin dalla prima riga di Soffocare ci si sente tirati in ballo, chiamati in causa.  Chiamati.
È l’autore stesso a chiamare il lettore. A portarlo prepotentemente dentro il suo libro, anche se apparentemente lo vuole distogliere con quei reiterati inviti a smettere di leggere per fare qualcosa di meglio. Ma più Palahniuk scoraggia, più Palahniuk invoglia il lettore, che man mano si fa sempre più curioso. Ingordo di sapere qual è quella realtà che sembra volergli tenere nascosta. Seppure per il suo bene. Perché quello che leggerà lo farà “incazzare”.
Palahniuk, con quel tono finto-paternalista, con quel piglio di chi la sa lunga, di chi conosce il mondo e soprattutto i suoi polli, provoca dunque il lettore. Lo mette davanti a prospettive migliori rispetto alla lettura di un libro non adatto a lui. Gli presenta l’alternativa di “tirare su due soldi”, di iscriversi a un corso serale, di guardare la tv. E consiglia con il lessico della quotidianità. Con i modi diretti di un amico disinteressato.
E il lettore, stuzzicato dal fraseggio breve e diretto, piacevolmente imbarazzato dai modi schietti di chi scrive, o perché, semplicemente, si ritiene abbastanza forte da poter sopportare un argomento preannunciato sgradevole, accetta la sfida.
 
Furbo Palahniuk. Scaltro: non c’è mezzo migliore per indurre a fare una cosa che proibire la cosa stessa. Qui non si proibisce niente, si s-consiglia caldamente. Ma è questione di dettagli.
Il lettore vuole sapere la storia di Victor Mancini.
Eterno studente di medicina, sessodipendente alla quarta fase su dodici di risalita, figurante in abito settecentesco di un museo storico vivente americano, creatore di eroi da ristorante, figlio di una malata di mente e… di Gesù Cristo!
Queste le referenze del protagonista della storia. Una storia raccontata in due modi diversi.
In prima persona, quando Victor narra le sue vicende di adulto da adulto. In terza, laddove Palahniuk si fa cantore di quelle della “piccola peste frignante”, di “questo coglioncello”, di “questo stronzetto schifoso”, della “testolina di cazzo”, dello “stupido, ottuso, ridicolo ragazzino” che è Victor Mancini intorno ai dieci anni.
L’autore snocciola dunque la vicenda su due binari. Due strade funzionali alla comprensione di come i tormenti, le abitudini, i vizi, i comportamenti decisamente poco ortodossi di Victor siano ricollegabili a sua madre, la cui influenza è stata determinante non solo durante l’infanzia, ma anche nel presente del ragazzo.
Sebbene inoffensiva e costretta in una casa di cura, la madre di Victor ha - dunque - un ruolo fondamentale all’interno della storia. Tutte le azioni del protagonista sono - a ben guardare - delle reazioni a meccanismi innescati da lei.
 
Ida Mancini, già squilibrata per sua natura, si aggrava e ha bisogno di cure, ed ecco che Victor, per riuscire a sostenerne le spese mediche, rallenta gli studi e inizia a lavorare come figurante in una ricostruzione per turisti di un villaggio del 1734. Ma le cure sono sempre più costose, ed ecco allora che Victor inventa una strategia per riuscire a raggranellare qualcosa in più: ogni sera a cena in un locale diverso, finge di soffocare (to choke) affinché qualcuno lo salvi. Un qualcuno che si scoprirà, così, eroe per un giorno ed eternamente riconoscente a quel ragazzo sconosciuto per averlo fatto sentire utile.
Quale cosa migliore, per sdebitarsi verso che ci ha fatto ritrovare la fiducia in noi stessi, se non un cospicuo versamento di soldi?
Se uno ti salva la vita poi ti ama per sempre. È come quell’antica usanza cinese per cui se qualcuno ti salva la vita sarà responsabile di te per sempre […]. Tu sei la prova del loro coraggio. La prova che sono stati degli eroi. Il segno tangibile del loro successo. Lo faccio perché a tutti piacerebbe salvare una vita umana sotto gli occhi di altre cento persone […]. La gente è pronta a fare salti mortali se solo la fate sentire onnipotente. È il martirio di San Me Stesso” (pp. 54-55).
 
