Pahor Boris

Necropoli

Autore: 
Pahor Boris

C’è qualcosa che accomuna in modo per noi scontato – laddove l’abitudine genera purtroppo sempre più spesso indifferenza – i racconti degli scampati ai lager nazisti. Che poi il nazismo è solo il nome di un’ideologia ormai associata a un’operazione massiva di sterminio che non è stata certo l’unica a generare orrori simili, benché marchiata, questa, a mio avviso da una sua indubbia peculiarità. L’elemento comune, dicevo, in questi réportage dall’inferno, è un senso di colpa eterno, sottile, strisciante, che né la ritrovata condizione umana, né il poter riassaporare la vita quotidiana fatta di cose normali, e perfino belle, riescono a stanare dall’anima. La colpa di essere sopravvissuti e tornati, la colpa di essere riusciti a salvarsi dal “mondo crematorio”, come lo chiama Pahor, per intrecciare la propria esistenza nuovamente con quella dei vivi. L’esperienza del campo di concentramento toglie all’uomo qualsiasi parvenza umana (“Considerate se questo è un uomo” dirà con amara impotenza Primo Levi) ma la cosa tragica è che lo priva per sempre della fiducia nel genere cui naturalmente, biologicamente appartiene. Non è solo e non è tanto la crudeltà degli aguzzini – spesso gratuita, talvolta generata dalla necessità di gestire masse umane già condannate in partenza ma che comunque vanno sterminate in modo intelligente, affinché ci sia sempre qualcuno che può occuparsi dei cadaveri, dei forni, di tutta l’industria di morte del campo. Non è solo e non è tanto la fame, mostro nero annidato nelle viscere, a causa della quale si perdono la salute, la ragione, la vita. Non è solo il freddo atroce che i prigionieri devono sopportare fino allo stremo delle forze, non solo le malattie, complemento adeguato ai digiuni forzati e all’esposizione senza necessità alle intemperie. Non è da sola la privazione della libertà e di qualsiasi futuro che non sia la morte, trovandosi i condannati in un girone infernale sospeso nello spazio e nel tempo, impermeabile agli occhi del mondo di fuori e – sembrerebbe – perfino a quelli di Dio.

E’ tutto questo insieme che risulta insopportabile alla mente, al corpo, allo spirito.

Per chi non muore subito è ancora peggio, perché non si conosce la durata della pena.

E tornare nel mondo di prima, nel consesso dei vivi, è qualcosa di vergognoso, colpevole e fondamentalmente inappropriato,  per chi ha percorso le distese deserte e prive di speranza del mondo crematorio.

Boris Pahor ha una sua storia personale che si intreccia con vicende ancora vive nel ricordo dei vecchi. Non entro nel merito della questione patriottica, così sentita da Pahor da fargli disprezzare gli Italiani e tutto ciò che essi rappresentarono in un preciso momento storico per la sua appartenenza alla minoranza slovena: Pahor accusa velatamente l’Italia di averlo condannato all’inferno dei lager, quando in realtà la questione è un po’ diversa. In ogni caso, l’Autore condivise un destino tragico con milioni di esseri umani colpevoli del reato biologico di appartenere a un'etnia considerata (quale che fosse)  inferiore, sgradita, pericolosa. Non si parla qui solo di Ebrei, ma dei molti  che ne condivisero la triste sorte.

Nessuna pulizia etnica può essere tuttavia accettabile, nessuno sterminio di massa per qualsiasi motivo può essere giustificato. Nessuna deportazione (nessuna condiscendenza per la deportazione) verso luoghi dell’orrore come i campi di concentramento nazisti può venire spiegata con ragionamenti razionali.

Pahor si trova a tornare da visitatore nel campo di Natzweiler-Struhof a vent’anni di distanza dalla fine del suo viaggio con ritorno dall’inferno, ma non riesce a dimenticare, non può staccarsi dalle visioni del lavoro forzato, del dolore, della disperazione, della massa ondeggiante che cerca e non trova riparo dal freddo, dalle esecuzioni spicce, da quelle sistematiche, dal camino, dal forno, dalla morte nel cui grembo lo stesso scrittore ha vissuto abbastanza da non potersene più liberare del tutto. I turisti guardano, osservano, si impressionano, ascoltano le storie del terrore narrate dalla guida. L’Autore sembra voler gridare loro che è inutile ascoltare o tentare di immaginare, per chi l’olocausto non l’ha vissuto, ebbene, semplicemente non esiste.

Ed è giusto così, si ripete rivedendo le baracche fatiscenti, seguendo la turba di fantasmi che affolla quello strano campo tra i boschi e che non gli concede il perdono per essersi salvato.

