Domando comprensione e domando perdono: ma pretendo rispetto. Perché sto per parlare di un libro che oltraggia Trieste, l'Italia e gli italiani, e leggerlo è stato degradante e irritante oltre ogni dire. La mia famiglia è giuliana e ho sangue istriano e triestino. I libri di Pahor riaprono antiche ferite e spesso riescono a squarciarle. Sanguinano come un tempo, più di un tempo: perché non abbiamo avuto giustizia, noi giuliani. E questi romanzi politici slavi degli anni Sessanta, retrogradi, sporchi e velenosi, macchiano la nostra storia e la nostra identità. Relazionarmi con una letteratura nazionalista e revanscista come quella slovena è – in circostanze come “Qui è proibito parlare” – eccezionalmente complesso e odioso. Egualmente provo e mi confronto con un'ondata di menzogne e di propaganda che non meritavano un editore come Fazi. Lo stupore è straordinario, almeno quanto il risentimento.
Il genocidio culturale – è bene ribadirlo – è stato ed è subito dagli italiani nelle loro case e nelle loro terre in Istria, a Fiume, a Zara e in Dalmazia. È un genocidio culturale che s'è accompagnato, in questo caso sì davvero, alla pulizia etnica (foibe!), e troppo pochi rivendicano la verità e difendono la nostra causa. Chi difende le sofferenze slovene di 70 o 60 anni fa dovrebbe, per giustizia e per buonsenso, difendere le nostre che durano da oltre 60 anni e non hanno paladini diversi dai discendenti degli esuli, e da qualche coraggioso e onesto studioso di Storia. Ecco, agli editori italiani e ai letterati italiani dico di dare ascolto agli esuli e ai loro nipoti, non solo alla voce delle minoranze etniche carsoline. Ne abbiamo – perdonate il francesismo – i coglioni pieni, di questo piagnisteo del Narodni Dom. Nessuno lo nega: ma in molti negano la nostra storia, e la nostra essenza. E nessuno ricorda perché si badava a insegnare la nostra lingua a questi nostri ospiti, settanta e ottant'anni fa: proprio per rimarcare che non avremmo mai consegnato le nostre terre e la nostra cultura nelle loro mani. Mai.
Fazi ha pubblicato – nella guida ai toponimi, in appendice – una pagina di menzogne come questa: “Nel periodo cui fa riferimento il testo tutti i toponimi erano stati italianizzati, perciò di seguito se ne fornisce un elenco”. L'elenco include CAPODISTRIA (l'etimo è latino: “Capris”) e Maresego (qui per approfondire); tra le varie amenità, comprende tutte le seconde denominazioni slovene delle località italiane. Questa è un'infamia.
Giova ricordare ai tipi di Fazi che il suo pubblico non è socialista jugoslavo o neonato democratico sloveno. “Santa Croce”, “Sveti kriz”: siete ridicoli. Se volete fare l'Europa, sappiate che non si fa un'Unione Europea con le menzogne partigiane, e col revanscismo slavo. Si fa rivendicando giustizia.
Finiamola. Adesso basta. Trieste e l'Istria sono più italiane per ogni patetica pagina di questo libro. Pahor è – in questo frangente, dispiace dirlo – il nemico dentro casa. Non c'è nessun intento di pacificazione: questo libro è un oltraggio, un monumento alla resistenza jugoslava in Italia (!). Apparato dei “toponimi” incluso.
Buona lettura – per così dire.
Gf
Trieste, anni Trenta. L'Austria è caduta da una manciata d'anni e l'anima italiana della città, euforica e prepotente di gioia, rivendica la sua essenza dopo secoli d'appartenenza a un impero amato, ma considerato straniero. Una delle principali comunità minori della città, un tempo florido porto commerciale e autentico crogiolo di razze, si sente schiacciata dall'italianità sbandierata e imposta nelle scuole e nei commerci; l'antica tolleranza multietnica austriaca è sparita, l'Italia gradisce che i cittadini non italiani assimilino la nostra cultura e parlino la nostra lingua; non intende accettare proteste.