Victor è un sessodipendente. Ma, suo tempo, anche la madre lo è stata (“Il cliente delle tre si presentava dalla mamma stringendo in mano un asciugamano giallo, e sul dito indice aveva un solco bianco nel punto in cui avrebbe dovuto esserci la fede nuziale. Nell’istante stesso in cui la Mamma chiudeva la porta a chiave, il cliente tentava di darle i soldi. Faceva per togliersi i pantaloni. Si chiamava Jones, diceva la Mamma. Di nome faceva Signor”, p. 128).
Un’influenza dunque, nefasta e fortissima quella di Ida Mancini sul figlio, e che sembra farsi ancora più forte quando una dottoressa della casa di cura rivela di avere letto dal diario della donna (scritto in italiano - lingua sconosciuta a Victor - perché iniziato durante un viaggio in Italia) che il ragazzo sarebbe nato a seguito della clonazione di una cellula della reliquia del prepuzio di Gesù Cristo, trafugata da Ida in Italia.
Victor, allora, inizia a comportarsi in modo diverso. Consapevole del peso della sua divina origine, si pone con sempre maggior insistenza la domanda “Cos’è che Gesù NON farebbe?”. E se prima della scoperta si chiedeva la stessa cosa per fare il contrario di ciò che sapeva essere la risposta (“Io non sono altro che un lurido porco schifoso, un caso disperato di sessodipendenza, e non posso cambiare, e non posso fermarmi e non sarò mai nient’altro”, p. 155), ora è realmente intenzionato a comportarsi bene.
 
Victor è Gesù reincarnato. Victor è il Messia (“Ho scoperto che sono nato buono. Una creatura di puro amore. Che posso tornare ad esserlo, ma poco alla volta”, pp. 257-258).
Seppure retto sulle basi dell’assurdità, quello della rivelazione del segreto materno è l’unico punto di equilibrio del libro. Dopo poco tutto cambia. La dottoressa che ha tradotto il diario è in realtà una malata di mente in cura nella clinica, che tutto il personale sanitario asseconda nelle sue convinzioni (tra cui quella di essere un medico); la madre muore; Victor viene ripreso dalla televisione davanti alla casa di un amico. Quello che potrebbe apparire come un episodio marginale è, in realtà, fondamentale nell’economia della vicenda. Tutti i suoi occasionali salvatori lo riconoscono, si ritrovano, ognuno per proprio conto, sul luogo delle riprese per incontrarlo, capiscono di essere stati truffati e gli si scagliano contro.
 
Un libro denso. Pieno di fatti, di excursus, di oggetti, di stati d’animo, di situazioni paradossali trattate con la massima naturalezza.
Palahniuk è un tritatutto. Raccoglie, frantuma e fa un corpo unico e compatto di nozioni di medicina; di episodi dell’infanzia sgangherata di un bambino, che passa da una madre adottiva all’altra e viene costantemente rapito dalla propria, squilibrata, madre naturale; di incontri/scontri bollenti con l’altro sesso nei posti più disparati; della realtà nelle case di cura, dove la routine rende indifferenti anche di fronte alla devastazione.
E su tutto lo stile di Palahniuk. Il suo periodare semplice e veloce. Le sue ripetizioni a effetto. Le sue parole forti, fredde e decise come colpi di scure. Il suo irrompere con frasi profonde e serie in un discorso dal tono scanzonato e beffardo. La capacità di tenere il suspense costantemente alto. L’amara comicità. La bravura.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
C. Palahniuk, Soffocare, Mondadori, Milano 2003.
Titolo originale dell’opera: Choke.
Traduzione di Matteo Colombo.
 
CHUCK PALAHNIUK vive a Portland (Oregon). Autore di culto, ha raggiunto il successo con Fight Club (1998). Sono seguiti Survivor (1999), Invisible Monsters (2000) e tanti altri.
 
Paola Biribanti
 
Luglio 2007 
 
PALAHNIUK in LANKELOT
ISBN/EAN: 
8804524383

Commenti

Ave ottima! Ben ritrovata. Inserisco al volo l'archivio Palahniuk, ti saluto e ti omaggio. A domani per i commenti

(a proposito: questo è il 1800° articolo di Lankelot.eu;) ).