Pahor nella tragedia aveva avuto la fortuna di essere impiegato come infermiere, un lavoro pesante e pericoloso data la contiguità con malattie anche gravemente infettive (contrarrà egli stesso la tubercolosi),  ma cinicamente vantaggioso: l’essere sempre occupati distoglie la mente dalla fame, la predizione della morte vicina di qualcuno permette a lui e ai colleghi di appropriarsi di qualche fetta di pane supplementare, oltre che di qualche indumento.

Al volgere della fine della guerra, il campo di Natzweiler-Struthof viene svuotato e sono trasferiti anche i malati,  ammassati uno sull’altro sui carri, nei treni dove la ressa è tale che più d’uno muore in piedi, e portati assieme ai forzati e ai condannati a Bergen-Belsen, ultima tappa del tour dell’orrore che ha condotto Pahor da Dachau, ai Vosgi, ad Harzungen. Ed è soprattutto del lager di Natzweiler-Struthof che si narra, benché nel ricordo il “mondo crematorio” sia un unico spazio dilatato nel tempo.

I mucchi di cadaveri, legno inanimato, i malati senza alcuna speranza di guarigione, il lavoro forzato che si svolge in mezzo alla  totale indifferenza della popolazione di Bergen ormai consapevole della fine di ogni cosa, i forni, tutto fa parte di un universo che si nutre di se stesso e dal quale è impossibile fuggire per davvero e per sempre.

 Non troviamo tuttavia nel memoir dello scrittore sloveno parole di odio all’indirizzo della Germania, del nazismo, dei Tedeschi, neppure dei kapò o delle SS con cui ebbe a che fare. Come se alla fin fine l’inferno dei campi accomunasse nella sventura vittime e carnefici. Si lamenta con l’amico Andrè Ragot, medico morto pochi anni dopo la Liberazione (autore del libro N.N. Nuit et Brouillard, 1958), che avrebbe voluto vedere annientata l’intera stirpe germanica, riflettendo che  in realtà occorre piuttosto “modificare l’ambiente”, non eliminare chi dall’ambiente è stato condizionato nel partorire i propri crimini.

L’uomo del dopoguerra, prosegue lo scrittore, non è rimasto deluso dal fatto che il popolo tedesco non sia stato cancellato, ma si è sentito tradito piuttosto da chi ha permesso che la nuova terra venisse in parte ricostruita continuando a rendere possibile che le antiche perversioni si perpetuassero.

C’è una schiera immane di esseri umani sacrificati a una divinità sanguinaria che non trova pace. E non si tratta evidentemente solo dei morti. Leggendo le testimonianze dei sopravvissuti si comprende perché per moltissime persone dimenticare, tacere, chiudere a chiave il passato sia stata l’unica possibilità per sopravvivere senza impazzire, senza maledire ogni giorno della propria esistenza, senza vergognarsi di essere alla fine e nonostante tutto, uomini.

"Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche" [p.131]

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Boris Pahor (Trieste, 1913), letterato sloveno, triestino. Laureato in Lettere presso l’Università di Padova, insegnò nelle scuole medie superiori slovene di Trieste. Vice-presidente dell’Associazione Internazionale per la difesa delle lingue e delle culture minacciate. Autore di romanzi e novelle, saggista, è direttore di “Zaliv” (“Il golfo”, rivista che si è battuta per la democrazia in Slovenia e per l’affermazione dell’identità slovena.  

Boris Pahor, "Necropoli: memoir". Fazi, Roma, 2008. 279 p. (Le strade, 134)

Titolo originale: Nekropola (1967). .Traduzione dallo sloveno di Ezio Martin. Introduzione di Claudio Magris. Prima ed. italiana Consorzio culturale del Monfalconese, 2005

Boris Pahor in Lankelot

Approfondimenti in rete

Boris Pahor / Il campo di Natzweiler-Struthof

 
 
 
 
 
 
Ilde Menis, 27 gennaio 2009
ISBN/EAN: 
9788881128815

Commenti

Io non so se potremo mai davvero capire.
Dedicata a Daniele e ai discendenti di tutte le persone che hanno sofferto l'indicibile. In ogni tempo e in ogni luogo.
L'uomo non impara, quasi mai.

"L?esperienza del campo di concentramento toglie all?uomo qualsiasi parvenza umana (?Considerate se questo è un uomo? dirà con amara impotenza Primo Levi) ma la cosa tragica è che lo priva per sempre della fiducia nel genere cui naturalmente, biologicamente appartiene."