Questa comunità minore, quella slovena, è composta da un popolo giovane che non ha mai conosciuto indipendenza e autonomia, nella sua storia, e va scoprendo d'avere avuto una letteratura – e di qualità: il poetino Kosovel – negli ultimi anni. Questa comunità non sembra poter avanzare pretese di nessun genere sulla città, perché Trieste storicamente è stata culturalmente italiana ed etnicamente sempre a maggioranza assoluta italiana; la comunità slovena chiede soltanto d'essere tollerata e integrata senza dover rinunciare alla propria lingua.
Pahor interpreta questo periodo storico raccontando la storia della giovane Ema, una cittadina slovena proveniente dal Carso: sta cercando lavoro in città, consapevole dell'ostilità e dei guasti che il nuovo regime significa e implica per la sua comunità. È domestica, ma sogna l'impiego in un ufficio, e intanto si ritrova a dare manforte ai futuri partigiani slavi. “Il socialismo porterà la democrazia nel mondo” (p. 219), annunciano i prossimi, liberali fiancheggiatori degli assassini comunisti, sovietici e titini. Capaci di rappresaglie violente, qui rivendicate (pp. 235-236) con orgoglio. O di goliardate come scrivere, nella loro lingua, “Duce ti vogliamo tra noi”: al cimitero. Grande buon gusto.
Pahor è equilibrato? La risposta è no, non del tutto, in questo frangente; spesso, no nella maniera più assoluta. È un propagandista sleale e fazioso, che distorce regolarmente la realtà. Qualche esempio, prima di argomentare. Il più grave: “la maschera di italianità che a Trieste indossava chiunque aspirasse al successo dei propri affari e alla carriera” (pp. 16-17). Concetto curioso, considerando che questa “maschera” equivaleva, sotto Trieste austriaca, al 75 percento della città (5 percento tedesco, 20 sloveno). “Maschera”. Prestate attenzione a queste bassezze. Una maschera. Ahi, ahi. Che darei perché tu non fossi un vecchio, Boris. Che darei. Uomo a uomo. Uno contro uno.
Nessuno nega il benessere conosciuto, per secoli, sotto l'Austria; nessuno nega, al contempo, l'adesione naturale, culturale e ideale all'Italia. Pahor, e i suoi simili, sì. A partire dalla toponomastica. Evidenzio qualche bassezza, che nell'apparato di note è spacciata per “nome proprio dell'epoca”.
Piazza Unità si chiama ancora Piazza Grande, nella narrativa slovena-triestina-parigina di Pahor: come a significare che questa “Unità d'Italia” non ha nessun senso e nessuna ragione di esistere, per la minoranza slovena. Un po' di storia per il socialista Pahor: fonte, Wiki it.
“Si chiamava inizialmente Piazza San Pietro, dal nome di una chiesetta ivi esistente, poi Piazza Grande, nome con il quale i triestini tuttora la identificano. Assunse il nome di Piazza Unità dopo il 1918, quando la città fu annessa al Regno d'Italia; nel 1955, allorché la città ritornò all'Italia con la dissoluzione del territorio libero di Trieste, prese la denominazione attuale”.
Il Molo Audace? Si chiama ancora San Carlo. Un piccolo ripasso a beneficio sempre del signor Pahor: fonte, sempre wiki it:
“Nel 1740 affondò nel porto di Trieste, vicino alla riva, la nave San Carlo. Invece di rimuovere il relitto, si decise di utilizzarlo come base per la costruzione di un nuovo molo, che venne costruito tra il 1743 ed il 1751 e fu intitolato appunto a San Carlo. Allora il molo era più corto di come si presenta oggi; misurava infatti solamente 95 metri di lunghezza ed era unito a terra tramite un piccolo ponte di legno. Nella seconda metà del 1700 venne allungato di 19 metri e nel 1860 di altri 132 metri, raggiungendo così l’attuale lunghezza di 246 metri. Anche il ponte venne eliminato, congiungendo il molo direttamente alla terraferma. Al molo san Carlo attraccavano sia navi passeggeri che navi mercantili, con gran movimento di persone e di merci. Il 3 novembre del 1918, alla fine della prima guerra mondiale, la prima nave della Marina Italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu l’Audace (la cui ancora è esposta alla base del Faro della Vittoria). In ricordo di questo avvenimento venne cambiato nome al molo, chiamandolo appunto Molo Audace, ed all’estremità del molo stesso venne eretta una rosa dei venti in bronzo, con al centro una epigrafe, sorretta da una colonna in pietra bianca”.