"Palahniuk è un tritatutto. Raccoglie, frantuma e fa un corpo unico e compatto di nozioni di medicina; di episodi dell?infanzia sgangherata di un bambino, che passa da una madre adottiva all?altra e viene costantemente rapito dalla propria, squilibrata, madre naturale; di incontri/scontri bollenti con l?altro sesso nei posti più disparati; della realtà nelle case di cura, dove la routine rende indifferenti anche di fronte alla devastazione."

> gran bel passo.
Dà un'occhiata, quando hai tempo, ai commenti in calce ai pezzi di Paolo Castronovo su Chuck, ci sono stati diversi dibattiti interessanti, se non ricordo male. Grande idea quella di riproporre questo articolo, migliora l'archivio e fa bene alla salute rileggere cose così;)

Furbo. Ecco mi pare furbo, a naso. Ne ho letto solo uno (Ninna nna) e ne ho assimilato un altro per osmosi mediatica (Fight club). Ma tra quelli più o meno coevi a lui continuo a preferire Lansdale, benchè, sia chiaro, i punti di contatto fra i due sono relativi e sono assai più vistose le diversità. In ogni caso recensione completa e professionale.

Ecco. Insieme a Cavie, Fight Club e Survivor, è il Palahniuk che ho amato. Per la totale estraneità letteraria, per la verve da etnologo, per la lucidità mascherata da cinismo.

Un'analisi praticamente perfetta. Tanto di cappello, Paola!

Che ne pensi della sua scrittura? La ridondanza forsennata?

Ne penso che questo è uno dei rari casi in cui "forsennata" ha un significato positivo.
Non è ridondanza tanto per riempire. Nel magma di Palahniuk non trovo elementi di troppo. O - meglio - se c'è del troppo è sempre funzionale.
Un po' come Coupland, ma più cattivo. Un po' come Ellroy, ma meno agitato, un po' come Welsh, ma decisamente più "awanagana".

Welsh. Mmm. Welsh.
Mmm.
(Ellroy o Ellis? Secondo me pensavi ad Ellis)

Welsh. Confermo. Ma senza giochetti tipografici.

E' tutto così lontano dalla nostra Letteratura. E' difficile orientarsi e stabilire contatti, a meno che non si tratti di scrittura di genere. Welsh lo ricordo tossico e cattivo. Palahniuk non è tossico, è freddo e ha capito dove andare a colpire.
Hanno scritture molto diverse, Palahniuk è calibrato e ossessivo nella ripetizione dei concetti, Welsh liquido e diluito (dovrei dire: "alcolico", se fossi convinto che non è solo quello).

Allora dai un'occhiata a "Tolleranza Zero" di Welsh. Il tasso di tossicità è forse minore di "Acid House", ma di freddezza ce n'è da vendere. Comunque sì, quando si parla di realtà così lontane da noi è sempre difficile orientarsi.

molto:).
Per non parlare del dramma-traduzioni. Assieme al nome del traduttore, andrebbe scritto in quanto tempo ha dovuto consegnare il lavoro, e quanto è stato pagato. Per dirne una non troppo cattiva, perché cattivi potremmo essere...;)

In realtà ci orientiamo partim da rabdomanti, partim per simulazione, partim per suggestione e condizionamento. E ci manca tutta quella produzione minore che inevitabilmente deve esistere, assieme a quella obliata del passato; e tutta la sensibilità nei confronti non degli argomenti, ma degli stilemi e dei dettami degli autori di quella (quelle) letterature, che quelli che nominiamo hanno molto ben presente. Ah Madame de Stael, che casino che hai combinato. Troppo tardi per rimediare e restituire coscienza della differenza tra a e b (a).

"Choke" presentato all'ultimo Sundance festival! Ottime critiche.

"Soffocare" è nelle sale italiane!

!

appena torno a RM me lo pappo:)

[palahniuk] commento

[palahniuk] commento indispensabile: viva palahniuk!

[c.p.] totalmente d'accordo.

[c.p.] totalmente d'accordo.