E non credo capiremo, no.
Continuo a domandarmi il perchè. Continuo a non spiegarmi come tutti e dico tutti, abbiano potuto fingere di non vedere e di non sapere.
Dagli abitanti delle zone intorno ai lager, al Papa, fino agli Americani che non bombardarono Auschwitz.
http://www.corriere.it/esteri/08_gennaio_11/bush_museo_olocausto_lacrime...

"Nelle prime rudimentali camere a gas furono anzitutto sterminati gli handicappati fisici e mentali. Questo massacro provocò una tale indignazione negli ambienti religiosi e tra la gente comune che il potere fu costretto a sospendere il programma di eugenetica. Il regime, pur totalitario, venne a patti con l'opinione pubblica. 'Contro la persecuzione degli ebrei, contro l'arbitraria uccisione di massa - ha scritto Bruno Bettelheim - e neppure contro il progetto di sterminio del popolo ebraico si formò un simile movimento di opinione pubblica; anzi. In verità, la stragrande maggioranza del popolo tedesco sembrava approvare le persecuzioni degli ebrei, o comunque sancirla con atti di omissione, a parte poche isolate voci levatesi a contrastarla. Ma fu facile per il regime soffocare queste voci, perchè non avevano seguito'. Anni di massiccia propaganda antisemita avevano avuto un effetto perverso."

(da "Storia del pregiudizio contro gli ebrei, di Riccardo Calimani)

Anch'io mi faccio queste domande, di continuo. Mia nonna paterna, in servizio come assistente sanitaria a Tarvisio, confine tra Italia e Austria, una notte del 1945 venne chiamata urgentemente dal medico del paese: stava arrivando un treno da un posto imprecisato, con prigionieri e prigioniere liberati che dovevano essere rimpatriati e occorreva visitarli, lei si sarebbe occupata delle donne. Venivano da Auschwitz. Non ci disse mai cosa vide.
Mentre dei soldati (tedeschi) mutilati provenienti da El-Alamein accuditi a Napoli ci raccontava tante cose, di quella notte al confine non riuscimmo mai a estorcerle nessun commento.

Io credo che noi ci chiederemo ogni volta il perché e nessuno ci darà mai una risposta, probabilmente perché, semplicemente, non c'è. Forse mai come in questa tragedia le porte dell'inferno sono state così aperte sul nostro mondo...

la citazione finale è come un colpo di frusta sulla nostra tranquillità....
capire: non ,chi non ci è passato può solo immaginare, ma non arriverà mai a capire in pieno.
In effetti mi sono sempre chiesta come si potesse far finta di non vedere...eppure credo che si debba star bene attenti, perché l'uomo non cambia più di tanto, ricasca negli stessi errori nonostante l'esperienza. E ha la memoria corta.

"Non entro nel merito della questione patriottica, così sentita da Pahor da fargli disprezzare gli Italiani e tutto ciò che essi rappresentarono in un preciso momento storico per la sua appartenenza alla minoranza slovena: Pahor accusa velatamente l?Italia di averlo condannato all?inferno dei lager, quando in realtà la questione è un po? diversa. "

> Appunto, e non a caso sono un po' preoccupato per la pubblicazione di un suo nuovo (vecchio) romanzo per Fazi. Sinceramente sarebbe ora che in Italia, con un po' di intelligenza, di tatto, di umanità e di sensibilità, non per patriottismo, per carità, si stesse un po' attenti al disprezzo che l'autore nutre per noi (e da noi s'è laureato e ha studiato...), e si raccontasse cosa ne è derivato... e tuttora perdura.
Chiudo l'OT, ma sono molto triste per la popolarità di certa visione della tragedia dei giuliani. Faziosa e sbagliata. Invertita.

"C?è una schiera immane di esseri umani sacrificati a una divinità sanguinaria che non trova pace. E non si tratta evidentemente solo dei morti. Leggendo le testimonianze dei sopravvissuti si comprende perché per moltissime persone dimenticare, tacere, chiudere a chiave il passato sia stata l?unica possibilità per sopravvivere senza impazzire, senza maledire ogni giorno della propria esistenza, senza vergognarsi di essere alla fine e nonostante tutto, uomini. "

> Terribile.

Il nuovo libro, "Qui è proibito parlare", dovrebbe aver avuto questa prima edizione: ?Parnik trobi nji?, 1963. Ti risulta?

Io propendo per "Onkraj pekla so ljudje" ("There Are People Beyond Hell", 1961)

Hm, Jena...che è sta pubblicità?... :)

Gianfranco, controllo e ti so dire.