Vi state orientando? Questa di Pahor è nomenclatura faziosa, partigiana, politica e nazionalista. Fate molta attenzione, perché qualche editore italiano sta dando retta alle sua visione della storia, e della realtà, acriticamente.
Da come riconosce i triestini? Dalla scorretta pronuncia dell'italiano; gli sloveni, a differenza loro, sanno parlarlo senza inflessioni dialettali (p. 42).
Non basta. Cos'è Trieste? “Un polipo gigante che spreme dalla gente slovena i succhi sani” (p. 54), “una ferita purulenta” (p. 179), “un porto che avvizzisce come una verruca” (p. 40). E il titolo italiano su un libro sloveno? “Come il marchio sulla pelle di uno schiavo, sulla sua carne viva” (p. 71).
D'Annunzio, che forse non rimarrà alla storia come letterato ma senza dubbio come coraggioso liberatore della città di Fiume – impresa nobile che nessuno deve azzardarsi più a sporcare – è il demonio (p. 62): “Il viso col pizzetto, il cranio pelato e il naso aquilino; aggiungendo corna e zoccoli, è così che nei secoli precedenti sarebbe stato rappresentato il demonio. Alle lezioni di storia aveva dovuto studiare l'impresa di Fiume compiuta da D'Annunzio assieme ai suoi legionari” (p. 62).
Torniamo alla trama. Gli sloveni sono “miti e obbedienti” (p. 76) per via del secolare addestramento all'obbedienza austriaco (non italiano: tenetelo a mente, tenetelo bene a mente); si riuniscono in Chiesa o al Circolo. Ema soffre “il giudizio degli occhi invisibili” (p. 37) spogliandosi in un camerino. Non trova pace. Si accompagna a uno sloveno ribelle, Danilo, che dà delle “carogne” agli italiani perché a Trieste non circolano i loro giornali, “Jutro” e “Slovenec” (p. 151). Non è un miracolo che i due sloveni si siano incontrati a Trieste, spiega Pahor, perché “loro affluiscono dal Carso nella città ad alimentarla”, come fossero acqua (p. 162). “Affluiscono”. Meditate.
Giudicano Garibaldi un modello di lotta contro gli italiani (p. 188): avete correttamente inteso. E sognano la circolazione della loro letteratura, casa per casa, tra gli sloveni. Questa è l'unica questione che appoggio. Profondamente. Il resto, mi dà nausea e vomito.
Trieste, città martire, mutilata dall'infamia e dalla barbarie comunista e jugoslava, col beneplacito dei “liberatori” e del nostro sconfitto governo, del suo entroterra – l'Istria – nel secondo dopoguerra, è oggi vittima delle calunnie, della propaganda e dei piagnistei d'una letteratura nazionalista, revanscista e aggressiva, pericolosamente pubblicata da un editore di buona fama e spesso interiorizzata da cittadini impreparati come fosse un libro di storia. È estremamente grave quello che sta succedendo: un autore che in patria vende 5000 copie (fonte: Corsera del 27 febbraio), tecnicamente di una bravura indiscutibile (ecco il danno), in Italia propaganda la visione ingiusta e mendace d'una minoranza slovena protagonista della storia e della vita culturale triestina. Eroicamente resistente, a difesa della propria identità. Per l'ultima volta ammonisco i lettori della gravità della situazione e della sua pericolosità. Questa è distorsione assoluta dei fatti. Assoluta, funzionale, opportunista e malvagia.