;).
Sono curioso, perché su wiki sloveno l'opera non risulta, mentre in quello inglese c'è questa che mi sembra, a orecchio, possa essere quella in questione. Mi sembra difficile che si tratti di un inedito, non è da Pahor.

Dalla biblioteca nazionale slovena abbiamo che "Parnik trobi nji" esce nel 1964 (V Ljubljani : Cankarjeva zalo?ba)mentre "Onkraj pekla so ljudje" esce nel 1958 (V Ljubljani : Dr?avna zalo?ba Slovenije) e nel 1961 (Trst : Zalo?ni?tvo tr?a?kega tiska).

"Parnik trobi nji" viene tradotto nel 2008 e pubblicato in Francia da Phebus con il titolo "L'appel du navire", quindi ora non so che scelta abbiano fatto quelli di Fazi (il titolo originale i siti commerciali non te lo danno neanche morti) ma sembrerebbe che hai ragione tu!
Il titolo inglese non sembra invece sia mai stato pubblicato (cioè, ti hanno tradotto il titolo su wiki e basta).

prezioserrima.
verificherò col loro ufficio stampa... e dirovvi.

no, se ?Parnik trobi nji? esce nel 1964 (V Ljubljani : Cankarjeva zalo?ba)allora tutto torna: il romanzo appena edito da Fazi è stato finito nel maggio 1963. Mi rimane qualche dubbio (manca su wiki slo), ma va be', ci vorrebbero ulteriori indagini.

Certo, aggiungessero 2 righe di colophon...

L'ho letto, e c'è più di qualche passo che mi ha fatto rabbrividire. Riuscendo nella difficile impresa di far passare in secondo piano le atrocità del mondo crematorio.

A beneficio di tutti, ecco un passo degno di commento e di condanna:
l'italiano Pahor - laureato a Padova - di cultura italo-slava e sangue slavo, internato perché italiano, si definisce "sloveno del Litorale".

"E sebbene portassimo una I maiuscola segnata nel triangolo rosso che avevamo cucito sul petto - perché in effetti eravamo stati catturati come cittadini italiani - noi sloveni del Litorale affermavamo ostinatamente di essere iugoslavi. Il cuore e la mente si ribellavano al pensiero di essere eliminati come appartenenti a una nazione che, dalla fine della prima guerra mondiale, aveva sempre tentato di assimilare gli sloveni e i croati. A questo argomento essenziale, coerente, occorre aggiungere il poco conto, il disprezzo, in cui al campo erano tenuti gli italiani. All'origine di questo atteggiamento c'era lo spaventoso furore tedesco contro il popolo che aveva nuovamente tradito, come aveva già tradito in occasione della prima guerra mondiale. E questo disprezzo tedesco si era trasmesso a tutti quelli che, nella lotta per la sopravvivenza, avevano assunto nel campo una qualche autorità sulla folla anonima. (...)"

Per un medico norvegese, era come se "ogni italiano dovesse essere per forza un lavativo che, blaterando e piagnucolando, cercasse di ottenere una compassionevole benevolenza; anche fisicamente, con la sua figura dritta e fiera, Leif provava repulsione per quella gente bassa di statura che parlava troppo col volto e con le mani. Ecco una ragione di più per capire perché tanto lo sloveno del Litorale quanto il croato dell'Istria rifiutassero di spartire la sorte dei cittadini di uno Stato che li aveva annessi contro la loro volontà" (p. 80).

In questo passo - gravissimo - si parla di un'inesistente annessione: non soltanto l'Italia non si annetté Slovenia e Croazia, che proprio NON esistevano allora; l'Italia combatté la Prima Guerra Mondiale per liberare le terre irredente, popolate da maggioranza assoluta italiana, come ben sappiamo. Maggioranza assoluta IT costretta, dall'ingegneria sociale slavo-comunista, all'esodo dopo la seconda guerra mondiale.

Questi "croati" dell'istria di cui parla lo slavo Pahor sono al limite i braccianti dell'entroterra. Mi sembra molto grave che nell'edizione Fazi manchi una nota a pie' di pagina, per prendere le distanze dal delirio slavista di Pahor.

Peggiore è il pensiero che questo libro, circolando in Francia e in Europa, abbia veicolato con successo un pensiero nazionalista, falso e assassino della verità e della storia come quello di Pahor.

Più avanti, il professor Pahor ribadisce:

"Mi infervoravo a spiegargli che i croati dell'Istria erano stati per secoli abbandonati a se stessi e che era doppiamente ingiusto considerarli di sangue latino". (p. 216)

Qui Pahor è doppiamente sleale e maligno.

PAHOR: copertine+archivio (in

PAHOR: copertine+archivio (in tutti i pezzi)