Nella bandella, un redattore di Fazi ha parlato di “pulizia etnica” nei confronti degli sloveni, in atto negli anni Trenta a Trieste. Spero che l'oscuro bandellaro abbia tempo per studiare un po' di storia, e per documentarsi sull'unica, autentica pulizia etnica avvenuta fino agli anni Novanta: quella della comunità italiana in Istria, Fiume e Dalmazia. Almeno tra italiani cerchiamo di rispettare la storia, e di non infangare i nostri concittadini. Le nostre responsabilità nei confronti degli sloveni, sotto il regime fascista, sono limpide: mai negate, mai oscurate. Ma quella condotta, ormai sarà chiaro a tutti, non era immotivata o insensata. Proprio no. Sbagliata, ma non immotivata.
Tramutare questa nostra condotta in “pulizia etnica” è diffamare lo Stato Italiano, e compromettere la verità storica. Si parli piuttosto di cosa è avvenuto perché uno Stato inesistente – la Jugoslavia – vivesse; di quanto è costato a 300mila nostri compatrioti, e ai loro eredi. Quello, autentico genocidio culturale; le foibe, pulizia etnica. Ribadisco: studio, e cautela.
Servire il nemico non ha senso: sostenerlo, a meno di non aver previsto una robusta serie di pubblicazioni finalmente equilibrate e veridiche, non è solo sbagliato: è cattivo. Se solo Pahor non fosse uno scrittore quasi centenario, sarebbe divertente ascoltare il suo parere in merito a questo suo “Parnik trobi nji” del 1963, e all'opportunità di pubblicarlo in Italia nel 2009. A cosa serve, a renderlo più gradito in patria, lui socialista ma anti-titino e quindi - paradosso dei paradossi - sgradito alla fu Belgrado?
Io non mi presto, come letterato e come intellettuale, a questo sporco gioco politico.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Boris Pahor (Triest, 1913), letterato sloveno, triestino. Laureato in Lettere presso l’Università di Padova, insegnò nelle scuole medie superiori slovene di Trieste. Vice-presidente dell’Associazione Internazionale per la difesa delle lingue e delle culture minacciate. Autore di romanzi e novelle, saggista, è direttore di “Zaliv” (“Il golfo”, rivista che si è battuta per la democrazia in Slovenia e per l’affermazione dell’identità slovena.
Boris Pahor, “Qui è proibito parlare”, Fazi, Roma 2009. Traduzione di Martina Clerici.
Prima edizione: “Parnik trobi nji”, 1963 – dice il colophon.
Approfondimento in rete: Ansa / Garlasco / Wiki en / Boris Pahor scrittore del mondo / Sloveni in Italia / Consorzio Culturale del Monfalconese / Karlsen su Košuta (Peripli letterari italo-sloveni) / Wikipedia it / Vita Nuova Trieste / Angelo Floramo dialoga con Pahor / Necropoli (Fazi) / Trentino Extra
In Lankelot:
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Febbraio 2009.
Commenti
Pahor, a casa tua.
aspetto al varco tutte le prossime traduzioni dei libri di questo signore. Vanno analizzati e demistificati, a questo punto, bellicosamente. Mi spiace essermi illuso, anni fa e ben prima delle fortune di "Necropoli", che la sua letteratura fosse pacifica e democratica. Un clamoroso errore.
"Fate molta attenzione, perché qualche editore italiano sta dando retta alle sua visione della storia, e della realtà, acriticamente".
Perchè fare della letteratura propaganda?
Perchè uno scrittore del suo calibro e della sua età ancora si diverte a distorcere la Storia?
Perchè permetterglielo, appoggiandolo?
Solo in Italia può accadere di trovare un editore così superficiale, da pubblicare un libro tanto infamante senza neppure preoccuparsi di verificarne l'attendibilità.
Il Novecento è stato un secolo atroce. Le sofferenze slovene per mano fascista, non devono e non possono cancellare il genocidio subito dagli italiani in Istria e Dalmazia.
Bisognerebbe smettere di riscrivere puntualmente la Storia con la mano sinistra.
Ci sono delle questioni rilevanti.
La prima: è un libro del 1963. Ossia, un libro di 46 anni fa. Che senso abbia ripubblicarlo oggi, senza introduzione o postfazione e senza apparato critico, mi è del tutto oscuro. Allora, chissà, la situazione politica o certe particolari dinamiche rendevano opportuni quei toni e quel ridicolo apparato di toponimi. Per un certo pubblico, in primis. Oggi... No.
La seconda: la letteratura di un popolo "molto giovane", o almeno dalla "molto giovane coscienza di sé", non può che essere nazionalista, patriottarda e aggressiva. Mi ha molto colpito che i personaggi di questo libro si sentissero vicini ai nostri eroi risorgimentali: ma a danno nostro.
La terza: non so quanto sia lucido l'autore oggi, ma certo pensare al suo placet sulla traduzione di un libro di mezzo secolo fa come niente fosse fa abbastanza senso; e se ha avallato la pubblicazione di letteratura propagandista e resistenziale, non estranea alla difesa del "terrorismo" contro il "terrorismo" del regime, allora si vede che crede ancora certe cose vadano dette.
la quarta: l'ignoranza nell'editoria italiana è così mostruosa che qualche genio del marketing avrà pensato: ormai Pahor è un nome, dopo "Necropoli": pubblichiamo tutto quel che ha scritto, fa niente che sia roba vecchia, basta che ci sia scritto Pahor.
Attendibili sono - senza dubbio - la questione del Narodni Dom e dei 4 morti che altrove nomina. Attendibile è la questione dell'imposizione della lingua italiana. Ma infilare tutto questo - come sempre, come in TUTTI i libri di Pahor, in confezione narrativa, alla lunga è disonesto e stucchevole e allarmante; gli italiani sempre feccia, fascisti cattivi; gli sloveni, tutti miti e resistenti e onesti: ma chi ci crede, e a chi vuole darla a bere?
Farebbe bene a Pahor scrivere:
che gli italiani di Trieste - maggioranza assoluta - si erano beccati 6 secoli di Austria.
Che probabilmente non vedevano di buon grado l'aggressività economica e culturale della sua arrembante etnia; che si sono difesi aggredendo, e sono stati infine mutilati dell'istria.
Per causa del fascismo, dicono i comunisti. Io non sono affatto d'accordo. per causa del nazionalismo yugoslavo, è la risposta giusta, col beneplacito dei vincitori.
Se ne riparlerà, io giudico ogni nuova pubblicazione di romanzi slavi del genere come una valanga di fango gettata nelle foibe, tra i nostri morti, e non mi sta bene.
Sconfitti sì, ma umiliati no - non più.
Peccato che Pahor scriva così belle descrizioni. Manierista stupendo.
Perdonatemi tutti: la Fazi torni a pubblicare Melissa P. che ci fa una figura migliore...
"Qualche esempio, prima di argomentare. Il più grave: ?la maschera di italianità che a Trieste indossava chiunque aspirasse al successo dei propri affari e alla carriera? (pp. 16-17). Concetto curioso, considerando che questa ?maschera? equivaleva, sotto Trieste austriaca, al 75 percento della città (5 percento tedesco, 20 sloveno). ?Maschera?. Prestate attenzione a queste bassezze. Una maschera. Ahi, ahi. Che darei perché tu non fossi un vecchio, Boris. Che darei. Uomo a uomo. Uno contro uno."
Franchi contro un vecchietto?! :)))
Sono nostalgie sognate e propaganda revisionista. Non capisco come mai questo genere di "documenti" vengano agghindati a festa e ripubblicati come "caso letterario".
6, e lo so, purtroppo abbiamo 65 anni di differenza, io ne ho 31 e lui 96. Ma sono asmatico e ho un ginocchio rotto, più il mal di testa e via dicendo. Volendo:). Ma no xe pol.
7. Secondo me perché qualche buontempone, ignorando i dati di vendita dei vecchi libri - ora "nuovi" - di Pahor in Nicolodi o altrove, ha pensato che siccome Fazio ne aveva parlato bene e Ceccato aveva fatto una gran copertina, dopo "Necropoli" tutto ciò che era Pahor avrebbe avuto pubblico. Mmm. Secondo me ritorna a circa 800 copie a romanzo, quando la stampa si decide a leggere i romanzi parola per parola. Sbaglierò...
5. A me piacciono parecchie cose del catalogo Fazi, quello vero.
Selby, per esempio, Thackeray, Drieu La Rochelle, Gore Vidal, per dire i primi nomi. Hamsun, anche. La collana dei classici era molto ben fatta. La questione Melissa è una macchia, ma ha permesso a centinaia di altri libri di vedere la luce - da quel punto di vista, santa macchia. Se ogni editore di progetto vendesse 1 libro - fosse pure la guida ai bigodini - così tanto, allora vedremmo fuochi d'artificio in tante piccole realtà...
3 - Non succede solo in Italia, purtroppo. Di libri infamanti a sfondo storico non verificati ne è pieno l'occidente. Sono libri ideologici o di propaganda, più o meno velata, come tutti quelli di Pahor da quel che ho letto delle sue trame. Autore peraltro da me mai preso in considerazione, proprio per questa sua tara originaria.
Nel Dopoguerra la storia con la mano sinistra l'hanno scritta in tanti, in troppi.
"Tramutare questa nostra condotta in ?pulizia etnica? è diffamare lo Stato Italiano, e compromettere la verità storica. Si parli piuttosto di cosa è avvenuto perché uno Stato inesistente ? la Jugoslavia ? vivesse; di quanto è costato a 300mila nostri compatrioti, e ai loro eredi. Quello, autentico genocidio culturale; le foibe, pulizia etnica. Ribadisco: studio, e cautela".
Mi unisco al tuo monito. Ma immagino ci sia molta malafede, più che ignoranza. Questo libro è propaganda pura, della peggior specie. Ciò ti dimostra, Franco, che non tutti i revisionismi sono uguali, dipende da chi li fa e su cosa li fa. Se provi a insinuare dubbi non dico sull'esistenza, ma sulla cronicità dei fatti cosi come sono stati ufficialmente divulgati sul genocidio degli ebrei in Germania rischi sanzioni amministrative e in alcuni paesi addirittura l'arresto; se parli delle foibe, della pulizia etnica comunista puoi scrivere quello che vuoi e nessuno ti dice niente. La libertà di opinione, mi pare logico e consequenziale, non esiste nella nostra beneamata democrazia occidentale.
Sai cosa... "parità di opinione", non libertà.
Forse dovremmo cominciare a cambiare lessico: ad aggiornarlo.
Libertà sì - sempre - e responsabilità delle proprie opinioni.
Parità mai, almeno non in Italia. basta cambiare contesto - cambiare quadro - per ritrovarsi minoranza assoluta, costretti alla didascalia del proprio pensiero, ad attenuare i concetti o ad argomentarli sino allo sfinimento per evitare rabbia, risentimento, odio.
Tutto ciò è sicuramente sinistro.
12 - Si, hai ragione, "parità di opinione" è più corretto. Ma il che peggiora addirittura le cose, è più sottile e più ambiguo come concetto. Paradossalmente, meglio un nemico che so che mi toglie ufficialmente la parola, piuttosto che un sistema che mi fa credere che tutte le opionioni abbiano pari dignità di esistere, ed invece cosi non è. Perchè un nemico conclamato posso combatterlo senza se e senza ma, un sistema ambiguo è qualcosa di sfuggente, quasi inattaccabile.
Esatto. ma ora che stiamo capendo queste cose possiamo colpire e attaccare al cuore. Pensaci bene.
TRIESTE A volte ritornano. Anche se quelli che lo fanno non sono mai usciti dalla memoria collettiva. È il caso del defunto padre-padrone della Jugoslavia, Josip Broz Tito a cui il Consiglio comunale di Lubiana a grande maggioranza (ma è uscito dall?aula al momento della votazione il centrodestra) ha deciso di intitolare nuovamente una delle strade principali della capitale slovena.
Si tratta di un?arteria di nuova progettazione che dall?area di Zale raggiungerà la centralissima Dunajska cesta. La decisione è stata adottata la notte scorsa con 24 voti a favore e quattro contrari, con il Partito democratico, come detto, (Sds, centrodestra) che per protesta non ha partecipato al voto. Il leader dell'Sds, Dimitri Kovacic, ha sottolineato che una tale decisione ignora la posizione dei tanti sloveni che non sono d'accordo e calpesta la memoria delle vittime del terrore comunista. Il sindaco di Lubiana, Zoran Jankovic (di origini serbe), ha da parte sua difeso la decisione affermando che in un recente sondaggio il 60% degli abitanti della capitale si sono espressi a favore.
«I fatti storici possono essere interpretati in modo diverso, ma ciò non deve impedire di intitolare strade col nome di personalità storiche», ha osservato. L'opposizione di centrodestra tuttavia ha presentato al sindaco una lista di 5.094 firme di cittadini i quali ritengono che nè Lubiana nè la Slovenia hanno bisogno di una via intitolata a Tito.
Nato il 7 maggio 1892 a Kumrovec, in Croazia, l?uomo che liberò la Jugoslavia dall?ocupazione nazi-fascista era di madre slovena (Marija) e padre croato (Franjo) e questo gli attirò le accuse di serbi e bosniaci di esercitare, durante la sua presidenza, un potere molto benevolo nei confronti della terra materna slovena. Un'accusa neppure troppo campata in aria, visto che negli anni Settanta era tollerata proprio in Slovenia la proprietà privata anche di alcune piccole industrie, fatto che ha permesso a Lubiana di avvicinarsi, e di molto, agli standard austriaci e italiani.
In effetti, Croazia, Bosnia e Serbia facevano storia a sè. C?è però il problema degli eccidi effettuati dai titini alla fine della Seconda guerra mondiale (una fossa comune con tremila morti è stata di recente riesumata). Eccidi che vengono regolarmente perseguiti dalla magistratura slovena. Ed è su questo punto che si sono concentrate le ire dell?opposizione di centrodestra al Consiglio comunale di Lubiana. Centrodestra che ha così fortemente contestato, fino ad abbandonare i lavori del Consiglio, che venisse «premiato» colui il quale era comunque il responsabile di questi eccidi non solo di militari, ma anche di civili, rei solamente di essere contrari al regime social-comunista che si stava instaurando in Jugoslavia.
Sta di fatto che statuette e «icone» del maresciallo Tito non sono mai sparite dalla Slovenia e a Lubiana si possono tranquillamente acquistare nei negozi di souvenir. E c?è poi il precedente di Capodistria. Subito dopo l?indipendeza ci fu la proposta di cambiare il nome della centralissima piazza Tito. Idea immediatamente rientrata vista la quasi sollevazione popolare che la stessa aveva innescato. E così, ancora oggi, lo splendido edificio della Loggia, al termine della Calegheria, si affaccia su piazza, rigorosamente, Tito.
Un ricordo personale, infine, può far riflettere al di là di tutte le elucubrazione socio-politiche che il fenomeno Tito è in grado di ispirare. Nel 1991, conquistata l?indipendenza, passeggiavamo per le stanze della presidenza slovena assieme all?allora capo dello Stato Milan Kucan. Ad un tratto ci trovammo di fronte a una enorme statua di Tito. Un po? titubante chiesi al capo dello Stato: «Presidente ma di questo simbolo che ne farete?». La risposta fu più che emblematica. Presomi per il braccio Kucan mi sussurrò all?o recchio: «La toglieremo, certo, ma sa, dopo tutto, con lui non si stava tanto male».
(22 aprile 2009)
(fonte: IL PICCOLO).
Una scelta vergognosa.
"Lubiana nostalgica: una via dedicata al maresciallo Tito
Clamorosa decisione a grande maggioranza del Consiglio comunale di Lubiana: intitolare una delle strade principali della capitale slovena al maresciallo Tito, padre-padrone della Jugoslavia comunista. Un vero balzo nel passato. Il senatore Cossiga: «Non sono meravigliato, lì Tito era molto amato»"
http://ilpiccolo.gelocal.it/dettaglio/lubiana-nostalgica:-una-via-dedica...
15-16. Che orrore, ancora tutta questa gente che ama Tito? Certo che il seme dell'odio ha germogliato bene, a certe latitudini. Scandaloso comunque che un'istituzione assecondi la cosa.